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Il destino di un imperatore

"PUNTO E A CAPO" Racconto Storico / Avventura / Western / Spionaggio

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-03-13 11:13:12


 

Racconto di STORIA ALTERNATIVA, ambientato nell'impero romano, nel 235 d.C., anno dell'uccisione dell'imperatore Severo Alessandro da parte di Massimino il Trace, evento che diede inizio al caotico cinquantennio noto come "Anarchia militare" Qui si prova a rispondere alla domanda: come sarebbe diventato il mondo se l'omicidio non fosse avvenuto?

N.B.: il testo è stato preventivamente letto da Antonino GIUFFRE', che ringrazio, anche per i suggerimenti: a lui si deve l'eliminazione di molti passi superflui, sono inoltre sue alcune frasi.

PROLOGO

 

I disordini che avevano devastato Roma andavano finalmente acquietandosi, ma si vociferava di centinaia di persone massacrate o gravemente ferite a causa dei violenti scontri. Bassiano Alessiano Marcello, associato al trono già da un anno col nome di Marco Aurelio Severo Alessandro, guardava stupito e imbarazzato quegli uomini rozzi e brutali, le cui spade erano ancora lorde del sangue di suo cugino Elagabalo e dei dignitari di corte, che lo acclamavano chiamandolo “Cesare Imperatore Augusto”. Erano a migliaia tra civili, soldati delle legioni e perfino guardie pretoriane, che invece di eseguire l'ordine di ucciderlo si erano rivoltate contro il loro signore, sopprimendolo.

Bassiano, ragazzo non ancora quattordicenne d'indole docile e mansueta, era spaventato all'idea di ricoprire quel ruolo. Non desiderava esercitare il potere di vita o di morte su milioni di esseri umani. Agitato e confuso, si volse indietro a guardare l’anziana donna che gli sorrideva incoraggiante da posizione defilata. Sembrava quasi volerle chiedere: “cosa devo fare adesso, nonna?”

 

***

 

Roma caput mundi era ancora una volta in tumulto, ormai da tre giorni. Il sangue scorreva a fiumi. Numerosi edifici erano stati dati alle fiamme. Le folle impazzavano per le strade, fuori controllo, compiendo vandalismi.

L’imperatore Severo Alessandro, nato come Bassiano Alessiano Marcello, stava chiuso nella sua reggia, la Domus Severiana, impotente di fronte all’accanirsi dei combattimenti. Era ormai il tardo pomeriggio e si stava rassegnando a una nuova notte di devastazioni e violenze, quando udì un frastuono metallico provenire dall’ingresso. Qualcuno era penetrato armato all’interno del palazzo. Non si udivano schiamazzi, doveva essere stato autorizzato dai pretoriani di guardia all’ingresso.

Sospirò. Di certo il grande Settimio Severo, fondatore della dinastia, avrebbe saputo tenere la situazione in pugno, ma Alessandro sapeva di non averne la tempra. Era dura governare un così vasto impero ad appena venti anni. Lui e la madre, Giulia Mamea, si scambiarono uno sguardo carico di angoscia. Eppure, nonostante la paura, l’imperatore fece forza su se stesso e rimase fermo in attesa degli eventi, mentre alcuni uomini della sua guardia personale andavano a informarsi.

Pochi minuti dopo riapparvero, in compagnia di alcuni altri pretoriani. Questi ultimi avanzavano, quattro soldati più due ufficiali, per le sale della reggia, trascinando di peso il prefetto del pretorio, Domizio Ulpiano, caduto in disgrazia e oramai inviso alle truppe.

I nuovi venuti giunsero dinanzi all’imperatore. Il più alto in grado, tal Epagato, gridava e gesticolava, inferocito. I militi alle sue spalle rumoreggiavano. L’imperatore cercava timidamente di riportarli alla ragione ma non trovava le parole.

La saggia Giulia Avita Mamea sapeva destreggiarsi con autorevolezza nelle questioni politiche. Di fatto esercitava il potere quanto e forse più del figlio. Si sentì dunque in dovere di intervenire, pretendendo spiegazioni:

«Domizio Ulpiano è il vostro comandante. Come vi permettete di trattarlo a questa maniera!»

«Non sono stato chiaro a sufficienza, mia signora? Quest’uomo è un traditore e deve morire», rispose Epagato, sforzandosi di mantenere un minimo di deferenza benché odiasse prendere ordini da una donna.

«Questo traditore, come lo chiami tu, ha sempre lavorato per il bene di Roma. A volte ha dovuto prendere decisioni impopolari, è vero, eppure ha sempre agito in buona fede».

«Sì? E lavorare per il bene di Roma significa anche rifiutare l’aumento della paga a noi suoi protettori? Significa anche costringere l’Urbe alla fame? In buona fede, dice. Noi accusavamo il Consiglio. Dobbiamo allora credere alla vox populi che responsabile della situazione sia invece l'imperatore... o, che dico, la sua cara mammina?»

Giulia Mamea impallidì. Mai prima d'allora i pretoriani si erano spinti a tanto. Ricordava perfettamente la tragica fine fatta da sua sorella e dal giovane predecessore di suo figlio. Epagato intanto rimaneva in attesa. Alle sue spalle Domizio Ulpiano giaceva silenzioso a terra, dolorante per le percosse subite. Pur stimandolo, la donna non se la sentì di rischiare la vita per lui:

«Non vi sbagliate, no. Noi ci siamo fatti prendere la mano dal Consiglio, il quale ha agito senza la nostra approvazione».

«A qual pro dunque perdersi in altri futili discorsi. Il traditore paghi per le sue colpe una volta e per tutte». Ciò detto Epagato estrasse la spada e l’affondò nel corpo di Ulpiano.

Il giovane Alessandro assistette impotente all’uccisione del fido consigliere, la cui unica colpa era stata quella di ridurre le spese pubbliche, compreso i generosi donativi alle truppe. Scosse la testa, abbattuto. Ah, Roma non era più la nobile istituzione celebrata nei suoi libri di studio. Sconsolato e vergognoso per non aver osato intervenire, si ritirò nei propri appartamenti. Ma parola mia, meditò tra sé e sé mentre si preparava ad andare a dormire, prima o poi con questo tipo ci faccio i conti; dovrà pentirsi della sua malefatta.

 

 

IL DESTINO DI UN IMPERATORE

 

In tarda mattinata l'imperatore Severo Alessandro, ormai sessantaseienne, ritornò al presente con la visione degli antichi orrori ben vivida nella sua mente. Era stanco e malato, faceva perfino fatica a respirare. Si rivolse al Medicus Palatinus, immobile al suo capezzale, parlando a stento.

«Non si può fare … proprio nulla per… rimettermi in piedi?».

«Temo di no, mio Cesare. Purtroppo il vostro malanno è andato al di là delle nostre competenze. Io posso solo attenuare la sofferenza».

«Quanto mi resta… ancora?».

«È difficile dirlo, la situazione è complessa. Dipende dall’evolversi delle sue condizioni e da…».

«Quanto mi resta, insomma? Parla chiaro».

«Non molto, temo, probabilmente settimane, forse perfino mesi, però, ecco, in fede mia non posso garantire con certezza la vostra sopravvivenza nemmeno oltre la prossima notte, mi dispiace».

«Va bene, apprezzo la tua sincerità».

L’uomo si rivolse quindi al vigoroso trentacinquenne seduto all’altro capo del letto: «Figliolo, è giunto il momento che tu raccolga ufficialmente lo scettro del potere… dalle mie mani».

«Va bene padre, ma non ti affaticare, ora, riposati, c’è tempo per quello».

«No, ho molte cose importanti da dirti, Settimio Alessiano… Ho guidato Roma per cinquantadue lunghi anni e la Chiesa per gli ultimi venti. Troppi. Sono contento di cedere… l'onere. Avrei voluto mille volte essere un semplice… uomo di lettere e invece… aah …hai intelligenza e personalità, più di me, saprai essere degno delle tue nuove responsabilità. Ho spesso pensato di rinunciare, ma ho procrastinato a lungo la decisione, su tua richiesta … ora è giunto il momento. Sono convinto… che non vi saranno difficoltà per la successione … aah… ma per ulteriore sicurezza… abdicherò oggi stesso… a tuo favore, approfittando dei festeggiamenti previsti. Inoltre… chiederò che al momento del mio…trapasso tu possa… sommare ai poteri temporali… anche quelli… spirituali. Sono certo… ne sarai… pienamente… aah …degno. …Vai a… prepararti per… la cerimonia. …Da qui… a tre ore tu… sarai ufficialmente… il nuovo… unico… imperatore di Roma. E ora scusatemi... tutti ma… devo riposare».

