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Funeree visioni

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-03-11 09:44:22


Funeree visioni

 

«Da quel che ho capito, la signora sarebbe disposta ad addivenire a un accordo», annunciò l’avvocato.

«Quantifica, monetizza!» replicò secco Martino Colombi, manifestando nel tono, e nel gesto di strofinare i polpastrelli di pollice e indice, l’urgenza di chiudere l’increscioso incidente prima che la stampa ci ricamasse sopra un romanzo giallo.

«Mezzo milione, o giù di lì.»

Martino Colombi, aggrappandosi al bordo della scrivania, fischiando spinse la testa all’indietro, sin contro lo schienale della poltrona girevole. «Quando Lucio me l’aveva presentata, l’avevo capito subito che era una tosta. Indossava lei i pantaloni in casa, lui era una mezza sega», commentò contrariato.

Ghignò e concluse. «Solo a una mezza sega fuori come un balcone, gli può venire in mente di farsi saltare la scatola cranica puntandosi una quarantaquattro magnum caricata con proiettili dum dum alla tempia.»

Ci pensò un attimo, poi chiese all’avvocato: «Secondo te, ci potrebbe procurare dei fastidi?»

«Se per fastidi intendi problemi d’immagine... allora, sì!» rispose. «Lei dice che il marito, la sera prima di suicidarsi, piangendo gli aveva confidato che eri tu a spingere perché vendesse quelle obbligazioni ai clienti.»

«Ma era lui il responsabile del fondo!» proruppe Martino, facendo sobbalzare l’avvocato pestando un pugno sulla scrivania. «C’è la sua firma su ogni documento, non la mia!»

«Calmati, Martino. Ripeto: legalmente siamo in una botte di ferro…»

«E allora, se siamo messi bene come dici, spiegami perché dovrei sganciare mezzo milione di euro a quella sanguisuga?!» lo interruppe in tono alterato.

«Questione d’immagine… Stiamo trattando la fusione con uno dei più grandi fondi statunitensi. Se i giornalisti dovessero diffondere la notizia, secondo te, come la prenderebbero dall’altra parte dell’oceano?»

«Male, molto male», convenne Martino in tono mesto.

«Appunto», fece l’avvocato, sospirando.

Martino, portandosi la mano alla fronte, rifletté a lungo. «Cosa mi consigli di fare?» domandò poi.

«Tenere il basso profilo. Mentre io e il loro legale, ci diamo da fare per trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti.»

«Già… facile a dirsi», indicò la finestra. «Provaci tu, con i giornalisti che stazionano là fuori come avvoltoi, a tenere il basso profilo.»

«La disgrazia, non poteva capitare in un periodo migliore… Da questo lato, puoi ritenerti fortunato.»

Martino lo osservò sbigottito. «Avvocato, ti pago per risolvere i problemi, non per raccontare barzellette!» sbottò con gli occhi fuori dalle orbite.

«Ed è quello che sto facendo», replicò questi senza scomporsi. «Ragiona: è il mese delle ferie, tua moglie e tua figlia sono nella villa in Sardegna. Tu, mi hai detto che domani te ne andrai in montagna da solo per una settimana, prima di raggiungerle. Io, invece, me ne reterò qui a sistemare la faccenda.»

Martino non riuscì a trattenere un moto di riso. «Di un po’. Cosa credi, che quelli là fuori non sappiano dove si trova la baita?»

«A Cortina. E allora?»

«Lo chiedo a te: e allora?»

«Semplice: ti sei sempre vantato che le idee migliori ti sono venute camminando da solo in alta quota. Mica sei obbligato a farlo sui sentieri battuti che si arrampicano sopra le montagne intorno a Cortina. Scegli un albergo in un paesino ameno, poco conosciuto, dove nessun giornalista penserebbe di venirti a cercare.»

Martino ci pensò. «Sai che non è male come idea…» si complimentò ritrovando il sorriso. «Farò come dici. Domani partirò senza una meta, deciderò strada facendo dove fermarmi. Voglio trascorrere una settimana tranquilla. Voglio scordarmi di tutto… Oggi avverto mia mia moglie, poi il cellulare non lo voglio più usare per un’intera settimana…» Lo guardò alzando un sopracciglio. «Vale anche per te, eh? Se non hai qualcosa di veramente importante da comunicarmi. Scordati del mio numero.»

«L’accordo con la controparte, sarebbe un motivo abbastanza importante per interrompere il silenzio radio?» domandò ironicamente l’avvocato.

«Un accidente secco alla signora, lo sarebbe ancor di più», rispose in tono aspro Martino.

«Te lo sconsiglierei. La morte della signora, dopo che il marito si è tirato un colpo in testa, farebbe drizzare le orecchie a un bel po’ di gente, non solo alla stampa», obiettò in tono serio l’avvocato.

«Ma guarda te, se ora mi tocca augurare pure una lunga vita a quella sanguisuga», commentò Martino scuotendo il capo. «Va beh, vedi di sistemare la faccenda. Ci aggiorniamo quando torno. Buona fortuna, avvocato!»

«Buone passeggiate, Martino», concluse l’avvocato alzandosi.

 

                         *****************************************************

 

Dopo aver percorso un lungo tratto di strada in direzione di Cortina, si era infilato in una valletta laterale proprio quando il cielo, nero come la pece sin dalla partenza, aveva deciso di scatenare un vero diluvio.

Pur non avendo mai percorso quella strada, e non essendo nemmeno riportata sulla cartografia del navigatore, l’istinto gli diceva che più avanti avrebbe trovato un hotel non troppo frequentato dove trascorrere una settimana in santa pace.

I tergicristalli faticavano a togliere l’acqua che arrivava a secchiate sul parabrezza. Martino procedeva lentamente, osservando con circospezione la montagna incombente alla sua destra che vomitava torrenti di acqua e fango sulla strada.

«Meno male», sospirò vedendo la pioggia diminuire d’intensità.

