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Casa dell'Ade

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-03-16 12:37:35


Sono sicuro che anche dalle vostre parti c’è una Casa dell’Ade.
Se fate mente locale, la riconoscerete subito.
È quella casa in fondo alla via, nel quartiere più antico e più ombroso della città, dove la notte sembra arrivare prima che altrove e il mattino più tardi. La strada è quasi un vicolo, incassata tra catapecchie ingrigite e ostili come vecchie zitelle e finisce con un muro sbrecciato; nessuno ci passa per caso.
Casa dell’Ade si trova acquattata là in fondo, un poco rientrata rispetto alle altre: è la più vecchia e l’asfalto malconcio finisce di sbriciolarsi proprio davanti al suo cancello. Oltre, non c’è più nessun posto dove andare.
È circondata da un giardino, ma è invaso dalle erbacce; la gramigna cresce rigogliosa, fino ad arrivare al vostro petto e, se ci sono degli alberi, sono morti da un sacco di tempo.
Casa dell’Ade è sempre vecchia; lo è sempre stata e lo sarà sempre; nessuno si ricorda quando fu costruita e i documenti che la riguardano hanno ingrassato generazioni di tarme comunali.
È anche malconcia: i muri sono scoloriti e scrostati e ai loro piedi si ammucchiano tegole coperte di polvere; le finestre non hanno più i vetri e, a volte, neanche gli infissi e le persiane, mentre il tetto è sfondato.
Malgrado questo è solida.
Anche se l’acqua e il sole penetrano al suo interno, le strutture sono ben salde: il vento la fa rabbrividire e ululare, ma non la scuote mai veramente e le pareti, benché prive d’intonaco, non conoscono crepe. Inghiotte la strada e la luce da prima che nascesse il più vecchio del quartiere e sembra decisa a continuare a farlo.
È cadente, ma non cade mai.
Casa dell’Ade fa paura.
Apparentemente, non c’è nessun motivo: i suoi angoli si stagliano contro il cielo come quelli delle altre case, i mattoni si appoggiano l’un l’altro nel solito modo, mentre le travi si incrociano come in qualunque altro posto.
Eppure Casa dell’Ade fa paura: nessun vagabondo vi si rifugia per trascorrervi la notte, i bambini la tempestano di pietre, ma stando dall’altra parte della via e nessuno le si avvicina troppo, dopo il tramonto.
So cosa vi aspettate, a questo punto: una bella storia di fantasmi.
Ma, a Casa dell’Ade, fantasmi non ce ne sono.
 
Il mio socio si sedette sulla mia scrivania, al suo solito.
Era il suo modo di dire che si trovava in una posizione elevata.
Aveva l’altra quota della nostra agenzia immobiliare, una moglie, due figli, un SUV nuovo di zecca e un’amante molto discreta da qualche parte. Non aveva tempo per faccende come Casa dell’Ade.
Lo consideravo un uomo molto infelice.
In fondo, gli volevo bene per questo.
«Insomma, crede che sia infestata» mi disse.
Annuii.
«Non esistono case infestate, questo lo sai, vero?».
Lo sapevo, ma sapevo anche che lui me l’avrebbe detto lo stesso.
«Sai perché lo so? Perché nessuno, nella realtà, venderà una casa a un prezzo inferiore a quello di mercato solo perché dicono che sia infestata. Questa è la prova. Lo hai detto a quel pazzo?».
«Avrei dovuto?».
 Mike (chiamerò così il mio socio, può darsi che, un giorno o l’altro, questa storia venga pubblicata e non voglio rogne) sogghignò.
«No. Suppongo di no, in effetti. Dipende».
«Da cosa?».
«Steve… (io chiamerò così me stesso e, se non vi va bene, tanto peggio per voi)… non prendermi per un ingenuo… non dirmi che quando Masterson (chiamerò così il cliente, anzi, tanto vale che vi dica che chiamerò i personaggi di questa storia coi nomi che vorrò: abituatevi all’idea e tenetela a mente perché non lo ripeterò più) è uscito dall’ufficio non hai fatto un’indagine sulla sua solvibilità».
Annuii. Lo avevo fatto. E sapevo che Mike non si reputava un ingenuo: si reputava un furbo.
In fondo, lo odiavo per questo.
«Però potrebbe funzionare» dissi invece.
Mike si appoggiò allo schienale della sedia.
«» disse alla fine «Nessuno venderà una casa a prezzo inferiore a quello di mercato solo perché dicono che sia infestata… però potrebbe venderla a un prezzo superiore».
Annuii ancora.
Sono un tipo taciturno in fondo. Per me parlare è un lavoro, quindi, quando posso, sto zitto.
Mike sogghignò ancora.
«Ci pensi tu, vero?».
Guardai il fermacarte sulla scrivania, quello pacchiano, con dentro una casetta di plastica in un bianco paesaggio invernale di plastica.
Se lo agitavi e poi lo capovolgevi, neve di plastica cominciava a cadere da un cielo di plastica.
Annuii un’altra volta. Come risposta, poteva bastare. 
   
Masterson assomigliava a Vincent Price.
La maggior parte di voi non sa nemmeno di chi sto parlando, quindi vi dirò che il nostro facoltoso cliente era alto, signorile, con folti capelli grigi e ondulati e un paio di baffetti sottili.
Si muoveva con gesti lenti e contegnosi, come se muovere l’aria intorno a lui fosse un comportamento plebeo.
Mi aspettava accanto all’ingresso di Casa dell’Ade, appoggiato ad un ombrello ancora chiuso nella sua fodera nera.          
Erano secoli che non vedevo fodere per ombrelli e mi irritai. Pensavo che un oggetto simile dovesse starsene chiuso in un museo, accanto a un grammofono e a un paio di ghette bianche, invece se ne stava lì, a servile supporto di uno snob che nemmeno si sognava di dirgli grazie.
Masterson mi tese una mano con degnazione, dopo averla sfilata da un guanto nero.
Forse pensava che anche le sue dita si meritassero una fodera.
Il suo era uno di quegli sguardi che ti bucano e passano oltre, come se non valesse la pena osservarti, perciò non fissai i suoi occhi grigio azzurri come il cielo di novembre sopra le nostre teste.
Guardai invece il muro di cinta della casa, vecchio, coriaceo e compatto.
Sul lato sinistro, accanto ai cardini del cancello in ferro battuto, la mano di un ragazzo, tanto tempo prima, aveva lasciato una scritta.
Non era come quegli scarabocchi che si usano adesso, con lettere sghembe e variopinte che sembrano dipinte con l’LSD.
Non alludeva e non cercava di richiamare l’attenzione.
Non avvertiva neppure.
Informava e basta, in uno stampatello nero, nitido e squadrato e, se non eravate attenti, tanto peggio per voi.
Era una notizia secca ed efficiente, senza tanti fronzoli.
Dopo tanti anni, era ancora al suo posto.
Diceva semplicemente: “può accadere qui”.
Già.
 
