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YUHLA WICHASA

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2018-03-24 07:35:56


                                  

 

                                                                                                           
"Ogni cosa fatta dalle Potenze del mondo è a forma di cerchio. Il cielo è rotondo, la terra è rotonda e così tutte le stelle. Il vento, al massimo della sua forza, turbina in cerchio, gli uccelli fanno i loro nidi circolari poiché la loro religione è uguale alla nostra."                                    
 “ E vidi che il cerchio sacro del mio popolo non era che uno tra i molti cerchi che facevano un circolo ampio come la luce del giorno e come la luce delle stelle, e nel centro cresceva un robusto albero fiorente per proteggere tutti i figli di una madre e di un padre. E vidi che era un albero sacro.”
Alce Nero, sciamano sioux.

 

                              
Grandi pianure centrali del Nord America, prima dell’avvento dell’uomo bianco.
L’inverno è alle porte: il periodo delle migrazioni per milioni di bisonti, che stanno per mettersi in marcia sollevando nuvoloni immensi di polvere.
Ma sembra che non sia così per questo gruppo di bufali americani che vado a raccontare.
Gli esemplari maschi stanno girando intorno alle femmine.
E’ uno strano cerimoniale naturale, qualcosa di propiziatorio, qualcosa di sacro.
Sta avvenendo quello che i Sioux Dakota chiamano “Yuhla Wichasa”, cioè “L’anello magico”.

Capita spesso a chi cavalca libero per la grande prateria d’imbattersi negli “Yuhla Wichasa”.
Cerchi di terra grattata, quasi consumata dai bisonti, che per giorni interi corrono intorno alle femmine che stanno partorendo, per difenderle dai branchi di lupi e di coyotes, e dagli attacchi devastanti degli orsi grigi.

 

                                                               


Dopo aver partorito le femmine pascolano per riprendere le forze, prima di ricominciare il cammino verso Sud, dove l’inverno sarà più mite.
Il capo-mandria si pone in testa, e al centro i nuovi nati e le madri, protetti dal cerchio degli animali più giovani e forti.
In retroguardia, più discosti, quasi separati dagli altri, i bisonti più anziani e malandati.

Ma nella prateria l’inverno è nemico anche degli uomini. Si deve evitarlo, sfuggire alla morsa del gelo e a quello della fame che debilita il corpo e lo spirito.
Gli Oglala Lakota sono in cerca di selvaggina e di pascoli per i loro cavalli.
I guerrieri variopinti e adornati di penne procedono in testa, poi vengono le donne con i bambini e le masserizie trainate dai cavalli da tiro.
La colonna è chiusa dagli anziani che stanno per conto loro, armati e fieri.

 

                                           
 

Gli esploratori hanno trovato le tracce di una mandria di bisonti.
Uno di loro affonda le dita nello sterco di un bufalo e lo sente caldo, è fumante.
Lo sciamano, l’uomo di medicina, il capo spirituale della tribù, traccia nel cielo e sulla terra gesti sicuri e impartisce ordini imperiosi ai gruppi di cacciatori che stanno pitturando i cavalli con i colori della caccia.
Altri stanno affilando i coltelli e le punte delle lance e delle frecce.

Bisogna fare tutto in silenzio, i bisonti ci vedono poco, ma hanno olfatto e udito finissimi.
All’improvviso un gruppo di cacciatori scatta in avanti, tenendosi sottovento, e tutti gli altri li seguono.

                                                                                
 

Koskoosh no. Per lui è diverso: è vecchio e non può cacciare. Le sue braccia sono deboli e lente e non riescono più a spingere l’asta della lancia fino al cuore pulsante del bufalo, per farlo stramazzare al suolo.
I suoi occhi hanno visto nascere e morire troppe primavere e molte rapide estati.
No, Koskoosh non vuole più essere un peso per la sua gente.
Sa che il Grande Spirito l’ha chiamato in sogno, quella notte, e lo aspetta lungo i sentieri di caccia.
Scende da cavallo, allontana l’animale e poi si siede nell’erba.
Aspetta intonando il suo canto di battaglia e di morte.

 

                                                                                 


Un senso di combattimento e di morte che non è solo il suo.
Anche i vecchi esemplari di bisonte che stanno in retroguardia alla mandria, sanno che sta per arrivare la loro ora.
I cacciatori Oglala stanno per arrivare: sceglieranno loro i capi più vecchi, per rifornire di cibo la tribù.
E’ una lotta aspra e feroce. Il bisonte è un animale difficile da cacciare, ingenuo talvolta ma indomito, possente, violento quando deve lottare per la sua sopravvivenza. E’ un duello cui i Sioux si addestrano fin da bambini, una sfida leale, ad armi pari. Una prova di coraggio che è motivo d’orgoglio per chi riesce ad uscirne vivo.
Ma mai un massacro fine a se stesso che possa minacciare d'estinzione i bisonti sacri. Per l’indiano delle pianure il bisonte è un animale temuto e rispettato: è la sua unica reale fonte di sopravvivenza.
Niente viene buttato via, pellicce, ossa…perfino i tendini e le interiora verranno utilizzati come corde per archi e come faretre.