Costretto a interrompersi quasi a ogni parola, terminò praticamente in un rantolo. Richiuse gli occhi, stanchissimo. Doveva recuperare energie per la cerimonia ufficiale di abdicazione e per il successivo trasferimento di ogni potere al figlio. Si era augurato di tutto cuore che suo figlio Settimio non fosse costretto a salire al trono troppo giovane e aveva atteso che compisse i trentanni prima di associarselo ufficialmente al governo nelle vesti di co-imperatore. Ora era pronto a regnare da solo con pieni poteri. Il passaggio di consegne si sarebbe realizzato attraverso complessi cerimoniali di corte.

Fino ad allora non c'erano mai state particolari formalità esteriori, ma Severo Alessandro riteneva che i tempi lo esigessero. Già da alcuni anni solo pochi privilegiati potevano incontrarlo di persona. Ora sul capo del nuovo imperatore sarebbe stata posta una preziosa corona, appositamente creata dal migliore orafo dell’impero, e tutti si sarebbero dovuti genuflettere in sua presenza. Alessandro aveva ideato queste e altre innovazioni per conferire carisma alla massima carica. Voleva che l'imperatore fosse visto come una figura mitica e incomparabile, superiore ai comuni mortali. A suo parere era l'unica maniera per garantirne la posizione in quell'epoca barbara, in cui gli eserciti collocavano sul trono i loro prediletti del momento e con altrettanta leggerezza li deponevano e in cui ben sei dei suoi sette predecessori erano stati assassinati, otto comprendendo anche Geta, fatto uccidere dal fratello e collega Caracalla. Gli antichi orrori, culminati con la malinconica vendita all’asta della potestà imperiale, non si sarebbero mai più dovuti ripetere.

Mentre riposava a occhi chiusi, incapace di addormentarsi, tornò per l'ennesima volta a rivangare gli eventi passati, soffermandosi in particolare sul giorno che considerava il più importante della sua vita e all’evento cruciale che, svolto in maniera diversa, avrebbe forse mutato il corso stesso della storia...

 

***

 

«Avanti Pegaso, forza spingi, vai… vai Pegaso, avanti, vai… Dannazione».

Severo Alessandro, che stazionava con la guardia pretoriana all'ingresso di Magonza, portò entrambe le braccia in avanti in segno di irritazione. Il cavallo su cui aveva puntato, da lui giudicato il migliore dei suoi maneggi, era stato scavalcato di un’incollatura allo sprint.

Si allontanò senza fretta, fingendo di ignorare gli sguardi di disapprovazione dello stato maggiore, che avrebbe voluto dare inizio alle operazioni militari invece di perdere tempo in svaghi. Beh, gli piacesse o no, nessuno si sarebbe mosso finché anche la seconda ambasceria non fosse tornata. Aveva accettato a malincuore di guidare ancora una volta gli eserciti: non voleva più subire la logica della forza bruta. Odiava la guerra e la violenza ma sembrava che al mondo non vi fosse altra maniera per dirimere le controversie.

Peraltro le pessime condizioni in cui gravavano le milizie avevano convinto pure sua madre Giulia Mamea a ridimensionare le ambizioni. Perché ben difficilmente quelle truppe stanche e male addestrate sarebbero state in grado di affrontare una prolungata campagna militare. Aveva così potuto inviare alcuni dei suoi più fidati consiglieri nel campo dei Franchi Alemanni. In quel momento i legati erano per la seconda volta in riunione con i capi della battagliera popolazione germanica.

Severo Alessandro, signore del più potente stato conosciuto, aveva ventisei anni e ormai da tredici governava un impero che pareva sempre più prossimo al baratro. Già più volte aveva dovuto prendere decisioni contrarie alla sua natura, a cui non era stato in grado di opporsi. Ora si era recato in Germania su pressione della madre, presente di persona, per riportare i barbari a più miti consigli, ma in cuor suo detestava l’idea dell'ennesima guerra: che fine aveva fatto il glorioso concetto della pax romana? Per quale motivo le porte del tempio di Giano non venivano più chiuse da decenni?

Ci doveva ben essere una maniera per evitare le ostilità, ottenendo al contempo vantaggi per Roma. Si vis pacem para bellum, recitava l'antico adagio, eppure non voleva farsi trascinare in una nuova catena di lutti: i contatti diplomatici intrapresi avrebbero portato a un accordo soddisfacente a costo d'imbottire i barbari dell’oro romano, perché a suo giudizio la difesa militare dei confini si era fatta troppo onerosa. Solo un lungo periodo di pace ininterrotta avrebbe permesso il ritorno a una situazione economica fiorente.

 

Le restanti truppe erano attendate a qualche distanza. Giunte attraverso spossanti marce forzate, esse erano composte per lo più non da soldati esperti ma da contadini o artigiani, frettolosamente trasformati in combattenti.

L’intervento militare non poteva più essere procrastinato, ma nonostante ciò e tutti i sacrifici compiuti, a parte qualche scaramuccia di secondaria importanza, sembrava che l’imperatore non avesse più alcuna fretta di combattere. Perché allora non ricondurli a casa? Perché perdere tempo con inutili corse di cavalli come era accaduto la mattinata di quel giorno dell’anno 987 ab urbe condita, tredici giorni prima delle calende di aprile?

Giunta l’ora di pranzo, gli addetti alle mense avevano dato fondo alle riserve, servendo il cibo con particolare abbondanza, al chiaro scopo di tenere tranquilla la soldataglia, sempre più agitata. A parte le vivande trasportate dall’Italia, numerosi cacciatori provvedevano al vettovagliamento. I soldati gustavano generose porzioni di minestre di fave e porri, carni varie cucinate in agrodolce o in intingolo, con contorno di funghi cotti nel miele e con molti dei cibi migliori generalmente riservati agli ufficiali.

 Caio Giulio Vero Massimino, comandante di legione e istruttore di truppe, mangiava al medesimo desco dei suoi soldati, unico tra gli alti ufficiali presenti. Non a caso era molto popolare tra i suoi uomini. Davanti a lui faceva bella mostra un petto di cicogna, la sua carne preferita, che divorava accompagnandola con vino caldo bevuto a garganella. Sotto al tavolo aveva già gettato le ossa spolpate del ghiro e del leprotto ingollati a mo’ di antipasto.

Il suo fido luogotenente Marco Vitaliano, seduto alla sua destra, lo osservava pasteggiare con un misto di fastidio e di impazienza. Lo ammirava e lo seguiva ciecamente, tuttavia ne biasimava i modi rozzi e volgari. Quando lo vide rivolgere l'attenzione verso nuove pietanze non seppe più trattenersi:

«Trace, per favore, noi perdiamo tempo a gozzovigliare e intanto quello ci umilia offrendo denaro a chi dovrebbe affrontare in combattimento. Basta con gli indugi, è giunto il momento di ribellarsi».

«Calmati, non ti agitare, noi lo teniamo in pugno, l’oro non finirà ai barbari, te lo garantisco».

«Ma se rinviamo ulteriormente la partenza arriveremo col buio, dobbiamo muoverci subito».

«Mm. E va bene Vitaliano, come vuoi, ordina alle truppe di prepararsi in modo da essere in marcia entro un’ora».

Vitaliano ringraziò e provvide a diramare gli ordini. Caio Giulio Vero Massimino, meglio noto come Massimino il Trace, si erse allora in tutta la sua colossale statura – superava i due metri – e volse uno sguardo deciso intorno a sé, mentre l’accampamento cadeva preda della frenesia. Dotato di una forza smisurata, nonostante avesse ormai sessantatré anni era voluminoso, solido e vigoroso come una quercia e non sentiva quasi per nulla il trascorrere degli anni. Tutt’al più un poco di stanchezza e di indolenzimento a fine giornata, quando un tempo era capace di saltare due notti di fila e nessuno era in grado di reggerne i ritmi.

Il gigante restò per qualche istante a osservare gli ancora caotici preparativi. Aveva imparato a conoscere bene i suoi uomini e sapeva di chi si poteva fidare. I componenti della legione II traiana erano giovani reclute addestrate e plasmate da lui stesso già prima di partire per la Germania e li sapeva seri, validi e affidabili. Delle truppe rimanenti non avrebbe potuto sostenere altrettanto, ma era convinto di essersi ormai guadagnato le simpatie e la fiducia di almeno una delle altre legioni. Poteva bastare: il resto dell’esercito si sarebbe adeguato alla legge del più forte.

«Uomini,» gridò quindi con la sua inconfondibile voce tonante «il momento di agire è giunto. Basta oziare, basta sopportare gli inutili passatempi del nostro molle signore. Non vogliamo che l’oro di Roma finisca nelle mani di chi merita soltanto il ferro delle nostre daghe. So d’interpretare i vostri pensieri quando dico che è tempo di imporre la nostra volontà all’uomo che ci sta facendo vergognare di essere romani. Noi marceremo su Magonza e costringeremo con le buone o col le cattive Alessandro a non disonorare più il glorioso nome dei Severi. Allora, siete con me?».