Non so se avete letto il racconto di Poe “La caduta di casa Usher”. Se non lo avete fatto, dovreste; non parla di case infestate, ma va bene lo stesso.
All’inizio del racconto, il protagonista ci spiega che, intorno a casa Usher, l’aria è aliena. Non fa parte dell’atmosfera che respiriamo di solito, ma sembra un prodotto della palude, degli alberi scheletriti e contorti, delle pietre muffose dell’edificio. Un’offerta speciale.
Ecco, superato il cancello (che aveva cigolato, come in ogni storia dell’orrore che si rispetti), mentre il morbido cuoio delle scarpe di Masterson, davanti a me, sfiorava appena la ghiaia superstite sul vialetto, io avevo la stessa impressione.
Non lo dissi a Masterson: lui aveva la sua impressione e riferirgli la mia poteva equivalere a contraddirlo e questo, si sa, non si deve fare. Il cliente ha sempre ragione.
E poi, la mia impressione poteva essere sbagliata.
Poteva essere colpa della scritta all’ingresso.
Sia come sia, salimmo tre gradini e ci fermammo nel porticato.
Mentre armeggiavo con la serratura, lasciai che Masterson spaziasse con lo sguardo sul giardino, sugli alberi morti che graffiavano il cielo grigio, sull’erba che, a un languido soffio di vento, aveva ondeggiato per un attimo, come per un inchino beffardo.
Io non ne avevo voglia.
All’interno non c’era luce e ci volle un po’ perché gli occhi si abituassero alla penombra.
Anche quando aprii le due finestre che davano sullo stanzone all’ingresso, le cose non andarono meglio: il chiarore smorto che entrava sembrava sparire subito, come assorbito dall’aria polverosa. Pensai che non fossero i raggi del solito sole, ma che su Casa dell’Ade brillasse un sole speciale.
Non che il panorama da vedere fosse granché: vecchie poltrone coperte di polvere, un secretaire acquattato in un angolo, un grande tavolo rotondo ritto su una gamba sola e soffocato da troppe sedie in legno scuro.
Tutto come lo ricordavo.
Mi voltai verso Masterson.
Muoveva lentamente la testa intorno, come un radar pronto a captare un debole segnale, o come un serpente intento a ipnotizzare un uccello invisibile.
Senza interrompere il movimento del capo, mi chiese: «Secondo lei, quanti fatti di sangue accaduti qui dentro sono riusciti a tenere nascosti?».
Sublime.
In una sola frase era riuscito a dare per certo che: primo, lì dentro fosse accaduto un delitto o più, secondo, la faccenda fosse rimasta segreta, terzo, ci fosse come minimo un complotto per tenerla segreta.
Mi misi le mani in tasca come uno scolaro che cerca inutilmente di evitare una bacchettata.
Gli avrei dato quello che voleva perché il cliente ha sempre ragione.
«Be’, queste sono cose che di solito non si raccontano ai clienti, ma…».
«Ma?».
«Sarò sincero con lei, signor Masterson (odio questa frase: ho sempre l’impulso di dire: “adesso le racconterò un mucchio di balle” e un giorno o l’altro cederò all’impulso). Non so quanti delitti siano accaduti qui dentro, né quali, ma so per certo che sono avvenuti. Come può immaginare, simili fatti vengono tenuti nascosti, soprattutto quando si cerca di vendere una proprietà immobiliare, così, col tempo, scoprirli diventa quasi impossibile, in special modo se si tratta di eventi… singolari».
Masterson annuì.
Aggiunsi un’aria contrita e allargai le braccia, come a mostrare l’intero, decrepito, triste edificio.
«Il fatto è – e lo avrà certamente notato – che questa casa, malgrado le apparenze, è notevolmente solida e sa perché?» (devi essere amico del tuo cliente, il suo amico speciale e, a lui, in nome della vostra vecchia, solida amicizia, sorta una settimana prima sotto l’egida del libretto degli assegni, devi svelare segreti che non diresti a nessun altro, soprattutto a nessun altro cliente).
Masterson smise di guardarsi intorno e mi dedicò tutta la sua attenzione.
«Perché nessuno viene mai qui. Niente atti di vandalismo. Niente vagabondi. Solo l’usura del tempo e, una volta, costruivano case solide... però nessuno vuole questa casa».
Tacqui quel tanto che bastava per creare la giusta suspense prima della sconvolgente confessione finale.
«Dicono che sia infestata» conclusi.
Masterson inspirò.
Mi sorpresi a chiedermi quali altre cose potessero procurare un piacere simile a quell’uomo. Scoprii che non volevo saperlo.
«Desidererei saperne di più» affermò.
Chinai il capo. Ero il ritratto della sconfitta e dell’umiliazione.
«Mi pare giusto – capitolai – desidera forse vedere le altre stanze? L’avverto però che non potremo salire al piano superiore. Le scale sono vecchie e non posso garantire della sua sicurezza».
«Mi accontenterò del piano terra» rispose invitandomi con la mano a fargli strada.
Fui lieto di precederlo.
E poi, avevo detto la verità.
Le scale potevano reggere il peso di un ragazzo di dodici anni, ma non sapevo se avrebbero sopportato quello di due adulti.
Inoltre anche il ragazzo, a suo tempo, si era fermato sul pianerottolo tra la prima e la seconda rampa.
Lì c’era un tavolino, e, su di esso, un pacchiano fermacarte di vetro, con dentro una casetta di plastica in un bianco paesaggio invernale di plastica.  
Ma questa era un’altra storia.
 
Quella notte rifeci il sogno.
Mi sarei stupito del contrario.
Ero a Casa dell’Ade ed ero solo.
Avevo dodici anni.
Era l’imbrunire, ma dentro era già notte.
Se non credete alle case infestate, provate a entrare in una casa abbandonata, quando fa buio, sedetevi e aspettate. Solo questo. Aspettate.
Sentite gli scricchiolii del legno, i crepitii della pietra. Ascoltate i flebili soffi di vento tra gli infissi cadenti, l’incessante assestarsi del pavimento, gli schiocchi dei mobili che, negli anni, continuano a vivere la loro vita misteriosa. Osservate le ombre che si muovono, l’incupirsi della polvere al lento passaggio delle ore. Percepite le fugaci corse degli insetti, ai margini del vostro campo visivo. Udite gli scalpiccii furtivi dei topi. O forse non sono topi… ma voi non credete ai fantasmi. Soprattutto quando siete fuori di lì.
Io invece ci credevo.
Avevo dodici anni e ci credevo.
E stavo a Casa dell’Ade.
Ero nel salone nel quale mi ero trovato quello stesso pomeriggio e dovevo salire al piano di sopra.
Avevo già aperto la porta che si apriva sulle scale.
Se nel salone era buio, le scale erano tenebra e, a dodici anni, avrei giocato la mia anima immortale sul fatto che quella tenebra era viva… e affamata.
Ma sarei salito. Sarei salito perché lei me lo aveva chiesto.
E io, per lei, avrei fatto qualunque cosa….         
A questo punto ebbi la fortuna di svegliarmi; forse il sonno non era ancora abbastanza profondo.
Sapevo che il peggio doveva ancora venire.
Mi alzai ed andai in bagno: come al solito, l’incubo non mi seguì.
Aprii il rubinetto e bevvi a lungo, molto a lungo, finché l’acqua non fu così fredda che cominciarono a farmi male i denti.
A questo punto mi alzai e andai alla finestra.
Mi accesi una sigaretta e guardai fuori.
Sapevo che, in quella direzione, nascosta dal quartiere residenziale (no... non pensai “nascosta”; pensai “in agguato”) c’era Casa dell’Ade.
Soffiai il fumo fuori.
Quattrocentocinquantamila.
Cribbio.
  
«Quattrocentomila» ripeté Mike.
«Quattrocentomila» confermai.
Avevo ridotto di cinquantamila il prezzo suggerito a Masterson. Non sempre si dice tutto al proprio socio.
«È più della metà del valore reale». Mike alzò il bicchiere e brindò con me. «Sei stato bravo»  ammise.
«Non ancora» bofonchiai bevendo un sorso.
«Oh… la storia di fantasmi».
«Già. Masterson può essere pazzo, ma non è scemo. Pagherà solo se saprà di qualche tizio avvolto in un lenzuolo che passeggia per le stanze facendo sferragliare catene arrugginite».
Be’, non si era espresso proprio così. Era stato più raffinato e l’aveva presa alla larga. «Lei sa come gli antichi greci chiamavano l’inferno?» mi aveva chiesto.
Eravamo usciti dalla casa e ci eravamo fermati per un attimo sotto un lampione acceso. Si era fatto buio. Masterson stava fumando una sigaretta e non mi ero stupito che usasse il bocchino.
Io avevo negato.
«“Casa dell’Ade” – aveva proclamato Masterson – o, meglio ancora, Casa di Ade, visto che Ade, cioè “L’invisibile” era il nome del dio dei morti. Perché anche i morti dovevano avere una casa, sa? Vasta, tenebrosa, cupa, ma pur sempre una casa. Se non l’avessero avuta, si sarebbero mescolati ai vivi e questo non era bene».
Avevo annuito. Non per il suo sproloquio, ma perché il nome “Casa dell’Ade” mi piaceva.
Lo avrei fatto mio. Sarebbe stato un furto ai danni di quel pallone gonfiato e non sarebbe stato né l’ultimo né il meno grave.
Masterson si gustava la sua sigaretta e la brace conferiva ai suoi lineamenti un bagliore rossastro che non mi piaceva per niente. Il profumo del tabacco, però, non era male.
Con calma, aveva proseguito. «Lei è stato onesto con me, Signor Chase, e io lo apprezzo. Avrebbe potuto tacere sulle dicerie che si narrano su questa dimora, oppure insistere nella banale, prosaica versione secondo la quale sarebbero solo dicerie. Invece ha ammesso la possibilità che possa esistere qualcosa di vero, di ulteriore rispetto a quella che chiamiamo “realtà sensibile”, qualcosa, se mi è consentito dirlo, di spirituale. Forse la sorprenderà sapere che ho un dilettantesco interesse per queste faccende, una sorta di reazione a questo mondo volgare. Così ho deciso di non respingere a priori l’idea di acquistare questa … Casa dell’Ade… sempre che lei possa fornirmi, in proposito, informazioni più precise su di essa, dacché (aveva detto proprio così “dacché”) non è mio costume lanciarmi in speculazioni azzardate. Quanto a tale, vile argomento… mi dica, signor Chase, quale sarebbe, indicativamente, il prezzo?».
«Quattrocentomila» ripeté ancora Mike, assaporando la parola.
Il mio socio pensava che io gli dicessi sempre tutta la verità. Gli volevo bene per questo.
«Mi sembra un buon prezzo per un racconto di fantasmi, non trovi?».
Annuii.
Lo sguardo di Mike cadde sul fermacarte sulla mia scrivania.
«E poi – proseguì – per te non dovrebbe neppure essere difficile, no?».
Ebbene sì, Mike sapeva.
Lo odiavo per questo.
             