«Porca vacca!» proruppe poco dopo, affondando il piede sul pedale del freno.

Terra fradicia, precipitando da un muraglione di contenimento si spandeva lentamente sul nastro d’asfalto di fronte alla macchina.

“Sembra di stare in quel film: Fluido mortale”, pensò osservando il fango viscido ormai prossimo, dopo aver invaso la sede stradale, a fagocitare le ruote anteriori della macchina. “Di lì non si passa, e se non mi sbrigo da qui non mi muovo più”, realizzò guardandosi attorno alla ricerca di una via di fuga.

Alla sua destra incombeva il fianco della montagna che vomitava acqua e fango; alla sinistra un torrente gonfio all’inverosimile di acqua scura impediva qualsiasi manovra.

«Cazzo!» sbottò picchiando i pugni sul volante. Si volse. «Il ponte!» esclamò inserendo la retromarcia.

Arretrò velocemente di una trentina di metri, sterzò a sinistra e s’infilò sul ponte in ferro e legno che collegava la strada a quella parallela sull’altra sponda.

C’era un cartello all’inizio “Procedere adagio”, recitava. Martino gli diede una rapida occhiata, ma solo quando udì una delle grosse assi spezzarsi sotto il peso delle ruote e la macchina sobbalzare, come quando si mette una ruota in una buca profonda, decise di rallentare. Ora avanzava a passo d’uomo, mentre l’acqua aveva quasi raggiunto l’assito deteriorato del ponte, guardando terrorizzato gli alberi sradicati a monte portati a valle dalla corrente, schiantarsi rumorosamente contro la struttura in ferro alla sua sinistra. Struttura in ferro che pareva scuotersi e lamentarsi sotto la spinta di tronchi e ramaglie che andavano accumulandosi contro le travature del parapetto.

Aveva fatto appena in tempo a raggiungere l’altra sponda, quando, voltandosi dopo aver udito un lamento sinistro, vide l’intera struttura scivolare dagli appoggi, precipitare nell’acqua che pareva ribollire e scendere a valle insieme al legname che si era accumulato contro.

Trasse un profondo respiro. «Salvo per miracolo», disse esalandolo. Poi si avviò proseguendo velocemente lungo il torrente, ormai prossimo a tracimare sulla carreggiata.

Dopo aver percorso poco più di cinquecento metri, fu costretto a fermarsi nuovamente. Un cumulo di rocce e tronchi spezzati, una grossa frana ostruiva la carreggiata.

La pioggia era cessata, il cielo si stava schiarendo, ma lui era bloccato su quel pezzo di strada senza nessuna possibilità di andare né avanti né indietro. «Cos’è, una congiura degli elementi contro di me?» sogghignò desolato, traendo di tasca lo Smartphone.

Il rombo impetuoso dell’acqua lo disturbava, così, dopo aver composto il numero del soccorso stradale, incollò l’apparecchio all’orecchio destro, premendo la mano sinistra contro l’altro.

Trenta secondi dopo lo staccò, guardò il display. «Maledizione! Non c’è campo!» proruppe sgomento guardando verso il basso, iniziando a porsi domande sul futuro prossimo, ora che l’acqua che aveva invaso la carreggiata iniziava a bagnargli le scarpe.

Vagando con occhi impauriti sull’abetaia che risaliva il declivio notò, celata dal folto dei rami, una strada asfaltata che s’inerpicava in ripida pendenza. Scostò un ramo che la violenza del vento e della pioggia aveva spezzato e scoprì due cartelli. Il primo indicava la pendenza (25%). L’altro, cosa avrebbe trovato due chilometri più su, alla fine di quel sentiero da capre.

«Albergo belvedere!» lesse tranquillizzandosi. «Dio, ti ringrazio», aggiunse salendo in macchina.

 

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Il motore muggiva arrampicandosi su pendenze desuete, salendo lentamente il lungo rettifilo buio. Le fronde degli abeti ai due lati della mulattiera, intrecciandosi tra loro avevano formato una specie di galleria verde, impenetrabile ai primi raggi che iniziavano a farsi largo tra nuvole nere che correvano lontano.

Quelle montagne le aveva percorse il lungo e in largo, ma un effetto così straniante, non l’aveva mai provato. «Dove cazzò sono finito?» si chiese preoccupato, osservando i fari puntati verso l’alto che illuminavano la miriade di aghi verdi che, pendendo dai rami che disegnavano l’impenetrabile intreccio della volta, parevano volerlo trafiggere.

Fu allora che l’ansia crescente, la paura dell’ignoto, lo spinse a porsi domande: «Com’è possibile che un temporale durato una ventina di minuti, seppur violento, gonfi all’inverosimile un torrente, sradichi e faccia precipitare gli alberi nella corrente impetuosa e questi, schiantandosi contro il ponte con una forza inusitata, lo stacchi dai plinti e lo spinga a valle?»

Una roba del genere non l’aveva mai vista, e si che aveva assistito a dei rovesci che duravano intere giornate durante i suoi soggiorni alpini in quel di Cortina. E poi c’erano quelle due frane: la prima di terra e l’altra di roccia mista ad alberi spezzati. Erano le frane, insieme al ponte strappato dagli appoggi e portato a valle dalla furia della corrente, a fargli ipotizzare che ci fosse un disegno; messo in atto prima per bloccarlo e poi per deviarlo e farlo arrivare lassù, al termine di quella salita racchiusa dentro un’impenetrabile selva.

«Già, ma da chi?» si domandò annaspando con lo sguardo davanti a sé, ipotizzando che una mente maligna lo avesse spinto in un tunnel che lo avrebbe condotto chissà dove.

«Ma va’ là!» sbottò sorridendo. «E’ solo un temporale di montagna…» vide il sole al termine della salita. «Ecco, visto? Dove credevi di essere finito, all’inferno?»

 

La strada terminava in uno radura costretta tra un bosco di conifere e un orrido profondo un centinaio di metri. Martino si fermò, ora il cielo era azzurro, le nubi erano scomparse e il sole, prorompendo dal parabrezza, lo costrinse a socchiudere le palpebre.