Un’ovazione confusa si alzò dalla massa dei coscritti, finché all’improvviso dal fondo dell’uditorio un coro cominciò a imporsi sulle disorganizzate urla belluine dei più.

«Massi-mino impe-ra-tore, Massi-mino impe-ra-tore, Massi-mino impe-ra-tore…».

Vitaliano allora pose un mantello purpureo sulle spalle dei trace, che non lo rifiutò. Meno di un’ora dopo le truppe erano in movimento, guidate da Massimino il Trace e da Marco Vitaliano.

 

Il centurione Antonio Albo Massimo, uomo snello ma robusto di media statura, rientrò al campo centrale romano poco prima dell’ora settima. Si era unito alla seconda ambasceria all’ultimo momento, su invito diretto del capo delegazione, che lo aveva ascoltato parlare per puro caso e ne aveva apprezzato l’acume e la cultura. Massimo aveva perfino letto alcuni trattati sui Germani, tra cui quello di Tacito.

Aveva ottenuto l'onore di lasciare in anticipo i colloqui di pace con i Franchi, che si erano protratti più del previsto, per informare l'imperatore su come procedevano, tuttavia l'accordo che stavano raggiungendo non lo convinceva. Poco dopo essere giunto, Albo Massimo venne ammesso alla presenza della famiglia reale.

Madre e figlio sedevano al centro dell’ambiente. In piedi, alle loro spalle, due uniche, silenziose e imponenti guardie pretoriane restavano rigidamente immobili e fissavano con attenzione il neo arrivato. In posizione defilata sedeva uno dei dignitari di corte e consigliere militare del sovrano, un ometto scialbo e grassoccio.

«Vieni avanti centurione, non esitare, siamo ansiosi di ascoltare quanto hai da riferire» disse Giulia Mamea.

«Grazie augusta signora» rispose Massimo entrando. «Ho lasciato i rappresentanti delle due parti poche ore fa e ho molto da esporre».

I colloqui, riferì, si avviavano alla conclusione. I Franchi parevano disposti ad accogliere la richiesta di abbandonare la regione in cambio dell’oro e ai legati restava soltanto da discutere sull'esatto quantitativo. Tuttavia non nutriva fiducia nella parola di quei selvaggi. Osservandoli e ascoltandoli si era convinto che avessero interpretato le offerte romane come un segno di debolezza.

«Insomma sei venuto a dirci che non dovremmo pagarli? Ma in tal caso sarà la guerra» esclamò l’imperatore.

Albo Massimo esitò a lungo prima di rispondere. Si era già in parte discostato dagli ordini ricevuti. Se avesse proseguito dicendo quanto aveva in mente avrebbe rischiato la corte marziale. La sua coscienza però glielo imponeva e si decise:

«Se li paghiamo adesso non ce ne libereremo più e prima o poi sarà guerra comunque, Cesare, ma mentre per noi diventerà ancora più difficile organizzare una nuova spedizione militare, loro saranno rafforzati dal nostro oro e dal prestigio conferitogli cedendo alle loro pretese».

«No, tu non comprendi la situazione, ragazzo mio» rispose Giulia Mamea. «In verità credo che nessuno la comprenda davvero. Hai visto bene le nostre legioni e il loro livello di organizzazione? Credi davvero che siano in grado di affrontare una guerra? Non abbiamo neppure viveri a sufficienza per una lunga campagna militare».

«Strana situazione, non trovi?» interloquì uno sconsolato Severo. «Noi siamo venuti fino a queste terre lontane per combattere i barbari e sconfiggerli sul campo, come tutti i miei consiglieri… e consigliere… reputavano opportuno, eppure una volta arrivati non siamo in grado di attaccarli e dobbiamo venire a patti».

«Non è peraltro il caso di discutere certe questioni con questo giovane» intervenne Giulia Mamea, piccata per la frecciata appena ricevuta. Ella si rivolse quindi direttamente all’ufficiale romano:

«Noi ti ringraziamo per quanto ci hai riferito, ma ora…».

«No, ascoltatemi» la interruppe lui, con estremo ardire «so che non sta a me occuparmi di faccende di tale importanza ma so anche che non possiamo lasciarli andare senza avergli prima mostrato la potenza di Roma. Solo allora potremmo offrirgli del denaro, perché solo così apparirebbe una nostra generosa concessione e non un tributo come invece…».

«Basta così soldato, ora stai osando davvero troppo…»

Giulia Mamea non fece in tempo a completare la frase, perché una trafelata guardia pretoriana fece irruzione all’interno.

«Che accade?» Chiese Severo.

«Una rivolta, signore, due legioni si stanno dirigendo qui al comando di Massimino il Trace e del suo luogotenente Marco Vitaliano.»

«Una rivolta? Massimino il Trace? Non è possibile, ci dev’essere un errore!» L’imperatore non riusciva a crederci, nutriva la massima fiducia in quell’uomo.

«Purtroppo non esistono dubbi. Saranno qui prima del tramonto. Hanno già ucciso i componenti di due drappelli di guardia.»

Severo Alessandro invitò la madre a restare dov’era e si precipitò fuori, seguito dal centurione, da una guardia del corpo e dal pretoriano appena giunto. Inviò quindi un messo a chiedere l'aiuto delle restanti truppe e ordinò a tre delle quattro coorti pretoriane presenti di andare incontro a Massimino per ritardarne il più possibile l’avanzata.

Pensieri sempre più cupi gli salivano alla mente. Sarebbe di sicuro occorso più di un giorno prima che le legioni accampate a est fossero avvisate e potessero giungere. Nel frattempo cosa sarebbe accaduto? Egli rammentava bene la tragica fine occorsa al suo predecessore e cugino Elagabalo. stava forse per giungere anche la sua ora? Possibile poi che gli si fosse ribellato proprio il fido Massimino? L’uomo nei cui costumi, nei cui valori e nel cui impegno aveva sempre fermamente creduto? Stentava a crederci, eppure… ma la responsabilità doveva essere del suo luogotenente Vitaliano. Quel tipo non gli era mai piaciuto.

Presto gli eventi precipitarono. Erano giunti all'accampamento alcuni superstiti di manipoli fedeli ad Alessandro. Costoro erano forieri di cattive notizie: le legioni ammutinate sembravano essere tre e non due, procedevano in tutta fretta ed erano già molto più vicine di quanto si fosse creduto. La novità peggiore però era che dalle coorti scelte inviategli contro non ci si poteva aspettare nulla poiché, invece di combattere le legioni ribelli, dopo alcuni scontri intestini avevano solidarizzato con loro.

Severo Alessandro perse allora ogni residua parvenza di calma. A parte i nuovi venuti gli erano rimaste poche centinaia di guardie del corpo, tre alti ufficiali del suo stato maggiore e i suoi più stretti cortigiani, alcuni dei quali non miglioravano peraltro la situazione giacché piangevano, gridavano e lo pregavano di mettersi subito in salvo. Pallido come un cencio dispose l'evacuazione, quindi prese nervosamente a camminare avanti e indietro, spaventato e incerto sul da farsi. Gli veniva quasi voglia di piangere, ma seppe trattenersi.

Fu infine Antonio Albo Massimo a incoraggiarlo:

«Ascoltami, ti prego, Cesare Imperatore Augusto, non dar retta agli stolti che ti invitano a fuggire o a nasconderti. È necessario affrontare Massimino, la fuga sarebbe un tragico errore».

Il Severo rimase diversi secondi imbambolato a guardarlo, prima di capire che l’uomo si era rivolto a lui e di rispondergli:

«…Affrontarlo? Stai scherzando, immagino. Come potremmo noi sconfiggere tre legioni? Lasciami passare, soldato, non ho tempo per te, adesso».

«No signore, non mi scosterò. È per l’amore che io nutro per Roma e per te che la rappresenti se ti dico di non fuggire, ma non per combattere Massimino…».

«Basta così, come ti permetti centurione!» lo interruppe il cortigiano che in veste di ufficiale di stato maggiore aveva presenziato al precedente colloquio tra lui e l’imperatore. «Chi credi di essere per parlare così al divo…».

«Fai silenzio tu, cialtrone, che da anni sfrutti biecamente i favori di Cesare» sbottò secco Albo Massimo, con un coraggio di cui non si sarebbe mai creduto capace.

«Per Giove questo è troppo» sbraitò paonazzo il cortigiano. «Guardie a me, uccidete questo mentecatto».

«No Elvio. Qui non si uccide nessuno» intervenne Severo, arrestando con un gesto deciso le due guardie pretoriane mentre già stavano avventandosi su Antonio.

Severo Alessandro si sentì di colpo come svuotato. Una stanchezza infinita lo avvolgeva. In compenso il cieco panico che fulmineamente lo aveva ghermito si andava altrettanto rapidamente dileguando. Ora era lucido e intuiva quanto il ragazzo che gli stava davanti, e che solo grazie al casuale sovvertimento delle normali gerarchie aveva avuto l'opportunità di stimolarlo, dovesse essere persona avveduta e intelligente. Chissà che la sua presenza non fosse un segno degli dei.