Aveva il viso di una Madonna del Trecento ed era nata per spezzare cuori.
Quando sorrideva mi veniva in mente il dispiegarsi dell’arcobaleno dopo la pioggia d’aprile.
Avevo dodici anni ed ero innamorato di lei.
Se credete che non sia possibile, non cercherò di farvi cambiare opinione.
Tutto quello che so è che, dopo, non è mai più stato così e che non lo sarà mai più.
Si chiamava Eleanor.
“Prendimi qualcosa da là dentro” mi aveva chiesto accennando col capo a Casa dell’Ade.
Eravamo appoggiati a un muro di fronte. Passeggiavamo e se, da qualche parte, avessi visto un cartello che indicava il Paradiso, avrei tirato dritto lo stesso pur di stare con lei.
Così avevo tirato dritto: mi ero staccato dal muro, avevo attraversato la strada e, giunto davanti al cancello di Casa dell’Ade, mi ero fermato appena, giusto per dare una rapida occhiata a quella scritta.
Può accadere qui.
Sembrava tracciata dalla mano di un ragazzo.
Dopo, avrei scoperto che avevo ragione.
Avevo attraversato il giardino e, siccome avevo dodici anni, l’erba mi arrivava alla spalla.
Ero anche mingherlino, anzi, a dire il vero, ero così magro da sembrarmi che, se avessero voluto, gli steli ai bordi del vialetto avrebbero potuto ghermirmi e trascinarmi in mezzo a loro, dove l’oscurità era già completa.
Non avevo camminato così piano da lasciarglielo fare, ma avevo raggiunto il porticato e, per un altro, lungo secondo, mi ero fermato davanti alla porta.
Per un istante avevo sperato che fosse chiusa, anche se sapevo di sbagliarmi.
Avevo già letto abbastanza storie di fantasmi da sapere che le porte delle case infestate sono sempre aperte.
Casa dell’Ade non faceva eccezione, così avevo spinto ed ero entrato.    
Mi ero trovato nel salone e, come sarebbe accaduto anni dopo, era il tramonto.        
Dall’ingresso dietro di me entrava abbastanza luce da permettermi di distinguere quel panorama che, per molti anni a venire, avrei rivisto in sogno.
Avrei potuto afferrare il piatto di peltro sul tavolo, o il centrino di pizzo sulla poltrona, o la tromba del grammofono in un angolo, ma lei meritava di più, così avevo fatto qualche passo nel salone.
La porta che conduceva ai piani superiori era aperta e un’ultima lingua di luce lambiva la rampa delle scale.
S’intravedeva un tavolino sbilenco, con le gambe ricurve, appoggiato alla parete come se fosse sfinito.
Sopra era appoggiato un oggetto che, come una gemma incantata, sembrava catturare il vago chiarore alle mie spalle.
Avevo cominciato a salire le scale e, subito, queste avevano iniziato a scricchiolare e gemere come anime dannate.
Non avrebbero retto il peso di un uomo, ma io ero un ragazzino smilzo di dodici anni.
E, fuori di lì, mi aspettava forse il primo bacio.
Avevo superato la porta e avevo continuato a salire.
Ricordo che i gradini erano otto.
Avevo potuto distinguere l’oggetto sopra il tavolino.
Era un fermacarte di vetro.
Ne avevo già visti di quel tipo. Qualche anno dopo, li avrei giudicati pacchiani. Se lo agitavi, una strana neve finta cominciava a cadere all’interno, ricoprendo il paesaggio imprigionato.
Avevo allungato la mano.
Mentre stavo per agguantarlo un soffio di vento aveva socchiuso la porta dietro di me.
Quando mi ero voltato, le scale non avevano scricchiolato più perché, con un solo balzo, mi ero precipitato al piano terra.
Avevo toccato il pavimento e l’intera casa aveva tremato come scrollata da un gigante.
Con un altro balzo avevo superato la porta e l’avevo aperta.
Poi gli spettri mi avevano assalito.
Erano sbucati dalla penombra all’improvviso, con un urlo che veniva dritto dalla terra dei morti. Erano avvolti in bianche vesti fluttuanti, come nei racconti dell’orrore.
Poi avevano cominciato a sghignazzare.
Più tardi avrei riconosciuto Joe, Will e Mike.
Avrei anche capito che era stato Mike a scrivere quel graffito: può accadere qui.
In quel momento sentivo solo una cosa.
L’avrei sentita a lungo, nei miei incubi e, a volte, temo che sarà l’ultima cosa che sentirò prima di diventare io stesso uno spettro.
Era Eleanor che rideva e, per quanto mi riguardava, era l’unica realtà dell’universo.
Non avvertivo il cuore che scorrazzava imbizzarrito dallo stomaco alla gola e viceversa.
Non vedevo gli altri che si erano tolti le lenzuola di dosso e mi prendevano a pacche sulle spalle.
Non sentivo nella mia mano il fermacarte di vetro.
Non sentivo neppure il caldo e l’umido nei pantaloni.
Perché, a dirla tutta, il vostro intrepido narratore se l’era fatta addosso.
 
«Lei sa che cosa sia una casa, signor Chase?».
Una delle poche cose che mi piacevano di Masterson era che metteva i congiuntivi al posto giusto.
Eravamo in agenzia, dove il nostro dovizioso cliente aveva chiesto d’incontrarmi.
Era tardi e sapevo che il telefono non avrebbe squillato. Per sicurezza avevo spento anche il cellulare. Avevo pure spento il computer e tolto ogni pratica dalla scrivania, dove, ora, si trovavano solo una lampada da tavolo, due tazze vuote di caffé, un bloc notes e una penna. 
Non so bene perché, ma avevo tolto il fermacarte di vetro.
«Una casa è quel posto dal quale non ti allontani mai troppo» risposi.
Mi morsi subito la lingua: sapevo che Masterson non avrebbe gradito.
Un chiudersi deciso di palpebre, come una porta sbattuta, me lo confermò, ma ormai era fatta.
«Una definizione da prendere in considerazione – mi concesse il mio sdegnoso ospite – Io sono vecchio, signor Chase e, dopo un lungo peregrinare, ho deciso di stabilirmi nella vostra incantevole città. La disturba il fumo?».
Senza attendere risposta, aveva estratto un portasigarette d’argento, aveva preso un’altra di quelle sigarette profumate e l’aveva accesa con un fiammifero in legno.
Con calma, aveva tirato qualche boccata.
«Tuttavia, non desidero abitare in una casa senza storia. La maggior parte della mia esistenza, una parte invero considerevole, appartiene al passato e non mi troverei a mio agio in uno di quegli orridi cubicoli moderni. Peraltro (qualche altra boccata di fumo) desidero conoscere tutta la storia di quella che potrebbe diventare la mia dimora. Tutto Signor Chase».
Non mi piaceva come pronunciava il mio nome. Sembrava che lo stesse masticando, anzi, che lo stesse gustando.
«In particolare le cose che non si dovrebbero sapere» aveva concluso.
Aveva tirato le ultime boccate e, dopo aver cercato con lo sguardo un posacenere, aveva spento la sigaretta, ancora intera per metà, nella tazzina di caffé.
Mi aveva fissato.
«Lo farà per me, Signor Chase?».
«Naturalmente» avevo risposto.
Il patto era stretto.       
 