Abbassò l’aletta parasole e proseguì lentamente in direzione della costruzione in legno alla sua destra, edificata in prossimità dello strapiombo roccioso.

«Uhm… sarebbe questo l’albergo belvedere?» si domandò deluso.

Effettivamente, la gradazione di colore che andava dal grigio al nero certificava l’incuria e lo stato di consunzione in cui versavano le pareti lignee. Inoltre, le finestre e i due balconcini in legno sopra l’ingresso del vetusto immobile, senza neanche un fiore a donar loro un po’ di colore, più che invitare il viandante a fermarsi, parevano volergli intimare di girare al largo. E Martino avrebbe seguito ben più che volentieri il consiglio che la sua mente, stimolata dalla tristezza emanata da quella decadente visione, gli suggeriva. Se ne sarebbe andato sicuramente, e anche di corsa, se solo la strada nel fondo valle fosse praticabile, ma così, purtroppo, non era.

«Va beh!» sospirò. «Tanto da qui, almeno fino a quando non sistemano la strada, non posso andarmene.»

Prima di scendere provò a mandare un messaggio alla moglie per informarla che era arrivato. «Già, ma dove?» si domandò mentre digitava sullo Smartphone. «In uno stupendo albergo vintage», disse, ghignando, mentre batteva con l’indice sui tasti.

«Non c’è campo, neanche qui», constatò quando provò a inviarlo.

Scese e si avviò all’entrata, ripromettendosi di chiamarla dall’albergo. “Un telefono fisso, anche antidiluviano, lo dovranno pur avere, o no?” rifletté poco convinto, osservando il nome dell’albergo inciso su una tavola in abete sopra l’ingresso, che pendeva paurosamente verso destra. «Speriamo non mi cada in testa», mormorò mettendo il piede sul primo, scricchiolante gradino dell’ingresso. «Forza e coraggio», si disse in un sospiro, spingendo la cigolante porta.

 

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«Oh», gli sfuggì, restando a bocca aperta. Ispirando a pieni polmoni s’inebriò dell’aroma di cirmolo emanato dalle pareti, dal soffitto, dal pavimento, dall’arredamento. Tutto lì dentro era stato assemblato usando il profumatissimo legno. Ma quello che più lo stupì, era il fatto che, a differenza dell’esterno, l’interno era intonso, come se gli operai avessero terminato il lavoro il giorno prima. E l’aroma, ancora molto intenso, presente nell’ambiente pareva certificare la sua impressione.

“Mai visto una roba simile. Visto da fuori, fa vomitare. Ma poi, qua dentro è tutta un’altra storia… incredibile… davvero incredibile”, pensava guardandosi attorno stupefatto.

Eppure qualcosa che stonava aleggiava anche all’interno. “Cosa?”, si domandò corrugando la fronte.

Pensò al fatto che, da quando era entrato, non si era fatto avanti nessuno a riceverlo. Scosse il capo. Se non era quello, doveva essere qualcosa che riguardava l’ambiente, qualcosa che lo rallegrasse. Tornò a volgere lo sguardo all’intorno, allungandolo sino al salottino che si apriva a destra della hall. “Qualcosa di colorato… di colorato e profumato”, gli sovvenne illuminandosi.

«Fiori… non ci sono fiori neanche qui», mormorò, vagando con sguardo indagatore in ogni angolo.

“Perché? Eppure gli alberghi montani, in questa stagione traboccano di fiori”, pensò ancora.

Sbuffò infastidito. «Se qualcuno si degnasse di venire a ricevermi, potrei anche chiederglielo», disse alzando leggermente il tono, annunciando il tal modo la sua presenza.

«Buona giornata, signore. Cosa vorrebbe chiedermi?»

La voce graffiata proveniente dalle sue spalle lo fece trasalire. Si voltò di scatto. “Da dove arriva questa?”, si domandò perplesso, squadrandola da capo a piedi.

I capelli, grigi e stopposi, le arrivavano fin sulle spalle; la donna dal fisico pingue portava un lungo e largo vestito nero che, appoggiandosi a un seno imperioso, cadeva dritto occultato il ventre prominente.

“E’ per questo che non l’ho sentita arrivare”, pensò tranquillizzandosi, notando i piedi grassocci privi di calzari. Ma subito dopo si avvide che doveva aver aperto la porta dell’ingresso per entrare. Già, ma la porta cigolava, come mai non l’aveva udita?

Ci pensò la donna a distoglierlo dai suoi pensieri, domandandogli: «Voleva chiedermi se c’era una camera libera?»

Non era quello che avrebbe voluto chiederle. Ma, siccome la voce gracchiante della donna lo disturbava, tagliò corto. «Sì, per una settimana. Se è possibile.»

«Può ritenersi fortunato. Abbiamo solo quattro camere e, al momento, sono tutte stranamente libere. Vediamo se posso accontentarla», rispose dirigendosi dietro il banco. «Dunque, la due e la tre, con vista sulla pineta, sono prenotate; gli ospiti dovrebbero arrivare prima di sera. Restano la uno e la quattro, con vista sull’orrido. A lei la scelta.»

«Prendo la uno», rispose indicando la chiave. E mentre la donna la staccava dalla rastrelliera, aggiunse: «Mi sa che gli ospiti che attende, non arriveranno stasera. Il ponte se l’è portato via il torrente e una frana ha ostruito la strada che scende a valle».

«Ogni estate la stessa storia. Al primo temporale un po’ più forte del solito, vien giù la montagna e cade la linea telefonica», commentò contrariata afferrando la cornetta del telefono. «Che le dicevo?» aggiunse mostrandogli la cornetta. «Niente linea!» concluse riagganciandola.

Pestò la mano sul campanello da banco cromato. «Dopo che le avrà portato in camera le valige, manderò giù mio figlio a vedere se quelli dell’ANAS si sono attivati.»

