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Mauro Banfi il Moscone

APOLOGIA DI EMILIO SALGARI/ LA FORMIBABILE CASSETTA DI EMILIO SALGARI

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Storico / Avventura / Western / Spionaggio

pubblicato il 2018-03-10 08:18:00

                                                        

Emilio Salgari fu, prima di ogni considerazione, uno che visse come voleva vivere, uno che visse scrivendo e viaggiando nell’avventura senza la seccatura dei bagagli, un potente sciamano (riconosciuto solo da noi eterni ragazzi) che praticò l’esorcismo della morte attraverso la mitografia di una vita più vitale della vita.
Nominando e creando la leggendaria ferocia di Sandokan, la rapidità dei prahos d’assalto, il lusso aromatico della vegetazione malese, l’anarchica autosufficienza libertaria della parola “Mompracem!” scrisse della propria vita e di sé, mescolando la realtà e l’arte, e facendo vivere loro un’ unica esistenza, inestricabile, come le liane della crudele Sipo Matador nelle impenetrabili foreste giavanesi.
Chi altri può, in tutta onestà, oggigiorno, dire di fare altrettanto?
Dopo Pasolini, l’ultimo grande, chi è capace nel Bel(?)Paese d’incarnare nella propria vita la sua arte e il suo pensiero?
Non sto parlando dei politici, una triste banda di venditori di tappeti, aspirapolveri, pulci e acari d’ogni tipo, ma degli artisti, dei narratori, dei poeti, dei fumettari, degli uomini e delle donne del cinema, della danza, di un certo tipo di televisione e così via.
Dov’è un Salgari tra loro?  

 

Salgari visse la pienezza di una vita artistica, ricolma, ribollente, tracimante direi, d’immaginazione, di metafore e di analogie, fuori dal comune: questo lo condannò in vita a subire le conseguenze del vizio capitale più diffuso in Italia: l’invidia piccolo borghese.
Gli adolescenti (i lettori che riconobbero in vita lo sciamano) scrivevano appassionate lettere a Emilio in cui dicevano:
“Il mio professore mi consiglia di non leggere i Suoi libri, perché dice che scaldano la testa”;
“I nostri padri e le nostre madri ci lasciano leggere poco i Suoi libri, perché dicono che eccitano i nervi”.
Tutti i mediocri, tutti quelli che avrebbero voluto amare conturbanti principesse malesi e correre su brigantini in fiamme all’assalto dei tiranni, ma cui mancò sempre il coraggio di sfilare mutandine e mulinare spadoni insorsero, in una gara di meschino livore, demolendo (o cercando di demolire) il mito salgariano entusiasticamente urlato dai loro figli.
Solerti professorini accademici,  editori bottegai e truffaldini, piccoli borghesi incarogniti offrirono uno spettacolo pietoso; di iene intorno a una nobile e fiera carcassa autosventrata: scrissero che Salgari era puerile rispetto a Verne, il palloso - per quanto visionario - pedagogo della scienza, uno scribacchino superficiale e provinciale!
Provinciale Salgari! Conosciuto anche dalle ragazze e dai ragazzi di tutta Europa e di mezzo mondo!

E così, mentre Salgari veniva derubato dei proventi delle sue immani fatiche editoriali, cominciò quella oscena damnatio memoriae, quella congiura della mediocrità quasi generale per ridurlo a “scrittore ludico per l’infanzia”.
Ma dietro a quella cospirazione compiuta da miserabili snob dell’incapacità creativa, c’è qualcosa di più e di peggio, rispetto al solito trucchetto delle tre carte operato da cattedratici, bottegai e santoni del pensiero unico.
Questo qualcosa d’orribile è un’invidia feroce e rovente: l’invidia degli omuncoli tediosi e delle donnucole tristanzuole, tutti mediocri condannati a relazioni affettive ed erotiche squallide e proterve, a vite servili e grigie, a un’esistenza in bilico tra la genuflessione per la pagnotta e la rabbia per la propria immagine, restituita implacabilmente dallo specchio.
Come avrebbero potuto non odiare Salgari, uomo libero fino alla sfrontatezza, protagonista della propria vita e dei propri eccessi, come avrebbero potuto comprenderlo in fondo questi omogeneizzati del conformismo, questi forzati del consumismo, costretti, per mantenersi lauti stipendi e onori accademici a riscrivere la storia della letteratura ad uso e consumo dei propri sponsor e delle proprie lerce bancarelle?
E, infatti, nonostante che Salgari sia stato un grandissimo scrittore e abbia influenzato direttamente tutta la narrativa fantastica italiana successiva (Landolfi, Manganelli, D’Arrigo, Bufalino, Arpino, Buzzati), sulle antologie egli compare come una macchietta, un pellegrino prima veneto e poi torinese che bambineggiava vestito da pirata, come una specie di pantomima da compatire all'Asilo Nido.
In questo trasformare l’eroismo (Salgari fu un ardito in ogni fibra del suo essere) in prosopopea retorica e la potenza dell’immaginazione in patologia mentale, c’è anche e soprattutto l’odio del mediocre per il gigante, del perdente per il creatore di possenti metafore e sublimi analogie immaginative, dello schiavo per l’uomo libero.
Così, dietro la riduzione di Salgari a bamboccio, non c’è solo miseria critica e intellettuale, ma anche e soprattutto, miseria umana.
E allora, prendo in mano il mio berretto, tiro per la mia strada salgariana, e come quelle migliaia di ragazze e ragazzi il giorno del suo funerale, lo tiro in aria lanciando il nostro grido di battaglia:
“Evviva il Capitano Salgari!”:

 