«Sai qual è la miglior definizione di casa infestata?».
Era un periodo in cui tutti sembravano avermi preso per un concorrente di quiz.
«Spara, Mike» sospirai.
«Casa con una storia terribile. Sai chi lo ha detto?».
«Stephen King». Non ero dell’umore giusto. Quella notte avevo rifatto il sogno, ma non mi ero fermato al punto in cui entravo a Casa dell’Ade. Ero arrivato al momento in cui mi accorgevo di essermela fatta nei calzoni. Per fortuna, non era ancora la parte peggiore.
«Già».
Mike era rimasto male. Non si dovrebbero dire certe cose al proprio socio.
«Me lo ha detto Beth». Beth era –è – la moglie di Mike. «Lei va pazza per quella roba».
King piace anche a me e Mike lo sapeva.
Ecco, queste sono cose che un socio può sapere.
Se è un buon socio, se ne ricorda e Mike, ogni volta che usciva un libro di King, me lo regalava.
In fondo, gli volevo bene per questo.
«E allora?» domandai. Dovevo gratificarlo di una risposta.
«E allora prendi qualche suo libro e scopiazza qualcosa no? sei tu quello col talento narrativo».
«Qui è tutto da inventare» sbottai.
Nel farlo, spazzolai con la mano la scrivania e un paio di fogli caddero per terra.
Mi accorsi solo allora che non avevo rimesso a posto il fermacarte.
«Eppure, da ragazzi ci faceva tanta paura…» mormorò Mike sedendosi al suo posto.
«Una casa è una casa. Mattoni, cemento, vetro, legno, metallo. E la gente che ci vive».
«Come siamo diventati cinici».
Mi alzai.
«Dove vai?».
«In conservatoria. Se devo inventare una storia di fantasmi, devo basarmi su più fatti concreti possibile. Dati verificabili, insomma, e i documenti che riguardano il vecchio quartiere residenziale non sono stati mai trasferiti su file, quindi devo esaminare fisicamente i registri. Poi farò un salto in emeroteca e in biblioteca, e forse anche in tribunale. Masterson farà dei controlli; non so perché, ma sono sicuro che li farà».
Mi misi la giacca
«E stasera faccio un giro nel vecchio quartiere. Forse smaltirò un po’ di cinismo per strada».
«Steve..?».
«Eh?».
«Prendi la pistola. Ti conosco. Vagabonderai e finirai per perdere la nozione del tempo. Quella non è una bella zona, non lo è mai stata e non lo sarà mai».
Il mio socio che si preoccupa per me. Commovente.
Detesto girare armato e dimentico nel cassetto la mia vecchia 38 anche quando non dovrei. Si chiama lapsus freudiano.
Mike lo sa e me lo ricorda. Di solito quando porto la valigetta dei contanti per i pagamenti in nero. Stavolta, invece….
«Ah, Steve».
«Sì?».
«Puoi dire a Beth che starò fuori città tutto il weekend per lavoro?»,
Ah, ecco.
«Certo».
«Sai com’è...».
Sì, lo sapevo.
«Dille che torno a casa appena posso, però».
«Contaci».
La casa è quel luogo da cui non ti allontani mai troppo.
 
Mediatore è colui che mette in contatto due o più parti per la conclusione di un determinato affare.
Nella prassi ci chiamano agenti immobiliari, ma la definizione più corretta sarebbe “mediatori”.
A noi però non interessa.
Non c’interessa nemmeno quale sia l’affare per il quale mettiamo in contatto le parti.
Gli affari sono affari, come dice sempre Mike, che ama essere originale, e tanto ci deve bastare.
Quasi sempre è così.
Quasi. 
 
Pioveva.
Di solito la pioggia mi concilia il sonno, ma quella volta era diverso.
Ero alla finestra e guardavano le gocce correre lungo il vetro in percorsi tortuosi, come disputando una loro imperscrutabile gara.
Beth si avvicinò e mi cinse le spalle.
«Non vieni a letto?»  mi chiese.
Avrei dovuto. Era il letto più morbido del mondo: le coperte erano calde e avvolgenti, le lenzuola soffici e carezzevoli, impregnate del profumo di Beth. Un cuscino di rose.
Avrei dovuto andare a letto, abbracciarla e dormire.
Anche se il sogno fosse tornato, accanto a lei avrei potuto sopportarlo.
Avrei potuto tirare avanti, ancora per un po’.
     
Casa dell’Ade non si chiamava così, ovviamente.
Non aveva neppure un nome vero e proprio.
Era stata costruita negli ultimi decenni dell’Ottocento e conservava gli spioventi, i doccioni e gli abbaini del periodo vittoriano.
C’era anche una specie di torretta che, nell’intenzione dei costruttori, avrebbe dovuto spaziare sulla campagna circostante.
Nel ’29 la famiglia era andata in malora e la casa era stata messa all’asta.
Poco a poco, negli anni trenta, la città le era cresciuta attorno come muffa.
L’ultimo dei proprietari l’aveva ricomprata, forse con l’idea di trasformarla in albergo, ma aveva fatto appena in tempo a compiere qualche intervento che aveva dovuto partire per il fronte asiatico, dove era morto. Con lui la famiglia si era estinta.
Dopo la guerra, per qualche tempo, la casa aveva accolto un paio di famiglie di reduci e, negli anni ’60, vi si era stabilita abusivamente una comunità hippy.
Il Comune aveva acquisito nuovamente la proprietà e se ne era disinteressato fino ai primi anni ’80, quando Casa dell’Ade aveva cominciato a passare da un’immobiliare all’altra.
Nell’85 un antiquario aveva cercato di aprire una specie di mostra permanente, ma tutto era andato all’aria in pochi mesi e, da allora, la casa era rimasta deserta.
A dodici anni non potevo saperlo, ma gran parte del mobilio e degli oggetti che si trovavano all’interno risalivano a quell’epoca.
Una finzione, insomma.
Niente morti misteriose.
Niente fantasmi.
Niente magia.
Solo affari.
Quattrocentocinquantamila.
Cribbio.
 
Nel sogno, i dimostranti si muovevano al rallentatore.
Io osservavo le loro facce distorte, i loro pugni alzati, i cartelli branditi, gli striscioni sventolati.
A farmi paura, però, erano quelli mascherati e vestiti integralmente di nero.
Black block.
Erano spuntati di colpo in mezzo alla folla come cellule tumorali in un corpo sano.
Ci avevano colto di sorpresa e, in un istante, ci eravamo resi conto di essere troppo pochi e male equipaggiati.
C’era stato qualche secondo di silenzio e io avevo visto i miei colleghi alzare gli scudi in plexiglas e impugnare i manganelli nella consapevolezza dell’inutilità di ogni resistenza.
I black block avrebbero attaccato nascondendosi tra i dimostranti normali, facendosene scudo, e poi sarebbero scomparsi di nuovo nella massa indistinta e urlante, in attesa della prossima occasione propizia.
Il silenzio si era rotto di colpo, come una diga che crolla, e la folla si era mossa.
Erano comparse le molotov.
Una aveva colpito alle gambe il poliziotto accanto a me e subito il fuoco lo aveva avvolto.
Probabilmente non era un tiro voluto, ma Henry – si chiamava così – si era acceso come un cerino e si era buttato per terra urlando.
La folla aveva fatto ala e il black block era rimasto isolato.
Nel sogno, l’istante in cui ci fissavamo negli occhi, prima che io estraessi la pistola e facessi fuoco, sembrava eterno, poi tutto tornava a velocità normale.
La folla si disperdeva, i miei colleghi portavano via Henry e io mi avvicinavo alla figura a terra, anche se, ancor prima di raggiungerla, capivo che era una donna ed era morta.
Lo capivo mentre i suoi occhi azzurri mi guardavano intanto che il sangue rosso si disperdeva sull’asfalto grigio sotto la tuta nera.
Io la conoscevo.
Aveva il viso di una Madonna del Trecento ed era nata per spezzare cuori.
E io l’amavo.
 