«Hai bisogno, mamma?» la voce pastosa proveniente dal salottino lo fece voltare. «Buongiorno, signore», aggiunse il ragazzo allampanato, sorridendo.

«Buongiorno», replicò Martino, osservando il giovanotto in perfetta tenuta da facchino da grand hotel.

«Porta le valige del signore su, alla uno. Poi vai giù a vedere. Sembra che la strada sia nuovamente interrotta», ordinò la donna, con quel suo tono graffiato che faceva torcere le budella a Martino.

«Mi chiamo, Hans», si presentò allungando la mano.

«Dottor Martino Colombi», ricambiò stringendogliela.

«Vogliamo andare a prendere le valige, dottore?» fece Hans, indicando la porta.

«Prima dovrei lasciare i documenti…»

«Lasci perdere, non serve!» lo interruppe la donna in tono imperativo.

“Un po’ di nero non fa mai male, eh?”, pensò avviandosi alla macchina.


«La cena sarà servita alle sette, nella sala ristorante», lo informò Hans congedandosi.

La camera, così come l’ingresso era una bomboniera in cirmolo, graziosa, profumata e accogliente. Ma anche lì, nessun fiore a rallegrare l’atmosfera.

Si affacciò alla finestra. “Un bel salto”, pensò osservando meditabondo l’acqua di un torrente scorrere veloce in fondo all’orrido.

Volse lo sguardo all’interno. «La camera, così come la hall e il ragazzo, sono da hotel quattro stelle. L’esterno, invece, così come la vecchia strega sono da paura. Poi c’è ancora da chiarire la faccenda dell’assoluta assenza di fiori, sia all’interno che all’esterno… Quali altre “piacevoli sorprese” mi attenderanno a cena? Bistecca di dinosauro servito dalla mummia del Similaun?» concluse sorridendo alla propria battuta.

 

                         *****************************************************

 

Un’altra “piacevole sorpresa” la scoprì scendendo per la cena.

Regnava un silenzio di tomba nella hall. A parte il suono attutito provocato dalle suole in gomma sull’assito a ogni suo passo, non volava una mosca.

“Dove sarà finita la megera?” si domandò fermandosi nella saletta che divideva la hall dalla sala ristorante.

Si sedette su una poltrona in cuoio color testa di moro. Vagò con lo sguardo all’intorno. «Niente televisione… un’altra stranezza di cui chiedere conto», disse fra sé.

«Quali stranezze?»

La voce da cornacchia della proprietaria lo fece trasalire un’altra volta. Si voltò: la vecchia era appostata alle sue spalle e lo osservava dall’alto in basso con sguardo arcigno.

Come aveva fatto ad arrivargli così vicino senza farsi sentire? Guardò in basso. “Stessi capelli scarmigliati, stesso vestito… e niente scarpe”, constatò tranquillizzandosi, almeno un po’.

Stava per interloquire, ma lei lo anticipò. «La televisione, come la radio, sarebbe un inutile sopramobile. I monti che sovrastano l’albergo schermano il segnale.»

«Niente televisore né radio, la linea telefonica è interrotta, il cellulare non prende», elencò Martino in tono rassegnato. Sospirò. «Siamo praticamente isolati dal mondo… Davvero un bel guaio.»

«Ma quale guaio!» replicò ruvida. «Chi arriva qui, le vuole scordare le miserie del mondo.»

«Senta, signora!» reagì alterandosi. «Non so chi siano e cosa vengono a fare qui, i suoi strani ospiti. E nemmeno m’interessa saperlo! Ma io, avrei anche una moglie e una figlia, che ora saranno in trepidante attesa di sapere dove sono finito!»

«Si rilassi», gracchiò la vecchia. «La linea telefonica la dovrebbero riallacciare entro un paio di giorni, quando riapriranno anche la strada. Ma se proprio non vede l’ora di parlare con sua moglie. Beh, se la sente di fare una salutare camminata?»

«Sono qui per questo!»

«Allora faccia così: domani mattina prenda il sentiero del bosco, lo trova di fronte all’ingresso. Arrivi fino alla chiesetta di San Nicola, è una scarpinata di un paio d’ore. Lì, i cellulari prendono.»

«Farò così. La ringrazio.»

«Di nulla… di nulla» fece la vecchia. Si volse per andarsene, poi ci ripensò. «C’è qualcos’altro che vuole sapere?»

«No» rispose di primo acchito. Salvo poi correggersi. «Cioè, sì.»

«Dica pure.»

«Gli ambienti e i parapetti dei balconi negli alberghi di montagna…» cominciò.

Prontamente interrotto dalla vecchia, in tono acido: «I fiori sbocciano nei prati o sulle tombe. E’ quello il loro posto!»

Martino osservò intimorito, senza riuscire a pronunciare verbo, le labbra arricciarsi in un’espressione schifata e gli occhi neri accendersi di una luce sinistra.

«Le serve qualcos’altro?» domandò, seccata, la vecchia.

«No… non credo… no, grazie», balbettò Martino.

A dire il vero avrebbe voluto chiederle se l’immagine da catapecchia che si offriva all’occhio di chi si trovasse a passare davanti all’albergo fosse una trovata pubblicitaria, una strategia di mercato al contrario o qualcosa del genere. Ma temendo una risposta più o meno rabbrividente, preferì soprassedere.

«Bene!» gracchiò la vecchia serrando i denti, allontanandosi senza aggiungere altro.

“Robe dell’altro mondo”, pensava scuotendo il capo, guardandola allontanarsi. “Appena riaprono la strada, me ne vado a gambe levate.”

In quel momento la porta della sala ristorante si aprì. «La cena è pronta», la voce pastosa di Hans contribuì a far calare la tensione.

Guardandolo gli sfuggì un moto di riso: Hans aveva smesso la divisa da facchino ed ora indossava un completo da cameriere da far invidia a quello dei migliori ristoranti.

«Di un po’, Hans. Non è che per caso sei pure il cuoco?» domandò in tono ironico.

