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Il killer degli scrittori

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-03-19 10:31:49


Il killer degli scrittori

 

L’automobile percorreva a velocità sostenuta, con il lampeggiante acceso, la circonvallazione. «Eccolo lì il cascinale, commissario», annunciò l’agente alla guida dell’auto di servizio.

«Difficile che passì inosservato», commentò il commissario Ottavio Ramboni.

In effetti il color lavanda usato per dipingere l’esterno dell’edificio ristrutturato, lo faceva spiccare in mezzo al giallo dei campi di grano maturo.

«Chi c’è là, insieme agli uomini della scientifica?» domandò il commissario mentre la macchina avanzava sobbalzando su una strada sterrata, immersa tra le spighe dorate smosse dal vento caldo di un assolato giorno di fine giugno.

«Quello nuovo, l’ispettore Barnaba», rispose l’agente, mentre la macchina faceva il suo ingresso nella corte.

Il commissario emise una specie di grugnito levando gli occhi al cielo. E l’autista trattenne a stento un moto di riso.

 

L’agente di guardia all’ingresso li salutò; poi, dopo che il commissario ebbe ordinato all’autista di restare sulla porta e di non far entrare nessuno, lo accompagnò all’interno.

Il commissario si fermò davanti alla porta del soggiorno, indicò con il capo la donna che, seduta davanti all’ispettore Tullio Barnaba, si teneva il viso fra le mani.

«E’ la moglie della vittima», lo informò bisbigliando l’agente.

Il commissario annuì. «Il corpo?» mormorò.

«Per di qua… nello studio», rispose l’agente indicandolo con il braccio teso.

Il commissario lo seguì. Per non inquinare la scena del crimine si limitarono a osservare dalla porta dello studio gli agenti della scientifica intenti a rilevare tracce attorno e sul corpo della vittima.

«Che fine orribile», commentò il commissario. Nonostante i molti, troppi anni di servizio, la scena del crimine gli procurava ancora quel senso di disgusto misto a pietas che, come sempre, tono e sguardo si premurarono di evidenziare.

La scena era comunque terrificante. Giorgio Berti, la vittima, con indosso soltanto un bermuda color cachi, giaceva seduto sulla poltroncina girevole trascinata contro la finestra aperta; le gambe, tese allo spasimo, sporgevano da sotto la scrivania mostrando a chi entrava le piante dei piedi; le ciabatte, sparate lontano dal movimento inconsulto che fece distendere violentemente le gambe, erano due macchie blu sul pavimento in cotto ; le braccia penzolavano ai lati dei braccioli; la testa era rovesciata all’indietro contro il davanzale; gli occhi strabuzzati, enormi, parevano sul punto di scoppiare o di saltar fuori dalle orbite; la bocca spalancata a cercare aria; le labbra blu, come la lingua esageratamente di fuori appoggiata alla guancia sinistra. Chiudeva l’agghiacciante quadro, l’arma del delitto ancora in sede: un sottile cavo d’acciaio così tenacemente stretto attorno alla gola, da poterlo solamente intuire al di sotto della riga marron in rilievo prodotta dal sangue rappreso.

«A che ora risale la morte?» domandò al capitano della scientifica.

«La moglie dice di essere rientrata alle dodici e trenta dal lavoro e di averlo trovato così», rispose il capitano. Indicò la gola della vittima. «Dal sangue coagulato attorno al cavetto… direi dalle due alle tre ore prima. Sarò più preciso dopo che l’avrà visto il medico legale… dovrebbe essere qui a minuti.»

Il commissario annuì volgendo lo sguardo: aveva già visto abbastanza. «Andiamo da quella povera donna», sospirò.

Ma quando raggiunse il salotto, lei era stesa sul divano. L’ispettore lo informò che il medico l’aveva sedata, e che comunque aveva già raccolto la sua deposizione.

«Non può restare qui. La casa e le pertinenze fanno parte della scena del crimine, va messo tutto sotto sequestro!» lo informò in tono di reprimenda il commissario.

Il giovane ispettore Barnaba era stato assegnato da appena un mese alla squadra del commissario Ramboni. E lui, il vecchio investigatore, lo riteneva un pivellino capace soltanto di fare casini. Ma la vera ragione, quella che lui si rifiutava caparbiamente di ammettere nonostante lo sapessero tutti, stava nel fatto che il pivello aveva sostituito il suo grande amico, nonché collaboratore storico, ispettore Grilli, rimasto ucciso mentre trattava la resa di un pazzo che si era barricato dentro casa con moglie e figlia.

«L’ho messa al corrente, commissario. Stiamo aspettando che il fratello la venga a prendere», lo informò l’ispettore.

«Molto bene!» grugnì il commissario. «Ha saputo qualcosa d’interessante da lei?»

«Di molto interessante! Almeno credo…» iniziò a rispondere, evidenziando un certo entusiasmo.

Ci pensò il commissario a spegnerlo subitamente. «Non deve credere! Deve esserne certo!» lo interruppe in tono aspro.

Il giovane ispettore rimase un attimo interdetto, un live rossore gli colorò le guance lisce e chiare. «Sì… ne sono… certo… signor commissario», biascicò.

«Cristo!» proruppe il commissario facendolo sobbalzare. «Gliel’ho già detto una volta! Signore lo usi con qualcun altro… Commissario! Mi deve chiamare! Commissario senza signore, ha capito?»

«Sì… commissario», rispose, sospirando esasperato. “Che carattere di merda!”, ebbe a pensare nel mentre.

«Io vado. Prepari il rapporto… lo voglio sulla mia scrivania prima di sera!» ordinò il commissario girando sui tacchi.

L’agente che lo aveva accompagnato all’interno, seguì con lo sguardo il commissario che si allontanava. Poi si volse. Allargando le braccia inarcò le sopracciglia. «Che ci vuoi fare… E’ un vecchio brontolone, ma non è cattivo. Sopportalo ancora qualche mese. A fine anno andrà in pensione», rassicurò l’ispettore battendogli una mano sulla spalla.

«Guarda che non sta scritto da nessuno parte che quello che lo sostituirà sarà dolce come il miele», ribatté questi in tono ironico.

All’agente sfuggi un moto di riso. «No, non sta scritto… Ma io che lo conosco da quindici anni, ti posso assicurare che non è sempre stato così… sono stati gli anni di servizio, i delitti rimasti senza un colpevole… Ha visto troppi morti… troppi per restare indifferente. C’è da sperare che chi lo sostituirà, non abbia ancora raggiunto il punto di non ritorno.»

«Punto di non ritorno?» fece l’ispettore, alzando un sopracciglio.

L’agente annuì. «Quello in cui i troppi omicidi rimasti senza un colpevole, ti si stendono accanto ogni notte», rispose in tono grave, prima di andarsene.

 

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«Sembra di entrare in un forno crematorio. Quando l’aggiusteranno ‘sta cazzo di aria condizionata… a Natale?» si domandò in tono sarcastico il commissario Ramboni entrando nel suo ufficio, dirigendosi con passo deciso alla finestra dietro la scrivania.

La spalancò. “Mi mancherà tutto questo… lo so. Ma vedrò di non farmelo pesare… o di farmelo pesare poco”, pensò osservando la vita frenetica della città scorrere sotto di lui.

Si accomodò sulla poltrona girevole e, grattandosi la barba incolta, si scoprì a pensare al gatto… sì, al gatto che, ne era sicuro, dopo essere uscito di casa il mattino presto insieme a lui, e nonostante gli avesse lasciato un pertugio tra la tapparella e la soglia della portafinestra della camera, avrebbe atteso il suo ritorno raggomitolato sullo zerbino davanti all’ingresso.