Come sempre, quando il sogno arrivava fino in fondo, Beth accese la luce e mi guardò in silenzio.
Aspettò a lungo, prima di mettermi una mano sulla spalla, poi chiese: «È passato? ».
«Sono un po’ stressato, ultimamente», ammisi.
«C’è qualche affare grosso in ballo, vero?».
«Non immagini quanto, Beth».
Lei si alzò e indossò una vestaglia.
La sentii andare in cucina e scaldare del latte.
Pioveva ancora.
Quando tornò, ero del tutto calmo. Sapevo che, dopo Casa dell’Ade, il sogno si sarebbe trasferito alla manifestazione di dieci anni dopo e alla morte di Eleanor.
Era sempre così e speravo che, un giorno o l’altro, mi sarei abituato.
E poi, non era il sogno la parte peggiore.
Beth mi porse la tazza.
«Potrebbe essere l’occasione buona» disse.
Si raggomitolò accanto a me, fissando anche lei i vetri rigati dalla pioggia.
«Potrei lasciare Mike e anche tu potresti sciogliere la società. Potremmo lasciare tutto questo».
Si guardò intorno. Casa sua era arredata con gusto. Era lei, ad avere i soldi, tra i due. Aveva i soldi e il gusto. Si meritava qualcosa di meglio di Mike. Diamine, si meritava qualcosa di meglio di me.
«Non l’ho mai sentito… mio. Non ho mai avuto niente di mio, in fondo. Neanche tu sei mio, del resto».
«Mi dispiace».  Non avevo di meglio da dire.
«Non importa. Anche questa casa. Era dei miei, non mia. Mi sono sempre sentita un ospite. Una che se ne può andare in qualunque momento e senza rimpianti. La casa, invece, è quel luogo dal quale non ti allontani mai troppo».
Già.
«Mi dispiace» ripetei.
         
Aveva smesso di piovere.
Stavo tornando a casa.
Nel farlo, avevo preso la strada più lunga: quella che passava davanti a Casa dell’Ade. Era lì che mi trovavo, ora.
La via era deserta, ma non avevo paura: avevo seguito il consiglio di Mike e avevo con me la pistola.
Non quella d’ordinanza, quella no, ma non avevo avuto problemi a farmi rilasciare un nuovo porto d’armi.
L’inchiesta mi aveva assolto da ogni responsabilità: era stata legittima difesa.
Quando avevo lasciato la polizia non mi avevano dato una medaglia, ma nemmeno impresso un marchio indelebile.
Guardavo il profilo di Casa dell’Ade.
Il cielo aveva quella luminosità effimera che, in città, si vede di rado, solo dopo la pioggia. La luna scivolava sul tetto e qualche riflesso rimaneva impigliato nelle tegole, che lo restituivano in un labile brillio d’argento.
Se da casa tua non ti allontani mai troppo, allora casa mia era Casa dell’Ade.
Ci ero tornato spesso, negli anni.
Oh, avevo girato parecchio, se è per questo: ero stato a Petra ed Ayers Rock, a Reykjavik ed a Bombay, sulle Alpi e su un atollo nel Pacifico… ma ero tornato sempre lì. Una notte dopo l’altra. Un sogno dopo l’altro.
Era casa mia.
E Mike me l’avrebbe portata via.
Nessuno l’aveva voluta, negli anni, ma, alla fine, il momento era venuto.
Mi appoggiai a un muro (sì, era lo stesso muro, avete indovinato, contenti? – stavolta però ero solo; lo ero sempre stato, da allora), mi accesi una sigaretta e la guardai. Povero, innocuo spauracchio. Meno spaventoso di una “casa delle streghe” al Luna Park. Più fragile di una casetta di plastica dentro un fermacarte.
Casa dell’Ade (che si chiamava così senza saperlo), apparteneva, al momento, alla Esquire Real Estate. La Esquire Real Estate (niente più che un indirizzo internet e una scrivania) era partecipata, al 51%, dalla Major Houses. La Major Houses, che, per il momento, aveva sede alle isole Cayman, era a sua volta controllata dalla Sullivan Enterprises. La Sullivan Enterprises era una piccola galassia di società tutte rette, con un patto di sindacato, dalla famiglia Sullivan. E Beth Sullivan era la moglie di Mike.
Sì, avevo fatto qualche ricerca in conservatoria… e in camera di commercio, in tribunale etc.
L’avevo detto a Mike e lui me lo aveva lasciato fare; si fidava di me: ero il suo socio.
Commovente, no?
Quattrocentomila – o quattrocentocinquantamila, a questo non punto non aveva più molta importanza.
Davvero commovente, nel senso etimologico che ti fa muovere qualcosa dentro.
Così ero andato avanti a muovermi: dietro Masterson.
Il mio sdegnoso amico aveva detto il vero: aveva peregrinato alquanto. Capita, quando hai la polizia alle calcagna. I poliziotti, poi sono fatti così: sono un po’ ottusi, poco aperti di mente. Qualcuno, per esempio, pensa che l’associazione cultural – religiosa di cui sei presidente sia solo una montatura. Dev’essere a causa delle accuse di pedofilia. Sono così ottusi e materialisti da credere che l’intera faccenda sia una posa per i tuoi traffici, una mascherata, come il bocchino per le sigarette o la fodera dell’ombrello. Per fortuna sono così ottusi da non riuscire a montare, in trent’anni, un’accusa decente, vero Masterson?
Be’, sì, avevo fatto anche qualche giro in emeroteca e in biblioteca.
Forse Mike pensava che fosse una colossale perdita di tempo, ma aveva avuto il tatto di non commentare. Del resto, glie lo avevo detto. 
Non gli avevo detto quello che avevo trovato, questo no.
E poi, Mike non avrebbe capito.
Lui non si svegliava d’improvviso al ricordo di ragazza col viso di una Madonna del Trecento e che era nata per spezzare cuori.
Non gli succedeva di sognare gli occhi azzurri di quella ragazza che si facevano freddi sull’asfalto grigio, mentre, intorno, il sangue rosso si allargava.
Non gli capitava di domandarsi ogni volta, al risveglio (e, signore e signori, casomai ci fosse bisogno di dirvelo, era quella la parte peggiore): “Sei sicuro di non averla riconosciuta prima, Steve?”.
No, Mike non se lo sarebbe domandato. Non più di quanto gli sarebbe capitato di domandarsi che cosa avrebbe fatto Masterson dopo aver acquistato quella casa.    
Mediatore è colui che mette in contatto due o più parti per la conclusione di un determinato affare.
L’affare, in sé e per sé, è affare delle parti.
Avrei potuto fargli avere i documenti, gl’indizi, le dicerie, che avevo raccolto in un faldone: non sarebbe servito a nulla.
Mike avrebbe venduto Casa dell’Ade.
Anzi, l’avrebbe venduta Beth, che era consapevole di possederla tanto quanto era consapevole del fatto che Mike avesse un’amante: un’informazione scomoda, ma tutto sommato, irrilevante.
Mike non era suo. E non lo ero io.
E nemmeno Casa dell’Ade.
No, credo che neanche Beth avrebbe capito
Non avrebbe capito che non mi bastavano una casetta di plastica in un fermacarte di vetro e quattrocentomila dollari su un conto estero (o quattrocentocinquantamila, se è per questo).
Non avrebbe capito che, da qualche parte, un ragazzo di dodici anni ancora aspettava il primo bacio.
Beth avrebbe venduto Casa dell’Ade, Mike ci avrebbe guadagnato e Masterson l’avrebbe… profanata.
Fine della storia.
Finii anche la sigaretta, la spensi sul marciapiede e presi il cellulare.
Albeggiava.
Avevo una lunga giornata, davanti.
 
