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Aspirazione

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2018-03-13 18:41:10


«Scusi ma…lei è Steven Allan Phillips?».
SAP allargò la dentatura nel “sorriso da conferenza” che sua moglie odiava tanto.
Un fan. Proprio davanti a lui. Proprio adesso.
Be’, il lavoro è lavoro, dopotutto. E poi, negli ultimi tempi (no, negli ultimi anni) non ci sarebbe mai stato un adesso adatto, quindi tanto valeva togliersi il dente e il dolore.
Annuì, in risposta.
L’uomo sorrise a sua volta, con l’espressione che avrebbe potuto avere un toporagno dopo aver catturato un insetto particolarmente gustoso.
Era un individuo lungo e magro, del tipo che fa sembrare oversize qualunque capo di abbigliamento. La giacca gli penzolava dalle spalle come se fosse appesa a una gruccia, mentre la camicia si disponeva in ampi svolazzi su un ventre inesistente.
Come se non bastasse, un enorme naso che definire “aquilino” sarebbe stato una litote, ombreggiava due labbroni curiosamente rossi e turgidi in tutto quel corpo rinsecchito.
«Mi sembrava di averla riconosciuta, sa?».
La voce era piuttosto profonda (e ci si domandava da quale cavità nascosta in quel petto magro potesse mai nascere) ma non gradevole, ad un ascolto più attento.
Polverosa.
L’aggettivo balzò alla mente di SAP in una subitanea rivelazione. Gli balenarono alla mente vasti deserti, antichi e ostili, dove un vento assassino sibilava incessante tra le dune.
SAP catturò l’immagine con un guizzo improvviso e l’archiviò nel suo cervello, là dove, gelosamente, custodiva gli spunti per il romanzo che, temeva, non avrebbe mai scritto. Simili intuizioni, ormai, erano sempre più rare.
«Ho visto la sua foto sul retro di copertina – proseguì l’uomo – ho letto molti suoi libri, ma in edizione tascabile e quindi la sua foto non c’è sempre. E poi, se posso permettermi, in foto sembra molto più giovane».
«Bè, quelle tascabili sono edizioni di vecchi romanzi e le foto risalgono a quel periodo. Il tempo passa».
Già. E io non sono più giovane. Sono stato giovane a lungo, ma, alla fine, ho dovuto cedere. Non sono più quell’uomo. Quell’uomo era un’altra persona che ha cessato di esistere tanto, tanto tempo fa.             
«Naturalmente – si scusò l’uomo – ma, sa, io compro solo tascabili, per ragioni di spazio. Viaggio molto ed ogni centimetro della borsa è stipato fino all’inverosimile».
Commesso viaggiatore. Lo supponevo. Tavole calde, lunghi viaggi freddi, interminabili notti solitarie in camere d’albergo, dove nessuno viene a fare compagnia al tuo naso enorme e alle tue spalle da spaventapasseri. Non deve essere facile neanche per te, amico, così prendi in prestito i demoni di qualcun altro, noleggiandoli di seconda mano per qualche centesimo e, in loro compagnia, ti consoli illudendoti che si possa stare peggio di quanto non stia tu.  
«E poi, il prezzo è basso – proseguì Nasone – fattore non trascurabile. È straordinario quanto poco costi la mente di un uomo».
«Già» convenne SAP. Forse la finirà qui. Ci sono due tipi di fan: i contemplativi e i salmodianti. I primi si beano della visione del loro idolo, i secondi inanellano un rosario di litanie a lode perpetua della loro divinità. Spero che tu appartenga alla prima categoria, Nasone. Non mi va di parlare. Voglio guardare il buio che fugge fuori dal finestrino, dileguandosi verso la coda del treno. Voglio il silenzio. Sarebbe la cosa più saggia, il silenzio.
Ma l’uomo stava frugando nella borsa che aveva accanto. Le mani dalle lunghe dita, simili a pallidi ragni, scomparvero nell’antro buio di tela e, dopo poco, riapparvero tenendo imprigionato un occhio giallo, iniettato di sangue, che fissava lo spettatore dal nero di una copertina.
"Offlightings". Il suo primo libro di racconti o, forse, il libro di qualcuno che un giorno, senza neanche meritarlo, sarebbe diventato il grande Steven Allan Phillips, come diceva il suo editore.
L’uomo gli porse il volume e una biro.
In fondo era giusto. Il devoto discepolo meritava un piccolo dono.
«A chi…» chiese SAP.
«Al suo più antico ammiratore andrà benissimo».
SAP rimase un attimo con la penna sollevata, in una curiosa simmetria col sopracciglio sinistro.
«"Nell’Ombra" – spiegò l’uomo – lo aveva pubblicato tre anni prima, sulla rivista letteraria dell’università. Fu lì che lo lessi per la prima volta».
«Ha frequentato la Crown?» chiese SAP rendendogli il libro.
«Non come studente» rispose l’uomo, riprendendosi il volume. SAP notò che non aveva avuto nemmeno bisogno di chinarsi in avanti; gli era bastato allungare il braccio, senza neanche muoversi sulla poltrona.
Deve avere una qualche forma di malattia. Credo che si chiami acromegalia. Arti lunghi, sproporzionati. No, chiamali col loro nome. Deformi.
«In ogni caso, devo ammettere che è ben informato sul mio conto».
«E poi, naturalmente, c’è “Il visitatore notturno”. Il suo primo racconto».
SAP trasalì. Come diavolo faceva, Nasone, a sapere de “Il visitatore notturno”? non era inserito in "Offlightings". Diamine, non era mai stato neppure pubblicato.
L’uomo rimise il libro nella borsa. Non aveva neppure guardato la dedica.
«Un esordio sorprendente – proseguì l’uomo – in sordina, come tutti gli esordi, ma si poteva sentire la qualità di quell’esordio. Come un dito gelido lungo la schiena».
Un’intervista – pensò SAP – devo essermelo lasciato scappare in un’intervista. Diamine, Larry mi costringe a dozzine d’interviste e non gli puoi mica propinare sempre la stessa solfa. Così devo essermelo lasciato scappare. Non mi ricordo, ma deve essere andata così. Che non me lo ricordi è possibile. Forse avevo alzato il gomito. Già. Alzo troppo il gomito. Succede, quando devi far star zitto il silenzio
«Oh, intendiamoci, anche gli altri racconti e romanzi non erano male, anzi, alcuni erano davvero buoni… Crow Tales, Owl Tales, Moonkiller, Notes from the dark side, Darknight… ma, col tempo, si cominciava a percepire un’assenza, un venire meno dell’energia… non è così sig. Phillips?».   