Hans sorrise. «Per ora no… Quando mio padre sarà abbastanza vecchio, chissà…» rispose indicando il tavolo apparecchiato.

Di scegliere dal menu, neanche a parlarne! E questo, viste le stranezze del posto, l’aveva messo in conto. Quello che non aveva messo in conto, invece, fu la squisitezza dei piatti, della carne cotta a puntino, del dolce e del vino. Rimase così favorevolmente impressionato che, prima di alzarsi da tavola, disse ad Hans che avrebbe gradito complimentarsi personalmente con il cuoco.

Ma questi lo informò che suo padre era sceso in cantina a travasare il vino. E che quando fosse risalito, avrebbe provveduto ad informarlo che la cena era stata di suo gradimento.

Martino salutò Hans e, con la testa appesantita dalla mezza bottiglia dell’ottimo rosso d’annata che si era scolato, si ritirò in camera.

 

                            *************************************************

 

Apre la porta, entra in camera, la richiude. Un caldo afoso, più da bassa padana che da albergo montano, lo investe tagliandogli il respiro; già pesante di suo per la cena a base di pietanze ricche di calorie e del vino dall’alta gradazione alcoolica.

Martino, dopo essersi tolto i vesti si sdraia sopra le coperte con indosso solamente le mutande. Ma questo non basta a ristorarlo. Allora si alza spalanca la finestra e torna a sdraiarsi.

Cullato dal suono dell’acqua che scorre nel torrente in fondo all’orrido, che risalendo le pareti a strapiombo gli arriva sommesso alle orecchie, si addormenta.

Dopo un po’, lo scorrere dell’acqua si fa impetuoso, cresce d’intensità e arriva all’orecchio di Martino come se il torrente fosse lì, fuori dalla finestra e non cento metri più in basso.

Martino spalanca gli occhi: la camera illuminata da una grande luna piena assume toni spettrali.

Si alza e va a chiudere la finestra: ora lo scroscio gli sembrano voci dolenti che, dall’orrido, chiamano il suo nome.

Si affaccia e guarda in basso. «Fiamme!» prorompe agghiacciato. Chiude gli occhi, scrolla il capo, come a voler resettare quello che ha appena visto. Torna alla finestra e si ritrae di scatto: ora le fiamme che si allungano sino a sfiorare il davanzale sembrano braccia protese munite di artigli che cercano di afferrarlo per trascinarlo di sotto.

Spranga la finestra e tutto cessa: il torrente è un filo d’argento illuminato dalla luna che scorrere placido in fondo all’orrido. Ora, è solo silenzio.

Sente scricchiolare le assi del pavimento, si volta e gli prende un colpo. Rivede la scena. Lui e la segretaria sentono rimbombare il colpo di pistola, corrono nell’ufficio di Lucio, la segretaria lancia un grido stridulo e sviene mentre lui non riesce a distogliere gli occhi dal suo amico sdraiato sulla poltrona girevole; le schegge del cranio esploso conficcate nella tappezzeria azzurra, unitamente a macchie di sangue e materia cerebrale spiaccicate all’intorno, fanno sembrare un’opera d’arte surrealista la parete alle sue spalle.

«Tu… tu… tu sei morto. Non è possibile… cosa vuoi da me…», biascica con voce tremante, arretrando contro la finestra.

L’uomo si fa avanti lentamente, in silenzio. Ora la luna illumina la testa. Martino sbarra gli occhi agghiacciato: metà scatola cranica è come esplosa (il proiettile dum dum partito dalla canna dell’arma appoggiata alla tempia, aprendosi aveva devastato il cervello, poi aveva continuato la sua corsa conservando sufficiente energia cinetica per spingere dall’interno la parte sinistra della calotta cranica sino a farla esplodere all’esterno), sangue rappreso impastato a materia cerebrale sborda dalle ossa seghettate; indossa lo stesso abito grigio di quel tragico giorno, imbibito del sangue che era colato su spalla e manica sinistra. «Stai lontano da me… tu sei morto! Morto!» urla Martino mentre apre la finestra per scappare. Sì, ma dove? Nell’orrido?

Consapevole di essere con le spalle al muro, prova a implorare la figura che tendendo le braccia continua ad avanzare. «Ti prego, Lucio… darò a tua moglie tutto quello che vuole…» fa appena in tempo a dire, piagnucolando.

Poi Lucio, l’amico tradito, lo stringe in un abbraccio mortale e con un balzo lo trascina con sé oltre la finestra, dentro fiamme che si allungano come artigli, là, in fondo all’orrido.

 

Martino scostò le coperte e balzò dal letto, accese la luce, era sudato e spaventato, sentiva il cuore battergli fin dentro le orecchie. Corse verso la porta, l’aprì e la richiuse. «Un sogno, è stato solo un brutto sogno… i morti, son morti. Non possono tornare», realizzò ansimando, osservando la finestra chiusa. «Ho bevuto un po’ troppo vino a cena», tirò le somme massaggiandosi le tempie.

Andò in bagno, si sciacquò la faccia. «Quello è il tuo volto, non quello di Lucio. I morti, son morti. Non possono tornare», ribadì, non del tutto convinto. Troppo realistico il sogno. E poi, c’erano quei lividi bluastri sulle braccia, proprio dove Lucio lo aveva stretto per trascinarlo con sé.

Dove se li era fatti, quei lividi? Si chiedeva ora, cercando una giustificazione, che non trovò.

«Ero agitato. Avrò sbattuto da qualche parte e non me ne sono accorto… Succede», concluse per nulla convinto.

Tornò in camera, s’infilò sotto le coperte e spense la luce. La stanza illuminata dalla luna gli fece correre un brivido gelido lungo la schiena. Accese l’abat-jour sul comodino alla sua sinistra, si girò sul fianco destro e, tirandosi la coperta fin sopra la testa, concluse in un sospiro: «I morti son morti… non possono tornare».    