La storia è tutta qui, in questo faldone posato sulla scrivania, nell’angolo sinistro. È grigio e smangiato e le fettucce sono mezze sbrindellate. Puzza di polvere.
Alla mia destra si trova la pistola. L’ho lucidata e ingrassata.
Di fronte ho il portatile sul quale ho scritto queste righe. Il suo bagliore azzurrino è l’unica luce nella stanza. Presto lo spegnerò e mi alzerò.
Andrò a Casa dell’Ade, dove Mike e Masterson mi stanno aspettando.
Saliremo assieme le scale, anche se siamo tre adulti e io non sono più smilzo con un tempo.
Non so se riuscirò ad arrivare al pianerottolo e a rimettere al suo posto il fermacarte di vetro, quello dove, se lo agiti, una neve finta cade su una casa finta.
In ogni caso, ce l’ho con me.
Vi ho detto, all’inizio, che a Casa dell’Ade fantasmi non ce ne sono.
Forse è il momento di rimediare. 

 

 

 

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Vecchio Mara il 2018-03-16 13:52:31

all\'inizio mi ha ricordato un romanzo che ho finito di leggere una settimana fa: Le notti di Salem (il nome del cliente mi ha ricordato casa Marsten, e anche il fermacarte con la neve mi pare un rimando all\'opera di King). Poi invece si è rivelata tutt\'altra storia. Non un horror, a mio avviso, Ma il viaggio nella mente sconvolta di un uomo, che non riesce a dimenticare il tragico fatto che ha segnato il resto dei suoi giorni. Io così l\'ho letto. La casa non è stregata, ma la sente sua perché è lì che tutto ebbe inizio quanto ancora era un ragazzino, Piaciuto tantissimo, ad oggi il mio preferito (sarà per la lunghezza inusuale?) tra i tuoi racconti. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-03-16 15:27:31

Questo è il racconto cui accennavo parlando di “Aspirazione”, l’ultimo racconto che finii prima di una lunga pausa narrativa, che durò dal ’93 – ’94 al 2007 - 2008. Dopo, e per un po’, buttai giù incipit, frammenti, stralci ecc. ma senza concludere nulla di apprezzabile. Tra questi incipit c’è il primo capoverso di  “Casa dell’Ade”, che, ricordo, scrissi al computer, il quale era ancora uno di quelli senza mouse, con schermo nero e scritte verdi. Come ho già avuto modo di raccontare, intorno al 2008 ripresi a scrivere su un computer quasi moderno. Tutti quei lacerti erano andati perduti (non valeva la pena recuperarli, anche dal punto di vista tecnico – informatico ed economico), ma me ne ricordavo alcuni e, tra questi, c’era l’incipit di “Casa dell’Ade”. Nel tempo, aveva avuto un paio di ripartenze, una delle quali abbastanza elaborata. In un caso il protagonista era un ingegnere comunale che avrebbe dovuto demolire la casa, nell’altro la casa era una scuola in cui il protagonista aveva vissuto episodi di quello che oggi si chiama bullismo. Però... però non giravano: troppo complicati, per i miei mezzi, e poi mancava sempre qualcosa. Percepivo, insomma, che l’idea centrale era buona, ma necessitava di uno sviluppo diverso, più semplice, ma sperabilmente più penetrante. L’idea centrale, come sempre, è elementare: la definizione di “casa con una storia terribile” è davvero di Stephen King e si trova in un saggio. La mia ambizione era scrivere una storia su una casa infestata prima che diventasse tale. Spiegare cioè l’eziologia della cattiva nomea dell’edificio. In un certo senso si può dire che la frase finale del primo paragrafo (che ricorda volutamente un po’ l’inizio de “La maledizione della casa sulla collina” di Shirley Jackson, un romanzo in cui ci si chiede se gli spettri ci siano davvero o se se siano un prodotto dell’immaginazione della protagonista, Eleanor) e cioè: “Ma, a casa dell’Ade, fantasmi non ce ne sono” ha infestato la mia mente per anni. E, in effetti, il punto è proprio quello: la mente. A volte mi capitano racconti che vengono fuori in sé e per sé compiuti, da un’intuizione, altre volte ancora mi tocca costruirli un po’ per volta, altre volte ancora le idee sono come calamite con un polo solo (se esistessero) e tocca aspettare che salti fuori il polo opposto... e ovviamente non è detto che accada. In questo caso il polo opposto del racconto, che ha aspettato un pezzo per farsi vivo, è il disincanto del protagonista. Un embrione c’era già nel primo paragrafo. La voce narrante non si limita a non credere ai fantasmi, dice proprio, apertamente, che non ce ne sono anche là dove ci si aspetta che potrebbero essere. Credo questa presa di posizione abbia deciso, senza appello, lo stile del racconto, vagamente (almeno spero) raccontato con lo stile introspettivo, amaro, sarcastico, dolente di un emulo del Marlowe chandleriano (l’uso della prima persona viene da lì). Era un embrione, ma la gestazione è stata lunga. Come il detective di Chandler, il mio protagonista passa da una disillusione all’altra, da un tradimento all’altro, ma, a differenza di Marlowe, egli non è estraneo a questo sistema. Anzi, ben presto egli diventa parte attiva e partecipe di esso. In questo racconto tutti tradiscono tutti. I soci fregano il cliente (anch’egli un millantatore), si fregano tra loro (Steve tace a Mike una parte del prezzo), Mike tradisce la moglie che, a sua volta, lo tradisce con Steve. Alla radice di tutto, per il protagonista c’è il tradimento da parte dell’amore giovanile (Eleanor, ovviamente), e, in un certo senso, a suo tempo, lui la tradirà sparandole forse involontariamente e forse no. Non è un racconto in cui l’innocenza viene semplicemente perduta. No. Qui l’innocenza viene messa nel tritarifiuti, buttata nella pattumiera e poi incenerita. La voce narrante lo dice chiaro e tondo da subito: niente fantasmi. E niente amici, amanti, etica, amori. Questo essendo lo stato di cose, il protagonista, via via che prende atto che il mondo non è innocente e che lui stesso è colpevole  non può che, forse fatalmente, tornare all’origine. Ripristinare le forme del “prima del peccato”. Ecco saltar fuori la casa giocattolo che l’ha segnato tutta la vita e che (come il nome Masterson) viene dritto dritto da ‘Salem’ s Lot. Anche lì il fermcarte di vetro è la prova di un rito di iniziazione giovanile, ma tale oggetto ha, nel mio racconto, un’altra funzione: il fermacarte va rimesso a posto, come emblema del ritorno a uno stato anteriore al “peccato originale”, al primo, e forse più incisivo di tutti i tradimenti che seguiranno. La palla di vetro va rimessa lì, però, anche per ripartire verso un’altra direzione. Quale? Spero che si intuisca. Steve va all’appuntamento col socio e col cliente (i quali gli vogliono portare via la casa dove, tanti anni prima, gli è balenata, per un’unica volta, una promessa di felicità, benché smentita e ossessivamente tradita) armato. Ci va con una pistola e con la (spero evidente) intenzione di usarla. A Casa dell’Ade – e non solo – fantasmi non ce ne sono.  Come non ci sono amici, amanti, etica, amori. Ma forse è il momento di rimediare, di dare inizio alla “storia di una casa con una storia terribile” che  potrebbe non essere più terribile delle storie del mondo reale. Chissà, potrebbe persino non essere così terribile. 



Vabbè, mi sono auto – fatto – una sorta di “filosofia della composizione”; me ne rendo conto e spero che non venga presa per una specie di peana. Chi si loda si imbroda e non intendo certo lodare il racconto, solo provare a spiegare come e perché, in questi anni, quasi trenta, ormai, mi sia affezionato ad esso. Mal che vada, potrò rispondere ad altri eventuali commenti rimandando a questa spatafiata.



 


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Antonino R. Giuffrè il 2018-03-16 16:30:24
Malgrado il notevole apparato citazionistico, il racconto scorre in un modo così fluido e lineare che si legge in pochi minuti. Il finale, poi, è una vera chicca di humour nero. A voler essere pignoli, non mi convincono molto “lucore”, che trovo vagamente dantesco, e “per un attimo speranzoso avevo sperato”. Ciao, piaciuto molto.