Il commissario Ramboni viveva solo. Era stato anche sposato per un certo periodo. “Il nostro lavoro non si confà con il matrimonio”, gli sovvenne rammentandosi della lettera trovata sul tavolo della cucina. Lettera con la quale Caterina, un’era geologica fa, annunciava le sue irrevocabili dimissioni da moglie insoddisfatta.

L’incomunicabilità, che aveva iniziato a palesarsi già al rientro dalla luna di miele, aveva bruciato il loro rapporto nel breve volgere di una primavera segnata da un efferato delitto che aveva assorbito ogni stilla d’energia, ogni pensiero del commissario, spingendolo a trascurare la giovane consorte, desiderosa di vivere quell’aura d’intimità totalizzante che avvolge ogni giovane coppia.

 

Guardò l’orologio. “Le sette”, pensò. Si alzò, chiuse la finestra e si preparò a lasciare l’ufficio.

Si rammentò di aver detto all’ispettore Barnaba che voleva il rapporto sulla sua scrivania prima di sera; allora prese il cellulare e lo chiamò: «Che fine ha fatto, ispettore? S’è portato il mio rapporto a casa? Lo deve far correggere a letto dalla sua mogliettina?» domandò in tono aspro, con quel suo vocione baritonale che incuteva, forse anche rispetto, sicuramente timore nei suoi sottoposti.

L’ispettore gli rammentò che non era nemmeno fidanzato. Il commissario grugnì un: «L’avevo scordato!» E l’ispettore proseguì informandolo che si trovava di sotto e stava verificando un’ipotesi d’indagine.

«Faccia pure con comodo, il rapporto me lo consegnerà domani mattina. Buon lavoro, ispettore!» tagliò corto il commissario, chiudendo la comunicazione senza lasciargli il tempo di spiegare cosa avesse scoperto.

«Se… buonanotte!» fece l’ispettore guardando il display

 

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Alle nove del mattino seguente, l’ispettore Barnaba, ritto come un bravo soldatino, posava il rapporto sulla scrivania del commissario Ramboni che, seduto dall’altra parte, lo guardava dal basso in alto.

Il commissario prese i fogli, li soppesò. «Uhm… cos’è un romanzo giallo?» grugnì gettandoli di lato.

L’ispettore osservò dall’alto in basso i capelli grigi, rasati, e gli sovvenne l’immagine dell’odioso sergente dei marines che riesce ad esasperare la recluta sino al punto di farsi ammazzare. “Come si chiamava quel film?” si domandò, immaginando l’ispettore inchiodato sulla poltrona con un buco in mezzo al petto. “Non importa… in fondo si tratta di sopportarti per altri sei mesi. Saprò resistere alla tentazione, sergente scazzacazzi”, pensò, piegando le labbra in un sorrisetto involontario.

«Mi faccia capire, ispettore!» saltò su il commissario. «Trova divertenti i morti ammazzati, o cosa?»

L’ispettore si fece serio. «No, mi scusi, stavo divagando», provò a giustificarsi in tono contrito.

«Stavo divagando», ripeté il commissario scuotendo il capo. Indicò la sedia davanti a lui. «Beh! Smetta di divagare… sieda lì e mi faccia un riassunto di quel popò di rapporto.»

L’ispettore si sedette e inizio dicendo che l’assassino, probabilmente aveva lasciato l’automobile su una strada in terra battuta dietro il cascinale. «… Quello che abbiamo potuto accertare, è che l’assassino, avendo lasciato una lunga striscia di grano calpestato, ha raggiunto il cascinale attraversando il campo. Poi, camminando in silenzio rasente il muro, si è avvicinato alla finestra dello studio. La vittima era seduta alla scrivania con le spalle accostate alla finestra aperta. A quel punto è stato un gioco da ragazzi per l’assassino allungare le braccia tenendo il filo d’acciaio tra le mani, farlo passare sopra la testa della vittima e stringerlo poi intorno alla gola.»

Il commissario rifletté. «Quelli della scientifica hanno trovato impronte?»

«No, nessuna impronta.»

«Lo supponevo. L’assassino indossava i guanti, e dopo aver portato a termine l’omicidio se n’è andato da dove era venuto, senza nemmeno entrare… Ma se non ha preso niente, quale può essere il movente?» tirò le somme il commissario grattandosi la barba incolta. Puntò lo sguardo sull’ispettore. «Se non sbaglio lei un’idea se la sarebbe fatta, sbaglio?»

«Sì», confermò l’ispettore. «E’ stata la moglie a indirizzarmi; dicendomi che suo marito aveva descritto il delitto per filo e per segno in un racconto che aveva scritto tre mesi prima. E questo mi portò a chiederle se sospettasse di qualcuno. Lei rispose di no, aggiungendo, testuale: “Certo che se n’era fatti di nemici in quel sito”. Insistetti, domandandole cosa volesse dire. Al che, si scusò dicendo che era solo una riflessione dettata dallo sconforto e dal fatto che suo marito non era mai stato tenero nel criticare i lavori degli scrittori del sito.»

«Il Berti, era uno scrittore?»

«Un maestro, insegnava alle elementari. Ma nel tempo libero scriveva racconti, che poi pubblicava su un sito di scrittura.»

«Uhm… interessante, vada avanti», lo esortò il commissario, mettendosi all’ascolto stringendo il mento tra il pollice e l’indice della mano destra.

«Io un po’ me ne intendo delle interazioni tra autori dentro quei siti.»

«Si diletta di scrittura pure lei, suppongo.»

«Poesia, per essere precisi. Pubblico anch’io, ma non sullo stesso sito della vittima», precisò con una punta d’orgoglio. Scatenando l’ilarità del commissario.

L’ispettore lo osservava sconcertato. «Mi scusi, ispettore», disse alla fine il commissario, ritrovando una parvenza di serietà. «Ma un poeta nella omicidi, proprio non ce lo vedo… Uno scrittore, magari di racconti gialli, l’avrei potuto capire… ma un ispettore a cui un cadavere con le budella di fuori ispira amorosi versi, proprio non riesco a immaginarlo», e giù un’altra fragorosa risata.

L’ispettore attese in silenzio, serrando e allentando la mascella. Il commissario comprese che lo stava irritando e si ricompose. «Lasciamo stare i siti di presunti scrittori e poeti, e torniamo alle cose serie», tagliò corto.

«Ma la chiave per risolvere il caso, potrebbe trovarsi dentro quel sito», obiettò l’ispettore.

«A sì?» fece il commissario. «Allora provi a convincermi. Forza, sono tutt’orecchi!»

L’ispettore non se lo fece ripetere, e partì in quarta. «Ho passato l’intera notte a navigare tra le opere pubblicate da Berti su quel sito. E’ ho scoperto due o tre cosette davvero interessanti.»

Piantò il pugno sulla scrivania, alzò il pollice e proseguì. «Primo: Berti è uno degli autori più apprezzati, uno di quelli che riceve più commenti e che più commenta.»

Alzò anche l’indice. «Secondo: la sua indole da maestro di scuola, la mette in pratica nel commentare i brani altrui; criticando l’opera e correggendo gli errori grammaticali con frasi ironiche e sferzanti che, a volte, culminano in risposte che danno il la a diatribe estenuanti e feroci con gli autori che interagiscono.»

Alzò anche il medio. Ma il commissario lo interruppe. «Dunque, lei crede che uno di questi “pseudo scrittori” dopo aver ricevuto un commento sgradito al loro “capolavoro”, possa aver deciso di far fuori il critico?»

«E’ quello che penso!» confermò lapidario.

Il commissario lo osservò allibito. «Sta scherzando?»

«No!» ribadì in tono deciso l’ispettore.