 

                                   **************************************************

 

Nonostante l’agitazione che gli aveva messo addosso l’incubo notturno, era riuscito ad addormentarsi poco dopo aver appoggiato la testa sul cuscino. Ed ora, alle sette del mattino, riposato e pimpante, mentre si radeva davanti allo specchio del bagno faceva progetti per la giornata.

Aveva deciso di salire sino alla chiesetta di San Nicola, e da lì, dopo aver mandato un messaggio alla moglie, proseguire per altre due ore, fermarsi a pranzare in qualche rifugio, e tornare all’albergo nel pomeriggio.

Zaino in spalla, bastone e scarponi ai piedi, scese le scale fischiettando.

L’allegria fu di breve durata. Un’espressione alquanto preoccupata cancellò il sorriso dal suo sguardo quando, poco dopo che si era accomodato al tavolo della prima colazione, vide Hans venire verso di lui. Il volto affilato e spigoloso, già emaciato di suo, aveva assunto un colorito ancor più terreo; e non erano sicuramente salutari e rassicuranti nemmeno quelle profonde occhiaie nere apparse dalla sera alla mattina. “Pare un cadavere che cammina”, sovvenne a Martino, osservandolo mentre, nella sua perfetta tenuta da cameriere, gli serviva la colazione.

Ci pensò lui, Hans, ha rimettere sui binari una giornata partita sotto i migliori auspici che, ora, riportando alla mente di Martino l’incubo notturno rischiava di deragliare.

Hans, come se gli avesse letto nel pensiero, con la solita voce pastosa e rilassante, dopo essersi scusato per l’aspetto orribile gli spiegò che non aveva chiuso occhio per via di una colica renale. E tanto bastò a Martino per tirare un sospiro di sollievo: essendo lui stesso affetto da calcolosi renale, era consapevole degli strascichi, visibili e non, che una colica notturna lascia sul fisico debilitato da una notte insonne trascorsa a lottare contro dolori lancinanti (a parere degli esperti, l’intensità del dolore provocato da una colica è paragonabile alle doglie del parto).

 

Dopo aver consumato un’abbondante colazione, Martino prese lo zaino e il bastone che aveva lasciato accanto alla sedia e disse ad Hans che sarebbe tornato nel pomeriggio.

«Buona passeggiata, dottore», gli augurò questi. Aggiungendo: «Mia madre è uscita mezz’ora fa: è andata nel bosco a raccogliere i mirtilli. E’ probabile che la incontri lungo il sentiero».

«Torta di mirtilli freschi, come dolce a cena. Presumo», commentò allegro Martino. Poi gli chiese: «E suo padre? E’ andato con lei?»

«No, è giù da basso. Sta mettendo in ordine per fare posto a un nuovo arrivo.»

Chissà quale recondito pensiero, o timore, o paura ancestrale, lo spinse a domandargli, in tono abbastanza preoccupato: «Vino… o, cosa?»  

«Secondo lei, dottore. Cos’altro ci potremmo mettere giù da basso? Forse qualcos’altro di meno liquido… molto meno liquido…» rispose sorridendo sornione, lasciando la frase in sospeso.

«Vino… naturalmente, vino. Cos’altro si può mettere in cantina… di meno, liquido?» rifletté a voce alta Martino, accigliandosi. «Salumi, sì anche i salumi si mettono a stagionare in cantina», concluse rasserenandosi. Poi lanciò uno sguardo interrogativo al suo interlocutore. Ma questi non smentì né confermò, limitandosi ad augurargli nuovamente: «Buona passeggiata, dottore», usando per la prima volta un tono freddo e distaccato. Poi volse le spalle e se ne andò.

“Che comportamento strano”, pensò Martino avviandosi anch’esso nella direzione opposta.

 

                           *****************************************************

 

Lo strano comportamento del solitamente affabile Hans, lo aveva rabbuiato. Ma appena iniziato a salire il sentiero all’interno del bosco, gli odori del sottobosco e la consapevolezza che più su avrebbe finalmente potuto contattare la moglie, lo mise di buon umore.

Ora marciava deciso, cadenzando il passo con il respiro. E mentre saliva, volgendo lo sguardo ora a destra più avanti a sinistra del camminamento, cercava, scrutando tra abeti e pini che si stagliavano altissimi, la vecchia che immaginava curvata a raccogliere frutti di bosco. Ma non ne trovò traccia, e quando finalmente uscì dal bosco, respirando a fondo l’aria frizzante del mattino, si soffermò ad osservare stupefatto l’alto campanile della chiesetta di San Nicola spuntare dal declivio prativo e stagliarsi alto, un centinaio di metri più avanti, all’interno di un anfiteatro naturale disegnato da guglie di roccia altissime. «Pare una matita appena temperata», gli sovvenne ammirando la cuspide appuntita, mentre traeva di tasca lo Smartphone per immortalare la suggestiva immagine.

Quando ebbe fatto, mise in tasca lo Smartphone e ricominciò a salire. Quando fu prossimo al culmine, le ripide falde del tetto della chiesetta, grigie come la cuspide del campanile, iniziarono a palesarsi.

La bianca chiesetta era sita un po’ più in basso, dentro una radura in pendenza. Martino si fermò nuovamente alla fine del sentiero, osservandola dall’alto notò che l’area era circoscritta da una cinta muraria e che all’interno, sul lato destro della chiesetta, c’era un piccolo cimitero. Constatò anche che le falde del tetto della chiesa e della cuspide del campanile erano ricoperte da scandole di larice ingrigite dal tempo e dalle intemperie.

Martino vide un gruppetto di villeggianti, che erano giunti sin lassù provenendo da un’altra valle, apprestarsi ad attraversare il portale ad arco del muro di cinta. Allora, prima di scendere anch’esso, trasse lo Smartphone e inviò il messaggio alla moglie. Poi discese i pochi metri che lo separavano dal portale ed entro nell’area ecclesiale.