                                                      


Koskoosh da lontano sente levarsi i muggiti dei bisonti inseguiti dai cacciatori e avverte che anche la sua ora si sta avvicinando.
Continua a cantare e non si lamenta. Questa è la vita, ed è giusto che sia così.
E’ nato vicino alla terra e vicino alla terra ha sempre vissuto, e ne conosce bene la legge e il punto di vista.

 

                                                              


Mitakuye Oyasin: io sono fratello con ogni forma di vita e con loro intendo vivere in armonia”, pensa Koskosh.
Vivamo tutti connessi in un sacro equilibrio, e la legge della prateria, un rito atavico che si ripete da sempre, viene ancora rispettata.
Questo è il punto di vista del falco che vola sopra l'Albero Sacro della Nazione Sioux, questo è lo sguardo dall'alto che si posa sulla cima dell'Albero Sacro piantato nel Centro del cerchio magico della comunità Oglala Lakota.
La terra non ha interesse per quella cosa umana concreta chiamata persona e per il suo punto di vista umano, troppo umano.
Il suo interesse è rivolto solo alla specie, alla comunità di molti viventi, al punto di vista dell'aquila che vola in alto.
Gli individui non contano: sono solo episodi, e svaniscono come le nubi da un cielo estivo sopra la prateria.

Anche lui, Koskoosh, è solo un episodio, e sarebbe scomparso.
Le zanzare svaniscono con il primo freddo dell’inverno. Il coniglio della prateria si trascina nella sua tana per morire, quando raggiunto dagli anni si sente lento e pesante e non riesce più a distanziare i suoi predatori.
Perfino il possente e terribile Grizzly diventa prima o poi goffo, cieco e tardo, e viene alla fine abbattuto da un branco di lupi bavosi e ringhianti.

Alla terra non importa niente di Koskoosh. Alla sua vita Essa aveva assegnato un solo compito, e una sola legge aveva impartito: lasciare i propri geni e il proprio Genio sulla terra, perpetuarsi nei suoi figli e nelle sue figlie e poi svanire.

Ora i suoi figli cercavano impavidi i cuori dei bisonti con le punte delle frecce e delle lance.
Tra non molto le sue figlie, terminata la caccia, insieme alle donne della tribù avrebbero cominciato la macellazione e il trasporto della carne di bufalo prima del tramonto del sole e prima dell'arrivo dei predatori della prateria.

                                            


Tutto è compiuto.

Per chiudere la giornata i capi e gli sciamani degli Oglala avrebbero scelto l'animale abbattuto più grosso e l'avrebbero offerto al Grande Spirito in segno di riconoscimento per quel cibo e di rammarico per quella morte.
Poi, piantate le tende, dopo la scorpacciata serale di carne di bisonte, si sarebbe formato un circolo attorno al fuoco centrale del villaggio, dove si sarebbe pregato e chiesto perdono al Fratello Bisonte per avere sparso il suo sangue.
Il massacro era stato necessario per assicurare la sopravvivenza della tribù.
Tutti si sarebbero impegnati, per il futuro, a non uccidere più animali di quanti ne fossero necessari al popolo.
La carcassa, dopo la cerimonia, sarebbe restata all'aperto per molti giorni, prima di essere bruciata e le ceneri sarebbero state sperse al vento della pianura perché fossero come i semi portati dagli insetti e dagli uccelli per assicurare la rinascita di molti altri bisonti.

Quella sera Koskoosh non avrebbe danzato in carne e ossa con i suoi figli e le sue figlie, eppure sarebbe stato con loro, vicino al fuoco dell’accampamento, per sempre.                                                                                

E’ tempo di accettare la legge della terra.
 

                                            

                                                          

 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-24 08:02:27

                                                      

"Alce Nero, il vecchio capo Sioux, racconta nella sua splendida autobiografia dettata nel 1931 a tarda età, di guardare la vita 'dall'alto di un colle solitario' e cioè da una prospettiva che le impone ordine, senso e valore. Egli sa che 'qualunque luogo può essere il centro del mondo', me cerca sempre il centro, e solo questa ricerca gli permette di narrare, aldilà d'ogni isolamento individuale, la storia di tutta la vita, non solo degli uomini ma anche degli animali e di 'tutte le cose verdi'.
  
Lo sguardo dall'alto, che abbraccia le diversità del mondo nella loro unità pur senza reprimerle, permette la comprensione del molteplice.
Ogni luogo può essere il centro del mondo, la molteplice biodiversità della vita acquista significato se si riconosce, di volta in volta, in un centro che le conferisce unità."
Claudio Magris

 

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