“Come mi devo comportare con questo… ispettore, poeta o come diavolo lo dovrei chiamare?”, si domandò il commissario. Rifletté tamburellando con le dita sulla scrivania. “Va bene, lasciamolo fare… scottarsi gli servirà di lezione”, giunse a concludere.

«Quanti sono gli iscritti del sito?» gli chiese alla fine.

«Ottomila duecentotrenta», rispose l’ispettore, facendolo sobbalzare.

«No, dico! Lei pretenderebbe che mettessi sotto indagine più di ottomila sospetti?! Si rende conto dell’enormità della faccenda, o no?!» urlò inviperito, incendiandosi in volto.

L’ispettore non si scompose, attese che si calmasse, poi gli spiegò che: «Non è necessario indagarli tutti… una buona parte degli iscritti non pubblica più da tempo. Per quanto riguarda gli utenti attivi, invece, mi limiterei a quelli che, dopo aver ricevuto qualche critica, hanno replicato in modo scomposto, innescando la diatriba.»

«Uhm… e quanti sarebbero, questi autori refrattari alla critica?»

«Una settantina, su per giù.»

«Però! Si dava da fare il nostro critico letterario, eh! “Molti nemici molto onore”, doveva essere il suo motto», commentò in tono sarcastico il commissario. Corrugò la fronte. «Però, sono sempre troppi… mi sa che dovrà sfoltirla un bel po’ la sua lista, se vuole convincermi a indirizzare le indagini in tal senso», aggiunse.

«Già fatto!» esclamò l’ispettore sorprendendolo. Indicò il rapporto. «Lì dentro ci troverà i dieci nickname con cui ha litigato furiosamente, prendendosi a male parole. Ognuno di loro, più o meno velatamente, ha minacciato di fargliela pagare. Ora dobbiamo ottenere il mandato per farci dare i dati dai gestori del sito…»

«Non sempre i dati che gli utenti rilasciano hai gestori dei siti social sono reali. Questo lo sa anche lei», obiettò il commissario interrompendolo.

«Lo so. Ma partendo dall’indirizzo mail, confido di risalire alle vere identità in poco più di una settimana.»

Il commissario si chiuse in una lunga riflessione, dalla quale riemerse con un interrogativo di non poco conto. «Presumo che nemmeno Berti si fosse iscritto con il suo vero nome…» l’ispettore confermò annuendo. «Allora come se lo spiega il fatto che l’assassino sapesse dove abitava?» domandò alla fine.

L’ispettore, appoggiando il gomito destro sulla scrivania, mostrò il pugno chiuso all’ispettore, aprì l’indice e poi il medio. «Ci sono due possibilità. O Berti ha dato l’indirizzo privatamente a uno di loro… e questo lo scopriremo quando avremo il mandato facendoci consegnare i messaggi privati dal gestore del sito…»

«Oppure?» domandò un impaziente e, ora sì, interessato commissario.

L’ispettore sorrise sornione. «Oppure l’assassino ha letto il racconto in cui Berti descriveva la propria morte.»

«Non mi dica che è stato così stupido da mettere anche l’indirizzo di casa nel racconto», lo anticipò il commissario.

«No, non l’ha messo… però per dare una veste grafica accattivante al racconto lo ha corredato con le foto dell’esterno della casa scattate da varie angolazioni; oltre che dello studio, con la poltrona girevole dietro la scrivania posizionata con lo schienale contro il davanzale della finestra aperta. Sicuramente lo studio risulterebbe irriconoscibile a chi non vi fosse mai entrato. Ma una casa color lavanda in mezzo a un campo nei pressi di una strada a grande scorrimento, è difficile che sfugga all’occhio passandoci davanti in macchina. Infatti, poco dopo che ebbe pubblicato il racconto, un utente lo commentò scrivendo che l’aveva notata transitandole davanti tutti i giorni andando al lavoro, domandandogli anche se, per caso, quella fosse casa sua. Naturalmente Berti negò tale eventualità. Ma chi ci garantisce che l’utente o gli utenti, che avendola riconosciuta transitando sulla circonvallazione, l’avessero poi bevuta?»

«L’utente in questione, è nella lista dei sospettati?»

«In cima, direi.», confermò l’ispettore alzando l’indice.

Il commissario ci pensò su. «Bene!» esclamò poi, battendo i palmi delle mani sulla scrivania. «Voglio dar credito alla sua intuizione… seguiamo la pista, e vediamo dove ci porta.»

 

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Il “capo” aveva accolto la sua tesi, dandogli praticamente carta bianca. Ora l’ispettore Barnaba si sentiva gratificato, ma anche enormemente responsabilizzato, e questo gli metteva addosso, oltre a una fortissima pressione, una certa dose di ansia.

“E se l’omicida fosse qualcun altro? Il racconto aveva ricevuto, a ieri, più di quattrocento contatti; e non sta scritto da nessuna parte che fossero tutti utenti del sito. E se l’omicida fosse un lettore esterno? Uno che nutre un odio viscerale per il Berti, che lo voleva vedere morto e che leggendo il racconto ha scoperto la chiave, il modo per portare a compimento il suo progetto? Ma anche scartando gli esterni: poniamo pure un centinaio, largheggiando. Dieci possibilità su trecento d’individuare il colpevole, non è che siano poi molte”, questi erano i pensieri che iniziarono a tormentare la mente dell’ispettore Barnaba appena ebbe lasciato l’ufficio del commissario.       

 

Fu così che, mentre portava avanti le indagini sui dieci autori del sito in cima alla lista dei sospetti, aveva iniziato, durante la pausa pranzo piuttosto che la sera a casa dopo cena, a leggere tutti i commenti che Berti aveva dedicato alle opere degli altri utenti del sito e le relative risposte. Si trattava di analizzare più di tremilacinquecento post, tra commenti e risposte; per la gran parte recensioni puntute e verbose, spalmati sotto un numero considerevole di racconti nell’arco di un quinquennio. Un lavoro bestiale che lui contava di portare a compimento nel più breve tempo possibile per non lasciare nulla d’intentato.

 

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Tra procedure per ottenere i mandati, paletti imposti dalla privacy e altre quisquiglie burocratiche, gli accertamenti si protrassero ben oltre il tempo preventivato dall’ispettore Barnaba.

 

Due mesi dopo l’inizio delle indagini, l’ispettore fece il suo ingresso nell’ufficio del commissario con un muso lungo così.

«Dall’espressione mi par di capire che è venuto ad annunciarmi cattive nuove. Sbaglio, ispettore?», domandò il commissario alzando lo sguardo dal plico che stava sfogliando.

«Temo di aver preso una cantonata», esordì sconfortato. Posò i fogli sulla scrivania, si sedette e proseguì in tono dimesso: «A parte l’assenza di tracce di DNA iscrivibili al loro profilo genetico all’interno e all’esterno dello studio, tutti e dieci gli autori hanno fornito un alibi di ferro… Nessuno di loro poteva trovarsi là, quando Berti tirava le cuoia».

«Non si abbatta, ispettore. Sapesse quante craniate ho preso io, inseguendo i colpevoli su piste così sicure da poterle percorrere ad occhi chiusi», provò a confortarlo il commissario.

Il tono pacato lo stupì favorevolmente. Se l’era immaginato di tutt’altro tenore l’incontro con il suo superiore: prima di aprire la porta dell’ufficio, già lo vedeva sbraitare e buttare all’aria le carte, mentre ora, sorprendentemente, si veniva a trovare al cospetto di un uomo comprensivo che cercava pure di confortarlo. E questo gli diede il coraggio di ribadire un suo convincimento. «Il fatto è che io sono sicuro che il colpevole è nascosto tra gli autori che frequentano il sito.»