Quando fu dentro, girò attorno alla chiesetta e si fermò a guardare le poche tombe del piccolo cimitero: erano tutte ricoperte di coloratissimi fiori e sormontate da una croce in ferro battuto con impresso il nome del defunto.

E lì, ebbe la prima allucinazione. Improvvisamente gli parve di vedere una croce muoversi e i fiori alzarsi, come se la terra al di sotto stesse gonfiandosi; gli sembrò anche di udire strani rumori, che lui percepì come di zolle smosse da un badile.

Si guardò all’intorno stranito: gli altri villeggianti si erano fermati davanti alla chiesetta e chiacchieravano tranquillamente. Gli girava la testa, si sentì mancare. Allora si allontanò ciondolando e andò a sedersi su una delle due panche in pietra poste ai lati del portale della chiesa. Appoggiò la testa al muro, chiuse gli occhi e, traendo ed esalando profondi respiri si riebbe. Riaprì gli occhi e vide che gli altri si accalcavano contro il portone chiuso.         

Li udì magnificare gli affreschi, l’altare, il pulpito barocco, e non comprese come potessero attraversare il massiccio portone in rovere con lo sguardo. Poi vide uno di loro appoggiare lo Smartphone in un punto preciso e filmare l’interno. E allora comprese: a un metro e mezzo circa, era stata praticata un’apertura quadrata, venti centimetri di lato, coperta da un vetro, per permettere a chi salisse sin lassù, di godere delle meraviglie celate all’interno anche quando il luogo di culto risultasse chiuso.

Quando gli altri ebbero terminato di sbirciare all’interno, si alzò dalla panca e si avvicinò al pertugio. Accostò l’occhio e lo ritrasse all’istante. “Ma cosa diavolo hanno visto quelli?” si domandò, guardandoli sorridere mentre se ne andavano.

Tornò a puntare l’occhio al pertugio: le pareti di lato erano coperte da paramenti neri, bordati con passamaneria argento; davanti all’altare, anch'esso occultato insieme al pulpito dietro ai paramenti di fondo, posata su un catafalco nero con quattro candelabri agli angoli, una bara in mogano, aperta, conteneva una salma con il volto coperto da un candido sudario.

«Mai visto nulla di simile. Dopo aver preparato la camera ardente, hanno sbarrato la chiesa e se ne sono andati», commentò incredulo guardando all’intorno.

«Ma quelli, come hanno fatto a vedere l’altare, il pulpito, gli affreschi sulle pareti?» si domandò sempre più stranito, rammentando cosa dicevano i villeggianti che si alternavano a guardare dal pertugio e che ora stavano riprendendo il sentiero per tornarsene a valle.

Trasse lo Smartphone, lo avvicinò al pertugio e iniziò a filmare l’interno. Ora lo schermo rimandava l’immagine del pulpito, dell’altare e degli affreschi. Ripassò il filmato un paio di volte, zumando sui particolari. «Niente paramenti sacri… ma cosa ho visto prima? Che stia impazzendo?» si chiese sconvolto stringendo la testa fra le mani, temendo per la propria salute mentale.

Lentamente, e con molto timore, tornò ad avvicinare l’occhio al pertugio.

Iniziò a sudare, il cuore sembrava voler uscire dal petto: la bara e i paramenti funebri erano ancora là. Avrebbe voluto fuggire ma non riusciva a staccarsi da quella visione. «Ma chi giace in quella bara?» gli sovvenne.

La salma parve udirlo. Si alzò lentamente, e quando assunse la posizione seduta, il sudario scivolò in basso e scoprì un teschio nelle cui orbite pascolavano i vermi della terra.
Martino si ritrasse agghiacciato, appoggiò le spalle al portale e volse gli occhi al cielo. «Lucio», mormorò, temendo che lo potesse udire: gli era bastato notare che al teschio mancava la parte sinistra del cranio per capire a chi appartenesse.

Rimase fermo, immobile, per qualche interminabile secondo, incerto sul da farsi. Poi iniziò a correre a perdifiato, risalì il sentiero e senza rallentare iniziò a scendere dall’altra parte. Prima di inoltrarsi nel bosco si fermò a rifiatare. «Devo andarmene. Se non hanno ancora aperto la strada, dormirò in macchina, oppure attraverserò il torrente a nuoto. Ma un’altra notte in quell’albergo del cavolo, non ce lo passo manco morto!» affermò ansimando.

 

                                *************************************************

 

Un rintocco grave lo fa trasalire. Si volge: la cuspide del campanile e la cella campanaria sono ancora visibili oltre il declivio.

Un secondo rintocco lo scuote. “Suona a morto… batte per me”, pensa rabbrividendo.

Lo sguardo scivola oltre la cuspide: nebbia scura e compatta, staccandosi dalla cresta montuosa alle spalle del campanile, sembra galoppare verso di lui. Ma non scende silente. Martino ha l’impressione di udire voci dolenti, lamentose, provenire dall’interno della massa caliginosa. «Stanno venendo a prendermi! Devo nascondermi! Via! Via! Non devo farmi prendere!» urla terrorizzato. E inizia correre immergendosi nel bosco.

Inciampa in una radice emersa dal sentiero. Rotola urlando di terrore e dolore. Sbatte con la spalla destra contro un tronco e prosegue scivolando cambiando traiettoria.

Urla mentre, nel vano tentativo di arrestare quella folle discesa a valanga, affondando le dita nel tappeto di aghi caduti sopra la terra umida dalle fronde di pini e abeti li sente infilzarsi sotto le unghie.

La nebbia, insinuandosi tra gli abeti, lo insegue come un mastino latrante dalle fauci sbavanti. Ora gli è quasi sopra.

Lui, continuando a scivolare urlando con gli occhi sbarrati, vede un abete farsi incontro. Allora chiude gli occhi e attende lo schianto, sperando di non concludere quella folle corsa spiaccicato contro un grosso tronco.

Alla fine, il colpo risulta meno violento del preventivato: ha l’impressione di rimbalzare contro qualcosa, se non di morbido, sicuramente di meno duro di un massiccio tronco d’abete.