LA FORMIBABILE CASSETTA DI
EMILIO SALGARI 


“Se mi dovesse succedere qualcosa, o il fuoco o l’inondazione, salvate quella cassetta. Là c’è la mia ricchezza.”
Emilio Salgari al figlio Omar. 
                                               

                     

                                        - illustrazione di Aldo Di Gennaro (anche quella in cima al racconto) -

                                                                                         
          I

 
Emilio Salgari, la Tigre della Malesia, uscì di casa con i figlioletti Nadir, Fatima, Romero e Omar.
Portavano tutti delle spade di legno alla cintola e mentre Omar e Nadir duellavano con i loro nomignoli coniati per l’avventura, Tremal-Naik e Giro-Batol, Emilio urlava a sua moglie Ida:
— Donna, non sappiamo quando torneremo per cena! Gli eroi sanno quando salpano ma non quanto ritornano!
Mia Aida, solo una cosa è certa: non ci faremo mai mettere ai ferri, libertà o morte, vero miei prodi?
—  Sì Capitano! Libertà o morte! Non saremo mai schiavi di nessuno!
Era in realtà una scenetta convenuta per non far scemare la tensione giocosa e gioiosa della pericolosa spedizione.
Sarebbero tornati alle otto in punto come sempre.
Marciarono per un’ora, scendendo al fiume Po e poi cominciarono a risalire la collina.
Il capitano Salgari, intanto, così parlava ai figli:
— Ecco…supponiamo che ora io vi conduca verso un paese ignoto, il terribile reame dei Thughs, i feroci strangolatori indiani.
Siete pronti a seguirmi fino alla morte?
—  Sì, Capitano!
—  Ascoltatemi Tremal-Naik, Kammamuri, Jaira e Giro-Batol!
 
                                                                                   

I Thugs, i sanguinari adoratori della crudele dea Kalì, hanno rapito la bellissima Ada Corishant, figlia di un noto ufficiale inglese, per farne la Vergine della Pagoda.
Questa notte la luna sarà piena e le strapperanno il cuore per offrirlo in sacrificio alla nera dea Kalì e noi dobbiamo salvarla! Miei prodi, siete pronti a combattere? Dobbiamo introdurci silenziosamente nel loro tempio sotterraneo e liberarla!
— All’ultimo sangue, Capitano! Andiamo!
— Avanti, allora, infiliamoci come serpenti nella foresta oscura e attenti alle frecce avvelenate e ai fazzoletti di seta strangolatori dei Thughs! 
 
                              
 
                                                                                                    II
 
Avevano giocato per ore e combattuto con orde d’immaginari Thugs per liberare Ada Corishant.
Emilio aveva posato a terra la sua paglietta e riposava stremato insieme ai suoi figli.
Omar, il suo figliolo più incline alla lettura, si era avvicinato per fargli la domanda delle domande:
— Papà, m’insegni a scrivere?
 
                                                                                  

— Omar, per scrivere ci vogliono i ferri del mestiere, come quelli che usano il falegname o  il fabbro.
Loro adoperano la sega e la pialla e la mazza e l’incudine; uno scrittore ha bisogno di un tavolino, di una penna e d’inchiostro e di una cassetta formidabile.
— Una cassetta formidabile?
— Andiamo con ordine, Omar.
 
                                                                     
 
Il tavolino deve essere di struttura esile ma robusta, per essere trasportato di casa in casa e di trasloco in trasloco. Uno scrittore è sempre in viaggio, anche e sopra tutto quando è fermo.
Il ripiano deve essere grande quanto basta per appoggiare la carta, il calamaio e un solo libro da consultare.
Il tavolino è la base, il fulcro che sosterrà tutta la fatica dello scrivere.
Perché se vorrai far lo scrittore, sappilo da subito, dovrai sostenere degli sforzi terribili senza aver spesso niente in cambio. Dovrai donare a quel tavolino tutto il tuo tempo migliore per avere di ritorno solo guai, debiti, indifferenza e dolori inenarrabili.
Mi hai capito: vuoi ancora fare lo scrittore?
— Sì, papà, all’ultimo sangue! Voglio essere come te!
— Omar, chi scrive assomiglia solo a se stesso, per narrare quello che i lettori vorrebbero essere, ricordalo.
E dentro al suo cuore ogni lettore è una tigre!
Poi l’inchiostro: lo preparerai come ti ho insegnato, da solo, pestando nel mortaio le bacche di sambuco che raccoglierai nei boschi.
 
                                                                    
 
E così la penna: una cannuccia in cima alla quale legherai il pennino con del refe, possibilmente vegetale, fatto con la corteccia.
Così scriverai col tuo sangue e con un pugnale di bambù, sempre coraggioso e pronto alla mischia e all’assalto, alla bisogna!
 
                                                               
 
Scrivere non è un mestiere per ipocriti e codardi, rammentalo.
E infine la cassetta formidabile, come quella che tengo nascosta in casa e che vi raccomando sempre come la mia vita.
In quello scrigno pieno di tesori ci sono le trame dei miei libri futuri, potenziali, ancora tutti da plasmare e da scrivere.
 
