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La notte che Sigfrido ha ucciso il drago

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-03-25 21:29:56


La notte che Sigfrido ha ucciso il drago

 

Devo farlo, non solo per Marta, ma anche per le troppe vite che s’è portato via l’alito di quel maledetto drago.

Sono settimane che ci penso. E questa… è la notte perfetta: la nebbia si è palesata risalendo i ripidi argini del fiume dopo che l’ultimo brandello di un rosso tramonto autunnale si è riflesso nell’acciaio inossidabile del grande silo, inquietante totem che si erge maestoso all’interno della fabbrica di morte sorta sulla riva est.

Il fiume, largo una ventina di metri all’apice delle due sponde, divide la zona residenziale di un comune, a ovest, dalla fabbrica che produce chissà quali schifezze sita nel comune sulla riva opposta.

 

                                    *************************************************

 

Quando il silo s’accese dell’ultimo bagliore del Sole morente, ero là, sul ponte pedonale in legno d’abete lamellare che ha sostituito il vecchio ponticello in cemento, demolito dopo che una piena aveva scalzato il pilone centrale decretandone la fine.

Ero là a osservare il drago che emettendo un suono sinistro, la sua voce inquietante, soffiava fumo dalla valvola di sfiato del grande silo centrale e dalle giunture dei tubi che lo collegano al corpo di fabbrica e ad altri cinque sili più piccoli che gli fanno da corona. “I figli che ciucciano il fuoco dal ventre del drago”, pensai, rammentando l’immagine che mi sovvenne anni prima, quando ero stato assunto nella fabbrica sorta di là dal fiume.

«Pensa che fortuna, Marta,» avevo detto quel giorno a mia moglie, «non devo nemmeno prendere la corriera: esco di casa, faccio trecento metri, attraverso il ponticello, percorro altri cento metri e sono al lavoro.»

Marta aveva annuito felice, ignara del pegno che lei e molti altri vicini di casa sarebbero stati chiamati a pagare nel corso degli anni: il drago assicurava un ottimo stipendio, ma in cambio ogni giorno si prendeva un pezzetto di vita di chi abitava le case sulla sponda opposta del fiume.

 

Quando la nebbia salendo dall’acqua del fiume, inquinata dalle deiezioni del drago e dagli innumerevoli sbocchi fognari, civili e industriali, che scaricano nel suo alveo a monte piuttosto che a valle, iniziò a distendersi nella brughiera… lanciai un’occhiata sinistra ai sili illuminati a giorno da potenti fotocellule. «Stanotte Sigfrido spegnerà per sempre i tuoi occhi, maledetto drago», ghignai rabbioso. Poi girai sui tacchi e me ne tornai a casa.

 

                                      *******************************************

 

Come mio padre e ancora prima mio nonno, sono nato in questa via dal nome così poco attraente, se non addirittura rabbrividente. Nome che, a detta dei vecchi: «Allunga la vita!»

A memoria di mio padre, e di riflesso di mio nonno, il triste primato per il decesso del residente più giovane, riguardava un contadino che aveva tirato le cuoia nel suo letto alla soglia dei novant’anni. Quello del più anziano, apparteneva a un mungitore che aveva deciso di salutare il mondo alla tenera età di anni centootto, mentre torceva il collo a una gallina prima di spennarla.

Sono primati obsoleti, impossibili, nonostante i progressi della medicina, da replicare ai giorni nostri.

A quei tempi, “via del cimitero” era ancora una strada sterrata: una lunga fila di case rurali e una cascina occupavano il lato ovest della via, mentre sull’altro lato la distesa di campi da coltivare si allungava sino all’argine del fiume.

Avevo otto anni quando, con occhi carichi di meraviglia, seduto sulla soglia dell'uscio di casa con i gomiti sulle ginocchia e i pugni piantati sotto il mento, osservavo lo schiacciasassi pressare l’ancor fumante manto d’asfalto, disteso poco prima da operai sfatti dal calore in una caldissima giornata di metà luglio.

Ne avevo trenta quando, dopo aver ristrutturato la casa del nonno c’ero andato ad abitare con mia moglie.

Ne avevo trentadue, quando dalla finestra della nostra camera vedevo il drago d’acciaio e cemento nascere e crescere giorno dopo giorno di là dal fiume. In contemporanea con le villette a schiera che fagocitavano il verde dei prati sull’altro lato della via.