«Lasciaci soli Elvio. … No, non insistere, ormai ho deciso. Anche voi, guardie. Voglio parlare a tu per tu con il centurione. … Cosa consigli, dunque? Parla, visto che lo desideri tanto».

«Bene, grazie mio signore. Io non saprò forse esprimermi a dovere, sono un semplice soldato, ma credo che la fuga sarebbe un fatale errore. E poi qui non c’è nessun luogo dove andare, fuggire servirebbe solo a procrastinare l’inevitabile. Impiegherebbero poco a prenderci e a massacrarci».

«Ma presto le altre legioni saranno avvisate e allora basterà raggiungerle e mi difenderanno».

«Sempre che non tradiscano esse pure. Scappando non gli farai buona impressione e poi le truppe più fidate sono rimaste in oriente.»

«E restare qui a cosa mi servirebbe?»

«A niente, certo. Meglio andare incontro a Massimino per cercare di parlargli».

«Cosa? Ma appena mi vedrà mi truciderà».

«I ribelli ti ucciderebbero comunque e in più subiresti l’ignominia di essere ricordato come un vigliacco. Così invece avrai almeno una speranza. Dopotutto non si aspettano di vederti arrivare e la loro sorpresa poterebbe offrirti l’opportunità di essere ascoltato».

In effetti il centurione poteva avere ragione, ammise Severo tra sé. Si sentiva però ancora pieno d’incertezza. Andare incontro ai ribelli gli pareva una follia.

«…E va bene… ne parlerò con mia madre». Disse infine.

«No Cesare Augusto. Tua madre non ti permetterebbe di andare. E poi, permettimi, io conosco a sufficienza sia i due capi rivoltosi sia i loro soldati per sapere quanto mal sopportano di dover accettare ordini da una donna e quanto ti disprezzano per la tua remissività nei suoi confronti. Occorre che in un momento tanto cruciale tu ti dimostri indipendente dalla sua volontà e agisca subito e con decisione».

Severo Alessandro rimase a lungo in silenzio a soppesarne le parole.

«In effetti io sono pienamente conscio» disse infine, quasi parlando a sé stesso «di quanto gli uomini pensano di mia madre. D’altronde sono salito all’impero che ero quasi un bambino ed è stato naturale per me… ma lasciamo stare. Sai, ieri si era manifestato un presagio che gli aruspici non avevano saputo interpretare in modo chiaro e stanotte il mio sonno è stato disturbato da strani sogni. …Ora finalmente comprendo il significato dell’uno e degli altri. Hai ragione, centurione. È giunto il momento di assumersi le proprie responsabilità e di affrontarlo o di morire nel tentativo. E tu verrai con me. Andremo noi due soli. Tanto essere in due o in duecento non farebbe differenza».

 

Intanto il gigantesco Massimino il Trace marciava di buon passo in testa alle truppe, costeggiando impettito e imperioso una vasta e fitta abetaia. Non si sentiva per nulla stanco, abituato com’era a camminare anche per decine di chilometri al giorno. Si stava inesorabilmente avvicinando al rifugio dell’ultimo dei Severi, ma non aveva programmi precisi. I soldati lo avevano acclamato imperatore, però lui faticava a vedersi in quelle nuove vesti, sebbene fosse ammaliato dal richiamo del Potere.

Nonostante i giovanili sogni di grandezza, lui, uomo di bassa origine equestre, soldato semplice salito di grado in grado esclusivamente grazie alle proprie capacità fino a raggiungere il vertice, mai in passato si sarebbe aspettato un’evoluzione del genere. Meglio essere il primo cittadino di un misero villaggio di montagna che il numero due della pur grande Roma, aveva però detto il grande Giulio Cesare. E ora l'idea lo allettava e lo turbava al tempo stesso.

Era ormai nei pressi di Magonza quando Vitaliano, che procedeva al suo fianco, ne richiamò l’attenzione. A circa un miglio di distanza, dinanzi a loro si scorgeva qualcuno. Massimino strinse gli occhi e distinse due uomini avvicinarsi con calma a cavallo, ancora troppo lontani per poterli riconoscere. Continuò a percorrere la strada guardando fisso il duo farsi via via più vicino e ben presto si rese conto che il cavaliere di sinistra aveva un aspetto familiare.

«Duce, uno di quegli uomini è Severo Alessandro!» esclamò, difatti, un ufficiale alle sue spalle.

Il tono con cui costui aveva parlato ne rivelava la forte emozione interiore. Poco prima insieme a tutti gli altri aveva acclamato Giulio Vero Massimino imperatore, eppure nutriva ancora suggestione per quell’uomo.

Il Trace riconobbe a sua volta il giovane e non seppe evitare un moto di sorpresa. Mai si sarebbe aspettato di vederselo giungere incontro e per giunta da solo. Lo aveva forse sottovalutato?

Vitaliano, il quale aveva notato come l’ufficiale avesse chiamato Massimino “duce” e non “Imperatore Augusto”, chiamò a sé i suoi due uomini più leali.

«Andiamo» esclamò quindi ad alta voce, in modo farsi sentire dal maggior numero possibile di persone. «Colui che ha infangato il nome di Roma morirà qui e ora per mia mano e Massimino il Trace sarà imperatore».

Già accelerava il passo, seguito dai due scagnozzi, quando Massimino lo invitò a trattenersi.

«Calmati Vitaliano, la sua presenza mi incuriosisce, voglio sentire cosa ha da dire».

«Ma Trace, è ancora ufficialmente imperatore e rappresenta la dinastia dei Severi che ci governa di diritto. È un mortale pericolo per te, dobbiamo ucciderlo immediatamente».

«No, non vedi? Loro non sono che in due mentre noi siamo seguiti da migliaia di fedeli legionari disposti a gettarsi tra le fiamme a un mio solo gesto. Cosa mai dovremmo temere? In verità basterei io solo a sbaragliarli.».

Qualche minuto dopo Alessandro giunse dinanzi a Massimino il Trace e a Vitaliano.

Massimino lo accolse altezzosamente, senza rivolgergli alcun titolo, con un semplice «ebbene, cosa fai qui?» e si appartò, insieme a Vitaliano, con i due nuovi arrivati, sorridendo strafottente.

«Dunque è vero?» chiese l’imperatore, con espressione mesta. «Proprio tu ti rivolti contro di me, Giulio Vero, proprio tu che io consideravo quasi come un padre?».

La paura era ormai del tutto passata. Adesso in Alessandro prevaleva la disillusione, ma forse rivolta più a se stesso che ad altri.

Massimino il Trace l'osservava. L’uomo che gli stava dinanzi era quasi gracile, appariva timido e incerto e dimostrava meno dei suoi ventisei anni. Pareva più adatto alle sale silenziose di una biblioteca che ai campi di battaglia.

«Tempi difficili come questi richiedono un uomo forte al comando» rispose infine.

«Capisco, certo. E tu mi ritieni privo della forza sufficiente. Non posso darti torto, Massimino, fino ad oggi mi sono dimostrato debole… e succube di mia madre. Ma tu… tu credi davvero di essere l’uomo giusto? Sei un grande e valoroso guerriero e ti sei dimostrato un ottimo generale. Sei anche un uomo a tuo modo virtuoso, te lo riconosco. Ma possiedi il senso dello Stato? Possiedi le qualità per amministrare un impero così immenso? Sapresti trattare con la nobiltà e col Senato, nonostante il reciproco disprezzo?»

«Massimino non sarà solo, ci sono io, ci sono altri, non abbiamo bisogno di te. Tu hai saputo solo infangare e impoverire Roma, Severo» esclamò Vitaliano, tagliente.

«Naturalmente» rispose Alessandro «si tratta anche di saper individuare i collaboratori giusti, certo, ma se tu non riuscissi a dominare la burocrazia romana, Massimino, come potresti essere sicuro che non ti stiano imbrogliando? Che non ti stiano derubando? Che non tramino a tuo danno? E anche l’uomo più fedele potrebbe disapprovare le tue decisioni o nascondere segrete ambizioni che lo porterebbero prima o poi a manovrare contro di te. Perfino un uomo d’onore come il tuo braccio destro Vitaliano potrebbe un giorno decidere di essere più adatto di te al comando. Guardalo, Massimino, osservalo bene. Non vedi come trasuda odio e come è critico perfino verso la tua semplice decisione di ascoltarmi? ».

«Ora basta! Nessuno mi può provocare impunemente» gridò a questo punto Vitaliano, accennando a scagliarsi sull’interlocutore.

Massimino si volse verso il luogotenente. Per fermarlo non ebbe bisogno di pronunciare una sola parola, fu sufficiente incontrarne lo sguardo e fulminarlo con gli occhi.