«Bravo! Così si fa! Non si fermi davanti al primo ostacolo! Lei è un cavallo di razza, l’ho capito quando ha esposto la sua tesi», lo spronò alzando il tono, battendo un pugno sulla scrivania.

L’ispettore lo guardava stranito. “Ma chi è… l’ispettore o un suo sosia?”, pensò, domandandosi dov’era finito l’uomo burbero e scostante che interloquiva con fastidio, mandandolo spesso e volentieri a quel paese. «Cosa mi consiglia, commissario?» provò a chiedergli timidamente.

«Vede, ispettore. Dopo che mi ha esposto la sua tesi, ho indagato a fondo; rimestando dentro la vita della vittima, l’ho rivoltata come un calzino… E sa cos’ho scoperto?»

L’ispettore fece cenno di no. E il commissario proseguì in tono deluso: «Nulla! Perché niente c’era da scoprire… Quell’uomo era un santo… e sua moglie una santa, a quanto pare. Conducevano una vita riservata, sempre insieme, escludendo l’ambito lavorativo. Lei ha un impiego par time, quattro ore per cinque giorni al mattino, e quattro al pomeriggio la settimana seguente.  Lui usciva per recarsi a scuola, rientrava e riusciva il giorno dopo per tornare dietro la cattedra. Mai un litigio con il personale della scuola, nessun confronto a muso duro con i genitori degli alunni. Non ho trovato nessuno, nella cerchia delle sue conoscenze, che potesse indicarmi una traccia, un seppur labile movente a cui aggrapparmi per provare a inchiodare un presunto colpevole».

«Una specie di santo… da non credere», commentò l’ispettore.

«Già… un santo, in casa e nei comportamenti sociali», convenne il commissario. Si allungò con il busto sulla scrivania. «Un santo che, però, diventava un diavolo quando c’era da commentare un racconto che non gli andava a genio», aggiunse abbassando il tono. Si tirò su e, riprendendo un tono normale, proseguì: «Se il maestro elementare Berti aveva un nemico… e visto com’è finita la faccenda, possiamo essere certi che ce l’aveva! Il nemico sta là dentro! L’assassino lo dobbiamo cercare fra gli scrittori che frequentano quel sito.» Batté i palmi delle mani sulla scrivania e concluse in tono imperativo: «Si dia da fare, ispettore Barnaba! Voglio la testa del colpevole qui! Sulla mia scrivania… e la voglio prima di andare in pensione!» Gli sbatté davanti allo sguardo la mano con quattro dita aperte. «Le rammento che mi rimangono quattro mesi», concluse cedendo, nel tono, allo sconforto.

«Eh, la fa facile, lei», sospirò l’ispettore tormentandosi le mani. «Mi sono fatto venire dei gran mal di testa, leggendo migliaia di commenti e contro-commenti, senza riuscire a cavare un ragno dal buco. Ora mi ordina di continuare a indagare… Ma se devo essere sincero, proprio non saprei dove sbattere la testa, da che parte cominciare. Mi spiace, commissario.»

«Faccia ragionare il cervello! Abbattersi non serve a niente!» lo incitò indurendo il tono. Buttò all’aria le carte. «Se da queste non ha ricavato niente. Riparta da un’altra prospettiva!»

«Quale prospettiva?»

«Non le è passato per la testa che il nostro uomo… potrebbe essere un autore incazzato perché non ha mai ricevuto nemmeno un commento dall’autore più ammirato e temuto del sito?» lo stimolò il commissario.

L’ispettore ci pensò su. Recuperò tra le carte sparse sulla scrivania il foglio con i nomi dei dieci autori, pinzò un angolo tra l’indice e il pollice e lo mostrò al commissario. «Due mesi buttati solo per inseguire questi dieci… e lei me ne concede altri quattro per indagare i segreti, gli scheletri nascosti di migliaia di utenti… si rende conto dell’enormità?» domandò aprendo le dita: il foglio, planando, si adagiò sopra agli altri.

Il commissariò lo guardò posarsi, sbuffò, alzò lo sguardo puntando gli occhi dentro quelli dell’ispettore. «E’ un casino, lo so», ammise sconfortato. «Il fatto è che non voglio chiudere con un altro insuccesso. Sa quanti casi irrisolti mi tormentano ancora dopo anni?»

L’ispettore stava per ribattere, ma il commissario lo fermò alzando una mano. «Lei è giovane, non può ancora capire cosa significhi sapere che degli assassini camminano per strada, liberi di delinquere ancora, perché tu hai fallito… lo capirà… oh, se lo capirà. Quando inizierà ad accumulare casi irrisolti, lo capirà» fece una pausa. «C’è una bambina che viene a trovarmi, non tutte le notti, per fortuna. Questa bambina mi chiede perché non ho preso la bestia che dopo averla stuprata l’ha fatta a pezzi e buttata nel cassonetto dell’indifferenziata… Urla fino a farmi scoppiare la testa! Mi dice che non so fare il mio lavoro! Che mi odia! Mi dice cose… cose…» concluse commosso scuotendo il capo, lasciando la frase in sospeso.

L’ispettore rimase ad osservare ammutolito lo sguardo sconvolto del commissario.

«Lo prenda, ispettore… non lo faccia per me… lo faccia per quella bambina», lo implorò esausto. «Se ne vada! Si metta al lavoro, e mi porti un nome… uno solo, se ne è capace…» Trasse un profondo sospiro. «Altrimenti, cambi mestiere… buona giornata, ispettore», concluse appallottolando la lista con i dieci inutili nomi.

«Farò il possibile… buona giornata anche a lei, commissario», ricambiò il saluto con un filo di voce, poi si alzò, girò sui tacchi e se ne andò.

Il commissario osservò l’ispettore lasciare l’ufficio in silenzio, poi buttò con rabbia la lista nel cestino e si mise a guardare, accigliato, fuori dalla finestra: il cielo, a differenza del suo umore, era azzurro.

 

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Con gli occhi fissi sulla schermata del pc, l’ispettore Barnaba rimuginava sul da farsi. “Berti si è iscritto cinque anni fa. Dunque, partendo da questo dato, dovrei eliminare tutti gli utenti ai quali non ha elargito nemmeno uno straccio di commento, inattivi da un quinquennio.”

Sbuffò facendo scorrere la schermata. «E’ un casino!» sbottò cliccando su un nickname a caso. “Prendi questo… dopo aver aperto il suo profilo e aver letto il mucchio di stronzate usate per rivelare all’umano mondo come ha scoperto che il sacro fuoco dell’arte ardeva reietto in un angolino della sua mente e cosa lo ha spinto ad iscriversi a un sito di scrittura creativa… devo aprire il suo catalogo e andare a vedere quando ha postato il suo ultimo lavoro”, cliccò di nuovo e girò la pagina. «Eccolo qua», disse iniziando a leggere, «l’ultimo racconto che ha pubblicato… risale a sette anni fa. E questo è il primo di chissà quanti altri autori da togliere dalla lista dei sospetti.»

Si massaggiò le tempie. “Sarà un lavoraccio, lungo e inutile, a mio parare. Perché mai qualcuno dovrebbe andare in paranoia per non avere mai ricevuto un commento, quasi certamente acido, da parte del Berti?”, si domandò.

Riprese a far scorrere la schermata degli utenti. “Questo, ad esempio, l’ha commentato per un po’… e anche gratificato, a quanto leggo. Poi si deve essere stancato di incensarlo, e allora, non avendo trovato appigli per commentarlo acidamente, lo ha abbandonato… Si divertiva, il tipo… o forse no… forse sfogava la rabbia contenuta nel rapportarsi all’esterno, criticando ferocemente gli altri autori del sito. Sì, dev’essere così. Al mondo mostrava la faccia buona. Sui social, invece, poteva liberare il suo vero io, sicuro che nessuno potesse minimamente sospettare che, dietro il nickname: Professorone, si celasse l’affabile maestro elementare Berti.”

