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Massimo Bianco

U.N.P. Episodio 1 di 3: prigionieri di luoghi incomprensibili

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Manierismo creativo (pastiche, incroci di stili diversi)

pubblicato il 2018-03-22 09:05:49

A MASSIMO BIANCOS SERIAL:

U.N.P. EPISODIO 1 di 3: PRIGIONIERI DI LUOGHI INCOMPRENSIBILI.

 

 

Inizio qui una serie tra il mistero, l'avventura e il fantascientifico risalente al 2011, certo che quasi nessun utente o visitatore di P.i.a.f. l'avesse letta. Sono 3 episodi autoconclusivi, tra loro collegati. Completamente riformulati e revisionati, sono assai più lunghi degli originari ma ridotti di numero dagli otto che erano, anche perché fusi in parte tra loro. Buona lettura a chiunque abbia voglia di seguirmi fino in fondo.

 

 

U.N.P. 1. PRIMA PARTE: RISVEGLIO IN UN INCUBO.

 

Il pavimento si sollevò a formare un’onda, facendogli perdere l'equilibrio. Gocce acidule presero a piovergli addosso dal soffitto. Posò la mano sul pavimento per far perno su di esso e rialzarsi, ma vi rimase incollato, quindi iniziò ad affondarci piano dentro. Urlò, terrorizzato. Un gocciolone gli cadde sul braccio e nel punto colpito la carne prese a squagliarsi. Un altro gli finì in bocca...

 

I savonesi Ezio Torregiani e Moreno Piacenza si conoscevano fin da bambini, inseparabili compagni di scuola in inverno e di gioco in estate dalle elementari fino al liceo scientifico. Uniti perfino nelle pratiche sportive, arti marziali prima e boxe poi, svolgevano ogni attività con identica irruenza. Solo in seguito avevano intrapreso strade diverse. Ezio, dotato di un massiccio fisico da torello, era diventato un buon pugile welter dilettante con quindici incontri vinti all'attivo e si era iscritto alla facoltà di geologia. Moreno aveva rinunciato allo sport per concentrarsi negli studi di biologia, accontentandosi come unico svago di una annuale visita alla fauna della barriera corallina.

Ora che erano giunti ai trentacinque anni, l'uno, benché laureato, era impiegato alle poste, l'altro era professore di scienze e chimica alle superiori. Inoltre il primo era sposato e già padre di famiglia, il secondo soltanto fidanzato. Tuttavia continuavano ancora a frequentarsi con regolarità.

Verso l’una di notte di una calda giornata estiva, dopo aver trascorso una brillante serata a casa di Matteo e Aurelio Delfino, loro sodali fin dai tempi del liceo, si accomiatarono e se ne tornarono alle rispettive abitazioni. Risiedevano all'estremo opposto della città, ma a quell’ora non c’era traffico e in capo a una decina di minuti giunsero a destinazione.

Ezio smontò dall’auto di Moreno, entrò in casa e se andò subito a dormire, evitando di accendere le luci e cercando di fare il più adagio possibile per non disturbare la moglie. Stanco com’era, appena poggiata la testa sul cuscino si addormentò.

Il mattino successivo si svegliò con ancora impresso nella mente il più terribile incubo della sua vita: prima imprigionato insieme a Moreno a Castelvecchio di Rocca Barbena, borgo medioevale del savonese, all'interno di una casa vivente d’origine aliena, quindi letteralmente sciolto e digerito da essa fino a morirne! Sospirò. La bizzarra fantasticheria derivava direttamente dal modo in cui aveva trascorso la serata dai fratelli Delfino, ma il saperlo non la rendeva meno realistica. Mai prima d’allora aveva sognato la propria morte e se ne sentiva parecchio disturbato.

Sentì quindi il terreno freddo e duro sotto la schiena e l’aria frizzante delle ultime ore della notte e aprì gli occhi. Sopra di sé si estendeva, infinito, il cielo stellato. Rimase immobile per alcuni secondi, sconcertato. La sera precedente era tornato a casa come al solito, cosa ci faceva ora all’addiaccio? Concentrò quindi l’attenzione sulla volta celeste e con una punta d'inquietudine si rese conto di non distinguere nessuna costellazione nota.

Tutt’intorno suoni leggeri gli facevano capire di non essere solo: il respiro regolare di gente addormentata, lo scalpiccio di uomini che si muovevano o si rigiravano nel sonno, il nitrire distante di cavalli. Udiva inoltre il frusciare delle fronde mosse dal vento e il mormorio delicato dell’acqua corrente. Evidentemente un fiume lento e tranquillo scorreva non lontano, costeggiando un bosco. Alcuni metri più avanti intuì la presenza furtiva di un gruppetto di uomini in movimento. Poi verso l’orizzonte intravide un primo lieve lucore, mentre la luce delle stelle s’affievoliva. Presto sarebbe albeggiato.

Scostò la coperta che lo riparava dal clima notturno e si alzò, sentendo il corpo indolenzito: doveva essere sdraiato per terra da tempo. Tutt'intorno a sé distinse dozzine di dormienti. A circa dieci metri di distanza quattro persone si stavano a loro volta alzando. In pochi minuti il campo sarebbe tornato in piena attività. Non scorgeva però traccia di sua moglie o di suo figlio.

“Cosa diavolo sta succedendo?” Sussurrò tra sé e sé, sconcertato.

Ci pensò su qualche istante. Forse era stato sequestrato durante la notte. Senza accorgersi di nulla? Si guardò di nuovo intorno. Se era prigioniero nessuno però gli stava prestando la benché minima attenzione. E perché mai poi qualcuno avrebbe dovuto sequestrare un semplice impiegato? No, no, assurdo, decise, irritato con se stesso per averci anche solo pensato. Gli occorrevano tuttavia spiegazioni.