«Non è di lui che ti devi preoccupare» tuonò quindi, rivolto ad Alessandro.

«Ma se tu non fossi presente saprebbe trattenersi? Io mi fidavo di te, eppure ti ho deluso al punto di spingerti alla rivolta. E a te quando accadrà di deludere qualcuno fino a quello stesso punto? Certo, le truppe ti amano e ti sono fedeli, ma non erano esse forse ciecamente fedeli anche a Caracalla, che era generoso verso di loro e si era inoltre dimostrato un abile e vittorioso condottiero? Ricordi invece quale fu la sua fine? Tu sai molto bene come difenderti dai nemici, ma non ti basterebbero cento occhi per proteggerti dagli amici».

«In ciò che dici riconosco saggezza, ma tu permettevi a una donna, tua madre, di occuparsi delle questioni di stato e lasciavi prender piede al malcontento, è vero o non è vero questo? E allora perché dovresti essere più adatto di me a governare Roma?».

«Perché io sono uno studioso e un oratore e godo della fiducia e della stima della classe senatoria. Come imperatore io saprei dunque destreggiarmi meglio di te».

«Uno studioso in guerra? Ah, ah! Almeno sai che la grandezza di Roma si è costruita col sangue e non coi libri? Ovvio che no. Ti ho ascoltato anche troppo, tu ci porteresti solo alla rovina.».

«Aspetta, Massimino, io ti offro la possibilità di essere associato al trono come co-imperatore. È vero, non ho alcuna capacità militare, lo riconosco, ma come ti dicevo ho altre qualità. Saremo due uomini pari grado, ciascuno competente nel proprio campo, tu a menar vanto a Roma in guerra e io nell'amministrazione.».

Massimino il Trace lo guardò a lungo, gli occhi che brillavano. La proposta non gli dispiaceva, però…

«E tua madre, Alessandro? Giulia Mamea deve morire, altrimenti sarà lei a governare, non tu».

«No, no! Non vedrò mia madre mai più, te lo giuro. Darò ordine stasera stessa affinché venga esiliata il più lontano possibile. La relegherò… a Leptis Magna, la città originaria della mia famiglia dinastica, dove resterà confinata a vita. …In cambio però desidero sostituire la guardia pretoriana con truppe di cui mi possa fidare. Nuovo prefetto del pretorio potrebbe essere Macedonio, il comandante dei miei fidi arcieri mesopotamici».

«Mm, potrei accettarlo a patto che il suo vice sia Vitaliano. Inoltre la guardia dovrà essere composta per metà da truppe di mia fiducia».

«Naturalmente Massimino, non ho nulla da obbiettare… specialmente se come terzo in grado gerarchico nel pretorio potessi contare sul qui presente Antonio Albo Massimo».

«Mi va bene, ma molti dei tuoi funzionari non mi piacciono e li sostituirò con uomini di mia scelta».

Alessandro dovette ingoiare anche questo rospo.

«Certo, è nei tuoi diritti, Massimino», disse, volgendo lo sguardo a terra, abbattuto. Poi comprese che non poteva mostrarsi troppo prono e dopo una pausa tornò a fissare il Trace e riprese a parlare:

«Tuttavia, dato che sarò io a occuparmi dell'amministrazione, alla sua direzione dovrà esserci almeno un mio uomo. È necessario».

«Ah, ah, ah, va bene, va bene, affare fatto».

«Domani stesso ti assocerò solennemente al trono di fronte alle legioni riunite» concluse dunque un rinfrancato Severo Alessandro. «Quindi invierò messi a Roma per comunicare la notizia, mi accorderò con te sul da farsi, ti lascerò immediatamente la conduzione delle operazioni qui in Germania e il giorno successivo me ne tornerò nell’Urbe».

Massimino rise soddisfatto. Sentiva di aver compiuto la scelta migliore. Se avesse ucciso il signore dinastico, in molti, soprattutto nella capitale, lo avrebbero considerato un usurpatore e gli avrebbero reso la vita difficile, ma associato al potere dall’imperatore in carica la sua posizione sarebbe stata garantita anche dal diritto. E poi era stato Settimio Severo a scoprire le sue qualità e a chiamarlo a sé quando era ancora un adolescente, permettendone l’ascesa. Il pensiero che la sua gloriosa dinastia venisse estinta proprio dalla sua mano assassina lo aveva oppresso profondamente ed era contento di avere trovato una maniera per evitarlo.

«Bene, Severo Alessandro Cesare Augusto, co-imperatore di Roma. Presto andrò incontro ai barbari e gli farò assaggiare il ferro delle mie legioni. Si pentiranno amaramente d'avere stuzzicato Roma».

Terminato il colloquio da cui era dipesa la stessa sopravvivenza dell'imperatore in carica, questi e Massimino si abbracciarono per suggellare il patto. Per diversi secondi Alessandro rimase stretto dalla ferrea ma amichevole presa di quel Trace che con la sua forza erculea avrebbe potuto stritolarlo con estrema facilità.

Allontanandosi, Alessandro sentì su di sé lo sguardo carico d’odio di Vitaliano. L’imprevista alleanza tra Severo e Massimino lo ridimensionava, facendolo regredire da braccio destro del nuovo imperatore a semplice ufficiale, per quanto tra i più in vista. Alessandro sospirò. Comprendeva di essersi guadagnato un nemico mortale, che in futuro avrebbe tramato nell’ombra contro di lui e forse contro lo stesso Massimino. Non si azzardava d’altronde a chiederne la testa, perché avrebbe rischiato d’incrinare l’alleanza appena conseguita. Lo avrebbe dovuto sopportare, sperando che Massimino e il devoto Macedonio riuscissero a tenerlo a bada fino a quando non avesse trovato la maniera di sbarazzarsene.

Per intanto gli si era affacciata alla mente una nuova orribile preoccupazione. Ignorava quanti dei suoi scherani romani avrebbero accettato la decisione di associare al trono un generale di origine barbarica. Forse avrebbe presto dovuto ordinare una cruenta purga, ammesso che non la pretendesse Massimino stesso. In quanti sarebbero dovuti perire, prima di trovare un ragionevole status quo? Così era la vita, d’altronde, meditò con un sospiro. Non me la sono scelta io questa complicata esistenza. Mi è caduta addosso tredici anni fa e devo portarne il peso, volente o nolente.

 

***

 

Ben trentanove anni erano trascorsi da quei drammatici eventi, eppure al vecchio imperatore sembravano quasi risalire al giorno prima, tanto gli si erano indelebilmente scolpiti nella memoria.

Allora non era convinto che l’accordo stabilito tra lui e Massimino potesse durare e neppure che sarebbe riuscito davvero a governare Roma come aveva affermato, invece tutto era andato per il meglio. La loro si era dimostrata un’accoppiata vincente, anche se quegli anni di governo erano stati funestati da guerre, invasioni barbariche, complotti e tentativi di ribellione.

Per Severo Alessandro non era stato facile dedicarsi anima e corpo all’attività di governo, di cui in effetti in precedenza non si era mai occupato con soverchio impegno. Con il trascorrere del tempo aveva però imparato, sapendosi anche circondare da consiglieri validi, come il colto e brillante Sesto Giulio Africano che, in qualità di vero e proprio primo ministro, lo aveva aiutato a guidare Roma per una quindicina d’anni. Severo si era inoltre sentito appoggiato solidamente dal carismatico Massimino. Sgravato dalle questioni prettamente militari relative alla difesa dei confini, era così riuscito a ottimizzare l’amministrazione del paese. Nonostante qualche discussione sui finanziamenti delle truppe avuta con il Trace, uomo peraltro assai parco nelle spese e rigido nel tenere la disciplina, aveva saputo mantenere in equilibrio il bilancio dello stato senza scontentare troppo gli eserciti.

Il suo collega e amico era rimasto al vertice per sette anni. Periodo trascorso quasi per intero lontano dalla capitale, in Germania per ricacciare i barbari o in oriente per tenere a bada i persiani, fino a quando un cancro non lo aveva stroncato nel corso dell'inverno, quando già da vari mesi non mostrava più l'energia di un tempo. Nel frattempo aveva riportato decisivi successi militari, completati negli anni successivi, quando le migliorate finanze statali permisero di osare di più, dal nuovo co-imperatore, il generale Furio Sabino Timesiteo. Quest'ultimo era stato prescelto da Severo sei mesi dopo la morte di Massimino, al termine del periodo di turbolenza che aveva causato l’uscita di scena degli altri tre principali candidati alla successione, il prefetto del pretorio Macedonio, Giulio Vero Massimo figlio del Trace e Pupieno, un altro personaggio in vista. Vitaliano era invece già stato eliminato due anni prima da Macedonio.

