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Un fatto mai accaduto

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2018-03-27 12:28:20


Questa mattina vorrei raccontarvi una storia, forse un po’ lunga da leggere e forse più adatta a un palcoscenico se io avessi la barba lunga da capretta e gli occhi in po’ spiritati alla Ascanio Celestini e la sua facilità di eloquio, e il suo modo originale di parlare di mille altre cose mentre ne dice una sola.         
In realtà non so neanche se sia accaduta davvero questa storia o se l’ho vista io solo, come se fosse vera mentre è solo teorica, come una dimostrazione di qualcosa che sta oltre la realtà, che è reale solo nelle conseguenze logiche della mente. Ma anche Celestini racconta storie vissute in racconti di tempi lontani e forse inventate da qualcuno con il dono di una fervida fantasia, anche se poi la sua arte le rende così vive che ti sembra di assistere in prima persona a fatti e scene che in verità sono solo ipotetiche. Ma a noi, credo, che se siano state vere o inventate non importa un bel niente, noi abbiamo tanta immaginazione, tanta capacità di sognare che immaginiamo veri i boschi disegnati sui libricini per bambini col lupo cattivo quando ci raccontano la storia di Cappuccetto Rosso.

Insomma l’altro giorno sono andato al mercato rionale a comprare la frutta. Devo dire che io la frutta la compro lì al mercato, perché il mercato è un luogo coperto, anche se all’aperto, e ormai familiare e vado sempre dallo stesso fruttivendolo che ha prezzi abbastanza convenienti rispetto a quelli dei supermercati, o dei rivenditori nei negozi. Forse la cosa che un po’ mi disturba, disturba cioè il mio modo di essere, la mia logica interiore, è il fatto che il fruttivendolo, e in genere tutti i fruttivendoli, non rispetta la zona assegnata al suo box, ma invade gli spazi comuni destinati alla circolazione degli acquirenti con le sue cassette piene di merce, e ti ritrovi a fare lo slalom tra i carciofi e le patate e quello che vuoi prendere è sempre abbastanza lontano da doverti sporgere un pochino e riassaporare quel leggero fastidio alla colonna lombare che l’età ormai non più giovanile ti ha regalato. Ma del resto non fanno così anche i negozi di frutta con l’esposizione delle merci sui marciapiedi e, se esci all’ora di punta, non ti ritrovi a passare in un punto tanto ristretto da dover fare la fila e cedere il passo a chi ha più fretta di te?

Comunque era una bella giornata, col sole primaverile che finalmente era tornato a spendere per confermare la sua esistenza dopo tanti giorni grigi di nuvole e di pioggia, ma ancora la tramontana si faceva sentire e soffiavano freddi venti siberiani venuti a passare un po’ di vacanza qui dalle nostre parti di clima mediterraneo. Perciò avevo messo il giubbetto pesate, quello grigio con la zip e il bavero alto e il borsello coi soldi, non molti, chiuso sotto, in modo da tenerlo al sicuro perché anche se il mercato è un posto abbastanza tranquillo, non si sa mai, di questi tempi la circolazione del denaro è difficile e è sempre possibile che qualche bravo padre di famiglia, in difficoltà economica, possa pensare di arrotondare lo stipendio visitando le borse delle massaie oppure il borsello di qualche vecchietto dall’aria un po’ stordita che a mala pena riesce a ritrovare la strada di casa.

Purtroppo abito in una strada tranquilla, di piccole villette tutte uguali, in una uniformità piatta che ti appiattisce il cervello e te lo frulla in pensieri e sentimenti sempre uguali e sempre allineati a quelli degli altri, e per andare al mercato, che è abbastanza lontano, devo prendere la macchina. Non che trovi ormai faticoso il guidare, lo faccio con naturalezza da quando avevo i diciotto anni, e lo faccio in relax andando pianissimo, tanto il tempo non mi manca, anche se mi irrita il modo di fare, maleducato, di certe persone che ti suonano dietro perché secondo loro devi andare alla loro velocità e non li devi intralciare. Un giorno comprerò una scritta da appiccicare al paraurti posteriore: Hai suonato? E mo canta!