                                                                 
 
Notizie, informazioni, intuizioni, scheletri precisi di eventi e situazioni; miti, leggende, riassunti di bibbie straniere e compendi di misteriose enciclopedie ritrovate in vecchi scaffali polverosi, in sperdute biblioteche di paesini sconosciuti.
Dovrai frugare dentro tutto lo scibile umano, Omar, per trovare cose “sbalorditive” e "formidabili" sopra tutto, uniche al mondo e memorabili nell’Universo e nasconderle  dentro lo scrigno dello straordinario, fino a quando il Genio della cassetta non ti ordinerà di prenderle e usarle per raccontare delle storie.
Dentro la cassetta formidabile dovrai accumulare i tesori rubati all'intelligenza dell’uomo, alla segreta energia del Cosmo e alle folgori della tua anima.
E poi obbedirai al Genio della cassetta e scriverai le storie che lui ti suggerirà.
Avevo ventitré anni quando caddi prigioniero del pirata Sandokan, la Tigre della Malesia, il Genio della mia cassetta. Da allora sono suo schiavo e compagno, ed è l’unica forma di servitù che ho sopportato in vita mia, oltre a quella che ho accettato con impegno e passione sposando tua madre.
 
E allora, ragazzo, sei pronto alla fatica, al sangue e al coraggio, sei disposto a fidarti ciecamente di quel Genio della cassetta?
— Sì, Capitano Sandokan! Sono pronto a seguirlo fino alla morte!
Il mio Genio si chiama Tremal-Naik, il cobra reale della foresta Sundarbans ed è formidabile quanto il tuo! Vedrai che storie saprò narrare!
— Allora andiamo, Omar, perché no?
 
                                                                          
 
                                                   - La famiglia Salgari: Ida, Nadir, Romero, Emilio, Fatima e Omar -
 
 
                                                                                        

                

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-10 08:35:50

                                           

Pietà per l'eroe
In memoria eterna di Emilio Salgari, (Verona, 21 agosto 1862 – Torino, 25 aprile 1911)

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-03-10 09:54:31
Ricordo di averlo già letto e, molto probabilmente, avevo parlato della "cassetta degli attrezzi" perchè è la stessa metafora che usa King in un'accezione diversa (uso degli strumenti linguistici e narrativi). Per non dire sempre le stesse cose, dico ora che, secondo me, l'invidia del culturame nei confronti di Salgari ha anche una ragione più semplice: Salgari vendeva. Lui ci guadagnava poco e niente, ma i suoi libri vendevano e questo ai critici non va mai giù. Succede oggi e succede ovunque, ma in Italia in modo forse più intenso che altrove: "Se piace a tanti, è una schifezza" è il sottinteso. Salgari operò nel periodo in cui si diffondeva l'editoria industriale, possibile grazie alle rotative e alla possibilità di stampare con carta di polpa di legno, meno costosa - di qui il termine "pulp". Nel mondo anglosassone e francese (da Sue a Verne, Ewlls, Dumas, London a Doyle) in cui economia e industria erano più solide, lo stato più consolidato, la popolazione più alfabetizzata (non è la solita esterofilia: ci sono dietro ragioni storico - politico - economiche piuttosto complesse) e le elite un po' meno snob - o meno ascoltate - questi scrittori vennero meno ghettizzati dalla letteratura (o meglio dai critici); in Italia meno. Salgari ebbe un ritorno di fiamma grazie agli sceneggiati di Sollima (se ben ricordo), ma erano anni in cui si parlava di austerità e poi, sai com'è, era, stando ai critici roba nazional popolare, quindi siamo andati avanti come sempre, affidandoci al genio isolato - che non ci manca, come popolo, anzi - ma senza una struttura imprenditoriale e culturale adeguatamente sviluppata. Questo distacco ha contribuito a produrre un divario tra la maggioranza delle persone e la narrativa (non è il solo fattore, ci sono sempre le suddette ragioni storico - economiche). Ciò si riscontra anche nella lingua. La lingua di Salgari è oggi pressochè incomprensibile al pubblico, i giovani, cui vorrebbe parlare: è troppo aulica e letteraria (infatti gli sceneggiati ne sono stati una riscrittura in un linguaggio diverso, contemporaneo, ma appunto non scritto). Paradossalmente, e anche grazie alle traduzioni, sono più letti, ancora una volta, gli scrittori d'oltralpe e oltreoceano.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-10 13:40:21