Giudicando inutile la contemporanea presenza di due sovrani in Roma, Timesiteo si era stanziato a Nicomedia, da dove avrebbe potuto più facilmente tenere d’occhio le mosse dei persiani e respingere i barbari che si affacciavano sulle sponde del Danubio. I risultati non si erano fatti attendere. Nei suoi dieci anni di regno Timesiteo, completata la riorganizzazione dell’esercito, aveva ottenuto decisive vittorie sui persiani e su numerose tribù selvagge, annientando pure la popolazione dei goti, ultima delle genti germaniche a tentare di penetrare i sacri confini, per poi invadere a sua volta i territori barbarici. Nel trentesimo anno di regno di Alessandro, Timesiteo, che nel frattempo aveva anche aiutato il collega a legiferare, poté così regalare all’impero una nuova stagione di pace, di pax romana, e le porte del tempo di Giano furono richiuse dopo tempo immemorabile.

Le operazioni militari condotte dai due imperatori soldati avevano inoltre permesso a Roma di annettersi definitivamente la Germania fino alle sponde dei fiumi Weser e Meno, ottenendo un ingente bottino e innumerevoli schiavi, utili entrambi per garantire all’impero nuovi decenni di stabilità economica. L’imprevista nuova espansione metteva però Roma maggiormente a contatto con le popolazioni slave e mongole. Per tenere i nuovi barbari fuori dai confini, Severo Alessandro stabilì la creazione di un possente sistema di fortificazioni militari lungo tali fiumi e la costruzione di un muro che li collegasse all'altrettanto munito Danubio, a imitazione del vallo di Adriano. Risolti i problemi a nord est, i romani poterono così dedicarsi con maggior tranquillità a occuparsi dell'oriente.

Furio Sabino Timesiteo morì alcuni mesi dopo la celebrazione in Roma del proprio secondo trionfo, durante il viaggio di ritorno a Nicomedia. La sua salma giunse in quella città tre giorni dopo e vi fu tumulata con tutti gli onori.

Alessandro, rimasto di nuovo unico imperatore, ritenne di non avere più bisogno di un collega, almeno fino al momento di associarsi il figlio. Per la sicurezza dello stato, egli reputò tuttavia opportuno applicare alcune riforme. La più importante fu la suddivisione dell'impero, a suo giudizio troppo vasto per essere interamente controllato e difeso da un'unica persona, in quattro mega provincie, il nord ovest – Ispania, Gallie, Germania e Britannia, isole mediterranee occidentali comprese – l'Africa, Egitto escluso, la Pannonia più la Grecia e infine l'Asia con l'Egitto. Ciascuna di queste quattro grandi unità amministrative sarebbe stata posta sotto il controllo di un governatore generale, chiamato Cesare, in carica per dieci anni rinnovabili e nominato dall'Augusto in persona. I Cesari avrebbero esteso ai propri territori la promulgazione delle leggi imperiali e avrebbero diretto l'amministrazione pubblica, perciò nelle varie provincie, aumentate di numero e ridotte di dimensioni, sia i singoli governatori pubblici, cioè inviati in loco dal senato, sia gli imperiali, cioè inviati in loco dall'imperatore, avrebbero dovuto rispondere del proprio operato ai Cesari. I quattro avrebbero inoltre ufficialmente comandato le forze militari della propria mega regione stanziate lungo il limes, cioè, all'incirca, lungo i confini. Al di sopra di loro vi sarebbe stato solamente l'imperatore. Ai Cesari il compito di pagare le proprie legioni e proporre le promozioni, a Roma di effettuare gli eventuali premi extra e donativi e stabilire se ratificare le promozioni.

Per parte sua l'imperatore in carica sarebbe rimasto l'unico legislatore e innovatore politico e monetario riconosciuto – il Senato godeva sempre del rispetto formale, ma di fatto conservava ormai una reale autonomia unicamente su questioni irrilevanti – e avrebbe inoltre mantenuto il comando formale dell'intero esercito, per il quale ciascun Cesare avrebbe quindi solo posseduto una delega limitata al proprio settore di competenza. Infine l'imperatore avrebbe assunto l'incarico di governatore d'Italia e di Sicilia, amministrando dunque di persona il cuore dell'impero, e in tale veste avrebbe avuto a disposizione otto legioni, quattro stanziate ad Adria, nei pressi di Ravenna e quattro a Benevento, entroterra di Miseno, cioè laddove sorgevano i principali porti militari romani. Queste legioni extra avrebbero anche funto da unità mobili di riserva, inviabili, per terra o per mare in appoggio laddove nuove minacce dei barbari avessero messo i sacri confini in grave pericolo. Oltre a ciò naturalmente l'imperatore avrebbe mantenuto il comando diretto delle coorti pretoriane.

E tre anni dopo sfruttò con prontezza un'occasione propizia per assumere su di sé una nuova carica. Il cristianesimo, apertamente appoggiato da Severo Alessandro, rifiutava la divinizzazione degli imperatori e per questo motivo Massimino lo aveva giudicato pericoloso, avversandolo fino al punto di destituire o perfino uccidere diversi ufficiali dell’esercito sospettati di essere cristiani e di osteggiare la conversione del collega, avvenuta nel diciannovesimo anno di regno. Severo, convinto della sua utilità, l’aveva persuaso a non impedirla.

Per Timesiteo invece Roma evidentemente valeva bene una messa, perché al momento di ascendere al trono come nuovo co-imperatore aveva accolto la richiesta di Severo e, nonostante la propria scarsa propensione verso il cristianesimo, vi si era a sua volta convertito, festeggiando in tali vesti il millenario della fondazione di Roma. I due avevano quindi faticosamente cercato un equilibrio tra cristianesimo e paganesimo, che gli permettesse di essere accetti a entrambi le fedi. Si era così giunti all’anno 1009 ab urbe condita, con Severo Alessandro unico imperatore, quando si verificò un fatto nuovo: durante gli ultimi giorni del mese di giugno moriva, infatti, il vescovo di Roma Fabiano.

Alessandro col trascorrere degli anni aveva acquisito prestigio e sicurezza in se stesso, favorito anche dal fatto che un Severo governava l’impero fin da quando la quasi totalità dei cittadini di Roma non era ancora neppure nata, per cui tutti accettavano senza discussione come scontato che fosse un componente della famiglia a comandare. Egli ne approfittò così per farsi eleggere anche vescovo di Roma, senza che le autorità cristiane, non ancora sufficientemente consolidate, avessero la forza di contrastarlo validamente. Ora nelle sue mani era concentrato ogni potere. Era, infatti, signore assoluto e per forza di cose assolutista, capo della religione pagana, dalla quale era divinizzato, e della chiesa cristiana di cui era il massimo vertice gerarchico, la figura, cioè, a indicare la quale in seguito per alcuni secoli si sarebbe imposto il termine Papa.

 

Per Severo Alessandro era infine giunto il giorno del passaggio delle consegne. Grazie alle ore di riposo si sentiva meglio. Si mise a sedere nel letto e richiamò l’attenzione dello schiavo che attendeva a ogni sua necessità in qualità di infermiere.

«Tu, chiamami Settimio e Valerio, gli devo parlare» ordinò l’anziano padrone di Roma.

Poco dopo i due convocati si presentarono al capezzale.

«Come ti senti, padre?» chiese Settimio.

«Meglio, grazie, mi sono riposato. Ora io mi sento in grado di occuparmi della cerimonia, ma tu, tu sei pronto?».

«Sì, padre».

L’imperatore si rivolse allora all’altro personaggio, un uomo sui trentanni, robusto e alto di statura, pallido di carnagione e riccioluto. Da diciotto mesi costui era a capo della guardia personale del co-imperatore Settimio Alessiano Antonino Severo. Siccome il devoto prefetto del pretorio Antonio Albo Massimo era ormai piuttosto anziano, gli sarebbe succeduto nella carica.

«Bene. Avvicinati, Caio Valerio Diocleziano. Sai che toccherà a te dirigere il picchetto d’onore, oggi».

«Certo mio signore, Cesare Augusto» rispose Diocleziano.

«E sai anche che il primo atto ufficiale di governo di Settimio Severo II sarà di conferirti l’incarico di prefetto del pretorio».

«Ne sono profondamente onorato».

«Noi due abbiamo piena fiducia nella tue qualità, confidiamo che saprai difendere, assistere e consigliare il nuovo unico imperatore nel migliore dei modi».

«E io giuro solennemente che non tradirò mai la vostra fiducia».

«Vai, allora. La prossima ora cominciamo».

Entrarono dunque gli schiavi che l'avrebbero aiutato a vestirsi e a prepararsi per la cerimonia. L’imperatore si alzò con fatica dal letto e si mise nelle loro mani. Terminata l’operazione si sedette per riposare ancora un poco. Teneva a reggere fisicamente l’intera cerimonia e a ad apparire ancora relativamente energico.