Si avvicinò ai quattro, ora impegnati a preparare la colazione: uno stava mettendo sul fuoco una vecchia caffettiera.

“Salve. Avanza qualcosa anche per me?” Chiese quando li ebbe raggiunti.

“Certamente. Siediti a mangiare con noi, amico.” Rispose quello che maneggiava la caffettiera.

“Tu sei nuovo, vero?” – Aggiunse un altro. – “Con la moltitudine che va affluendo, volti familiari non ne scorgiamo quasi più.”

“Ecco, sì, sono arrivato ieri sera.” Rispose Ezio a braccio, pur con qualche titubanza.

“Ah, allora sei giunto con Titone Passos.”

Con chi? Stavolta Ezio non disse nulla, non gli pareva prudente né confermare né smentire, tanto insensata reputava la situazione. Meglio lasciar loro credere ciò che volessero. E, temendo che le sue domande apparissero fuori luogo, non osò nemmeno più chiedere informazioni. Si accontentò di ascoltare la loro rilassata conversazione, sperando di ricavarne notizie utili.

Poi il tizio del caffè, chiamato dagli altri Simeone, si rivolse direttamente a lui, chiedendogli da dove provenisse. Ezio ci pensò su, incerto. Infine optò per una verità generica, affermando di giungere dalla costa.

Parve averci più o meno azzeccato. L’uomo, infatti, si dimostrò sorpreso ma non incredulo:

“Davvero? Giammai prima avevo conosciuto qualcuno proveniente da così lungi.” Commentò.

Gli rivolse quindi un gran sorriso, evidenziando un’inquietante dentatura: incisivi e canini apparivano sottili e acuminati in maniera anomala, come se fossero stati limati. Ezio distolse lo sguardo, disgustato. Dove diavolo si trovava? Perché non ricordava come ci era arrivato? Cosa ci faceva lì riunita quella strana gente? Perché parlava in maniera tanto affettata? Cosa ne era della sua normale esistenza? Queste e mille altre domande gli si affastellavano nella mente, senza risposta. Non sapeva come comportarsi, si sentiva del tutto impotente. Terminata la colazione, trovò vicino al proprio giaciglio degli abiti ripiegati e delle armi e dopo non poche incertezze indossò gli uni e le altre. Tutti i presenti stavano, infatti, agendo in maniera analoga. Con disappunto non scorse invece il proprio iPhone, oggetto da cui non si separava mai.

In breve la compagnia fu pronta a partire. Dovevano essere all’incirca centocinquanta uomini, dall’aria dura e determinata e armati di tutto punto. Insomma, un piccolo esercito.

Stava ancora cercando di raccapezzarci, quando si avvide che uno dei presenti puntava a passi rapidi nella sua direzione. Ne riconobbe la silhouette: l'alta statura, le spalle spioventi, i capelli biondo scuri scompigliati come sempre. La faccia da eterno bambino lo faceva apparire più giovane dei suoi trentacinque anni quasi compiuti. Era Moreno Piacenza. Lo accolse con gioia, lieto di incontrare finalmente una figura familiare.

L’amico si dimostrò altrettanto felice di vederlo, ma neppure lui fu in grado di schiarirgli le idee. Si era a sua volta svegliato lì, ignorando come vi fosse giunto e cosa ne fosse dei congiunti e del mondo noto.

“E non sai nemmeno dove ci troviamo, immagino?” Chiese infine Ezio, rassegnato.

“Beh, ecco, orecchiando le conversazioni mi pare di aver compreso che siamo in Brasile. Tutti i presenti sono jagunços, i famosi avventurieri fuorilegge brasiliani.” Rispose invece Moreno.

“In Brasile? E come diavolo ci saremmo finiti in Brasile?”

“Non ne ho la più pallida idea, ma effettivamente il panorama è quello caratteristico del Sertao brasiliano. Mi pare perfino di riconoscere alcuni degli uccelli in volo sopra le nostre teste. Sono urubù, tipici di quelle terre.”

“Questo spiegherebbe perché non riconoscevo le costellazioni, capovolte rispetto all'emisfero boreale, però è assurdo. E poi com’è che ‘sti banditi brasiliani parlano in italiano corrente senza nemmeno un briciolo d’accento straniero?”

“Non chiederlo a me. A quanto mi risulta i cosiddetti jagunços non dovrebbero nemmeno più esistere. Tutto ciò non ha senso, ragazzo mio, credi che non me ne renda conto?”

Circa mezz’ora dopo gli furono affidati due destrieri – per fortuna entrambi sapevano cavalcare – e dovettero mettersi in viaggio con l’intera masnada: con tutta evidenza quegli avventurieri non avrebbero accettato diserzioni. Comandati da alcuni bravacci, duri e ignoranti quanto gli altri ma che la soldataglia idolatrava, erano impegnati in una guerra privata e loro due vi erano stati intruppati. D’altra parte non scorgevano alternative. Non gli era, infatti, chiaro dove altro avrebbero potuto recarsi e, almeno sul momento, ritornare a casa in Italia sembrava poco fattibile.

A metà pomeriggio incontrarono una pattuglia di soldati e gli avventurieri diedero battaglia. Per buona sorte si trattava solo di una piccola squadra ed Ezio e Moreno poterono tenersene discosti. La pattuglia venne rapidamente sbaragliata, con metà degli uomini rimasta sul campo e l’altra metà in fuga. Tra i jagunços si contarono invece due sole perdite. Peraltro si vociferava che entrambi i caduti fossero stati uccisi da un loro stesso compagno, per un regolamento di conti: da quella gente c’era da aspettarsi di tutto.