Grandissimo, Rubrus: un commento ricchissimo che potrebbe aprirsi a una conversazione con quattro temi simultanei. Non avendo superpoteri mi concentro sul terribile tema del \" \"Se piace a tanti, è una schifezza\". Uno ma basta e avanza, ci sarebbe da tirare notte a parlarne, cerco la sintesi, per il mio e il tuo bene, caro amico. Questa in Italia è una questione cruciale. Tante espressioni artistiche che nel mondo anglosassone eccellono, qua da noi languono per demerito di quel brutto male che definisco \"nichilismo provinciale italico\". Chiamo sul banco dei testimoni il buon Luciano Ligabue, del quale sono ammiratore da anni, non tanto per la sua carriera artistica fatta di alti e bassi - talvolta sconcertanti, sopratutto quel reiterarsi delle stesse ripetute stutture armoniche nella canzoni, gli stessi riff, gli stessi assoli, gli stessi giri d\'accordi - quanto per la sua energia positiva e la notevole lucidità mentale e per quella visione antinichilista e antipessimista che condivido nell\'intimo della fibra, e non ultimo per l\'avermi fatto scoprire lo stupefacente e pirotecnico Tom Robbins. Il Liga è uno che il nichilismo di provincia l\'ha vissuto a fondo, ecco che cosa dichiara in un\'intervista: \"Perché la cosa che più funziona del rock è dire: \"Scusate ragazzi, fa tutto cagare\". Se io vado su un palco e dico: \"Volevo dire una cosa, fa tutto cagare\", l\'applauso è garantito. Quel nichilismo lì è un po\' troppo fine a se stesso, perché è facile anche pensare che fa tutto cagare. Ci sono dei giorni che lo penso. Non è molto utile però per come vedo io le cose. Quindi non voglio indorare a nessuno la pillola, io dico: \"Ragazzi, è dura\". Però parliamo di un po\' di speranza, parliamo di come possiamo rimboccarci le maniche, e questo passa attraverso un lavoro individuale, dove ognuno riesce a migliorare se stesso. E migliorando se stesso, attraverso il confronto con gli altri, qualcosa nasce.\" Tra l\'altro nessuno come il Liga ha provato sulla sua pelle l\'anatema del \"Se piace a tanti è una schifezza\". Quando raggiunde il grande successo popolare con \"Buon compleanno, Elvis\" passai notti intere a discutere con amici sul fatto che era diventato una pop star e non più il narratore di certe storie di provincia dei primi album - e sinceramente, è il Liga musicista che preferisco, sia per le storie che per un maggiore coraggio nell\'invenzione musicale -. Diventare pop è qualcosa che gli invidiosi di professione non ti perdonani, i provinciali italioti di campagna o di città. E qua, come hai detto mirabilmente, dovremmo fare un excursus storico che ci porterebbe davvero troppo lontano. La mia sintesi è questo: l\'italiano, dopo i romani antichi, è sempre stato un suddito e mai un cittadino attivo, e il suddito ha il vizio congenito del risentimento, del rancore e del nichilismo vendicativo. Butta caso sono i vizi umani che vanno per la maggiore nel social web, ma guarda te! Tutto ciò che è nello stesso tempo popolare e di qualità deve essere scaraventato nel cesso affinchè il piccolo ego nichilista di provincia non si senta troppo in ombra, poveretto. Comunque i grandi con una scrollata di spalle si liberano rapidamente dalla mediocrità, e se ne fregano di fare arte e gioia col comodo e ignorante \" tutto fa cagare\". Salgari, un giorno, osservando una cartina del Borneo, posò il dito sopra un puntolino chiamato Mompracem, forse non per altro che per la musicalità di quel nome; da quel puntolino radioattivo tirò fuori un\'epopea fantastica e avventuroso che ci scalderà in eterno. Questo resta, in eterno: tutto il resto è nichilismo di provincia. Abbi gioia


Rubrus il 2018-03-11 17:51:52

Mi soffermerei pochissimi minuti su un tema poco trattato rispetto alla sua importanza: il rapporto tra mercato, tecnologia e narrativa. Come non sarebbe stata così come si è verificata la riforma protestante senza l\'invenzione della stampa - se per una Bibbia occorrono cento pecore e per avere la possibiità dell\'adesione alla Riforma io devo leggere la Bibbia, allora la quantità di pecore e la riforma protestante sarebbero state interconnesse strettamente - così gli strumenti tecnologici e il mercato sono strettamente connessi. Secondo me, la quantità di narrativa a basso costo (grazie alla tecnologia e agli investimenti imprenditoriali) ha inciso molto, e in modi diversi a seconda dei luoghi, sulla narrativa dell\'ottocento e novecento. Adesso siamo ancora oltre. Le tecnologie digitali hanno quasi annullato la differenza tra il manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, e il vendere, cioè diffondere il prodotto del proprio ingegno per trarne un\'utilità economica. Male che vada oggi c\'è l\'autopubblicazione e la narrativa sul web. Molti editori vendono in realtà non il bene - libro diretto al pubblico, ma la gratificazione dell\'autore di vedere pubblicato il proprio pensiero su un supporto fisico che ha l\'aspetto di un libro. E\' la cosiddetta editoria a pagamento. Insomma oggi c\'è una enorme sproporzione tra offerta di scritti e domanda di scritti. Questo azzeramento dei costi ha prodotto (ed è un po\' un meccanismo tipico dell\'economia contemporanea) la scomparsa dell\'intermediario - prima l\'editor o l\'agente letterario e poi l\'editore - e la concentrazione del prodotto in pochi punti di aggregazione. Per la massa, senza che forse ce se ne accorga, è rilevante solo quel che passa, in tanti modi, attraverso le maglie di pochi intermediari ben strutturati - esattamente l\'opposto dello slogan cui era nato il web: tutti possono dire la loro: vero, ma alla fine uno vale uno e tutti gli altri sono nessuno e se non sei quell\'uno sei fregato. Questa un po\' la tendenza, non solo nella narrativa, verso cui mi pare si vada. Tornando però alla narrativa è anche vero nessuna offerta può reggere a lungo senza domanda. Chi pubblica, gli piaccia ammetterlo o no, ambisce ad una certa rilevanza. Se non ce l\'ha presto o tardi smette (a meno che non sia un individuo un po\' derealizzato, diciamo così). E questo porterebbe a parlare del progressivo decadimento di tutti i siti letterari (ho leggiucchiato che un altro sarebbe in fase di chiusura). Non sto a dire se sia bene o male, ma avevo detto che avrei impiegato pochissimi minuti e quindi la smetto.


Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-12 08:35:02
Un altro tema che bisognerebbe di un saggio apposito in "Virgolette", se un giorno ne avrai tempo e voglia, tanto è stringente e attuale e cruciale.
Come è noto, Salgari aveva per le sue opere una domanda altissima, e non solo in Italia.
Vendeva tantissimo e riceveva migliaia di lettere a cui non riusciva a rispondere perchè obbligato a scrivere sempre di più a causa delle sue ristrettezze economiche.
Oggi, con le nuove tecnologie viviamo nell'era del "tutti creano e scrivono e nessuno studia e legge".
L'epoca della tirannia dell'offerta globale, della presunzione totale, della tracotanza finale.
Tantissime belle iniziative sul web falliscono miseramente perchè non ci sono lettori, sostenitori, fruitori.
La dittatura dell'offerta ossessiva compulsiva è solo uno dei sintomi dell'era del nichilismo compiuto e forse il massimo acme del consumismo acritico e deregolato.