Fu a questo punto del ragionamento che ebbe un’illuminazione. “Forse dovrei cercare tra quelli, come questo utente, che ha commentato per un po’ prima di stufarsi…”

Rifletté sulle inutili serate trascorse a leggere migliaia di commenti e risposte. «Potrebbe non essere stato inutile», mormorò sgranando gli occhi.

Fece scorrere la lista degli utenti alla ricerca di un profilo che, chissà poi perché, gli era rimasto impresso. «Eccolo qua, lo Scritto-trasportatore!» esclamò leggendo il nickname. Ingrandì la foto del profilo: un uomo in posa con le braccia incrociate sul petto davanti a un imponente motrice Scania bianco, con il nickname in lettere luminescenti in bella mostra alla base del parabrezza.

Trasse un profondo respiro, lo esalò e iniziò a leggere testi e commenti.

 

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Il giorno dopo l’ispettore fece un sopraluogo nell’area industriale sita poco distante dalla scena del crimine. E dopo aver verificato che la strada sterrata usata dall’omicida terminava dietro l’area di sosta esterna di una grande logistica, soddisfatto risalì in macchina e si precipitò nell’ufficio del commissario.

 

«Commissario, abbiamo il colpevole! Salvatore Strambi, si portava il pc durante le lunghe trasferte dalla Sicilia. E nei tempi morti, mentre attendeva che caricassero la merce, piuttosto che durante una sosta notturna sul piazzale di un autogrill…»

«Si fermi un attimo, ispettore!» lo interruppe il commissario, sconcertato dalla foga con la quale aveva esordito. Indicò la sedia. «Si metta comodo…» Attese che si fosse accomodato e proseguì usando un tono pacato: «Ora, se non le spiace, parta dall’inizio, da come è arrivato a questo… mi aiuti?»

«Salvatore Strambi.»

«Appunto, faccia un passo indietro e mi spieghi tutto per filo e per segno.»

L’ispettore Barnaba gonfiò i polmoni e inizio a spiegare come gli era giunta l’illuminazione. «… Così mi sono ricordato di questo “Scritto-trasportatore” che postava un romanzo a capitoli, uno ogni quindici giorni. Il Berti aveva iniziato a martellarlo sin dall’inizio con commenti poco teneri. Tipo: lascia perdere che scrivere non è il tuo mestiere. Piuttosto che: ma non ti vergogni a postare questa robaccia. Ma il nostro pareva immune ad ogni critica, anche la più feroce. Non replicava mai, e questo finì per fare imbestialire Berti. Il suo ultimo commento risale a circa sei mesi fa. Sotto il decimo capitolo del romanzo si può leggere questo: “Mi par di capire che te ne freghi altamente del mio parere… ok, se le cose stanno così, smetterò di leggerti… anche perché il resoconto dei tuoi viaggi alla guida di un TIR su e giù per lo stivale mi fa venire l’abbiocco. Quello che stai scrivendo non è un romanzo… sono appunti di viaggio buttati giù senza costrutto. Ti consiglierei di provare con la poesia ermetica, magari qualche estimatore lo potresti anche raccattare in quel campo… Detto ciò, vedi di levare le tende che tanto qui non ti legge quasi nessuno! E i pochi che seguono il tuo blaterare lo fanno per sganasciarsi dalle risate! Buon viaggio Scritto-trasportatore!” E anche quest’ultima volta, il nostro uomo non replicò.»

«Mi pare un po’ poco per aprire un fascicolo a suo carico», obiettò il commissario. «Da quello che mi ha detto poco fa, ha anche verificato che i dati anagrafici e il luogo di residenza che ha messo sul suo profilo non sono fasulli… E questo ci pone davanti a un quesito di non poco conto: abbiamo a che fare con l’ingenuità di una mente criminale, o con la sincerità di chi non ha nulla da nascondere?» si domandò perplesso.

«C’è dell’altro…» disse l’ispettore attirando la sua attenzione. «Per capire perché Berti si accanisse contro di lui, sono andato a leggermi i capitoli che aveva commentato.»

«E l’ha capito?»

«Ho capito che non sarà mai candidato al premio Nobel per la letteratura», rispose in tono ironico, strappando un sorriso al commissario. «Ma ho anche scoperto qualcosa di molto interessante.»

«Vale a dire?»

«Vale a dire che, il nostro romanziere, partiva ogni lunedì dalla natia Messina a pieno carico, e dopo un paio di fermate intermedie per scaricare la merce, il giovedì mattina entrava in una logistica per ricaricare e tornarsene in Sicilia.»

«E il succo di tutto questo, quale sarebbe?»

L’ispettore sorrise sornione. «Ho percorso il tratto di strada, dal casello dell’autostrada alla logistica… per arrivarci ho dovuto percorrere la circonvallazione, passando davanti al cascinale color lavanda della vittima…» si tacque e rimase in attesa della reazione del commissario.

Che non tardò. «La fotografia che Berti aveva inserito nel racconto… si era ricordato di quella e aveva capito che era la casa dell’utente che lo vessava», tirò le somme sbarrando gli occhi. «E la logistica… la logistica potrebbe essere…»

«Sì, è quella che si trova nella zona industriale dietro il cascinale. L’ha descritta chiaramente, mettendoci pure il nome della società in uno dei capitoli», confermò l’ispettore.

«Ha fatto un gran bel lavoro! Complimenti, ispettore!» esclamò il commissario. Osservò il taccuino sulla scrivania. «Oggi è mercoledì, dovrebbe arrivare domani», constatò.

«C’è un particolare…»

«Quale particolare?» lo interruppe rabbuiandosi il commissario.

«Scritto-trasportatore è oramai più di un mese che non posta capitoli. Non vorrei che avesse cambiato giro, se non addirittura lavoro… o che, al limite, sentendo la terra bruciargli sotto le gomme del TIR, fosse scappato all’estero.»

Il commissario ci pensò. «E’ una possibilità da prendere in considerazione. Quando abbiamo messo sotto indagine i dieci sospettati, giornali e televisioni hanno iniziato a ricamarci sopra», convenne. Rifletté volgendo lo sguardo alla finestra aperta. «Non resta che accertarcene. Andiamo, ispettore!» concluse balzando dalla poltrona.

«Dove dobbiamo andare, commissario?»

«A buttare un occhio alla logistica, dove se no? Sveglia, ispettore!» rispose battendogli una mano sulla spalla.

 

                              ***************************************************

 

Parcheggiarono all’esterno della logistica, scesero e s’incamminarono, fermandosi accanto al fosso che divideva la zona industriale dai campi coltivati.

«Ecco, vede Commissario: la strada arriva dal campo dietro il cascinale, passa da qui e prosegue dietro la logistica», spiegò l’ispettore indicando il percorso con il braccio teso.

Il commissario annuì con fare meditabondo. «Proviamo a mettere sul piatto gli elementi in nostro possesso», esordì poi. «Abbiamo un autotrasportatore, nonché narratore per diletto che pubblica i suoi lavori sullo stesso sito della vittima. Il soggetto in questione parte ogni lunedì dalla Sicilia e arriva qui il giovedì mattina. Ciò detto: appurato che il delitto è stato commesso un giovedì mattina, e il nostro uomo dopo aver parcheggiato l'autotreno all'interno della logistica, nell'attesa che il personale completasse le operazioni di carico avrebbe avuto modo e tempo per percorrere a piedi il chilometro circa di strada sterrata che lo separava dal cascinale, compiere il delitto e tornare indietro senza destare sospetti... non ci rimane che ascoltare l'indiziato.» Volgendosi si mise a guardare gli autotreni che entravano e uscivano dalla logistica. «Vediamo se il responsabile di ‘sto ambaradan può darci una mano», disse incamminandosi, seguito come un’ombra dall’ispettore Barnaba.