Steve annuì.
«Scrivere ti ammazza – proseguì l’uomo – può rubarti la vita. Gli appassionati lo sanno… e si aspettano che accada».
«Parole sante» replicò SAP.
E chi ti dice che sia un ammiratore?. Chi ti dice che sia innocuo? Può essere un aspirante scrittore, rifiutato da tutte le case editrici, che ha sviluppato un odio feroce verso gli autori di successo… verso di te.
SAP si guardò intorno. Era un vecchio treno, con scomparti all’europea. Quando doveva scrivere un romanzo, o quando doveva far credere di averlo fatto, SAP si ritirava nel paesello di Lonefrost, poi, quando reputava che fosse trascorso abbastanza tempo, prendeva il vecchio treno che, ogni venerdì sera, scendeva ad Arkham. Gli piaceva quel treno cigolante e quasi deserto, che gli consentiva di dare gli ultimi, definitivi colpi di penna al manoscritto… o almeno gli era piaciuto sinora.
«Guardi Poe. – proseguì l’uomo – Dipsomane. Non alcolizzato, come vorrebbe la versione volgare, ma malato. Lovecraft: un misantropo, praticamente narcolettico, in grado di dormire dodici, tredici ore al giorno. Howard, morto forse suicida a trentatrè anni…».
No, non è un serial killer di scrittori. Sarebbe un’idea banale. E poi, King ha già scritto un romanzo molto simile.
«E vogliamo parlare di come sono nate molte opere gotiche? Il vampiro di Polidori, per esempio. Il suo autore abbandonò la professione medica per dedicarsi alla scrittura fino a rovinarsi, come vampirizzato dalla sua stessa creatura. Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr Hyde. La moglie costrinse Stevenson a distruggere il romanzo… e Stevenson lo riscrisse identico il giorno dopo. Frankenstein, nato dall’incubo di un’adolescente sposa di un individuo certo non rassicurante come Shelley. E vogliamo dimenticare William Blake, o Thomas De Quincey?... ma certo lei conosce tutto questo».
«Sì – disse SAP – lo so. Lo sapevo».
Era vero. Lo sapeva, da ragazzo, prima ancora di conoscere Poe, o Lovecraft, o chiunque altro. Lo sapeva quando, di nascosto da sua madre, scriveva nottetempo i suoi racconti a matita sul retro di fogli riciclati. Lo sapeva perché avrebbe potuto fare a meno di mangiare, ma non di scrivere. Lo sapeva al punto di procurarsi una tendinite e una precoce, forte miopia che solo di recente i progressi della scienza medica e il suo conto in banca avevano curato. Lo sapeva perché scrivere era un impulso più irresistibile della fame, più affascinante della marijuana, più tentatore dell’alcool, più allettante del sesso. Aveva ancora alcuni di quei racconti (grazie a Dio, se Dio aveva qualcosa a che fare con queste faccende): praticamente, non c’erano cancellature.
Alzò lo sguardo verso Nasone. Certo, lo sapeva anche lui. Per questo glielo aveva… (confessato).
Gli occhi dell’uomo non si vedevano. Dovevano essere straordinariamente infossati nelle orbite o, forse, il naso era così eccezionale da occultarli, nella penombra tremolante dello scompartimento (da quando era così buio, lì dentro? da quando si era fulminata la lampadina centrale che avrebbe dovuto illuminare il viso del suo interlocutore?).
Certo, da lì, nonostante la confessione, non sarebbe venuta alcuna assoluzione, né alcun conforto.
«Lei sa che cosa significa “ispirazione”, nel senso etimologico, vero? – continuò l’uomo – enthusiasmos, dicevano i greci. Coi secoli, abbiamo rivestito la parola di un abito rassicurante, ma, in pratica, la traduzione più giusta sarebbe “possessione”».
SAP sapeva anche questo.
Un giorno un cronista gli aveva rivolto la solita, odiosa domanda: «Da dove prende le sue idee?».
SAP era riuscito a trattenere l’impulso di schiaffeggiare l’idiota con la copia di "Blood Seeker" che aveva in mano ed aveva risposto: «Amico, sono le idee che prendono te».
«Il suo ultimo romanzo?» chiese l’uomo, accennando al plico accanto a SAP.
Lui annuì.
«Eh, sì – proseguì l’uomo con un sospiro – poi arrivano i primi successi, i diritti cinematografici, i nuovi editor, le rate del mutuo, le conferenze, le interviste, le scadenze, il numero di battute da scrivere, i giri promozionali… non è quello il suo ultimo romanzo, vecchio mio. Non in senso cronologico».
«Temo di sì» bisbigliò SAP. Il libro era di ventidue anni prima. La penosa dilatazione di uno spunto scartato, un bluff giocato speculando su una rendita che si faceva sempre più esigua.
«È triste vedere consumarsi lo spirito di un uomo – disse la voce immersa nell’ombra – i lettori lo sanno. Lo sentono. Li stai deludendo, Stevie. Ci stai deludendo».
SAP non disse nulla.
Presto sarebbero arrivati ad Arkham. Sarebbe sceso alla stazione e, a piedi, si sarebbe diretto all’albergo, ma, prima, avrebbe attraversato il ponte sul Miskatonic. E da lì, se non avesse deciso di buttare sé stesso, avrebbe buttato il suo romanzo. Il ragazzo che ventidue anni prima lo aveva abbozzato aveva ragione. Non ne valeva la pena.
La figura nell’ombra si mosse.
«Da dove vengono, le idee, Steven Allan Phillips? – chiese – perché tu scrivi romanzi horror, mentre altri scrivono gialli, romanzi d’amore, western, fantasy, storici… – chi vi manda le idee?»
Il suo più antico ammiratore si alzò.
Era altissimo, assurdamente alto, e storto, come e più dell’ombra deforme che proiettava alle sue spalle e che sembrava essere l’ombra di qualcun altro… o di qualcos’altro.
Si chinò su di lui e, per un istante, mentre quel naso impossibile gli si avvicinava e i labbroni vermigli si protendevano, SAP ebbe l’assurda impressione che volesse baciarlo. Parlò e la sua voce era davvero un antico bisbiglio assassino, filtrato dai neri, gelidi deserti tra le stelle.
«È un vero peccato, Steve. – disse – Avevamo investito parecchio su di te. Ti abbiamo mandato un sacco di pensierini felici, ma è evidente, ormai, che sarebbero sprecati… così abbiamo deciso di riprenderceli».
Si abbassò ancora.
 