Sono ben poche le menti illuminate - come la tua - che si rendono conto della serietà e della tragicità di questo problema.
Anni fa questa tragedia stava per farmi abbandonare del tutto l'arte e la letteratura per dedicarmi soltanto agli animali, all'ambiente e alla biodiversità naturale, un orizzonte vitale che non soffre di questa tragica situazione umana, solo umana.
C'è qualcosa di stolido, di brutale, nel'essere umano che lo porta a volersi sentire sempre al centro dell'attenzione dell'Universo e a voler prevaricare il suo prossimo e il circostante naturale.
Inutilmente i mistici e gli scienziati ricordano con prove a carico che nell'ordine delle cose siamo ben poca cosa, non c'è niente da fare: tutti si sentono bene sul palcoscenico e male a star sotto a far da spettatori; scrivere pompando il proprio Ego riempie di adrenalina, passare ore e ore a leggere le opere altrui fa sentire passivi e sudditi.
Questo male congenito della natura umana mi stava diventando insopportabile e stavo per preferire, una volta per sempre, il convivere con gli amici animali.
I cani, per fare solo un rapido esempio, sono sempre e costantemente attori e spettatori delle loro vita. Agiscono, non esauriscono la loro vitalità con estenuanti pippe mentali, seguono i loro sani istinti e nel contempo sono felici d'imparare in ogni attimo della loro vita qualcosa di nuovo e di vitale.
In poche parole, da bar, gli animali seguono il loro fiuto e la grande tradizione canina sepolta nel loro DNA: fare e imparare sono tutt'uno per loro, che hanno l'umiltà del senso della terra, del loro corpo, del loro ruolo limitato ma vitalissimo - non ho mai visto un cane depresso tra centinaia con cui ho vissuto - nell'ordine, in apparenza caotico, del Cosmo.

Torno alla narrativa e all'arte e recupero quella parola "Tradizione", perchè è quella la soluzione al tragico problema, perchè come ai cani anche a me interessano solo le SOLUZIONI dei problemi e non il crogiolarmi nei loro conflitti.
Le criticità hanno senso solo se ti spingono a dar loro risposte, soluzioni, posizioni di campo, proposizioni.

Nel mometo più buio di quella crisi trovai e lessi le opere di Michele Mari, un altro grande che usava quella paroletta magica, risolutiva "Tradizione".
Per comprenderlo bene bisognerebbe leggere il suo strepitoso, imprescindibile saggio finale alla mirabile opera saggistica "I demoni e la pasta sfoglia", intitolato:
"IL BENEFICIO DELL'INFLUENZA".
Ne cito solo un piccolo estratto, ma il testo va letto integrale, lentamente e attentamente meditato.

"Non ci allontaneremmo molto dal vero asserendo che Poe, Stevenson, Melville, Conrad e London si siano divertiti e appassionati a scrivere romanzi marinareschi proprio perché il filone già esisteva, ed abbiano provato il piacere di essere una perla della collana. Credo che qui il proverbiale narcisismo degli scrittori conti molto meno del piacere di far parte di una compagnia, come se la partecipazione fosse premio a se stessa."

Mari intende naturalmente il termine Tradizione- a cui abbina spesso e volentieri altri temini come "maniera", "manierismo", "influenza" e simili - in senso dinamico e propulsivo e mai in senso reazionario e bigotto, proprio di chi si sente il depositario della verità assoluta. Scrive Mari nel saggio sopracitato:

"A furia di leggere libri, a furia di interiorizzare mondi (alcuni dei quali corrispondenti appunto ad aggettivi che, come kafkiano o proustiano, sono perspicui anche a chi non ha letto Kafka o Proust), acquisiamo una sensibilità diagnostica grazie alla quale, nei confronti della vita – compresa quella vita di secondo grado che è la letteratura – il grande lettore ha molte più antenne e molta più “memoria”, perché, come il vagabondo delle stelle di London, ha vissuto più vite."
Leggere gli altri, siano King o Borges o il collega di sito P.I.A.F. non è mai tempo perso, non deve mai farci sentire reattivi, passivi, sudditi, schiavi.
Siamo passivi solo quando una tecnologia di massa ci fa sentire dei grandi Narcisi e scriviamo a getto cazzate che nel nostro specchio di latta ci semprano opere da premio Nobel.
Chi appartiene a una Tradizione dinamica, sia che legga o scriva o faccia l'editore o suggerisca al vicino di casa una lettura, E' VIVO, FORTE, UMANO, NELLA GIOIA.
Ancora Mari:
"Più sbrigativamente voglio anche dire che l’influenza ci angoscia solo se ce ne facciamo angosciare. Per me, fin da piccolo, la confusa nozione di influenza coincideva con la percezione di essere stato tenuto a battesimo e preso per mano da tanti maestri che mi avevano insegnato e continuavano a insegnarmi di tutto: uno, un ritmo; uno, una parola strana; uno, un termine marinaro; uno, l’arte dell’ambiguità; uno, l’arte della suspense; uno, l’intreccio; uno, certe clausole."