Infuriato per la situazione, d'istinto Moreno spronò il cavallo e si allontanò. Dopo qualche momento di esitazione Ezio gli andò dietro. I due cavalcarono, senza essere seguiti da nessuno, attraverso un territorio amorfo e privo di punti di riferimento, non avendo alcuna idea sulla direzione da prediligere. Infine, dopo una mezz'ora circa, superarono una bassa collinetta e incapparono ancora nella banda, che li accolse con indifferenza, come se avessero effettuato una semplice ricognizione.

"Vi siete imbattuti in qualcosa degno di interesse?" Gli chiese Riobaldo, uno del gruppo, con un'espressione vagamente beffarda dipinta sul volto.

 

Col trascorrere dei giorni si trovarono sempre più invischiati in tale follia e cominciarono a temere di non rivedere più i loro cari. Il mondo che conoscevano, quello del solito tran tran cittadino, con il lavoro e i rapporti sentimentali quotidiani, le varie incombenze e gli altrettanti divertimenti, sembrava sprofondato in un passato sempre più remoto e ormai illusorio.

In sua vece si era materializzata questa nuova realtà che, per quanto irragionevole fosse doverlo ammettere, sembrava proprio appartenere al Brasile e per giunta nemmeno a quello odierno, ma semmai a quello dei primi del Novecento, se non addirittura della seconda metà dell’Ottocento!

A peggiorare ulteriormente il contesto, tale loro esistenza di jagunços improvvisati non gli pareva nemmeno del tutto consistente. Alcuni particolari, infatti, non quadravano.

Primo: benché in apparenza i loro compagni d’avventura sembrassero uomini normali, col passare del tempo, a parte due sole eccezioni, si rivelarono abbastanza deboli di personalità, come se il loro carattere fosse appena abbozzato; parevano insomma dei manichini, con non più d’un paio di caratteristiche salienti.

Secondo: tutte le pietanze provate, pur non essendo cattive, si dimostravano spiacevolmente insipide, tanto che faticavano a distinguere il gusto dei cibi e delle bevande imbanditi.

Per spiegare la situazione si lanciavano in mille congetture. Ad esempio che stessero semplicemente sognando, ma in tal caso avrebbero ormai dovuto essersi svegliati da un pezzo; oppure che fossero preda di allucinazioni causate da un tumore al cervello, ma chi dei due fosse un’allucinazione dell’altro non era dato saperlo; oppure ancora che fossero stati scaraventati in un universo parallelo, ma come? E perché? D'altronde avevano una sufficiente preparazione astronomica da sapere che del multiverso non sarebbe forse stato nemmeno mai possibile dimostrarne l'esistenza, figurarsi finirci dentro, fantascienza a parte. Insomma, né quelle né altre ipotesi vagliate li convincevano, compreso l'unica che gli apparisse un po' più calzante pur senza osare esprimerla ad alta voce. Nel frattempo le lunghe giornate a cavallo, il caldo, le intemperie, le tante notti all’addiaccio, gli scontri a fuoco e le risse con compagni rozzi e violenti ne mettevano a dura prova la fibra.

Un giorno Ezio fu aggredito verbalmente da tal Gian Selvatico, lui gli rispose e questi estrasse il pugnale minacciando di sbudellarlo. Ezio dubitava di potersela cavare nel combattimento coi coltelli, convinse però l’avversario a vedersela a mani nude. Forte del proprio passato da pugile, riuscì ad avere la meglio, evitando con abilità la maggior parte dei suoi assalti – compreso un tentativo di gettargli sabbia negli occhi – e nel contempo centrandolo con diverse serie di colpi al tronco e al volto, stroncandolo da demolitore qual era. Quindi, ancora in preda all’ira, cominciò a prendere a calci l’avversario atterrato e alcuni presenti, tra cui Moreno, dovettero intervenire e frapporsi.

Dopo lo scontro Ezio restò turbato: mai un tempo si sarebbe lasciato andare così! Si stava irreversibilmente incamminando lungo la china della brutalità e della violenza? Per quanto spiacevole fosse, l'ipotesi sembrava verosimile, anche perché, ed era un particolare che trovava talmente preoccupante da esitare ad ammetterlo perfino con se stesso, per certi versi la nuova vita iniziava a piacergli.

Osservava l'amico e non lo vedeva quasi mai sorridere: adorando la fidanzata Rosanna e sentendosi professionalmente realizzato, Moreno non poteva accettare il cambiamento. Lui, invece, in luogo dello studio di geologia cui ambiva si era dovuto accontentare di un frustrante lavoro impiegatizio e si era sposato non per amore ma per aver messo incinta la compagna di turno, donna con cui non andava d'accordo e che aveva tradito già più d'una volta. Invidiava e compativa a un tempo i sentimenti provati dall'antico compagno di scuola, sulla cui futura durata non aveva alcuna fiducia. L'amore, ah, che stupida illusione, non poteva fare a meno di pensare.

“Cosa starà facendo adesso mio figlio?” – si chiese quindi – “sarà preoccupato per il suo papà?” Non pensava al bambino da giorni! Benché la sua nascita fosse stata un incidente di percorso, si era sempre sforzato di comportarsi da buon padre e credeva di essergli affezionato, ora invece si rendeva conto di quanto in realtà poco gliene importasse. Non a caso si era di rado riferito a lui chiamandolo per nome: mio figlio, il bambino, mai Filippo. E ora che poteva assaporare questa libertà selvaggia, se ne sentiva irresistibilmente attratto, mentre alla vecchia esistenza, con tutti i suoi oneri, pensava sempre meno.

Perciò, malgrado le insistenze di Moreno – che da solo non osava arrischiar nulla – affinché se ne andassero di soppiatto e tentassero di nuovo la via di casa, i due rimasero insieme ai jagunços, affrontando numerose avventure, tra cui una violenta battaglia coi loro nemici, capitanati da due famigerati bravacci, Ermogene e Riccardone.