Ne avevo trentacinque, quando avevo letto il bando di assunzione esposto nella bacheca del comune.

 

Ricordo con immutato affetto e profonda tristezza la signora Gondrani, gentilissima ed affabile vicina di casa, che dopo aver preso possesso della sua nuova dimora (la viletta di testa di una lunga schiera), aveva organizzato una raccolta di firme tra i residenti per cambiare il nome, a suo dire addirittura “terrificante”, alla via.

Io avevo provato a dissuaderla, spiegandole che in fondo quel nome portava pure bene, dato che la longevità dei residenti storici non era riscontrabile in nessun altra via o quartiere del paese. Ma la maggioranza aveva deciso di portare le firme in comune… Così, tre mesi dopo, “via del cimitero” era mutato nel più grazioso toponimo “via dei prati fioriti”. Anche se i prati fioriti, per la gran parte giacevano da tempo immemore sotto le villette a schiera dei nuovi residenti.

Intanto, l’alito infetto del drago lavorava silente; mentre la sua voce lamentosa si faceva sentire, giorno e notte, a intervalli più o meno regolari… Il soffio più fastidioso per le orecchie dei residenti, era quello che aveva sostituito il canto mattutino dell’ultimo gallo presente nella cascina ormai in disarmo.

 

La prima sfortunata vittima del drago, era stata proprio la signora Gondrani: il tumore al seno l’aveva spedita al creatore in soli due anni.

Ma quando i casi di tumore, al polmone piuttosto che alla prostata o al fegato, si moltiplicarono, allora tutti quanti compresero che invece d’impegnarsi per cambiare il nome alla via, sarebbe stato meglio lottare per far chiudere la fabbrica di morte.

E da lì partirono le manifestazioni… che, naturalmente, non portarono da nessuna parte.

Anch’io, nonostante rischiassi il licenziamento, ero in prima fila a protestare. Ma già il fatto di non aver subito nemmeno una reprimenda dalla proprietà, certificava il fatto che le nostre proteste erano state assorbite come acqua fresca da chi aveva anteposto il profitto alla salute.

 

                               *******************************************************

 

Sono trascorsi quindici anni dall’ultima protesta davanti alla fabbrica. I residenti continuano a morire. Mia moglie, a sessantasette anni, giace in un letto d’ospedale devastata da un tumore al fegato con metastasi estese a tutti gli organi vitali. Io ne ho settanta e sono pensionato da cinque, e da quando ho compreso che il male me la sta portando via, sono ancora più convinto che è stato l’alito del drago a renderla sterile, a toglierci la gioia di concepire quel figlio tanto desiderato.

Ora si è ammalato anche il figliolo di un vicino: ha soltanto sei anni e la leucemia gli sta prosciugando le ultime stille d’energia vitale. E questo è davvero troppo. La misura è colma… in verità lo è da tempo, da troppo tempo. Se nessuno si prende la responsabilità, lo farò io: ucciderò il drago!

Se possedessi la spada di Sigfrido, l’arma capace di spaccare un’incudine a metà, sarebbe tutto più facile: un fendente alla recinzione d’acciaio per aprirsi un varco, un altro al corpaccione d’acciaio del drago per sventrarlo, e via andare.

Ma un buon tronchese e una grossa chiave inglese la sapranno sostituire degnamente: con il tronchese taglierò le maglie d’acciaio, entrerò nel regno del drago, salirò sopra la sua testa; poi, usando la chiave inglese, stringerò con forza il bullone che serra la molla della valvola di sfiato... e di lì a poco più di un’ora… BOOM!

Ci ho passato gli anni migliori della mia vita, là dentro. Trent’anni trascorsi ad accudire il drago, sono serviti a scoprire il suo punto debole… non fallirò! La nebbia mi permetterà di non essere inquadrato dalle telecamere mentre, camminando rasente il muro di cinta, raggiungerò il lato chiuso dalla recinzione d’acciaio. E quando avrò fatto, via! Andrò all’ospedale e attenderò insieme a Marta di udire il boato, l’urlo agghiacciante del drago morente… I danni collaterali, se tutto andrà come previsto, non dovrebbero contemplare la perdita di vite umane: di notte c’è solo il guardiano, chiuso nel suo gabbiotto, a presidiare l’ingresso, e il corpo di fabbrica sarà una barriera più che sufficiente a ripararlo dall’esplosione del silo. Forse l’onda d’urto manderà in frantumi qualche vetro delle finestre; probabilmente dei detriti finiranno nei giardini piuttosto che sui tetti… un costo accettabile se servirà a far chiudere definitivamente la fabbrica di morte.