Rick non capiva sua moglie.
Era la donna più dolce e timida del mondo eppure leggeva quella roba.
Guardò la copertina del libro che aveva in mano. "Dark Times", di Steven Allan Phillips.
Rick aveva scorso qualche pagina. Una setta assassina, che si ispirava ai sacerdoti dell’antico Egitto, uccideva le sue vittime strappando loro il cervello dal naso con un uncino, come si faceva con le mummie.
Roba da depravati.
Ma SAP era su quel treno, così, quando sua moglie lo aveva saputo, lo aveva pregato di scendere, comprare quel romanzo in una libreria di Dunwich e lo aveva implorato di chiedere a Phillips di scriverle una dedica.
E lui stava per farlo perché, dopotutto, Valerie era la donna più dolce e timida del mondo.
E poi, stavano per arrivare, così SAP non se la sarebbe presa a male.
Rick bussò, trattenne il fiato e, senza attendere risposta, entrò nello scompartimento.
E nel romanzo.
SAP giaceva riverso con gli occhi spalancati e la testa reclinata ad un’angolazione impossibile sullo schienale.
Il naso era aperto in due e le narici slabbrate pendevano in lembi vermigli lungo il viso esangue.
Dallo squarcio che aveva preso il posto del setto nasale gocciolavano alcuni residui di una sostanza roseo – grigiastra.
Accanto a lui c’era un plico strappato, dove rimanevano alcuni fogli.
Gli altri, candidi come albatros, svolazzavano ovunque nello scompartimento e poi, ad uno ad uno, volavano fuori dal finestrino aperto, nel buio.
 