 

«Non sono autorizzata a fornire notizie inerenti il funzionamento dell’azienda. E il direttore non è in sede…» li informò una solerte segretaria con voce soave. «Devo fissarle un appuntamento?» domandò poi, rivolgendosi al commissario.

«Il fatto è che avremmo una certa urgenza», rispose il commissario accigliandosi.

«Capisco…» fece la segretaria, affacciandosi alla finestra. «Eccolo! sta arrivando», annunciò indicando la strada sterrata.

Il commissario si avvicinò alla finestra. «Mah! E quello?» domandò incredulo.

Un uomo sulla cinquantina in maglietta e calzoncini corti, veniva verso la logistica a passo di carica.

«Sì, sta rientrando dalla sua corsetta quotidiana. Ogni mattina arriva in ufficio alle sette, si cambia e va a correre in mezzo ai campi per un paio d’ore. Poi si fa una doccia si riveste e si mette al lavoro», spiegò affascinata la segretaria.

«Un patito della forma fisica», commentò l’ispettore.

«Uno sportivo a tutto tondo», precisò la segretaria. «Pensi che, oltre a correre le maratone, pratica anche il triathlon.»

«Caspita», fece il commissario piegando la bocca in un’espressione di meraviglia.

«Cinque minuti e sarà qui, se intanto volete accomodarvi di là, dopo che avrà fatto la doccia vi riceverà.»

«Attenderemo qui, grazie!» rispose il commissario. «Ci sbrigheremo in un attimo.»

La segretaria annuì e si avviò verso l’ingresso. Lì attese il direttore e lo informò che due poliziotti erano venuti a chiedere informazioni su un autotrasportatore.

«Dove sono?» domandò.

«Nel suo ufficio. Ho provato a spiegare loro che li avrebbe ricevuti dopo la doccia. Ma non hanno voluto sentire ragione… dicono che si sbrigheranno in un attimo», rispose in tono contrito la segretaria.

«Non importa… non importa. Vado da loro», ribatté sorridendo il direttore.

 

“Che fisico atletico, sembra un trentenne”, pensava l’ispettore Barnaba durante le presentazioni di rito, osservando i muscoli tonici madidi di sudore.

«Dunque, Salvatore è uno degli autori del sito sospettati per l’omicidio del maestro», tirò le somme il direttore, dopo che il commissario gli aveva chiesto notizie dell’autotrasportatore.

Nella mente investigativa del commissario scatto un click! Deformazione professionale, forse. «Cosa glielo fa credere? Cosa sa dell’omicidio? Come sa che Salvatore Strambi pubblica su quel sito?» lo incalzò.

Il direttore sorrise. «Andiamo, commissario. Ne hanno parlato in lungo e in largo giornali e televisioni per settimane… Chi sarà la prossima vittima del killer degli scrittori? Ci domandavamo in ufficio.»

«Sì, ma non dello Strambi. Nessuno sa che è uno degli autori del sito», insistette il commissario.

Il direttore rise di gusto. «Se vuole mettere tra i sospetti tutti quelli a conoscenza della passione di Salvatore per la scrittura creativa…» Si avvicinò alla finestra, indicò gli uomini nel cortile. «Si accomodi pure! Salvatore faceva ‘na capa tanta a tutto il personale. Vantandosi distribuiva l’indirizzo del sito a tutti quelli che gli capitavano a tiro. E quando tornava si premurava di chiedere loro se avevano letto l’ultimo capitolo della sua “opera monumentale”. Naturalmente, questi, per toglierselo di torno dicevano di averlo letto. Ma lui, non fidandosi della loro parola, gli faceva domande sul testo, finendo per farsi mandare a quel paese.»

«Un tipo davvero originale», commentò l’ispettore.

«Originale?» fece il direttore inarcando un sopracciglio. «Matto! Matto da legare, direi.»

«Sì, va beh. Ma non è per disquisire sulla sanità mentale dello Strambi, che siamo venuti qua», intervenne il commissario. «Ci dica solo se e quando verrà a caricare.»

«E’ più di un mese che non si vede. Rammento che l’ultima volta mi aveva detto che era intenzionato ad accettare un contratto per dei viaggi all’estero… mi pare parlasse di paesi dell’est Europa, se non addirittura la Russia.»

«Non le ha detto nient’altro? Non ha mai parlato dell’omicidio?»

«No, commissario.»

«Va bene, non c’è altro… la ringrazio, direttore», concluse il commissario.

«Temo che il povero Salvatore, sentendosi sospettato ha pensato bene di girare al largo», ipotizzò il direttore, salutandolo.

«In che senso, scusi?»

«Beh, accettando un contratto per l’est Europa, potrebbe sparire facilmente dai radar della giustizia, o no?»

«Lei crede che, una volta raggiunta la Russia, possa abbandonare l’autotreno e sparire per sempre?»

«Lei no?» ribatté il direttore.

«Perché mai dovrebbe scappare, l’omicidio è stato commesso a migliaia di chilometri da dove vive», obiettò sempre più interessato il commissario, fissandolo nello sguardo.

Il direttore non lo resse, e questo finì per insospettire il commissario. «Perché?»

«Perché, cosa?»

«Perché sta tentando di convincermi che lo Strambi è l’assassino?»

«Io… io… non la sto convincendo di nulla… sto soltanto mettendo in fila gli indizi… cerco di dare una mano», biascicò sempre più a disagio il direttore.

«Indizi?» fece il commissario, cercando d’incrociare il suo sguardo. «M’incuriosisce… Di quali indizi parla?»

«Del contratto che ha firmato.»

«Quello è solo, un indizio. E neanche troppo importante ai fini dell’indagine, se devo essere sincero», lo informò continuando a incrociare il suo sguardo sfuggente.

L’ispettore osservava affascinato quella specie di terzo grado volante.

«Lei parlava di indizi… forse tra quelli che lei, erroneamente, ritiene indizi, c’è n’è qualcuno che potrebbe esserci d’aiuto… a quali altri indizi si riferisce?» ormai il commissario gli stava con il fiato sul collo.

Il direttore, sempre più a disagio, provò a svicolare. «Nessun altro indizio… solo ipotesi prive di fondamento.»

«Lasci che sia io a decidere, il valore delle sue ipotesi», ribatté indurendo il tono il commissario.

«Un’altra volta… ora dovrei andare.»

«Dopo che avrà esposto i suoi dubbi riguardo l’omicidio, non prima!»

«Cos’è, un interrogatorio fuori dalle regole? Devo allertare il mio avvocato?» domandò in tono minaccioso il direttore

«Ma no, cosa va’ pensando», rispose sorridendo sornione. «Stiamo solo conversando amichevolmente. Non vorrei mai giungere a convocarla per un interrogatorio. Svisceri la sua ipotesi, e le prometto che subito dopo ce ne andremo e non ci rivedrà mai più.»

Il direttore tentennò. «E va bene» esordì sospirando. «Trovare un cavetto d’acciaio dentro un TIR, non è poi un’impresa così impossibile.»

«No, non lo è», convenne il commissario.

Il direttore parve rilassarsi.

«Dentro una grande logistica sarebbe ancora più facile, non crede?» aggiunse allora il commissario.

Il direttore s’irrigidì.

Il commissario attese qualche istante… silenzio di tomba, dentro l’ufficio non volava una mosca.