Durante lo scontro, conclusosi con una sconfitta in cui riuscirono perlomeno a minimizzare le perdite, il duo Torregiani Piacenza si trovò per la prima volta a uccidere degli uomini. Per Moreno fu una sensazione spaventosa, in cui mai avrebbe voluto incappare, Ezio invece parve accettare l'evento quantomeno con fatalismo.

“Ora è questa la nostra vita e se c'è da uccidere, si uccide.” Disse, infatti, dinanzi alle recriminazioni dell'amico.

“Cosa ti sta succedendo Ezio? Non sembri più tu” – gli chiese allora Moreno – “la tua non è solo accettazione degli eventi. Ti ho visto mentre sparavi e ti piaceva, mio dio, ti piaceva.”

Ezio lo guardò, a disagio, quindi piegò la testa volgendo gli occhi a terra e rimase qualche momento immobile. Si decise infine a rispondere, con tono sommesso:

“Non lo so, non lo so cosa mi prende. Mi piaceva, hai ragione. Mi sentivo come... inebriato. Forse quello che conoscevi prima non era il mio vero io.”

Un giorno dovettero attraversare un fiume, assai più vasto, profondo e impetuoso dei torrentelli incontrati in precedenza. Si trovavano a circa metà del guado quando furono sorpresi da truppe regolari e bersagliati da una scarica di fucileria. La banda riuscì a raggiungere la sponda opposta, subendo però parecchie perdite.

Moreno aveva ormai percorso più di tre quarti del passaggio quando, in un punto in cui l’acqua tumultuosa raggiungeva il metro d’altezza, fu a sua volta colpito da un proiettile. Cacciò un urlo soffocato e cadde sulle ginocchia.

Ezio riuscì ad afferrarlo prima che la corrente lo trascinasse via e, aiutato da Simeone, lo portò a riva in un punto riparato. Nel frattempo Moreno gemeva di continuo:

“Aah, non resisto. Rosanna… dove sei? Io ti amo… Dio… come… mi manca.”

“È una ferita brutta assai, non mi piace per niente.” Disse Simeone a bassa voce, prima di allontanarsi per prendere dei medicamenti.

“Sto tanto male Ezio. Credo…sento… che sto per morire… ”

“Non dire sciocchezze, non stai affatto per morire. Cerca di non parlare, non ti devi affaticare.” Rispose Ezio, spaventato, accarezzandogli dolcemente il viso.

“Mi pento... di non essermene... andato per... rivederla”. Aggiunse Moreno.

Poco dopo Simeone ritornò, ma non ci fu nulla da fare. Ezio lo guardò spegnersi lentamente e alla fine non gli restò altro da fare che chiudergli gli occhi. Si sentiva distrutto. Moreno era morto, morto per davvero. Per colpa sua. Aveva respinto ogni richiesta di abbandonare la compagine assieme, perché non desiderava tornare alla vita di tutti i giorni e perché si era costruito un'erronea illusione di invulnerabilità, convinto sotto sotto dell'irrealtà di quanto stava vivendo, e così facendo aveva esposto entrambi ai gravi pericoli insiti nella nuova esistenza. Ed ecco il risultato: Moreno non c'era più e lui era imprigionato da solo dentro quell'enigmatica follia, fino a quando non fosse a propria volta defunto.

 

 

 

SECONDA PARTE: LUOGHI INCOMPRENSIBILI

 

Moreno Piacenza si svegliò nel proprio letto. Gli occorse qualche secondo per raccapezzarsi, perché fino a qualche istante prima aveva vissuto nel Sertao brasiliano, dormendo sempre sotto un tetto di nuvole o di stelle, e il suo ultimo ricordo era addirittura di stare morendo. Eppure ora era proprio a letto. Tirò un gran sospiro di sollievo. Dunque era stato tutto un semplice incubo. Gli pareva incredibile, perché aveva provato la sensazione di vivere settimane di avventure, invece aveva soltanto sognato.

Come sempre rivolse il primo pensiero a Rosanna, la fidanzata, quindi meditò sulla nottata appena trascorsa. A ben pensarci aveva fatto una brutta fine addirittura due volte. Infatti, prima che di restare ucciso in uno scontro a fuoco tra jagunços e soldati brasiliani, aveva sognato di essere letteralmente digerito da una forma di vita aliena. E benché da quest'ultima visione sembrasse essere trascorsa un'eternità, se ne sentiva ancora sconvolto. A ogni modo ora rammentava bene la memorabile serata trascorsa in casa dei fratelli Delfino. Era bello sapere che tutto era tornato alla normalità.

Si decise infine a tirare via il lenzuolo e ad avviarsi a tentoni verso il bagno. Gli arrivò davanti, posò la mano sulla maniglia e s’immobilizzò, stranito. La porta non si apriva.

“Cinquanta centesimi, prego.”

Era stata la porta a parlare. Stava ancora dormendo. Se il mio sogno vuole che entri in bagno usando una moneta, così sia, decise sul momento. Sul tavolo alle sue spalle c'era proprio una moneta da cinquanta. La prese e la infilò nello spazio apposito, ma già mentre lo stava facendo capiva di non star sognando. Intanto la porta si aprì. Un istante di esitazione ed entrò.

Quella non era la sua stanza da bagno. Eppure dopo aver scaricato Ezio se ne era andato direttamente a casa, si era spogliato alla sola luce del lampione esterno e si era infilato subito a letto. Insonnolito com’era aveva forse sbagliato piano? Ma no, aveva aperto la porta con le chiavi, ne era certo. D'altronde chi mai avrebbe tenuto dentro casa un ingresso a pagamento? E allora?