 

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Massimo Bianco il 2018-03-13 22:32:19

Interessante coincidenza. Anch'io scrissi le mie prime cose, due racconti e un romanzo, a mano, poco tempo dopo di te, sarà stato forse il '94. Ma lasciai perdere, col romanzo piantato a metà, non riuscivo a finirlo e non avevo idee per altri racconti. "Dove le troveranno tutte le loro idee gli scrittori, boh?" Mi domandavo. E non ci pensai più per una mezza dozzina anni. Poi comprai il pc e dovevo esercitarmi a usarlo e pensai di recuperare il mio vecchio romanzo abbandonato e dopo aver ricopiato tutto scoprii che potevo andare avanti senza fatica fino a terminarlo (non che valga qualcosa quel primo romanzo, sia chiaro) e dopo iniziai anche a scrivere altri racconti e stavolta non mi sono più fermato e non so nemmeno come. Al contrario del tuo, horror come le tue prime letture, immagino, il mio era fantascientifico come le MIE prime letture, ma al contrario del tuo il mio primo racconto sta ancora lì a dormire sulla carta, non ho mai osato ricopiarlo su pc e saranno 20 anni che neanche lo riguardo e quel "Traffico in città" che vanto sempre come mio primo racconto in realtà è il secondo, il primo che mia abbia soddisatto, diciamo.