 

***

 

Era un tiepido pomeriggio di ottobre. Facendo forza su se stesso con incrollabile volontà, l’anziano imperatore s’incamminò, scortato dal fido prefetto del pretorio Albo Massimo ma senza alcun aiuto, fino al luogo dove il figlio era in attesa. Alessandro aveva simbolicamente scelto di far svolgere la cerimonia ai piedi dell’arco di Settimio Severo. Quale luogo migliore per l’ascesa al trono di un Settimio Severo II? Probabilmente non sarebbe stato necessario abdicare. Dopo ottantuno anni di governo quasi ininterrotto dei Severi, nessuno avrebbe contestato i diritti dinastici di un uomo appartenente a quella stessa gens e per giunta già temprato da cinque anni di partecipazione al governo, ma Alessandro preferiva non correre rischi.

Di sicuro gli luccicavano gli occhi quando, fermo sotto all’arco di trionfo, comandò di procedere, ultimo ordine dato nella sua vita…

«…E dunque ragazzi, con il passaggio del potere da Severo Alessandro a Settimio Severo II, Roma poteva ragionevolmente sperare in molti altri anni di stabilità…».

Suona la sirena che annuncia il termine delle lezioni e il professore interrompe la spiegazione. Egli è assai bravo e rendere vividi e reali gli eventi del passato. Sa come nessun altro trasformare i fatti storici in avvincenti racconti. Il professore allarga lo sguardo sull’aula, osservando uno a uno gli studenti, seduti a semicerchio intorno a lui in paziente attesa del permesso di alzarsi, e capisce quanto si sentano partecipi della vita dell'imperatore Alessandro. Adesso di certo almeno alcuni di loro lo staranno visualizzando nella propria mente come se assistessero a un docufilm o a uno spettacolo teatrale e ciò gli permetterà di imprimersi gli eventi storici con molta più facilità.

Trasmettere a questa maniera le nozioni è la sua arte. Non a caso è molto apprezzato sia dall'inflessibile direttore dell’istituto sia dal cinquantaduenne rinomato scrittore responsabile provinciale alla pubblica istruzione. Proprio in virtù della sua capacità didattica, malgrado l'ancora giovane età, l’anno precedente è stato trasferito dal seiennio elementare all’insegnamento in uno dei rami della fase successiva di approfondimento degli studi, composta sempre di sei anni, l’istituto superiore d’indirizzo classico e linguistico, il suo preferito.

Eccoli dunque lì, questi venti tredicenni iscritti al secondo anno del ciclo, anno scolastico 2017 - 2018. Ragazzi probabilmente destinati a restargli per sempre nel cuore, in qualità di primo gruppo della sua carriera alle scuole superiori. È orgoglioso dell’opportunità concessagli di forgiarne le menti e contrastare così gli effetti negativi prodotti dal teatro elettronico, innovazione tecnologica priva, a suo parere, di filtri adeguati. Tutte quelle opere sanguinose e violente recitate dal vivo e scritte per il facile consumo a suo parere rischiano di guastare l’ancora acerbo spirito dei ragazzi. D'altronde è pure convinto che il progresso non si possa e nemmeno si debba fermare. L’importante è imparare a trarre il meglio dalle opportunità disponibili.

«Allora per la prossima volta mi studiate il capitolo XXI per intero: l’impero di Severo Alessandro e dei suoi co-imperatori Massimino e Timesiteo, coi documenti storici allegati. Quanto è accaduto dopo lo vedremo un’altra volta. Io so che non tutti tra voi comprendono l’utilità di studiare storia antica, ma non mi stancherò mai di ripetere che il presente è figlio degli eventi passati. Ciò che siamo dipende da ciò che è stato. Se ad esempio nel 235 Massimino avesse ucciso Severo Alessandro, la crisi avrebbe potuto acuirsi fino a far sprofondare l'impero nel caos e il mondo oggi sarebbe forse completamente diverso. Va bene ragazzi, lasciamo stare. Già sapete che domani, dopo le ore di greco nella sala c, vi aspetto di nuovo io qui con altre tre ore di lezione di neolatino. Avremo tema in classe e come al solito i titoli precisi dei due temi da scegliere ve li assegnerò sul momento, ma vi preannuncio fin da adesso che verteranno sull’attualità. Più precisamente sui rapporti che intercorrono tra la Latinia e gli altri paesi europei. Ve li elenco rapidamente, la Belgigallia, l’Unione vichinga, l’Eirlanda, la Svizzera, la Giurabaviera, i 5 regni slavi confederati, la Repubblica Bulgaro Tracia, l’Ostergardia, la Subotica, l'Epiro, la Macedonia, il Peloponneso, la Romania, la Sarmazia e la Caucasia. Quindi per favore informatevi sull’argomento, mi raccomando. Arrivederci a domani».

Il professore osserva gli alunni sciamare fuori dalla sala f e quindi si avvia a sua volta verso l’uscita. Lungo le strade di Savalpina, la città in cui vive nella riviera ligure, come al solito i maxischermi trasmettono i notiziari in collegamento diretto con le attività del senato e chiunque può intervenire in via elettronica esprimendo il proprio parere. La Latinia crede molto nella partecipazione dei cittadini al potere.

Il professore rivolge una rapida occhiata allo schermo più prossimo, dove in quel momento campeggia la cartina dell’Europa. Il suo paese, così evoluto e civile, si estende in maniera continuativa lungo il sud del continente, dalla penisola ispanica fino alla costa dalmata, passando per Occitania e Tirolo e inoltre comprende anche la fascia costiera dell’Africa, all’incirca da Casablanca a Sfax. Con alcuni altri paesi europei amici esiste una vera e propria unione politica, economica e religiosa, in cui si parla neolatino e di cui la Latinia, o per meglio dire la Repubblica Latino Mediterranea, si è assunta il compito di guida, ma non con tutte le nazioni del continente i rapporti sono altrettanti buoni.

Il complesso sistema di alleanze e amicizie sta ormai portando l’Europa a suddividersi in tre macrostrutture politiche, economiche, religiose e perfino linguistiche. Una voce fuori campo sta appunto riferendo sulle recenti frizioni con le altre due grandi potenze del mondo occidentale.

Da una parte c'è l’impero vichingo protestante del nord Europa, di lingua danese e fondato da Canuto il Grande, comprendente la Gran Bretagna, le penisole scandinave e danesi, il nord della Germania più l’Olanda e la regione baltica.

Dall’altra invece domina la Federazione dei Cinque regni slavi, a suo tempo voluta da Giovanni Sobieski e da Pietro il Grande, di lingua polussa e convertita all’islam. Frizioni estese ovviamente sia ai loro vari alleati europei sia agli stati satelliti del continente americano. Mentre si dirige verso casa il professore scuote la testa, sconsolato. Problemi, problemi, sempre problemi, chissà quando l’umanità imparerà a vivere in pace e concordia.

Intanto il lettore del notiziario annuncia la messa in onda di un discorso del capo dello Stato e della Chiesa cristiana cattolico-ortodossa in carica, il sommo Pontefice massimo, Onorevole e Presidente Bernardo Provenzano. L'anziano volto, rozzo e astuto, di Provenzano viene inquadrato e allora il professore si ferma, come ogni altro cittadino, per ascoltare le sue sagge parole.

 

 

Massimo Bianco

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Massimo Bianco il 2018-03-13 11:35:53

In conclusione dello scritto due parole sui primi di questi caotici anni così poco conosciuti, detti de “L’anarchia militare”, che valgono anche un po' come spiegazione a certi passi del racconto.

La ribellione di Massimino il Trace avvene il 19 marzo dell’anno 235 d.C. Su quanto ho raccontato fino alle prime ore di questa data ho cercato di seguire gli eventi storici reali, poi ho iniziato a far volare la fantasia, ma eccovi in breve alcune fondamentali verità storiche:

Massimino il Trace subentrò a Severo Alessandro nel marzo 235, fu ucciso dopo varie rivolte (una delle quali causò la morte di Vitaliano) nel 238 e dopo una fase assai caotica gli eserciti acclamarono un altro tredicenne, Gordiano III.  Timesiteo, suo brillante reggente e sovrano di fatto, nel 243 fu avvelenato da Filippo l’Arabo che poco dopo eliminò anche Gordiano e divenne imperatore. 

Papa Fabiano morì in prigione nel 250, durante le persecuzioni volute da Decio, successore di Filippo l’Arabo dal 249, ma “QUI” Decio non è mai stato imperatore e siccome, si badi, Severo Alessandro nella realtà storica favoriva il cristianesimo, probabilmente Fabiano non sarebbe stato imprigionato e grazie a ciò sarebbe forse sopravvissuto più a lungo.

E in grandi linee ciò vale anche per il personaggio citato a fine racconto: altra realtà, altre esperienze, magari altri tipi di cure e la sua vita avrebbe potuto avere sviluppi e lunghezza diversi  (N.d.A.).