E allora lo sguardo gli cadde sulla propria immagine riflessa nello specchio e rimase impalato a fissarla. Indossava un allegro pigiama a strisce stile clown. Lui non possedeva pigiami, fin dall’adolescenza dormiva con un paio di pantaloncini corti e null’altro. Da dove saltava fuori quel ridicolo abito notturno?

Uscì dal gabinetto, si guardò intorno e sbatté gli occhi, sempre più confuso. Senza ombra di dubbio quella non era la sua camera da letto, nonostante qualche somiglianza nella disposizione dei mobili. Dove si trovava, allora? E perché non ricordava come ci era arrivato? Percorse in fretta il resto dell’appartamento. Attraversò l'ingresso ed entrò nell'altra camera da letto e in un salotto immerso nella confusione, ignoti entrambi, quindi si recò nella stanza da pranzo. La sua stanza da pranzo! O per lo meno lo sembrava. L'appartamento pareva però vuoto, mentre lui ci viveva con i genitori. Non ci capiva nulla e la perplessità si tramutava lentamente in paura. Entrò infine in cucina. Sembrava anch'essa la sua, però qualche particolare non quadrava.

Volle di nuovo credere di non essersi ancora svegliato e di star vivendo un altro sogno: una notte del cavolo, in cui passava da un incubo all’altro senza soluzione di continuità. Non poteva essere altrimenti. Pensò allora di tornare a letto. Sognando di riaddormentarsi forse l’incubo si sarebbe interrotto e il risveglio successivo sarebbe stato quello autentico. Voleva che fosse così. Lo voleva con tutte le sue forze. Doveva essere così!

Tuttavia, dopo aver trascorso la mezz’ora successiva a girarsi e rigirarsi inutilmente, capì d’aver deciso una stupidaggine, si alzò bruscamente e si diede un pizzicotto, provando dolore. Dunque era proprio sveglio. Una pessima scoperta, perché l’unica alternativa verosimile gli pareva quella di essere impazzito. A confermare il timore un'altra anomalia: fino a pochi minuti prima aveva avuto l'impalpabile sensazione d'intravvedere ancora, in trasparenza, immagini del Sertao.

Un caffè. Aveva bisogno di farsi un buon caffè. Aprì lo sportello dove teneva la confezione di Lavazza, ma la disposizione interna degli armadietti era diversa da quella abituale. Rovistando ovunque, alla fine trovò ciò che cercava o per meglio dire qualcosa di analogo. Studiò la confezione. Era un pacchetto di Caffè del Kenia! Scovò quindi la caffettiera, o per lo meno l’oggetto che tra tutti quelli presenti ricordava maggiormente una caffettiera, e cercò invano di aprirla. La studiò allora con maggior attenzione e notò la presenza di una fessura laterale. Sembrava… non voleva neppure pensarlo, perché non aveva senso, tuttavia… la fessura sembrava proprio della misura adatta per infilarci una monetina. Iniziava a preoccuparsi seriamente. Infine si guardò intorno e scovò una moneta da dieci centesimi. L’infilò titubante nell’apertura e in effetti la caffettiera si aprì e poté introdurvi il caffè. Andò quindi alla ricerca di abiti e indossò i primi che gli capitarono sottomano.

In quel momento suonarono alla porta.

“Chi è?” Chiese Moreno con circospezione.

“So che è presto, Joe, ma sono appena arrivato in città. Sono G. G. Ashwood. Ho portato con me una speranza per la ditta. Voglio la tua conferma prima di lasciare tutto nelle mani di Runciter.” Rispose dall’altra parte un’entusiasta voce maschile.

“Chi ha detto che è, scusi?”

“Sono Ashwood, Chip, datti una svegliata e aprimi, ti ho portato una ragazza da esaminare.”

Moreno non comprendeva il senso del discorso, ma il visitatore, chiunque fosse, forse gli avrebbe potuto spiegare cosa stava succedendo. Girò la maniglia e fece leva sul catenaccio. La porta rifiutò di aprirsi.

“Cinque centesimi, prego.” Esclamò una voce proveniente dall’uscio, facendogli fare un balzo all'indietro.

Moreno osservò l’ingresso con attenzione. Sì, effettivamente c’era una fessura pure lì. Cercò ovunque, ma non trovò altre monete, solo cartoncini plastificati dalle forme più varie, a triangolo, a cuore… intanto il visitatore continuava a suonare, mettendolo in agitazione.

“Mi scusi signor… Asciud, ma sono… ecco… rimasto senza spiccioli, può fare qualcosa?”

Una moneta rotolò negli ingranaggi della porta e questa finalmente si spalancò, permettendo al nuovo venuto di entrare. Si trattava di un perfetto sconosciuto, paffuto, con l’espressione del viso assai vivace e gli occhi luminosi e mobilissimi, vestito con un poncho e un cappello di feltro. Era accompagnato da una bella adolescente in camicia, stivali e jeans, alla cui cintura erano attaccati oggetti vari, tra cui un coltello e un telefono cellulare. L’estraneo si comportava come se si conoscessero e insisteva a chiamarlo con lo strambo nomignolo usato in precedenza.

Il padrone di casa se ne domandò il perché senza trovare risposta. Un diminutivo, forse? Moreno Piacenza e Chip, no, non vedeva legami. Poi smise di pensarci perché l’uomo disse qualcosa di insensato:

“Questa è Pat, il cognome non importa. Pat, ti presento il più abile, esperto e capace misuratore elettrico della compagnia. Prendi l’attrezzatura per rilevare le sue capacità antipsi, vedrai che ne resterai sorpreso, è un numero vincente, Chip, tesoruccio, un simposio ambulante di miracoli...”