 

Ma bando alle ciance, se questo è il tuo primo racconto devo dire che il brillante Rubrus che conosciamo qui c'è già tutto, o almeno quel tipo di Rubrus che piace a me, quello che non esagera col non detto (de gustibus non disputandum est, eh). E questo tuo primo racconto a me è piaciuto molto. Un horror coi fiocchi, secondo me, nella sua semplicità. Ma non farlo leggere mai a Doc Who, mi raccomando, che se no si offende, ah, ah. Lo scrittore in crisi che usa materiale vecchio mi riporta alla mente "Mucchio d'ossa" del Re.

Curioso piuttosto che per essere un racconto che ti porti dietro da così tanto tempo ci siano ancora degli errori: "per qual(ch)e centesimo" e il libro di racconti che il presunto fan estrae dalla borsa due righe dopo diventa un romanzo da firmare. Quisquilie, ovviamente. Ciao.

Rubrus il 2018-03-14 10:33:45

Ciao. In realtà la storia in sè è ancora più complessa. Questo fu l\'ultimo racconto che terminai prima di una lunga pausa, ma non fu l\'ultimo racconto che iniziai. Qualche tempo dopo presi un computer - era ancora uno di quegli scatoloni con lo schermo nero e le scritte verde marziano - e vi trascrissi sopra alcuni vecchi racconti su carta - ma non questo. Allo stesso tempo ne iniziai alcuni, che non finii, in particolare uno che intuivo avere del potenziale, ma che non riuscivo a portare avanti. Dopo un po\', la vena creativa si nascose, come un fiume carsico. Era circa il \'95 - \'96. Passarono gli anni e anche i computer. Gli scatoloni vennero sostituiti da pc ancora a tubo catodico, ma già con mouse e schermo bianco. Ovviamente i racconti riportati sul primo pc non potevano essere riportati facilmente su quello nuovo: si poteva fare, ma costava troppo e i floppy (ora sono spariti anche quelli) non andavano bene, perchè si erano rimpiccioliti e quelli vecchi erano troppo grandi per le nuove porte. Risultato, riscrissi, per la terza volta, alcuni dei racconti che avevo trasferito, ma non questo. Intorno al 2008 la vena creativa volle riaffiorare e, dopo un paio di racconti brevi (un horror e due SF) che giudico \"prove generali\" passabili, rimisi mano all\'incompiuto, quello che mi sembrava avere delle potenzialità e che non avevo finito. Quella volta, però, ce la feci. Ne venne fuori un racconto lunghetto (circa 6100 parole) che non ho mai pubblicato in rete. Quello stesso anno mi imbattei in net e decisi che \"Aspirazione\" aveva diritto al suo turno, sicchè esordii con lui. Correggo l'errore di battitura e il romanzo / racconto - che giuro di ricordare aver sostituito con "volume". ma facile che a furia di riscriverlo - ho preso questo testo dal file originale e non da quello che misi su net - abbia preso una versione che ancora presentava la svista. 


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-03-14 08:51:45

Lo ricordavo più o meno alla perfezione (anche se, curiosamente, questa volta il titolo non mi diceva nulla, ahah) e mi è piaciuto, come o più di prima, tornare su quel treno, in quel vagone, a guardare SAP alle prese con il suo fan, grottesco, dalla descrizione essenziale ed efficacissima. Bella l'introspezione del protagonista, dello scrittore animato dalla passione-ossessione-possessione della scrittura che, dopo, diventa quella dello star dietro al "sistema" editoriale e a tutto ciò che ne consegue. Ottima la figura del "Nasone", come già detto descritta perfettamente, che mi è rimasta impressa in mente per anni (credo di aver letto questo racconto su Neteditor quando lo recuperai fra la "roba vecchia" uno o due anni fa).