Rubrus il 2018-03-16 16:42:52
Come promesso, rimando alla spatafiata. Sostituito "lucore" con "chiarore" e tolto "speranzoso" (chissà come mi è sfuggito) e già che c'ero anche "breve" (c'è già "istante")
Ciao!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2018-03-18 23:29:59

Bello, efficace e, ha ragione Antonino, leggibilissimo, al punto che la sua lunghezza (cosa come ben sappiamo del tutto relativa) non si sente affatto. E ogni tanto vale la pena, secondo me, di proporre scritti di lunghezza maggiore del solito, anche se meno adatta al web, giusto per mostrare ai lettori, effettivi o ipotetci che siano, altre nostre sfaccettature letterarie rispetto a quelle note e pazienza se poi riceviamo pochi commenti o non ne riceviamo nessuno (rischio che tu non corri, a ogni modo). "Una storia su una casa infestata prima che diventasse tale", scrivi tu. O anche, più semplicemente (scrivo io), un racconto noir, anche se con un tag horror che aiuti a ingannare benevolmente il lettore, affinché sia per lui un pò meno facile intuire il finale e se lo gusti perciò meglio. E lasciami dire che rispetto alle altre strade a cui avevi pensato, l'ingegnere che deve demolire la casa e la storia di bullismo, quella scelta infine da te è sicuramente molto migliore, perché rende il racconto molto meno banale e convincente anche oggi. Mm, vedo tra parentesi che Antonino (oltre a quell\'orribile speranzoso) ha criticato anche l'uso del termine "lucore", e vedo che tu lo hai corretto. Beh non sono d'accordissmo con voi, il vocabolario italiano è ricco, perchè limitarci? Un po' desueto, forse? E allora? Una parola desueta usata solo ogni tanto non credo che faccia male. Quello è un suo vecchio leit motiv, peraltro, ha fatto altrettanto con me già molti anni fa, me ne ricordo bene, io però ho la testa dura e persevero con l'uso di quella e di altre espressioni, perché mi caratterizzano: apprezzo i suoi suggerimenti letterari e li valuto sempre con attenzione, ma non sempre li seguo perchè mi parrebbe un po' un omologarmi. E, infatti, "lucore" lo farò riapparire presto, questione di stile: lo so, lo so, tu odi la parola "stile", ma il mio stile, se esiste, voglio appunto che mi caratterizzi in qualche modo. Ah, una noticina, già che ci sono, a parte i nomi e cognomi anglosassoni, così come è scritto questo racconto potrebbe essere ambientato ovunque, anche sotto casa mia, per dire. A che pro dunque usare nomi americaneggianti? Va beh, comunque il tuo racconto mi è piaciuto, l'ho trovato di gran spessore. E stai tranquillo, il finale si capisce benissimo e trova un suo perfetto equilibrio. Un Rubrus d.o.c.g. come un Barolo o un Barbaresco d'annata questo racconto, per me. Ciao.

Rubrus il 2018-03-19 09:34:34

Ciao. Be\', richiamata per il resto la \"spatafiata\", quanto a \"lucore\" è un problema di registro. \"Lucore\" è un po\' aulico per un racconto nel quale il tono del registro è colloquiale. E\' concesso un po\' di lirismo, ma giusto un filino, laddove il narratore, sull\'onda del rimpianto, parla di \"labile brillio d\'argento\", ma anche lì ho usato \"brillio\", parola abbastanza comune. Altrove, invece. l\'uso di termini ricercati è come un paio di ghette su delle scarpe da ginnastica: ridicolo. In generale, tra una parola semplice e una complessa è meglio la parola semplice - se il registro del racconto non richiede un linguaggio tecnico o d\'altri tempi. Uno scrivente che usa parole ricercate dove non serve spesso non fa altro che pavoneggiarsi per mascherare una certa insicurezza. Sull\'uso dei nomi americaneggianti ti sei in realtà risposto da solo. \"Questo scritto può essere ambientato ovunque\". E\' esattamente quello che volevo: delocalizzare. Anche quel fine poetico (si fa per dire) sta nella premessa: \"Sono sicuro che anche dalle vostre parti esiste una casa dell\'Ade\". Come un Mc Donald, ce n\'è uno in ogni parte del mondo e ognuno ha il suo. Per far questo i nomi anglosassoni funzionano immensamente meglio. All\'interno del racconto, peraltro, sta anche una spiegazione interna. Nei primi paragrafi il protagonista dice: \"Chiamerò così Tizio, chiamerò così Caio, anzi chiamerò i personaggi di questo racconto col nome che mi pare, tenetelo a mente perchè non lo ripeterò più: può darsi che questa storia un giorno venga pubblicata e non voglio rogne\". Ci dice quindi che sono nomi finti e, se ricordiamo come termina il racconto, cioè con un delitto (anche se non sappiamo se il narratore spara al socio e al cliente oppure le scale della casa crollano) ,il tutto (a mio parere) ha una sua giustificazione. Quindi, l\'uso dei nomi americaneggianti, da un lato ha la sua funzione all\'interno del racconto, dall\'altro serve allo scopo di ricordare, ancora una volta, che esiste una casa dell\'Ade ovunque. A titolo personale, poi. è uno sberleffo per gl\'idolatri del natio borgo selvaggio (leggo questo perchè \"parla delle mie parti\"), borgo su cui spesso ho la tentazione di passare, narrativamente, le ruspe. Ciao!



 



PS: per la cronaca, la casa dell'immagine è Villa Capriglio, a Torino. Ho scelto quell'immagine perchè, richiamandomi alle premesse, è meno spettrale di altre (o di altre ville). Ovvio che se, nel racconto, la collocassi in modo specifico verrebbero escluse, come prima impressione nell'immaginazione del lettore (e sappiamo che la prima impressione è quella che conta) tutti gli edifici analoghi in tutta Italia e altrove. Diventerebbe un racconto su "casa X" non sulla (sarà ambizioso, lo so) "l'idea di casa infestata non importa dove". La mia personalissima idea di casa infestata, per esempio, è un mix tra Palazzo Dolcini (una ex "Casa del fascio" sulle colline romagnole, ristrutturata da almeno trent'anni, ma che quando ero bambino io era abbandonata) e Villa De Vecchi, sopra Lecco. In rete viene definita come "la casa più infestata d'Italia", ma io ci sono entrato prima di internet e l'ho trovata arcana e soprannaturale come una ritenuta d'acconto. Certo, è pericolosa perchè pericolante, ha un aspetto sinistro (come lo aveva Palazzo Dolcini, con tanto di piccolo teatro interno, prima della ristrutturazione), ma non c'è nulla di esoterico. Tutte frottole, quelle che trovate sul web.   Abbiamo bisogno, talvolta, di credere in queste cose (il "perchè" richiederebbe una lunga spiegazione), e, questa estate, una tizia che vi ci si è avventurata, è rimasta vittima di un crollo. Un episodio, per certi versi, affine a quello da me narrato. 



      


Massimo Bianco il 2018-03-25 17:13:25
Mah, Lucore = "luce tenue, chiarore" oppure "luce intensa, splendore". Espressione che lo Zingarelli non dà né come desueta né come dotta. E per me un pizzico di semplice raffinatezza in più in uno scritto non guasta. Con qualunque dei due significati venga utilizzata, io francamente insisto nel trovare ingiustificato criticarla e sostituirla, ma va beh, affari tuoi. Passo e chiudo, ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2018-03-19 13:12:56
Se non sbaglio, mi parlasti della Casa dell'Ade quando commentasti un mio racconto sul vecchio Net. Ti esortai a scriverci sopra qualcosa, dato che, mi confermasti, avevi già delle idee su carta. Bene. Eccomi accontentato! E che regalo! Primo, l'apertura, dove descrivi la casa: un racconto nel racconto, poi il fatto di non trovarci quello che ci si aspetta in catapecchie del genere, e infine, invece, l'orrore puro che non viaggia in un vecchio lenzuolo impolverato, ma dentro i neuroni di un vecchio ragazzo che non è ancora riuscito a dimenticare. Il tutto, ovviamente, condito con il tuo solito stile, che non si vorrebbe mai terminare di leggere!