 

E’ ora di andare. Lascerò la porta aperta e una lettera che spiega tutto sopra il tavolo.

Quando avrò fatto, non tornerò a casa… andrò direttamente da Marta e cercherò di alleviare le sue immani sofferenze, raccontandole che stanotte Sigfrido ha ucciso il drago… giurerò di averlo visto con i miei occhi impugnare la spada a due mani e affondarla nel cranio dell’essere demoniaco, e quando udiremo un urlo terrificante uscire da fauci fiammeggianti… per convincerla che è tutto vero la prenderò in braccio e la porterò accanto alla finestra aperta, così che possa non solo udire, ma anche vedere con i suoi stanchi occhi l’ultimo rantolo infuocato del drago… E poi… poi voleremo insieme, per raggiungere un luogo dove non ci saranno draghi a soffiare morte e dolore.

 

                                                            FINE

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2018-03-26 12:31:03
Non c'è niente da dire. Un racconto che lascia senza parole, ma non solo per l'azzeccata similitudine di Sigfrido e il Drago che hai voluto trasportare nel mondo reale, ma anche per essere stato in grado di narrare una vicenda triste come se ne vedono (troppo) spesso in giro. E cavalcando l'onda, non direi tanto "ecologista" ma quanto "esistenziale", ci hai portati fino alla fine, rapiti e sbigottiti ma cullati dal dolce incedere del testo. E sì, alla fine, non resta altro che volare insieme verso luoghi sereni dove non ci sono draghi a soffiare il loro alito di morte. p.s.....anche se il grido del drago morente lo avrei ascoltato molto volentieri....

Vecchio Mara il 2018-03-26 20:50:24
Va benissimo anche esistenziale, dato che un cattivo approccio ecologico, alla lunga, finirà per mettere in pericolo l'esistenza stessa dell'umanità. Per quanto riguarda il grido del drago morente, prova ad immaginarlo guardando l'immagine di copertina... a me, osservandola, m'ispira un urlo che squarcia il silenzio della notte con un non so che di terrificante e allo stesso tempo liberatorio. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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Rubrus il 2018-03-27 10:49:22

Questo racconto mi ricorda un fatto reale. Un po\' di anni fa, il sindaco del paese di Chissadovè decise di costruire un parcheggio a torre. Non inquinava, ma era un obbrobrio edilizio. Il sindaco decise quindi di costruirlo su una lingua di terra di proprietà del comune di Chissadové che s\'inoltrava in profondità nel territorio del comune di Nontelodico... ah.. i natii borghi selvaggi. Alcuni abitanti di Nontelodico, vedendo l\'obbrobrio sorgere davanti alle loro villette con vista lago, decisero che si doveva impedire lo scempio e indissero una riunione. Nel corso di quella riunione, mentre, tra l\'altro, si valutavano costi e benefici delle varie iniziative, saltò su un vecchio ed energico signore. Costui era stato quello che oggi viene detto \"contractor\" e, all\'epoca, meno ipocritamente, era detto mercenario. Avendo mantenuto alcuni contatti con i colleghi di un tempo, disse che aveva fatto un sopralluogo nel parcheggio (che, nel frattempo, era stato quasi completato) e che, con una carica qui, una là e un\'altra in un altro posto (aveva tanto di disegno con mappe) avrebbe fatto saltare tutto quanto allo stesso costo di un ricorso al TAR e in modo più definitivo. Come incentivo all\'acquisto, disse che, se il Comune di Chissadovè avesse ricostruito il parcheggio, lo avrebbe fatto saltare una seconda volta gratis. Alla fin fine, gli abitanti di Nontidicodove erano tutte brave persone rispettose della legge e respinsero l\'offerta. Il parcheggio, comunque, è ancora là. Tutto questo per dire cosa? Be\', innanzi tutto che demolire un edificio è complesso quasi quanto costruirlo e un impianto la cui esistenza dipende in definitiva dal funzionamento di una e una sola valvola è difficile trovarlo. Soprattutto, però, credo che se l\'impianto saltasse in aria tutti gl\'inquinanti - specie se volatili, come suggerirebbe la presenza del silo - si spargerebbero per ogni dove, peggiorando la situazione. Questo è quel che succede quando, per esempio, in strada si rovescia una cisterna oppure quando vanno a fuoco, come sta accadendo di recente, depositi più o meno abusivi di materiale vario e rifiuti.