Insomma, un gran bel racconto horror, con tanto di apprezzati riferimenti, dal nome del protagonista ai luoghi citati, fra Arkham, Dunwich e fiume Miskatonic. (E Offlighthings, anche quello ha un riscontro nella vita reale, no?).

Ciao, Rub, hai fatto benissimo a riproporlo!

Alla prossima.

Rubrus il 2018-03-14 12:07:46

Eheheh.. se si parla di "ispirazione" quando si scrive, mi sono detto all'epoca, perchè non parlare di "aspirazione" cioè del suo opposto? Quindi, ha differenza di SAP, stavolta io so da dove è venuta l'idea. Il racconto è pieno di riferimenti lovecraftiani e il Nasone è o potrebbe essere Nyarlathothep, il demone messaggero - che io ho trasformato in un commesso viaggiatore.  Alcuni epigoni di Lovecraft hanno raffigurato Nyarly come un mostro con un tentacolo al posto del volto  . Nel mio racconto il tentacolo è diventato - almeno fino a un certo momento - un naso. All'epoca stavo leggendo HPL e nell'autore di Providence Nyarlathothep, più che  un mostro distruttore, è un abile manipolatore il cui fine è diffondere caos e confusione. La deduzione è stata che anche gli scrittori horror, a modo loro, possono diffondere caos (in un certo senso l'idea è stata ripresa da un film di Carpenter) e quindi siano gli dei lovecraftiani a mandare loro le idee. Ovviamente gli autori devono essere abbastanza in gamba, ma il povero SAP aveva, per così dire, perso la mano, e quindi... il resto è venuto da sè. Poi, sì, mi sono divertito a farmi il verso e a utilizzare "Offlighthings" come titolo per una raccolta. Io agli dei lovecraftiani non ci credo. Anche se prendo spesso il treno.      


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Paolo Guastone il 2018-03-14 10:02:17
A suo tempo me lo ero perso. Forse perché non bazzicavo ancora la rete come ora. Poco male, perché oggi ho avuto modo di godermelo in ogni sillaba. E non c'è niente da dire: scrittura decisa ed energica, già allora, parole pesate che ti prendono e ti schiaffeggiano. Potrei tranquillamente affermare che, come per il protagonista, anche questo racconto è stato scritto di getto, senza correzioni. E, col tempo, frequentando sempre di più la scrittura, posso capire il dramma interiore del protagonista. Il silenzio che assorda, il vuoto nella mente, che diventa un binario lungo che si perde nell'oscurità e porta chissà dove. Proprio come l'azzeccata foto di copertina! (che, però, a differenza dell'ambientazione del racconto, è al 110% italiana.....).

Rubrus il 2018-03-14 12:13:08
Penso che tutti abbiano riscontrato che non sempre le idee vengono allo stesso modo. A volte vengono fuori così, formate, e non resta che metterle su carta. E' il caso di questo racconto ed ecco perchè risalta sempre fuori. Altre volte invece per quanto mi riguarda più spesso - ti viene un'idea, ma manca qualcosa... e allora lo tieni lì in attesa che arrivi il completamento. Qualche volta (o spesso, man mano che passano gli anni sempre più spesso) non arriva mai, e allora o butti giù il racconto così com'è oppure lo butti proprio via oppure lo cannibalizzi e in qualche modo lo ricicli.

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Antonino R. Giuffrè il 2018-03-14 11:01:22
Conoscere l’etimo delle parole ti ha spesso ispirato - è il caso di dirlo – racconti di pregevole fattura. Come questo, che è un piccolo gioiellino di intertestualità. Sembra quasi che tu lo abbia scritto ieri, non certo vent’anni fa. Ammirato, folgorato, estasiato. Complimenti.

Rubrus il 2018-03-14 12:18:37
Eh, come dicevo sopra, perchè è un racconto che è venuto fuori in sè compiuto, seguendo il filo delle deduzioni. Ho fatto qualche limatura, ma poca roba. Diverso il discorso per quell'altro lungo (circa seimila parole) cui accennavo sopra. Quello ha impiegato più di dieci anni a germogliare e ha aperto una nuova fase, che ora, dopo altri dieci anni circa, sta chiudendosi, tanto che sto meditando di metterlo qui su PIAF, come a suggello di un ciclo e, sperabilmente, come auspicio di uno nuovo - ma potrebbe anche essere una nuova fase di silenzio, chissà.