Comunque il mio problema non è il guidare, ma il parcheggiare.
Quando devo parcheggiare entro in agitazione, temo sempre che vicino alla meta i parcheggi siano pieni e quindi debba ritornare indietro e girare e girare per trovarne uno, io non parcheggio mai fuori dalle strisce regolamentari e una volta che lo feci con due ruote, mi fecero la multa e mi portarono via col carro attrezzi la macchina e dovetti andare a riprenderla al deposito. Così in genere parcheggio al primo posto che trovo anche abbastanza distante da dove devo andare. Al mercato però ho trovato, vicino all’entrata posteriore, un posto dove i parcheggi ci sono sempre, e la strada da fare è la stessa di quella se avessi parcheggiato davanti.
Insomma quella mattina, attratto fuori di casa da un bel sole, anche se c’era ancora il vento siberiano, sono andato dal fruttivendolo al mercato e stavo lì a scegliere, come fanno le brava massaie, le mele e c’era la fruttivendola, quella abbastanza giovane, ma un po’ grossa, alta sì ma con certe braccia grassocce e muscolose che con uno schiaffo mi manderebbe dritto dritto a ko, con un sorriso da bambinona gentile, che aspettava che avessi finito per mettere la busta sulla bilancia e pesarla. Non era presto e in quel momento non c’erano altri avventori al banco. Tutto il mercato languiva in un silenzio non abituale, e quando passai a scegliere le arance accadde il fatto.           
In verità non accadde niente, se non qualcosa che non si può neanche definirlo un fatto, ma quella piccola cosa, forse tanto piccola da non meritare neanche che io la racconti, mi ha cambiato la vita, e sto qui a scriverla proprio perché ho bisogno di un confronto, di essere aiutato a capire, di essere scortato fuori da questo turbine di emozioni che mi avvolge e non mi lascia uscire.
La fruttivendola in quell’istante smise di sorridere e contrasse i muscoli della faccia e soprattutto delle sopracciglia in una espressione di spavento e di terrore, la bocca aperta, ma, incapace di una qualsiasi reazione o di un piccolo movimento, rimase immobile.           
Io mi voltai, e lo vidi chiaramente.   
C’era poco distante un uomo, magro e alto, il viso spaventato come se stesse per fare qualcosa di spaventoso, oltre le proprie forze, oltre la sua stessa volontà, con un paltò scuro aperto e la mano sul calcio di una pistola, rinfoderata ancora nel suo fodero sotto l’ascella sinistra.
In quell’attimo non vidi altro, ma dopo, dopo l’eternità dell’attesa di un atto conseguente, mi resi conto che tutta la contrazione dei muscoli del braccio a vincere la resistenza a compiere qualcosa di sovrumano era già perduta, e il gesto, ormai molle, accarezzò appena il calcio della pistola come si accarezzano i capelli della compagna che si ama.           
-- Che fai? -- si sentì urlare.   
Come d’incanto, non so proprio da dove, era comparso un carabiniere, uno di quelli in motocicletta, col giubbetto antiproiettili, con gli anfibi e la paletta dell’alt, col cinturone e la pistola che è tanto grossa da sembrare un cannone portatile.        
L’uomo aveva allargato le mani in un atto distensivo e ora sorrideva come per dire: -- Tutto bene, non c’è nulla di cui preoccuparsi. – ma l’altro gli era già addosso e lo teneva stretto per non lasciarlo scappare.          
-- Lasciami, -- disse l’uomo, -- non ho fatto nulla di male!
-- Hai una pistola, l’ho vista, sai!       
-- Ho una pistola, ma ho un regolare porto d’armi! Ora glielo mostro.