Vecchio Mara il 2018-03-27 11:35:45
Allora, chiariamo che il racconto non dice che la soluzione all'inquinamento ambientale si risolve facendo esplodere il silo. Lo so anch'io che così facendo si finirà con l'evacuazione dei residenti sino a quando l'area non sarà ripulita dalle sostanze inquinanti. Quello che ho voluto narrare, è il percorso di vita di un uomo disperato ed esasperato che ha visto il suo piccolo mondo andare in fumo. Ha visto la via dov'è nato e dove le persone morivano per consunzione da vecchiaia, trasformarsi in un vero e proprio mortorio, grazie all'inquinamento ambientale, e alla fine, di fronte alla moglie morente e al mostro inquinante che, ora, inizia a prendersi anche la vita dei più piccoli, reagisce di pancia... forse pensando che meglio chiudere il discorso ora con un inquinamento pesante, piuttosto che proseguire con uno stillicidio continuo. Poi, sicuramente la fabbrica verrà ricostruita, e lui, il protagonista intendo, lo avrà pure messo in conto... ma l'esasperazione, a volte ti porta a compiere gesti che con la ragione non hanno nulla a che fare. Detto ciò, concludo dicendo che la via esiste, il fiume pure (il Lambro) la fabbrica anche, e di tanto in tanto, detta fabbrica, quando il vento soffia verso ovest, manda miasmi insopportabili. Ci sono state, anni fa, proteste e misurazioni dell'aria da parte dell'Arpa, ma pare che tutto sia nei limiti consentiti (per non morire subito, ma un po' più avanti, penso io) E qualche anno fa, il coperchio di un silo è saltato in aria salendo in cielo e finendo con lo sfondare il tetto di una cascina. Non c'è stato nessun incendio, però non penso che la pressione in grado di sparare in aria un coperchio d'acciaio imbullonato abbia liberato profumo nell'atmosfera. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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Massimo Bianco il 2018-03-27 11:34:55
Un bello e triste "fantasy della realtà" se mi permetti la definizione. Guarda, per me il tema da solo giustificava uil racconto che avrei quindi promosso, pur con distingui, anche se la storia non fosse stata convincente o se fosse stato mal scritto. Ma non è questo il caso. Una buona metafora, una buona storia di attualità in una pease in cui ogni provincia probabilmente ha avuto o ha il proprio drago. Semplice, tragico come tragica sa purtroppo essere la vita ed efficacissimo. Non una parola di troppo o una di troppo poco. Bravo. Piaciuto molto.

Vecchio Mara il 2018-03-27 11:41:38
La via, come detto sopra, esiste veramente, la soluzione al problema, naturalmente no! E fintanto che i profitto prevarrà sulla salute della gente, soluzioni all'inquinamento ambientale non si troveranno. Ti ringrazio. Ciao Massimo.

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Roberta il 2018-04-02 18:20:34

Trovo molto bella questa tua interpretazione realistico - favolistica. E' pur vero quel che dice rubrus, e cioè che se si facesse esplodere il drago i danni collaterali sarebbero devastanti, ma credo che il tuo qui sia un desiderio metaforico. Uccidere il drago per salvare una principessa... Quanti ce ne sono di questi draghi e di queste storie di malattia e di morte! Conosco anch'io piccole valli appestate dall'alito di un drago grigio, e tanti tentativi falliti di persuadere assessori, industriali e politici vari a chiudere o a riconvertire. Questo suscita rabbia, tanta rabbia e dolore per ogni persona che si ammala e che muore, e tu hai dato voce a questa rabbia.

Vecchio Mara il 2018-04-02 21:03:30
Rubrus ha ragione, ma si deve considerare che, spesso, la disperazione acceca la ragione. Il protagonista capendo che il drago si sta prendendo la vita di tutti un pezzo alla volta, decide di porre fine all'interminabile agonia una volta per tutte, in modo che, a suo vedere, dopo che i terreni inquinati saranno bonificati le future generazioni potranno godere di una lunga e serena vita. Probabilmente si rivelerà soltanto una pia illusione, ma tra un futuro, seppur incerto, e un presente dalla fine certa, vale la pena giocarsi tutto alla roulette... russa. Ti ringrazio. Ciao Roberta

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