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Elisabeth il 2018-03-14 11:44:33
Un racconto pieno di riferimenti. Un bel racconto. che prende e si fa ascoltare fino in fondo, con un'immagine secondo me molto azzeccata e bella dei fogli svolazzanti oltre il finestrino, nel buio, rende onore al racconto e consegna la fine. Riprenderlo in mano dopo molti anni per concluderlo/riscriverlo è un affaraccio, ma rende merito. Ciò che non è compiuto si annida in un angolo e attende, è una cosa che ho sperimentato più volte, come penso un po' tutti. Dico che nella lettura di un racconto a me fa strano le parentesi, ma è personale.. Mi è piaciuto e mi è piaciuto lo sforzo che ci sta dietro, per scriverlo e per arrivare di qua, di nuovo nei pensieri che producono nuove storie. Ciao!

Rubrus il 2018-03-14 12:26:08
Abbiamo recentemente parlato di "perchè non scrivi?". Forse la risposta è semplice e chiara, anche se fatichiamo a rassegnarci alla sua semplicità: perchè non ho nulla da dire e non mi va di rifare il verso a me stesso - ecco perchè sono parco con le riproposizioni. Come dicevo sopra, nei primi anni '90 mi venne un'idea per un racconto. Sentivo che aveva delle potenzialità e andai avanti a scriverlo, ma avvertivo, in qualche modo, che stavo sprecando una buona idea - o almeno buona per i miei standard. Dopo più dieci anni (e dopo un paio di esperimenti che non mi avevano deluso) ripresi proprio quel racconto, ne buttai via una metà, presi l'incipit e scrissi il nuovo sviluppo.

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Vecchio Mara il 2018-03-14 13:13:45
mi è piaciuto così tanto... che l'ho appena letto per la terza volta, cercando di capire, forse, l'impossibile. Cioè da che parte è spuntato il mostro. E alla fine mi par di capire che il mostro sonnecchiava nella mente o nelle pagine del romanzo che attendeva l'epilogo dentro il plico che lo scrittore horror in crisi d'ispirazione portava con sé. Insomma, voglio dire, i mostri sono frutto di fantasia, e chi se non uno scrittore di fama li può trasferire dalla propria breve, folle realtà, in quella più ampia e quasi eterna realtà di un racconto o di un romanzo di successo? Detto ciò, che magari non c'entra un tubo, il racconto mi è davvero piaciuto. Ciao Rubrus

Rubrus il 2018-03-14 14:25:25
E' più che altro una curiosità, ma il mostro - che come detto è una mia personale versione di un mostro lovecraftiano, Nyarlathothep, versione peraltro filologicamente corretta perchè HPL descrive Nyarly come un mostro polimorfo, dai mille volti - è, come tutti i mostri lovecraftiani, una creatura dell'esterno, antica, supermondana, preesistente all'umanità e infinitamente superiore ad essa. Gli epigoni di Lovecraft li chiamano "Dei esterni" . L'idea di base del racconto è che siano questi mostri a inviare le idee agli scrittori (idee che ho chiamato sardonicamente "pensierini felici" come quelli di Peter Pan). Ma che, se e quando opportuno, possano riprendersele. Se ci pensa bene, l'immagine di un qualche dio che suggerisce che cosa fare a un antico eroe greco, e lo trattiene per i capelli, o il santone che entra in uno stato di coscienza alterato per parlare con gli spiriti, o l'artista contemporaneo che assume sostanze allotrope, o lo stregone che legge una formula magica da un libro ed evoca un demone, sono varianti, a volte non troppo distanti tra loro, di un medesimo postulato: gli dei esistono, e stanno sia fuori che dentro di noi.