«Uhm… un cavetto d’acciaio, dice lei… Per farne cosa?» domandò con fare riflessivo il commissario.

«Andiamo, commissario! Non stiamo mica giocando a guardie e ladri. Per strangolare il maestro, no?!» sbottò innervosito il direttore.

Un ghigno soddisfatto attraversò lo sguardo del commissario. «Vede, direttore, forse lei non lo sa. Ma durante le indagini, nascondiamo volontariamente alcuni elementi ai giornalisti. Ci servono per far cadere in contraddizione i sospetti… e del cavetto d’acciaio… non ne ha mai parlato nessun giornale», lo informò usando un tono calmo.

«E’ sicuro? Magari qualche suo collaboratore…» provò a dire indicando l’ispettore Barnaba.

«No!» esclamò, gelido, il commissario.

Il direttore sbiancò in volto e iniziò ad ansimare vistosamente, finse di sedersi, appoggiò le mani sui braccioli della poltrona, piegò le ginocchia, poi prendendo lo slancio tentò la fuga partendo come un centometrista.

L’ispettore Barnaba si limitò ad allungare un piede, e tanto bastò a mandarlo lungo disteso sul pavimento.

Un attimo dopo gli furono addosso in due. «Lo tengo, una fascetta, presto!», ordinò il commissario piegandogli le braccia dietro la schiena.

L’ispettore trasse di tasca una delle fascette di plastica che portava sempre con sé per ogni evenienza e gliela strinse attorno ai polsi.

«Si tiri su!» ordinò il commissario aiutandolo ad alzarsi.

Lo fecero accomodare su una poltrona e, dopo avergli cinto le caviglie con un’altra fascetta, chiamarono la centrale chiedendo di mandare una macchina con tre agenti.

 

                         *******************************************************

 

Mentre attendevano l’arrivo degli agenti, il direttore si liberò del peso opprimente che lo tormentava. Senza bisogno di essere stimolato da domande incalzanti, con voce atona confessò di aver ucciso Berti. Aggiungendo un movente che non aveva nulla a che fare con la scrittura creativa. «Io e Luisa, la moglie del maestro, eravamo amanti da più di due anni.»

«La corsa era una copertura, suppongo», commentò il commissario.

Il direttore sorrise. «No, ma lo è diventata…  E' stato il caso, o il destino se preferisce, a farci incontrare... Quella mattina, chissà poi perché, quando lasciai l'ufficio per andare a correre, invece che andare a sinistra come al solito, decisi di variare il percorso e svoltai a destra. Mentre correvo a un buon ritmo, lo sguardo venne attratto dal grazioso cascinale color lavanda che spiccava in mezzo al verde dei campi. Poco più avanti, notai che la strada che conduceva al cascinale intersecava quella che stavo percorrendo. Era lì, a poche centinaia di metri, feci una digressione e andai a guardarlo da vicino... Lei stava ritirando la posta dalla cassetta. Indossava un prendisole azzurro, come i suoi grandi occhi. Quando gli sguardi s'incrociarono, capimmo entrambi come sarebbe andata a finire... Attaccai bottone chiedendole dell'acqua. Lei sorrise e mi fece accomodare in cucina. Iniziammo a parlare di noi davanti a un bicchiere di acqua fresca... e terminammo la conversazione in camera. Da quel giorno, quando il maestro se e andava a scuola e Luisa non doveva lavorare al mattino, io me ne andavo a correre sulla strada sterrata che passava dietro il cascinale… e da lì in avanti, l’allenamento proseguiva in una maniera estremamente piacevole.»

«Commissario! La moglie del Berti non ci ha mai parlato di lui», gli rammentò l’ispettore Barnaba.

Il commissario scosse il capo. «No, non lo hai mai fatto… forse si vergognava ad ammettere il tradimento…» Volse lo sguardo sul direttore. «Ma mi pare un’ipotesi poco credibile. Vero, direttore?»

«Verissimo, commissario…» confermò senza indugiare oltre. «Luisa mi diceva che era stanca di quella vita monotona: casa, lavoro e serate sempre uguali ad ascoltare suo marito che, dopo averle letto il suo nuovo racconto, chiedeva un suo parere prima di pubblicarlo sul sito. E al primo accenno di critica iniziava una tiritera infinita per farle comprendere quanto lei fosse ignorante. Poi, per dimostrarle quanto lui fosse intelligente, il più intelligente di tutti gli autori del sito, si metteva a leggere i commenti acidi che aveva postato sotto i racconti degli altri. Non ce la faceva più, quell’uomo la esasperava…»

«Avrebbe potuto lasciarlo, perché non lo ha fatto?» domandò il commissario.

«Non poteva… non voleva andarsene a mani vuote. La casa, i conti correnti… era tutto intestato a lui.»

«Così, per salvare capra e cavoli: l’amore e la pecunia. Ha chiesto all’amante di fare il lavoro sporco in vece sua», tirò le somme l’ispettore Barnaba.

«Non si è limitata a questo… Dopo che il marito le aveva letto l’ormai famoso racconto che descriveva l’omicidio. Ha elaborato il piano sin nei minimi dettagli, sicura che le indagini si sarebbero indirizzate dove lei volesse che andassero: vale a dire, all’interno del sito.»

«E così, l’ha convinta a compiere il delitto… una mente diabolica», commentò il commissario.

«Una donna eccezionale», lo corresse il direttore. «Io l’amo e l’amerò sempre. E lei non riuscirà a convincermi del contrario, commissario.»

«Convincerla che è un amore malato, o peggio: interessato?» fece il commissario inarcando un sopracciglio. «Non tocca a me questo compito… si convincerà da solo, ne avrà di tempo per meditare e pentirsi dei suoi errori, caro direttore.» Volse lo sguardo all’entrata. «E’ ora di andare», chiosò indicando gli agenti che facevano il loro ingresso nell’ufficio.

 

«Beh, direi che abbiamo fatto un ottimo lavoro di squadra, ispettore», si complimentò mentre lasciavano la logistica.

«Io non ho fatto nulla, commissario. Ho semplicemente seguito una pista, che alla prova dei fatti si è rivelata sbagliata», replicò in tono deluso l’ispettore.

Il commissario sorrise. «Io non la metterei così!»

«A no? E come la metterebbe?»

«Diciamo che il suo fiuto investigativo le ha fatto seguire una pista contorta. Una pista che alla fine ci ha condotto qui, a casa del colpevole. Non si abbatta, ispettore, senza la sua intuizione, questo caso rischiava di passare tra quelli irrisolti per molto tempo, forse anche per sempre.»

L’ispettore avrebbe voluto ringraziarlo per la confortante risposta… ma non volendo abusare oltre della pazienza del burbero commissario, per non incorrere nei suoi strali lasciò perdere.

Ma aveva ancora qualcosa da chiedere al vecchio ed esperto investigatore.

«Commissario?»

«Sì?»

«Quando ha capito che il colpevole era il direttore?»

«Quando l’ha capito anche lei», rispose aprendo la portiera.

L’ispettore, dall’altra parte della vettura, lo osservava attonito. “Non rammento d’averlo capito… quando può essere stato?”, pensava nel mentre.

«Quando il direttore ha confessato… né un attimo prima… né un attimo dopo!» chiosò il commissario, dedicando un ultimo sguardo al cielo azzurro prima di salire in macchina.