Una volta lette queste parole davvero emozionanti e vitali ho capito che fino alla fine della vita, costi quel che costi, continuerò a leggere e a scrivere nel solco di una Tradizione che è dinamicità di una fonte permanentemente viva e originante. Ad esempio: leggo Lovecraft e divento radioattivo e leggo e creo e aggiungo qualcosa alla tradizione lovecraftiana.
Nella vita le cose e i fatti non sono mai quello che sono, ma quali noi li scegliamo e li facciamo.
Se mi so mantenere in contatto e in rapporto con la sorgente di quella Tradizione viva e scaturente, evito di smarrirmi nei labirinti della tracotanza del mio Ego.
Grazie pertanto a Mari per avermi evitato di devitalizzare e castrare una parte vitale di me stesso.
Ed è per questo, caro il mio Rubrus, che tu sei un grande scrittore: e grazie anche al tuo mitologico "Dark Summer", primo tuo magnifico romanzo, che appartiene alla grande Tradizione del weird che si manifesta, dopo Buzzati e Landolfi e Sclavi, finalmente, anche in Italia.

Concludo:
davanti alll'essere umano "globalizzato" di oggi si aprono due vie, due decisioni: o abbandonarsi totalmente alla mediocrità e alla massificazione di sentirsi un possente Ego che posta in modo ossessivo e compulsivo ogni schifezza della sua triste volontà di potenza e di affermarsi sugli altri oppure dedicarsi consapevolemente alla propria autoformazione, mediante la disciplina delle letture e dell'acquisizione delle tecniche classiche di espressione e di quel rapporto con l'influenza di una Tradizione.

A ognuno di noi la sua libera scelta e la completa assuzione di responsabilità che quella decisione comporta.
Abbi gioia



Rubrus il 2018-03-12 15:39:06
Sarò sintetico: la conoscenza di come certi argomenti sono stati in passato, come sono stati affrontati, come sono stati risolti, se lo sono stati, quali conseguenze hanno prodotto, se e perchè non siano più trattati, vale più di molti manuali delle istruzioni sulla scrittura creativa. Questi ultimi sono trattati teorici, i primi sono invece esempi pratici. L'unico problema è che bisogna far la fatica di capirli, mentre oggi si vuole e si cerca la soluzione facile e immediata - e anche in questo i mezzi di comunicazione di massa hanno il loro peso e la loro parte di colpa. Segnalo rapidamente un libro di Stefan Zweig "Il mondo di ieri". Zweig è stato uno scrittore ebreo austriaco molto popolare, e anche molto pagato e il libro è un po' un'analisi del recentissimo (per lui) passato: dall'infanzia ai tempi della Belle Epoque, alla Grande Guerra, al primo dopoguerra. Il romanzo si chiude con la notizia, appresa da Zweig mentre è già esule in Gran Bretagna, dell'invasione della Polonia da parte di Hitler. Ora: certe parti sono un po' noiosette, specie quando parla di letterati che oggi conosciamo poco (ok, Hoffmansthal lo ho anche sentito nominare, ma Zweig parla a lungo della sua amicizia con tal Verhaheren, poeta belga a me de tutto ignoto), ma è interessante notare certe affinità tra il mondo, per lui, di ieri (per noi dell'altro ieri) e di oggi (per noi di ieri): come certe cose siano sparite, come altre siano rimaste in sonno per decenni e si stiano riproponendo oggi, simili, ma diverse. Ma non voglio dilungarmi e andrei fuori tema.

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Claudio Di Trapani il 2018-03-10 13:54:09
Anch'io avevo letto il tuo racconto. Lo spirito salgariano vien fuori ad ogni riga. Circa lo scrittore, i suoi romanzi hanno fatto sognare intere generazioni. Chi non conosceva e non conosce il Corsaro nero? Un vero stimolo a immergersi nell'avventura, anche solo con la mente, cercando di trovare il nascosto pure dentro a un cespuglio di foglie morte -tali sola all'apparenza. Hai fatto una gran bella disamina di questo grande autore, Mauro. Abbi cura di te. Un salutone

Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-10 18:11:10
Grazie, caro amico Claudio
L’uomo moderno è spezzato, frammentario, un "surfer" bombardato da mille stimoli superflui e notizie inutili. Una vita integra gli è preclusa, qualunque sia il paese in cui vive, l’educazione che ha ricevuto, la classe sociale cui appartiene. Egli avverte come una fatalità questa frattura, irrimediabile, sin dal principio, se ha la capacità di avvertirla. L’individuo e la collettività si sono allontanati con il trascorrere dei secoli, lungo cammini divergenti, e continuano perciò ad allontanarsi. Ciò che la collettività si attende dall’individuo, presuppone in lui, è sempre diverso da quello che egli scopre in se stesso come autentico, sorgivo. E chi è qualcosa di più che una formica, chi vuol lasciare dietro di sé una traccia durevole tra le apparenze, il suo strascico, di cometa o di lumaca, viene frantumato dal mondo umano, non dalla sua ostilità, ma semplicemente dalla sua estraneità, dalle sue regole, dai suoi comportamenti, dalle sue consuetudini.
Nella collettività l’espressione dell’individuo non riecheggia, non rifulge più, è perduta l’armonia del mondo antico, che i romanzi di Salgari riecheggiano nel sottotesto delle rutilanti ed esotiche imprese dei suoi eroi e delle sue eroine.
Negli ultimi due secoli l’apparizione di una grande personalità si accompagna al quadro di un’esistenza tragica, quando non intervenga un temperamento accomodante o vile a preservare l’individuo. La lista sarebbe lunga.
Emilio Salgari è un esempio clamoroso, emblematico, di questo destino. Ed eccezionale è il suo pudore, la lotta temeraria, disperata, di chi si sente destinato a soccombere, eppure tenta di mascherare la sua sorte.
Il Capitano lottò per una vita integra, per la sua formidabile immaginazione e la sua adorata famiglia e vuol mostrarsi soltanto come integro.
In questo è « antico » : giudica degradante rivelare, esibire la vita spezzata come tale, e non permette a nessuno di pensare che l’esistenza di chi parla al mondo, come fa lui, nasconda un fallimento. Quando la dilacerazione nondimeno erompe, Salgari sa presentare l’effusione, la rottura degli argini, come menzogna poetica. Ma questa maschera della pienezza, la commedia dell’integrità, è insostenibile nel mondo attuale, favorisce il compimento di ciò che vuole celare, la dissoluzione della persona.