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Eli Arrow il 2018-03-14 15:50:06

Ho letto con piacere questo racconto dalle inquietanti eco lowecraftiane. Il treno è un setting interessante, che mi piace, ci ho viaggiato per anni e mi scorre sempre dentro da qualche parte. Interessante anche lo spunto di riflessione sul luogo di provenienza delle idee.

(Shelley al posto di Byron)

Rubrus il 2018-03-14 15:59:12
Uh, ho confuso i cognomi! provvedo subito, grazie!

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Roberta il 2018-03-15 09:25:13
Piaciuto moltissimo. Anche se non ho mai letto Lovecraft, il racconto è denso di citazioni letterarie, a partire dal treno come luogo di rivelazioni e/o incontri fatali, Atmosfera e climax ottimi.

Rubrus il 2018-03-15 11:55:52
In realtà spero che il racconto si faccia leggere malgrado le citazioni o i riferimenti letterari. Secondo me, se ci sono non si devono vedere, come i trucchi del prestigiatore. Poi se il lettore li coglie e apprezza comunque, meglio. Ciao!

Roberta il 2018-03-15 18:39:44
Ahaha tranquillo, si fa leggere. Sono buttate là con nonchalance, il prestigiatore è esperto e il racconto fila liscio come l'olio.

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Gerardo Spirito il 2018-03-15 18:43:39
Hanno già detto molto gli altri, comunque, mi è piaciuto anche a me moltissimo. Credevo di averlo già letto, leggendo l'incipit, ma forse no, perché non ricordavo questo finale, forse l'ho confuso con un'altro tuo che inizia su un treno, "Paese d'ottobre", ma lì la vicenda si snoda diversamente. Comunque, come normalmente accade nelle opere prime di qualcuno (o presunte tali), sono vivi i richiami sia contenutistici che stilistici prediletti (anche se tu dici che non hai un tuo stile definito, io quando leggo molti dei tuoi racconti riesco a capire che sto leggendo Rubrus). La storia, ovviamente, si rifà come il nome del protagonista alla Trinità dell'orrore - poe, lovecraft (accipicchia oggi è anche il suo anniversario dalla morte) e King - con elementi attribuibili alla lontana a ciascuno di essi, come per HPL quel: "la sua voce era davvero un antico bisbiglio assassino, filtrato dai neri, gelidi deserti tra le stelle." Il fiume Miskatonic, Arkham, Dunwich e Lonefrost (quest'ultima non sono sicuro, ma l'ho già sentita da qualche parte, forse King o forse un tuo racconto d'ambientazione non italica), fanno da cornice come dice peppe a un puzzle che allieterà senz'altro tutti gli appassionati del genere, me compreso. Comunque spero pubblicherai il racconto che definisci lungo di 6000 parole, poca roba rispetto alla lunghezza media dei miei eheh. Ciao Rob.

Rubrus il 2018-03-16 09:16:15
Ciao! eh sì... quella frase, più o meno negli stessi termini in cui l'ho usata pure io, affascinava HPL che l'ha riproposta in più opere (parlando a volte di golfi, di spazi ecc) e quindi lo considero un omaggio - e spero non venga reputata una scopiazzatura: a volte la differenza è sottile. "Lonefrost" è un paesino immaginario di mia invenzione, lo stesso che trovi in "Girabuio" e in qualche altro racconto (mi piace il nome "Gelo solitario"). Prima di King, e come altri, HPL aveva creato la sua geografia immaginaria: Arkham, Dunwich, Innsmouth, e così via. A questo punto non ho resistito alla tentazione di mettermi "ennesimo tra cotanto senno" e ci ho infilato anche io il mio paesino, sulle colline della Nuova Inghilterra, da qualche parte tra Castle Rock, Derry, Cabot Cove (che sarebbero nel Maine) e Dunwich ed altre località amene del Rhode Island - Massacchussets (la geografia lovecraftiana è un po' più ampia di quella kinghiana, se si escludono le puntate di King in Colorado e Florida) di HPL. L'altro racconto, a suo tempo.

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