Il tizio sparì nell’appartamento trascinandosi la ragazza e continuando a parlare. Moreno stava per richiudere la porta quando lo sguardo gli cadde sulla strada. Restò a bocca aperta. Quella che stava vedendo non era Savona, poco ma sicuro. A giudicare dallo stile non doveva essere neppure una località italiana. Davanti a lui si susseguivano file e file di villini monofamiliari e in lontananza, in luogo delle boscose colline liguri a lui familiari, appariva una pianura costellata da svettanti grattacieli.

A quanto pareva l’assurdo era entrato all’improvviso nella sua vita e intendeva restarci. Prima il Sertao, ora quest'altra incomprensibile situazione. Cosa stava succedendo, insomma? E cosa ne era stato del padre e della madre, che avrebbero dovuto essere in casa e della cui presenza o anche soltanto del cui passaggio non scorgeva neppure tracce, degli amici e del lavoro? D'accordo, in estate le scuole erano chiuse, tuttavia...

Ma a preoccuparlo era soprattutto Rosanna. Erano molto innamorati e il maggio successivo si sarebbero dovuti sposare. Cosa ne era stato di lei? Con gli occhi della mente ne rivide il sorriso e lo sguardo gentile. Ne rammentò la dolcezza e la sollecitudine. Quando per qualsiasi motivo si sentiva giù di morale lei trovava sempre le parole giuste per consolarlo.

Si erano conosciuti poco meno di sette anni prima. Lui aveva ottenuto il suo primo incarico annuale, lei in quella stessa scuola era alla prima supplenza. Non avevano impiegato molto a innamorarsi l'uno dell'altra e convincersi di essere destinati a condividere l'intera esistenza. E ora si trovava per l'ennesima volta a chiedersi se l'avrebbe mai più rivista. Dio come avrebbe voluto stringerla tra le braccia. Invece eccolo lì, solo, di fronte a una situazione inverosimile che si sentiva del tutto incapace di affrontare. Gli veniva da piangere. Non sopportava l'idea di perderla. Doveva assolutamente venire a capo dell'enigma.

Guardava ancora con stupore lo spettacolo, quando un'enorme auto americana sopraggiunse dal fondo della strada e posteggiò davanti a casa. La portiera si aprì e apparve Ezio Torregiani. L'amico aveva partecipato ai precedenti sogni o quel che erano. Doveva esistere un nesso, comprese. A ogni modo gli andò incontro sorridendo, felice di vedere una presenza rassicurante.

“Non chiedermi nulla. Pare che io sia a capo di una ditta, ma non ho capito neppure quale dovrebbe essere il mio lavoro e intanto qui continuano a parlare tutti in italiano, anche se siamo ancora all'estero. Sono contento di ritrovarti. Eri morto, almeno ai miei occhi, e in verità credevo di star morendo anch'io, alcuni giorni dopo.” Disse subito Ezio, anticipando qualsiasi domanda avesse avuto in mente di porgli.

In quel momento Ashwood apparve sulla soglia e tornò alla carica.

“Ti decidi a esaminare la ragazza? Ehi, buongiorno capo, cosa ci fa qui? La credevo in Svizzera.”

L’ultima frase era rivolta a Ezio, il quale non seppe articolare una risposta.

“Non sono un medico, cazzo, non la posso esaminare.” Sbottò invece Moreno.

“Cosa ti prende, devi valutare la sua potenzialità psichica, mica visitarla.”

Moreno guardò imbambolato Ashwood, senza sapere come comportarsi.

All’improvviso ebbe un capogiro e la tenebra calò sulla scena.

Quando tornò cosciente non si trovava più nell’appartamento ma in uno stanzone anonimo, in cui vi era una tv accesa. Insieme a lui c'era un ignoto uomo di colore. Questi si lamentò, dicendo di sentirsi molto stanco e di voler andare in bagno, quindi si appoggiò alla parete. In effetti aveva un aria disfatta. D’istinto Moreno si offrì di accompagnarlo. Giunti davanti ai servizi il nero vi entrò, ma solo per uscirne qualche momento dopo. Voleva mostrargli delle scritte sul muro. Moreno le guardò a sua volta. Non ci trovò però nulla di particolare, le solite sciocchezze da gabinetto pubblico.

Il nero intanto si era accucciato a terra. Il suo organismo sembrava disgregarsi. Moreno non riuscì a reggerne la vista e tornò, raccapricciato, nella stanza precedente. In quel frattempo sullo schermo televisivo apparve il volto di Ezio Torregiani. Questi iniziò a parlare:

“Stanchi dei soliti sapori insignificanti? Il cavolo bollito ha invaso il mondo della vostra alimentazione?…”

“Ehi, e questo cosa significa?” Moreno Piacenza guardava e ascoltava ipnotizzato. Pareva non esserci più limite alla follia.

Poi Ezio fece un sorriso stanco e stavolta parve rivolgersi direttamente all’amico. Aveva il volto ingrigito. Sembrava malato, sofferente.

“Non so nemmeno più cosa sto dicendo, perché parlo di cavoli bolliti? Mi sento spossato. Ci sta succedendo qualcosa di brutto. Ho qui davanti agli occhi il testo del discorso che stavo leggendo, me l’ha chiesto… lo speaker … ma non hasenso. Qualcuno vuole che tu… usi uno spray e… scusa, sono… stanco, tanto stanco, mi sento… debole, non ce… la faccio…

La sua voce si perse in un flebile mormorio fino a divenire incomprensibile, infine s’interruppe. Piacenza spense la tv, quindi prese a passeggiare avanti e indietro per la stanza, sempre più frastornato. E intanto cominciava a sentirsi a propria volta affaticato. Alle sue spalle c’era una sedia. Ci si lasciò letteralmente cadere sopra.