 

                                                          FINE

 

 

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2018-03-19 12:37:04
Aiuto! C'è un killer in libertà che si diverte a fare fuori gli scrittori che postano i racconti su un sito in rete! Devo preoccuparmi? A parte gli scherzi, come al solito ci troviamo di fronte ad un racconto pregevole. Giallo, giallissimo, hai proprio ragione! Hai saputo condurre le indagini in modo impeccabile. La trama si snoda dolcemente e piacevolmente e culmina nel colpo di scena finale. Veramente un bel racconto, che non stanca e non delude. p.s. anche se, qualche, volta certe frasi potrebbero essere un po' sforbiciate......

Vecchio Mara il 2018-03-19 20:43:55
un giallo ambientato tra gli autori di un sito di scrittura... non poteva essere che un giallissimo. Per quanto riguarda le sforbiciature, vista la lunghezza del racconto l'ho riletto un paio di volte per provare a tagliare qualche riga di troppo, ma ogni volta trovavo sempre qualche punto che necessitava di un approfondimento, così invece che togliere ho finito per aggiungere qualche riga... alla fine ho rinunciato e l'ho postato prima che le parole invece che più di 7600 diventassero 10000. Ti ringrazio. Ciao Paolo

Massimo Bianco il 2018-03-22 12:20:59

Inevitabilmente fin dal titolo a un antico frequentatore di Neteditor come il sottoscritto questo racconto riporta alla mente il mitico "Serial killer di scrittori" di Doctor Who, che, immagino, ricorderari pure tu. Il tuo racconto però prende poi strade completamente diverse. Ed è un buon racconto, a mio parere. 7600 parole non sono poi un\'enormità e io credo proprio che dobbiamo smetterla di autocastrarci cercando di sforbiciare a tutti i costi perchè altrimenti sul web non ci leggono, anche se naturalmente non è il caso di esagerare con la lunghezza. L'unica mia perplessità è sulla facilità con cui l'assassino tradisce la donna che pur dice di amare e che amerà sempre, scaricando subito su di lei tutte le responsabilità dell'ideazione del piano, a mio parere sarebbe stato preferibile se le responsabilità della donna fossero state presentate come deduzioni dei poliziotti, sarebbe poi stato loro compiuto, sottinteso, ovviamente, perchè il racconto non era il caso di continuarlo, dimostrare le loro deduzioni, lo avrei trovato più credibile di una resa così subitanea. A parte ciò per me il tuo lavoro va bene così, e se decidono che siamo troppo lunghi e non ci leggono pazienza, anche se, tra parentesi, il commissario aveva ragione, secondo me, possono bruciare più i silenzi delle critiche, per lo meno quando si tratta di siti frequentati come quello del tuo racconto, perchè su Piaf, dove purtroppo siamo 4 gatti, ricevere commenti è dura, basta che un paio di commentatori abituali vada in pausa per qualsiasi motivo (come mi pare che sita succedendo, BigTony ad esempio è fermo da parecchio) e siamo fregati, vedasi la scarsirà doi commenti ricevuti pe rquesto scritto da lunedì a oggi. Sai che ti dico? Io e Te, caro Giancarlo, qui su Piaf abbiamo tirato il cadreghino per 5 mesi e mi sa che ora è tempo di fermarsi e attendere che qualcun altro si dia da fare al posto nostro, tanto un bel catalogo a disposizione di qualsiasi lettore che lo siamo costruito. Io penso che terminata la mia trilogia in svolgimento rallenterò parecchio la mia attività, sperando che arrivino nuovi utenti, anche se continuerò a commentare quel poco che c'è, presumo, Piaciuto. Ciao.


Vecchio Mara il 2018-03-22 20:51:34
ecco cosa mi ricordava il titolo che ho scelto, mi rammentavo di un racconto dal titolo simile su Net ma non rammentavo l'autore. Per quanto riguarda la responsabilità della donna, beh avrei potuto sì farla scoprire dal commissario durante l'indagine, ma avrei dovuto allungare ancora un po' il brodo. Però non è nemmeno da scartare l'ipotesi che l'amante, sentendosi perduto, trascini nel baratro pure l'amante diabolica che l'ha spinto a compiere il delitto. Cerchiamo di tirarlo ancora un po' il cadreghino, almeno fino a quando non torneranno a pubblicare gli autori attualmente in sonno o altri che, spero, si iscriveranno in futuro. Perché se non si rinnova la home, va a finire il bimbo (il sito) muore in fasce. Speriamo che, se non subito, almeno dopo il periodo estivo un buon numero di autori s'iscrivano a PIAF, che, a mio avviso, graficamente è di gran lunga il miglior sito di scrittura. Ti ringrazio. Ciao Massimo

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Rubrus il 2018-03-22 18:23:00
Questi racconti (mi riferisco anche alla serie nominata da Bianco) hanno due punti di forza, che ruotano intorno al medesimo presupposto e cioè l'egocentrismo degli scrittori; dilettanti o no fa poca differenza. Il primo punto di forza è che gli scrittori (dilettanti o no) amano sentir parlare di scrittura (i lettori molto meno). Il secondo punto di forza è che tutti gli scrittori (dilettanti o no) si odiano un pochino (qualche volta molto, ma spesso solo un pochino) tra loro (e mica solo sul web) e vederne fatto fuori uno, sia pure in effige, fa sempre piacere. Il racconto, effettivamente, potrebbe essere sforbiciato un tantino, ma è scorrevole, più di altri tuoi, grazie anche all'uso di un linguaggio poco letterario, favorito dai dialoghi. Una nota:. se si sospetta di qualcuno che si aggira sul web, di solito si chiede l'aiuto della polizia postale., specie se sul sito c'è una chat. E' anche vero che la carenza di personale delle forze dell'ordine può indurre un funzionario zelante a sobbarcarsi il lavoro sporco. Piaciuto ciao.

Vecchio Mara il 2018-03-22 21:05:01
non so se si può parlare di odio, io penso più a un più o meno sano spirito competitivo. Dico questo paragonando la mia prima passione, il ciclismo alla seconda, la scrittura, rammentando che quando si affrontavano le salite in compagnia ci si scannava per giungere davanti all'amico in vetta per poi fargli il mazzo. E, a volte si finiva anche, complice la stanchezza, col prendersi a male parole; salvo poi rimettere le cose a posto scendendo a valle ridendo e scherzando. Alla polizia postale non avevo pensato. A dire il vero non immaginavo che nel caso di un'indagine su un omicidio dovessero intervenire loro. Buono a sapersi, ne terrò conto in futuro. In ogni caso, per mettere una pezza all'errore, diciamo che avendo impiegato due mesi tra indagini e permessi vari per poter accedere ai dati dei sospettati. si potrebbe supporre che l'ispettore abbia dovuto rivolgersi anche alla polizia postale per ottenere le informazioni richieste. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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Antonino R. Giuffrè il 2018-03-24 14:23:18
Tra gli ultimi racconti firmati Vecchio Mara, questo, per me, è il migliore. Grande ritmo, ottima suspense, illuminante colpo di scena finale, il tutto condito da uno stile finalmente moderno o quasi (vabbè, a me ricordare continua a suonare meglio di rammentare o rimembrare in certi contesti, ma fa niente). Non è solo un giallo, è un giallo che indaga le dinamiche tra web scrittori e weblettori, argomento che ci tocca da vicino. Ci sarebbero dei refusi, tuttavia, onde evitare di ritrovarmi sulla lista del killer, mi guardo bene dal segnalarteli ah ah. Piaciuto molto, un caro saluto.

Vecchio Mara il 2018-03-24 21:14:22
Infatti, per l'dea di base ho preso spunto dalle dinamiche che si sviluppavano su NET, in particolare nel periodo prima della chiusura, quando utenti infiltrati per fare solo casino e denigrare il lavoro degli altri davano il la a diatribe infinite. Segnalameli pure i refusi... ti prometto che non finirai sulla lista del killer. Ti ringrazio. Ciao Antonino.

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