Cosa importa d’altronde se quell’integrità che lui proclamava non si è realizzata nell’uomo Salgari? E certo la curiosità pettegola dei nostri contemporanei, che si è gettata avidamente sulla disgregazione dell'uomo, non è riuscita a sminuire per nulla l’espressione di questo individuo, ciò che lui mise fuori di sé, sopra di sé. Poiché, in un mondo che stritola l’individuo, Emilio/Sandokan/Emilio di Roccabruna signore di Ventimiglia è stato capace di farci vedere l’individuo non piegato dal mondo. Questo risultato lo raggiunse in un’epoca che si è compiaciuta - e il compiacimento oggi è anche più forte - di mostrare la vita spezzata, l’individuo fallito. Se la persona di Salgari è stata infranta dusa stessa mano col suo rasoio, ciò non dimostra nulla contro di lui. In cambio egli ci ha lasciato un’immagine diversa dell’uomo, ed è con questa che dobbiamo misurarci noi.

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Eli Arrow il 2018-03-10 14:38:40

Bello questo modo che hai di attualizzare uno scrittore facendone rivivere nei tuoi racconti momenti di vita.

Io ho sempre considerto abbastanza cretina l'idea che 'se qualcosa è commerciale (termine che piaceva ai miei tempi) automaticamente -e sostanzialmente per questo- non è qualcosa di valido'. Persone intelligenti, e di reale cultura, non usano certo questo metro per giudicare un'opera.

Ciao

Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-10 18:44:42

Grazie per la presenza, Eli. Hai detto bene: tutto dipende dal metro con cui uno valuta quello di cui fruisce. Nella mia vita ho sempre fuggito come la peste bubbonica quelli che usano il criterio\"tutto fa cagare\", non perchè li scanso come persone ma perchè mi fanno perdere tempo e per me l\'impiegare bene il tempo è tutto. Il mio metro è quello della dinamica massimalismo e minimalismo che ho studiato e imparato nelle opere del grande Michele Mari e che ho desunto dalla cultura classica: \"Alla feroce alternativa non si scappa: essendo morta la grande letteratura, essendo morte, pare, anche le grandi cose, al povero scrittore si danno oggi solo due vie: o abdicare alla letteratura per essere tutto cose (possibilmente piccole, contaminate, insensate), o a quella stessa letteratura ostinatamente abbarbicarsi con il risultato di essere falso (o patetico come un soldato giapponese rimasto a difendere il suo atollo dopo il 1945.\" Così scrive in modo illuminante Mari nel suo saggio sul minimalismo presente nel fondamentale \"I demoni e la pasta sfioglia\", una vera bussola per l\'anima. E ancora: \"Da questo punto di vista il minimalismo, inteso correttamente come mimesi di una realtà minima o conoscibile attraverso esperienze minime, è una scorciatoia: e lo è proprio perché evita il conflitto. Rassegnandosi e accontentandosi, il minimalista abdica; ma i personaggi della tragedia classica non abdicavano: si trafiggevano sulla loro spada. E trafiggersi sulla propria spada, per uno scrittore, significa subirsi fino in fondo.\" Ecco quello che conta, che fa la differenza non è tanto il vendere o meno, l\'andare nei salotti televivi buoni o meno, il presentarsi a prendere premi farlocchi istituiti da case editrici colluse con i peggiori criminali: quello che è massimale è l\'autenticità di uno scrittore, quel suo SUBIRSI IN FONDO. Se vai allo \"Scoglio\" a Torino, dove centinaia di ammiratori di Salgari si ritrovano, nella boscaglia, nel luogo dove ha fatto harakiri, lo puoi sentire nell\'organismo questo subirti fino in fondo; l\'ho avvertito anche nella Villa delle Ginestre di Leopardi, con alle spalle il Vesuvio e davanti il golfo di Capri.

A Torino ho lanciato in aria un cappello da marinaio in aria, urlando "Evviva il Capitano" e a Napoli ho sorriso nel cuore per il grande "ranavuottolo", respirando forte il profumo delle gentili ginestre.

Abbi gioia


Eli Arrow il 2018-03-10 20:17:51

Certo, ognuno deve cercare la sua strada. Però ti confesso che mi fa molta tristezza sapere di tutti quei suicidi (a parte il suo, sembra che sia stata una sorta di condanna di famiglia).


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Roberta il 2018-03-11 11:10:46

Resto sempre stupita dalla passione con cui ti lanci nelle tue apologia, Mauro. Io, a dir la verità, non sapevo nulla dell'opera di discredito cui, a quanto dici, Salgari è stato condannato dai suoi contemporanei. Lo conosco come l'autore che hanno letto e amato tre generezioni, per la verità tutte maschili: mio padre, mio marito e mio figlio. Ne ho sempre sentito parlare con entusiasmo e ammirazione, tuttavia i suoi romanzi d'avventura mi sembrano effettivamente adatti a lettori giovani e credo non ci sia nulla di male. Il fatto che i suoi romanzi abbiano ispirato molti scriitori gli rende onore, ma credo appartenga comunque a quel tipo di letteratura che si ama, appunto, durante l'adolescenza e la prima giovinezza, età in cui si è più inclini all'entusiasmo e all'immaginazione. Diventando adulti, si ricorda e si rielabora. Ho letto recentemente, anche grazie al fatto che tu lo hai citato spesso, alcune opere narrative di Michele Mari, che conoscevo solo come poeta: ho trovato straordinari sia i racconti d'ispirazione autobiografica che il romanzo Roderick Duddle, proprio perché in essi la materia del romanzo d'avventura viene rielaborata, rimescolata e trattata con l'ingrediente imprescindibile dell'ironia. 

Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-11 11:59:02

\"22 aprile 1911 Miei cari figli, Sono ormai un vinto. La pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni di miei ammiratori, che per tanti anni ho divertiti e istruiti, provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire, piú un credito di 600 lire che incasserete dalla signora Nusshaumer. Vi accludo qui il suo indirizzo. Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato. Mantenetevi buoni e onesti e pensate appena potrete ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti, col cuore sanguinante, il vostro disgraziato padre Emilio Salgari Vado a morire nella Valle San Martino, presso il luogo ove, quando abitavamo in via Guastalla, andavamo a fare colazione. Si troverà il mio cadavere in uno dei burroncelli che voi conoscete, perché andavamo a raccogliere i fiori.\"



Grazie per il gradito passaggio, Roberta. Queste sopra sono le ultime parole scritte in vita da Emilio Salgari, tragiche quanto toccanti, e penso possano rispondere ad ogni tuo quesito più di decine di saggi su di lui che potrei consigliarti in bibliografia. Salgari era popolarissimo non solo in Italia, ma in tutta Europa. I suoi guadagmi erano molto bassi, sufficenti per una persona sola ma non per chi voleva una famiglia numerosa come lui. L\'avventura è una categoria dell\'anima come l\'amore, il tempo, l\'odio, la vendetta ecc ecc Salgari è un grande esploratore dell\'avventura fantastica per persone di ogni età. In Italia ha sempre prevalso il realismo \" liberal cattocomunista\" con i suoi sensi di colpa e i suoi \"siamo nati per soffrire\". Emilio non era nato per sopravvivere straccamente ma per VIVERE. Di Michele Mari ti suggerisco il romanzo \"Verderame\", la raccolta di racconti \"Fantasmagonia\", e l\'imperdibile raccolta di saggi \"I demoni e la pasta sfoglia\". A me queste letture hanno cambiato e reso più profonda la visione delle cose narrative. Non voglio influenzare nessuno, ovviamente, comunque il divertimento intelligente è assicurato. Abbi gioia


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Massimo Bianco il 2018-03-11 23:30:48
Credo che la fregatura per Salgari sia stata quella di essere nato e vissuto in Italia, nazione notoriamente con la puzza sotto al naso. Kipling era uno scrittore per ragazzi, dopotutto, e i suoi "Kim" e "Il libro della giungla" sono opere mitche che definire di successo è perfino limitativo, il che non impedì però al loro autore di vincere il premio Nobel per la letteratura, nel 1907, probabilmente furono anzi proprio quelle due opere a contribuire maggiormente a farglielo vincere. A ogni modo forse se Salgari fosse vissuto oggi (e con dei "Sandokan" e dei "Corsari neri" aggiornati all'oggi, naturalmente), avrebbe anche potuto arricchirsi con i diritti d'autore, come di certo si è arricchita Elisabetta Dami, l'autrice italiana di gran lunga più venduta al mondo, cioè l'autrice delle storie su Geronimo Stilton, di cui, anche se se ne parla poco (la puzza di cui dicevo prima?), nel mondo se non vado errato si sono vendute ben 250 milioni di copie! Questo lo dico a commentare la prima parte del tuo scritto, quella saggistica, che ho trovato efficace, per quanto riguarda la seconda parte, quella narrativa, basta una parola: bella. Ciao.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-12 09:38:37
Grazie, Massimo per il gradito doppio apprezzamento.
Naturalmente concordo con te al mille per mille: hai ben illustrato il nostro caratteristico, italico "Nichilismo di provincia" che c'impedisce di essere una nazione alla pari del mondo anglosassone, nel campo dell'editoria e dell'espressione artistica.
Lottiamo e facciamo quello che possiamo, nel segno di Salgari e del weird, per non conformarci al provincialismo italiora e per rompre lo status quo della paura e dell'ignoranza e della pigrizia editoriale:
Abbi gioia (Bellissimo il tuo "Manichini": quanto prima passo per una bella conversazione)

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-13 08:13:19

Mi è stato chiesto come raggiungere lo "scoglio", il luogo dove si uccise lo sventurato "Capitano" Emilio Salgari.
Come promesso vi passo la cartina che ho seguito e il link dell'articolo del giornalista Maurizio Terravasio che vi spiega passo a passo come raggiungere il luogo di dipartita di Emilio.
http://www.torinostoria.com/collina-di-torino-ecco-dove-si-uccise-emilio-salgari/

Due raccomandazioni:
- cercate di essere in forma perchè c'è da "briccare"(arrampicarsi in salita), come si dice dalle mie parti;
- nella ricognizione ho rinvenuto orme di cinghiali; pertanto andateci rigorosamente di giorno, quando gli animali riposano negli insogli e nelle lestre ( e dopo aprile, se vedete dei loro cuccioli striati, datevela a gambe levate! La madre è vicina).

Se trovate un cappello da capitano di marina nei pressi dello Scoglio (una pietra nera nascosta tra gli arbusti), lasciatelo lì, per favore.
L'ho gettato io, con un pezzo del mio cuore.
Buona cerca, amiche e amici

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