Poi qualcuno bussò alla porta. Moreno stentò a riscuotersi, infine andò ad aprire. Un fattorino gli recapitò una bottiglietta spray. Chiese spiegazioni, ma il ragazzo sapeva solo che la ditta gli aveva ordinato di effettuare la consegna. Lesse le istruzioni. Consigliavano di spruzzarsi il contenuto addosso, in caso di spossatezza, per tornare in forma.

In effetti cominciava a sentirsi addirittura stremato, ma ne era quasi contento. Qualunque prodotto contenesse la boccettina e qualunque cosa significasse non lo avrebbe usato. Voleva solo chiudere gli occhi e dormire e poi, chissà, forse quel terribile incubo da cui non riusciva a emergere sarebbe finalmente terminato e tutto sarebbe tornato alla normalità. Si sarebbe risvegliato nel suo vero letto, avrebbe fatto colazione, sarebbe uscito a incontrare Rosanna per effettuare la programmata gita alle Cinque Terre…

Ah, Rosanna. Quanto la desiderava. Si accasciò infine su un divano e abbassò le palpebre. Il suo non era un normale affaticamento, lo sentiva, era una debilitazione malata. Non aveva capito nulla di ciò che gli era successo dal momento in cui si era svegliato – ammesso che fosse davvero sveglio – in una stanza sconosciuta, forse perché gli eventi si erano succeduti in maniera troppo frenetica per permettergli di ragionarci sopra a sufficienza. Da come si sentiva aveva l’impressione di non doversi mai più riprendere: si sentiva morire. Infine perse i sensi … … …

 

… e l'istante successivo si risvegliò, dimentico della propria spossatezza. Era finita, finalmente?

Aprì gli occhi e scoprì d'esser chiuso in una specie di bara trasparente. Provò, invano, ad aprirla. Terrorizzato, prese a colpirne la superficie superiore, sempre senza alcun risultato, quando all'improvviso udì uno scatto e quest'ultima si sollevò da sé. Moreno s'affrettò a uscirne e si guardò intorno. Si trovava in una specie di enorme corridoio, ai cui lati si estendevano, in ambo le direzioni, involucri uguali al suo, disposti in una lunga doppia fila, alcune già aperti e vuoti, altri da cui emergevano esseri umani.

Nei pressi scorse una finestra rotonda. Pareva un oblò. Vi si avvicinò per guardar fuori e un incredibile spettacolo si aprì ai suoi occhi.

Credeva d'aver ormai esaurito ogni capacità di sorprendersi, ma evidentemente si sbagliava, perché adesso era addirittura sbigottito. Non si trovava più sulla Terra ma nello spazio e sotto di sé vedeva un panorama del tutto inedito. Dapprima, a campeggiare in ogni direzione fu un immenso oceano. Poi, ai bordi della distesa acquea cominciò a delinearsi la costa frastagliata di una vasta massa continentale, grigia e brulla, costellata da crateri d’impatto. Quel pianeta, in parte avvolto da dense nubi arancioni, non poteva essere il suo mondo natale.

Dunque non era finita, qualunque fenomeno si stesse verificando era ancora in pieno svolgimento.

 

FINE EPISODIO 1. Massimo Bianco

 

N.B.: Se avete apprezzato il primo episodio di questo racconto, potete comodamente andare a cercare i seguiti, U.N.P. 2 e 3, subito qua sotto, dove, in bianco su fondo blu scuro, sono elencati tutti i miei scritti presenti su Piaf. Vi basterà cliccare sul titolo corripondente (sono, infatti, link) per ritrovarvi dentro alla puntata successiva. Buona lettura.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2018-03-22 09:57:17
un bel mistero, sono solo sogni o cosa? Lo scopriremo nei capitoli a seguire? Aspetto per capire, Se nella prima parte era tutto, diciamo, più logico nel suo illogico precipitare nel Brasile di fine ottocento. La seconda parte è quella che mi ha incuriosito di più, non riuscendo a capire dove cavolo fosse finito Moreno, dentro quella strana, inquietante casa dove per accedervi, andare in bagno o farti un caffè dovevi infilare la monetina. Mah, vedremo se i prossimi capitoli sveleranno tutti i misteri, o se alcuni resteranno irrisolti. Questi due intanto mi sono piaciuti, ti spingono ad andare avanti per capire l'arcano e arrivi in fondo senza accorgertene. Ciao Massimo

Massimo Bianco il 2018-03-22 13:49:16
La mia speranza è proprio questa, Giancarlo, che ciascun episodio induca i lettori a proseguire la lettura per capire e sapere come va a finire, essendo una storia tutt'altro che breve era necessario velocizzarla e creare suspence per non stufare il lettore, a voi dirmi se ci sto riuscendo. Come vedo tu hai intuito, ciascuna delle due parti del racconto era in orgine un espisodio diverso e per giunta il finale apparteneva già a una terza: ho tagliato, fuso, aggiunto e il risultato eccolo qui. La prossima puntata salvo imprevisti la inserirò MARTEDì. Grazie per la visita e per l'apprezzamento.

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Eli Arrow il 2018-03-22 15:16:48

Direi che la curiosità l'hai ben stimolata, rimango con la voglia di continuare a leggere e capire cosa c'è sotto.

Una piccola osservazione, riguardo questa prima parte, è che il primo 'incubo' è molto più lungo dei successivi e, a mio parere, sbilancia un po' il racconto. Però non ho idea del resto e può essere che lo squilibrio che percepisco venga riequilibrato in seguito.