Rubrus il 2018-03-19 15:11:19
Sì ne parlammo, ma allora per motivi vari non potevo postarlo. Ti ringrazio e per il resto rimando alle "spatafiate" di cui sopra. Ciao!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Gerardo Spirito il 2018-03-22 20:13:36
Mi è piaciuto molto, anche se mi aspettavo alla fine qualcosa di diverso, qualcosa di più "horror" insomma. Comunque ho apprezzato soprattutto la prima parte, quando cominci a imprimere alla storia un'atmsofera sinistra e misteriosa, e a mia impressione sempre sospesa fra un'ambiguità soprannaturale (che alla fine non si concretizza, ovviamente) e una drammaticità reale (l'esperienza "traumatica" del protagonista) che muta rigo dopo rigo fino alla sterzata finale. Forse come dice paolo abbiamo già parlato su net di queste "case infestate che ci circondano" perché ne ho un vago ricordo. Ecco ricordo di aver già parlato della mia personale casa dell'ade; è un vecchio albergo abbandonato a Ischia, l'hotel San Pietro, fatiscente e spettrale, di cui si dice in inverno accolga messe nere e altri strani riti dediti alla santeria. Si trova proprio vicino al porto, bisogna risalire una stradina isolata circondata dagli arbusti e, all'entrata, sulle mura della casupola dell'ex guardiano, capeggia la scritta BENVENUTI ALL'INFERNO, con annesso 666 ovviamente. Mia nonna è di Ischia, quindi d'estate ci vado spesso lì sull'isola e ricordo che alcune volte, con gli amici, da piccolino, dopo aver trascorso le serate al cinema a vedere qualche film del terrore, ci facevamo sempre una capatina. I brividi ogni volta. Restavamo lì al massimo qualche secondo e poi scappavamo via, era tutto buio e silenzioso a avevamo sempre la sensazione di essere osservati da qualcuno. Ad ogni modo, bella storia, scorre che è una bellezza fino alla fine. Un saluto.

Rubrus il 2018-03-23 13:31:06
Grazie. E mi fa piacere di avere saputo che, anche dalle tue parti, esiste una "Casa dell'Ade". Per il resto, vedasi spatafiate eheheh.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Blue il 2018-04-04 15:01:38

In fondo, la considero un po' la tua versione della casa in Neibolt Street: c'è un qualcosa di perverso, nel legarsi ad un luogo che ti procura degli incubi in modo talmente viscerale da non riuscire più a staccarsene... e addirittura da arrivare al punto di fare di tutto perchè qualcuno non te lo porti via.
Sembra ispirato davvero ad una storia di Poe, come ammetti tu stesso nel racconto... ma, se posso permettermi, avrei evitato la "spiegazione" degli avvenimenti che hai esplicitato in un commento. In primo luogo perchè erano abbastanza deducibili, e poi perchè, più in generale, è come far trovare un mazzo di fiori fuori dalla porta della persona che ami, insieme ad un bigliettino in cui chiarisci perchè hai scelto un fiore piuttosto che un altro...
Molto spesso, le parole arricchiscono i gesti... ma qualche volta, anche se (per fortuna) molto più di rado, li sviliscono.

(P.S.: Mi perdonerai se ho usato il grassetto come hai fatto tu, ma è che mi sembra davvero un buon modo per aumentare la leggibilità)

Rubrus il 2018-04-04 15:51:38
Ciao. Eh... se i commenti sono lunghi effettivamente il "grigio su grigio" ne compromette la leggibilità, quindi nessun problema per il grassetto. Quanto al commento - l'osservazione al quale va benissimo - dietro c'è un problema molto vasto e cioè se e in che misura i commenti interagiscano o debbano interagire con l'opera. Una volta questo problema non c'era e in fondo anche adesso parrebbe risolvibile non commentando, tuttavia ciò farebbe venir meno l'essenza stessa del web, cioè l'interazione, quindi... boh :-)

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Elisabeth il 2018-04-05 11:25:48

Ecco. Mi è piaciuto moltissimo. Ci ho messo un po' a leggerlo, mi serviva il giusto tempo e alla fine l'ho trovato. La costruzione del testo è perfetta a mio avviso, lo stile paziente che manda avanti e torna indietro a me piace, efficace se ben gestito, focalizzando i punti in cui tutto "è avvenuto". Nella casa e intorno ad essa, c'è un'atmosfera di una tonalità grigia, limbica ed emozionale, che per un tempo -agli inizi- è stata rosa speranza, anche di un amore, di giochi tra ragazzi, di un oggetto portato con sè, simbolo di ciò che è stato un tempo. Nella casa tutto si congela, resta fermo, sviluppando un richiamo che aumenta negli anni maturi e nelle storie che il protagonista fa. Beth, Mike, sono essi fantasmi che di fatto non possiedono niente di loro, neppure la forza che spinge Steve a riappropriarsi/prendersi ciò che era stato. Forse diverranno qualcosa, ma per mano d'altri. 

Bel luogo, bel climax, bel racconto.

Rubrus il 2018-04-06 17:36:12
Grazie. Sul fatto che la casa possa essere una rappresentazione dell'anima penso che un psicologo potrebbe dire molte cose. Per il protagonista, dichiaratamente, almeno in parte, lo è.

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Eli Arrow il 2018-04-06 16:49:08

Prima di essere infestata dai fantasmi veri, la casa è infestata dai ricordi grevi del protagonista, mi piace questa idea e come hai sviluppato il racconto.
Non mi trovo d'accordo con Blue, invece. Io ho sempre trovato molto interessante conoscere la genesi di un racconto e sono contenta quando ne trovo una. (certo: de gustibus). Ciao.

Rubrus il 2018-04-06 17:38:31
Be'..."vedi sopra" ehehe. Sul resto, a me piace letteralmente "smontare" un racconto per vedere come funziona, come se fosse una macchina, ma mi rendo perfettamente conto che per molti è come vedere la zip sulla schiena del tizio in costume: rovina tutti. Come hai detto, sono giusti tutti e due gli approcci.

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-02-10 18:44:30
Da un anno ogni tanto rileggo questo racconto - che per me fa parte di una preziosissima trilogia narrativa sull'archetipo dell'Ade, presente su PIAF, questo con "La porta dell'Ade" di Vecchio Mara e "Mortis Domus" di 90Peppe90 - e piano piano ho trovato bellissima questa frustrazione che ho spesso provato nel commentarlo: ruffianeria, piaggeria, l'altezza di Buzzati, Landolfi e Sclavi, tanto per farla morta lì? Già mi vedo l'espresisone compatita del buon Rubry. Andare a trovare i punti critici, già, ma dove sono? E già mi vedo la smorfia divertita. Non esiste la perfezione, ma nemmeno l'inventarsi della nichilite giova al mio animo. La mitologia greca a riprova della prospettiva totalmente psicologica di Ade diceva che egli non ha templi sulla superficie della terra e non riceve libagioni. Questo è un possibile commento, perchè Ade costruiva il suo tempio con i racconti - attorno al fuoco - che gli antichi greci si facevano, di notte, attorno ai crocicchi e ai crovevia, nei pressi dei tumuli delle pietre dedicate ad Hermes, lo psicopompo. Non può certo essere un caso che proprio TU, caro Rubry, hai inventato il sacro nome di questo posto...il suo Fato. Ma ho il dovere di un commento meno astratto e un pò più concreto e allora via con l'Introibo a "Fantasmagonia" di Michele Mari, che fornisce chiavi preziose, come quelle del regno di Ade: "Introibo. Per fare un fantasma occorrono una vita, un male, un luogo. Il luogo e il male devono segnare la vita, fino a renderla inimmaginabile senza di essi. Il luogo dev’essere circoscritto, con confini precisi; piú che un luogo, una porzione chiusa di luogo: preferibilmente una casa. Di alcune caratteristiche fondamentali di questa casa si dirà piú avanti. Il male dev’essere intollerabile, porti o non porti al suicidio; dove l’intollerabilità, si badi, dev’essere destinata a non scemare per scorrer di tempo ma, al contrario, a vieppiú incrudelire: e prima, e dopo il decesso." E ancora a proposito della casa: "La casa ha dunque ad essere chiusa per inibire varianti e aperture; chiusa come è chiusa al mondo la mente del morituro; chiusa, come dianzi si disse, per trattenere al proprio interno gli spiriti che in forma di impercepibili efflati molecolari la persona tormentata rilascerà in continuazione, e quali per didascalica imago si rapprendono nella figura del sospiro." Ma alla fine della fiera che è questo commento, forse l'unico contributo sensato è suggerivi: LEGGETE QUESTO RACCONTO, non potete scappargli!Non potete fuggire dalla vostra Casa dell'Ade!

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