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-03-20 12:37:19
Le ucronie romane sono tra le più interessanti, ma anche le più difficili. Se ben ricordo, è Gibbon a dare importanza decisiva, fra i fattori che hanno causato la fine della civiltà romana antica, all'anarchia militare e all'eccessivo potere dell'esercito. Ovviamente però la caduta dell'Impero d'Occidente è dovuta a talmente tanti fattori che è impossibile isolarne uno o dire quale sia il più importante. Harry Turtledove (uno scrittore di SF ucronica) attribuisce grande importanza alla figura di Agrippa, il consigliere di Ottaviano. Uomo geniale, vero artefice dei successi militari del primo imperatore, morì di colpo e abbastanza giovane. Se fosse vissuto, ipotizza Turtledove, probabilmente il sistema dinastico romano sarebbe stato differente: Ottaviano lo avrebbe associato al governo e Livia - il cui ruolo fu determinante nell'ascesa di Tiberio e forse nella morte dei figli dello stesso Augusto (Tiberio era figlio di Livia, ma non di Augusto) - avrebbe avuto meno potere, con la conseguenza che la storia delle dinastie imperiali romane - che si susseguivano accoppando i predecessori - sarebbe stata un po' diversa e magari più stabile. Altri ancora ritengono decisiva la presenza, in Cina, della Grande Muraglia: come sappiamo, gli Unni, avanzando verso Occidente, spinsero i popoli germanici oltre i confini romani del Reno e del Danubio. Roma, già indebolita di suo, non riuscì ad assimilare la pressione migratoria come aveva fatto in passato e i Goti, da elemento integrante il mondo mediterraneo, divennero elemento predominante in molte zone, avviando il processo di disgregazione dell'Impero - specie l'Occidente, più povero e più fragile. Se gli Unni avessero invaso la Cina, magari la storia di Cina e Roma sarebbero state invertite. Roma sarebbe sopravvissuta più integra e con maggiore continuità - un po' come ha fatto la Cina e come, dopotutto, è accaduto a Bisanzio - mentre nella storia cinese si sarebbe verificata una cesura più netta, simile al Medioevo come lo conosciamo noi (anche se ovviamente differente). La mia personalissima opinione, che mi sono fatto leggiucchiando qua e là, è che grande importanza ha avuto lo sviluppo tecnologico - economico. L'economia di Roma era di tipo servile e gli schiavi si ottengono con le conquiste... solo che Roma non poteva espandersi all'infinito, con le tecnologie a disposizione (non sottovalutiamo l'enorme importanza economica, strategica, politica, culturale e militare che ebbe la rete viaria romana). Traiano portò l'impero alla massima espansione, ma già Adriano preferì non logorarsi in inutili guerre coi Parti o in conquiste di territori che Roma non sarebbe riuscita a tenere se non a prezzo eccessivo (qualcosa di simile era accaduto con la Germania dopo Teutoburgo). Rinunciò alla Mesopotamia e a parte delle conquiste del suo predecessore, assicurando all'Impero un periodo di pace e venendo da alcuni bollato come traditore. L'esercito, da offensivo, divenne quindi difensivo... ma si doveva mantenerlo anche in situazione di crescita zero (anche demografica, per l'Italia specialmente: questo era stato già evidente ai tempi di Augusto). Ecco quindi il ricorso crescente a truppe straniere, l'inflazione - necessaria per pagare i soldati, ma deleteria per il potere d'acquisto - la crescente importanza delle gerarchie militari a scapito di quelle civili, di remota origine repubblicana (ma questa era stata una costante di tutta la storia romana: pensiamo a Mario e Silla, Cesare e Pompeo ecc) I generali che riuscivano a foraggiare le loro truppe (l'esercito era anche l'unico mezzo di promozione sociale nella classista società romana) avevano buone chances di diventare imperatori. E poi c'erano i barbari, sempre meno selvaggi, sempre più numerosi e infiltrati nella società civile che, col passare dei secoli, faceva sempre più fatica a romanizzarli e, al contrario, si "imbarbariva": pensiamo a Ezio o Stilicone, o allo stesso Attila che era stato prigioniero per anni dei Romani, assimilandone le conoscenze e studiando le loro debolezze - come Arminio di Teutoburgo). Chissà, forse se i Romani avessero scoperto la staffa, o la bussola, o diverse tecniche di rotazione delle colture, la loro espansione sarebbe proseguita ancora un po': avrebbero invaso l'impero sassanide e sarebbero entrati in diretto contatto con India e Cina, con sviluppi del tutto imprevedibili... (pensiamo a come avrebbero impiegato la carta o i numeri indiani - che noi chiamiamo arabi - o la polvere da sparo). Ovvio che un argomento così vasto e complesso è pressoché impossibile da stringere in un racconto: questo, a differenza dell'altro tuo ultimo, proprio perchè coinvolge temi grandi e personaggi che in qualche modo hanno fatto la storia, è un po' meno leggibile: troppi personaggi, troppi eventi, oltretutto presupponendo un certo qual grado di conoscenze di base che il lettore - e soprattutto il lettore web - può non avere o non avere la voglia di andare a leggere o studiare, Magari restringendo il tutto a un episodio emblematico renderebbe la narrazione un filino più scorrevole... o magari no... boh... sono storie complicate. Ciao!

Massimo Bianco il 2018-03-22 10:18:17
La tua è un'ottima disamina storica, si vede subito che hai una buona conoscenza dell'impero romano. Tutto ciò che affermi è ragionevole, compreso la difficoltà di ridurre a racconto un tema del genere, in effetti penso che ben pochi abbiano un minimo di conoscenza dell'epoca qui raccontata, la dinastia del Severi. Naturalmente tu sarai di sicuro perfettamente conscio di quanto lungo e impegnativo sia stato documentarsi ed è proprio questo il principale motivo che mi ha spinto a non accorciarlo, la difficoltà a inquadrare il tema e tutto questo mio impegno richiedono spazi lunghi, se poi pochi lo leggono pazienza, ci tenevo comunque ad averlo disponibile su web, come ulteriore sfaccettatura della mia oepra narrativa. Grazie per la visita Rubrus, ciao.

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Roberta il 2018-03-22 18:42:36

Ciao Massimo, il racconto l\'ho letto anch\'io, l\'ho trovato fin da subito ben scritto e interessante. ma piuttosto impegnativo, un po\' per la lunghezza un po\' per il genere, che richiede conoscenze e interesse per i fatti storici. Credo sia questa la ragione dei pochi commenti. D\'altra parte immagino quanto sia stato impegnativo scriverlo, vista la necessità di documentarsi e di trovare la giusta misura tra narrazione e fedeltà storica. A maggior ragione, quindi, ti faccio i miei complimenti per un\'opera che credo molto ben riuscita, nonostante gli scarsi riconoscimenti.

Massimo Bianco il 2018-03-22 19:36:54
Per carità, Roberta, mi rendo conto benissimo anch'io della non facilità di questo racconto. Sai la verità? Io qui alla vigilia avevo preventivato due visite molto probabili (la tua e quella di Rubrus) e una abbastanza possibile (Big Tony se si risvegliasse), escludendo Antonino che lo conosceva già avendovi partecipato un po' e non aveva quindi motivo di intervenire, e ci ho preso. Qualunque altra visita la riterrei una sorpresa inattesa e quindi piacevolissima. Il problema semmai non sta qui ma a monte, e cioè nell'essere noi 4 gatti. Il "Barpiaf", come lo ha definito Mauro B., a me sta bene, ma vorrei che fosse un vivace bar del centro, invece per ora è un barriciattolo di periferia dove non trovi mai più di 4 o 5 avventori. A ogni modo sono lieto che tu abbia apprezzato la qualità della scrittura e che l'abbia trovato interessante e riuscito, effettivamente la fase di documentazione mi ha preso un mucchio di tempo e poi scrivere è stato divertente ma anche impegnativo. Tutti i personaggi presenti tranne uno (e chi conosce il latino penso che capirà subito chi egli sia) sono rigorosamente storici e richiedono attenzione particolare a non scrivere stupidaggini (speriamo di esserci riuscito) anche perché l'evoluzione degli eventi e dei comportamenti richiede credibilità pure quando si entra nell'ambito del possibile della storia alternativa. E quell'unico inventato è comunque fondamentale anche lui perchè è il personaggio fulcro, quello che cuasa il cambiamento della storia. A ogni modo in calce,al racconto, in cima ai commenti, ho inserito un breve ripassino storico proprio per rendere la lettura più comprensibile. Ciao

Roberta il 2018-03-26 17:58:13
Ti capisco, l'essere rimasti quattro gatti è un po' deludente, ma, se ti guardi attorno, ti rendi conto che i siti più frequentati sono quelli di scarsa qualità, dove gli utenti continuano a litigare e insultarsi oppure a lasciare qualche complimento tanto lusinghiero quanto banale: sfogatoi per gente frustrata. Insomma, io questo non lo definirei un barriciattolo di periferia, anche se le pubblicazioni e i commenti vengono giù col contagocce.

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