Apprezzata la nota umoristica dei cavoli bolliti :)

Ho notato qualche piccolo refuso (in cinta/ottocento e novecento vogliono la maiuscola) e un altro paio che non sto ritrovando.

ciao

Massimo Bianco il 2018-03-22 18:59:59
No, nessun riequlibrio: nella mia visione della storia lo svolgersi degli eventi dovrebbe farsi via via sempre più frentetico, disvelamento a parte. Grazie per la visita, spero che alla fine non resteria delusa.
In cinta! Ah, ah, sono proprio un fesso, e mai me ne sarei accorto se non me lo avessi segnalato tu, basta che riscrivo qualche frase e subito ci infilo qualche svista. E' più grave però l'errore delle maiscole, quelle sono regole grammaticali che non si dovrebbero sbagliare, chissà quante me ne avrebbe dette il maestro elementare dell'ultimo racconto di Vecchio Mara. correggo subito, lentezza di internet permettendo. Ciao.

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Gerardo Spirito il 2018-03-22 20:19:07

E\' una doppietta estremamente misteriosa, nel senso per tutto il tempo mi sono chiesto \"che diavolo sta succedendo?\" domanda ricorrente che anche Moreno e Ezio si sono fatti, anche se alla fine - pare - accettando (chi più e chi tragicamente meno, nella prima parte) quell\'enigma. MI ha ricordato vagamente il ciclo del fiume di Farmer, anche se le differenze ci sono. Per quanto riguarda la seconda parte, i misteri e le stranezze qui si susseguono in maniera più frenetica, la stanza, i grattacieli, il nero e poi la bara sospesa chissà dove su chissà quale mondo. Sono curioso di capire dove vuoi andare a parare. Comunque ho apprezzato di più la frenesia (nel senso del ritmo del racconto) della seconda parte, soprattutto sul finale. 

Massimo Bianco il 2018-03-22 20:54:08
Ciao Gerardo. Conosco il ciclo del Fiume di Farmer, opera che a suo tempo mi affascinò (soprattutto il primo romanzo e in parte il secondo e il quinto, mentre gli altri due secondo me sono inutili e avrebbero potuto tranquillamente essere ridotti a una cinquantina di pagine di prologo al quinto e ultimo della serie: purtroppo quella dei cicli per Farmer era una fissazione), che è però cosa diversa da questa e a cui non mi sono ispirato neanche inconsiamente, almeno credo. Sono doppiamente lieto di aver suscitato il tuo interesse perchè, al di là del piacere di ricevere commenti e pareri in generale, stavolta tenevo particolarmente alla tua presenza e perciò ti raccomando caldamente di non perderti la seconda puntata che proporrò martedì: in essa si parlerà di te. E' lì che ci sarà, un po' in ritardo, il famoso omaggio a te che ti avevo preannunciato mesi fa senza darti spiegazioni: lo avevo im nente già allora ma solo adesso è diventato realtà. Tra parentesi, nella prossima puntata il mistero di cosa stia accadendo cominciarà a chiarirsi mentre il chiarimento completo arriverà nella terza e ultima puntata. Ciao e grazie per la visita e per l'apprezzamento.

Gerardo Spirito il 2018-03-24 18:56:18
Ci sarò senz'altro, sono davvero onorato e incuriosito di questo omaggio Max! E poi come ti avevo scritto, mi va di conoscere come si evolverà la storia

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Antonino R. Giuffrè il 2018-03-24 14:12:02

Ricordo vagamente questa serie, che, se non erro, si potrebbe definire “metaletteraria”. Ricordo anche che a episodi molto interessanti e suggestivi si succedevano episodi fiacchi e incolori, tanto che condividevo quasi sempre il giudizio del buon Scribak. Ora, però, confrontando i due incipit (per chi volesse, gli 8 episodi sono interamente consultabili, anche in e-book, sul sito truciolisavonesi.it, nel profilo personale di Massimo Bianco, il quale però non vi entra più da svariati mesi), mi pare che tu abbia potato un po’ troppo. Comunque, chiaramente, per un parere completo, bisogna aspettare le altre due parti. Ciao. Ps. Mi pare di aver letto qualche “infine” e forse anche qualche “addirittura” di troppo (parola, questa, che va usata con grande parsimonia), e “un aria disfatta”. Inoltre, secondo me, il tag è fuorviante, in quanto non mi sembra proprio che si tratti di un "pastiche". Ariciao.

Massimo Bianco il 2018-03-25 00:45:52
Questo tuo intervento mi costringe a una necessaria richiesta. RACCOMANDO TUTTI I LETTORI A NON ANDARE A LEGGERE GLI SVILUPPI SU TRUCIOLISAVONESI per eventuali confronti fino a quando non avranno terminato la lettura di tutte e 3 le puntate. Allora sì che potranno visitare quel sito. Questo sia per non guastarsi l'effetto della lettura qui sia perché i cambiamenti apportati rispetto alla versione originale sono parecchi, non mi solo limitato ad effettuare tagli (in particolare eliminando quasi per intero quelli che erano gli episodi 3 e 6 degli 8 originari, quelli, credo, appunto più fiacchi e incolori dell'ottetto), ma ho apportato numerose modifiche (è ovvio, ad esempio, che allora, nel 2011, omaggi a G. Spirito non potevano essercene) e perfino delle significative aggiunte, che a mio parere servono per migliorare il pathos dello scritto, seguendo anche i pareri espressi allora dal da te citato Scribak (che ringrazierò infatti in calce all'ultimo episodio insienme ad altri due utenti dell'epoca). Ma ne riparleremo meglio dopo l'ultima puntata se sarai così generoso da seguirmi fino in fondo, perchè credo che effettivamente solo dopo la definitiva parola FINE di potranno dare reali giudizi. Ciò detto ti ringrazio per la visita, Antonino, e terminato tutto vedrò di coreggere anche gli eventuali errori e refusi. Quanto al tag: hai ragione, e in effetti i prossimi saranno taggati fantascienza, ma qui non volevo sbilanciarmi su quel genere e non sapevo francamente che altro tag usare. Ciao

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