A questo punto  il carabiniere mostrò sul suo viso l’espressione del dubbio, se insomma doveva lasciare il braccio dell’uomo e verificare il porto d’armi, oppure tenerlo ancora stretto, aspettare rinforzi e passare all’arresto. Ma l’altro implorava:      
-- Non ho fatto niente e non scappo! Le mostro il porto d’armi!
Alla fine il carabiniere si convinse, in effetti non era accaduto niente se non che quell’uomo si era sbottonato il paltò e aveva sfiorato con la mano il calcio di una pistola.  
La fruttivendola, quella grossa con le braccia grassocce e muscolose a forza di pesare i sacchi di frutta dei compratori, era fuggita via dentro il chiosco, si era chiusa dentro e da dentro strillava:
-- Mi voleva sparare, mi voleva sparare!       
-- Ma no, ma no. – protestava l’uomo con la pistola – Volevo solo prendere il portafoglio dalla tasca interna.
Alla fine il carabiniere si convinse.    
-- Mi faccia vedere il porto d’armi. -- Disse con accenti di comando.
L’uomo diventato gentile e ubbidiente estrasse dal taschino dei pantaloni il patentino e lo mostrò.          
Il carabiniere lo studiò attentamente.
-- Perché ha il porto d’armi?  
-- Per lavoro, -- rispose l’uomo – sono una guardia giurata. --E sfoggiò un sorriso luminoso di rivalsa.     
Intanto intorno ai due si era formato un capannello di curiosi, e il carabiniere non sapendo cosa fare era lì come imbalsamato. Poi alla fine prese una decisione:        
-- Bene, -- disse – venga in caserma a riprendere il suo porto d’armi, sarà disponibile da domani mattina.            
-- E come faccio con la pistola fino a domani?         
-- La tenga nascosta sotto il cuscino. – fu la risposta acida del carabiniere.
La gente ormai stava tornando ai fatti propri, l’uomo svanì in un istante tra la folla e la fruttivendola uscì dal gabbiotto:       
-- E io?           
-- Lo conosce quello? Venga appena può e sporga denuncia.           
-- Per cosa?    
Sì, questo è il punto e per questo sto qui a raccontare, che cosa poi?, qualcosa che non è accaduto, un niente, un processo alle intenzioni, ma la legge non punisce le intenzioni, punisce i fatti, e l’altro giorno i fatti sono proprio mancati.         
Eppure ancora mi chiedo se quell’uomo era davvero un delinquente, oppure non avendo commesso nessun reato, un semplice cittadino come tutti noi.     
Per questo ho voluto raccontarvi questa storia non storia, questo ennesimo femminicidio non commesso, questo orrore solo ipotetico, sperando che qualcuno di voi possa in qualche modo aiutarmi a uscire fuori dal dubbio se quell'uomo dal paltò scuro, alto e magro, che se ne andava in giro con una pistola sotto l'ascella fosse davvero un delinquente oppure, non avendo commesso il reato fosse una persona come me e come tutti gli altri che quella mattina erano al mercato e che la Legge sia veramente fatta di verità e di saggezza.    

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L'AUTORE oedipus

Utente registrato dal 2018-03-27

enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-27 18:56:10
Ciao, Enrico: innanzitutto lasciami dire che è una grande gioia rivederti tra noi, rileggerti. Come vedi abbiamo tenuto duro, abbiamo resistito, ci siamo sostenuti e aiutati per non perdere quella grande possibilità di essere che è il leggere e lo scrivere. Questo sito è davvero ancora più bello di quello da cui proveniamo: là c'era molta violenza nichilista e troppi narcisi autoreferenziali in cerca di lettori/sudditi e di incensatori del proprio Ego. Qua, essenzialmente, si bada a sostenerci l'un l'altro tra autrici e autori, cerchiamo amici e creativi autonomi e indipendenti e non lettori proni e sudditi al nostro Ego. Tira una bella aria e la grafica e la struttura sono le migliori, senza dubbio, del web italiano. Bisogna solo avere pazienza e resistere e tutto questo grande Spirito di PIAF sarà riconosciuto. Gran bella prosa la tua, come sempre: non esistono fatti ma solo interpretazioni, dice il mio filosofo di riferimento. La realtà sta tutta in quello che riusciamo a percepire. Bentornato, permetti un abbraccio, sono davvero felice di risentirti. Abbi gioia

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oedipus il 2018-03-27 19:33:38
Ciao, Mauro, non sei cambiato, sei rimasto accogliente come sempre e per me che sono auto nichilista e soffro di depressione, una spinta e un apprezzamento è essenziale per continuare. Spero di trovare ancora ispirazione e voglia di fare di più e meglio, anche se sento che sto invecchiando e mi mancano le parole. ciao e grazie

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