Cade a faccia in giù dentro un cespuglio di mirtilli. Si rialza, ha il volto coperto di graffi e sente il corpo dolere nella sua interezza. Si tasta, muove le articolazioni. «Niente di rotto», osserva in un sospiro.

Volge lo sguardo all’insù. La nebbia si è come arrestata, silente a pochi metri da lui. Ha l’impressione che lo stia osservando, che lo punti attendendo le sue mosse.

E’ disorientato… disorientato e spaventato. E’ rotolato all’interno del bosco, è scivolato per metri lungo il ripido pendio. Deve capire dove si trova il sentiero.

«La vecchia!» esclama volgendo lo sguardo a destra.

La vede seduta con la schiena appoggiata al tronco che ha fermato la sua corsa e capisce che è stato il suo corpo ad attutire l’urto e, probabilmente, a salvargli la vita. «Devo essere atterrato su due grossi airbag», commenta ironico per darsi un po’ di coraggio, riferendosi alle dimensioni del seno della donna.

Il volto della vecchia è reclinato in modo innaturale contro lo sterno. «L’ho ammazzata», mormora incupito, avvicinandosi. «Ehi! Signora… si svegli… signora!» prova a chiamarla scuotendole la spalla sinistra.

Soltanto ora si avvede che non c'è traccia di pinguedine sotto l'ampio, sbrindellato vestito nero; e che i capelli stopposi calati davanti al volto, sono come afflosciati. «Appassiti», gli sovviene mentre li scosta dal volto. «Ah! Che schifo!» prorompe spingendosi indietro.

Il volto della vecchia è coperto di mosche che banchettano nelle carni putrefatte. Il naso è ridotto a una poltiglia informe, i bulbi oculari sono ormai un lontano ricordo. «Com’è possibile questo? L’ho vista viva e vegeta soltanto ieri sera… E ora, qui, davanti ai miei occhi, vedo un cadavere in decomposizione morto da mesi… se non da anni», si domanda inorridito.

Un odore putrescente salendo dal basso gli fa arricciare labbra e narici. “Questo non è olezzo di piedi, vecchia megera”, pensa schifato, rammentandosi di averla sempre vista scalza. Abbassa lo sguardo e lo spettacolo orripilante gli procura conati di vomito. «Topi!» prorompe. Spingendo con i talloni affondati nel terreno, scivolando sul sedere arretra di un buon metro.

La scena è veramente disgustosa: dei grossi e famelici topi stanno rosicchiando la carne putrescente, biancheggiano già le ossa delle dita.

Ora si alza e inizia a correre all’interno del bosco: pur non trovando il sentiero è convinto che andando in basso raggiungerà la radura.   

Nel frattempo la nebbia si è rimessa in moto e le voci dolenti hanno ripreso a lamentarsi.

Corre, corre ansimando con le voci che gli rimbombano dalle orecchie sin dentro il cervello. Sono aghi, aghi dolorosi che gli ricordano i suoi misfatti. E la nebbia continua a seguirlo, restando a un passo senza mai raggiungerlo.        

«Dio, ti ringrazio», sospira uscendo dal bosco. Si volge, la nebbia è sparita insieme alle voci dolenti.

Si guarda intorno: alla sua sinistra vede l’albergo, la sua automobile è ancora là, parcheggiata davanti all’entrata.

Sobbalza sgranando gli occhi quando lo sguardo gli cade sul lato destro dell’albergo. Solamente ora si avvede che le travi alla base della struttura sono staccate dal suolo e poggiano su delle grosse pietre poste, su tre file da sei, al centro e ai lati del manufatto ligneo.

«Non c’è nessuna cantina», constata avvicinandosi, abbassandosi per guardare sotto (gli scalini dell’entrata allungandosi lungo tutta la facciata non gli avevano permesso di notare questo particolare prima d’ora).

Si alza. «Ma se è così, dove finito il padre di Hans? Lui ha detto che era in cantina a fare spazio per un nuovo arrivo», inizia a ragionare. «Già… ma ha anche detto che non si trattava di qualcosa di liquido… E poi, mi sembra che abbia usato: “Giù da basso”, al posto di cantina.»

Inizia a sudare freddo. Improvvisamente tutto gli appare chiaro, se n’è andata anche la nebbia del dubbio che avvolgeva la sua mente.

Ora le sue paure, i suoi timori si fanno certezze. «Sono io quello che deve trovare posto… giù da basso! Dio mio, no! Ti prego, aiutami!» urla disperato.

Corre alla macchina, prova ad aprirla. «Le chiavi! Maledizione, le ho lasciate di sopra!» sbotta guardando l’entrata dell’albergo.

Non c’è tempo da perdere, sale i gradini scricchiolanti che si spezzano e si staccano dalla struttura dopo il suo passaggio. Spinge la porta con determinazione, entra e senza guardarsi attorno sale le scale; spalanca anche la porta della camera, corre verso il letto e prende le chiavi dal comodino. Soltanto ora, rilassandosi un attimo, guardandosi attorno si accorge che la camera è una catapecchia di legno marcescente. L’odore di muffa ha sostituito l’aroma di cirmolo: non è rimasto proprio nulla di un’illusione.

Improvvisamente sente la camera scuotersi, le pareti di legno scricchiolano, sembrano lamentarsi. L’immobile inizia ad inclinarsi. Martino corre alla finestra. Ora il piano di calpestio è inclinato di quarantacinque gradi e continua inesorabilmente ad alzarsi.

Allarga le braccia e, appoggiandole alle spallette della finestra, guarda in basso. «Fiamme! Le fiamme dell’inferno, eccola lì la cantina!» osserva sgomento.

L’albergo continua a inclinarsi, scivolando verso l’orrido, dentro l’oblio.

Poco prima che l’immobile venga fagocitato dalle lingue di fuoco che si protendono dal basso, tra le fiamme si palesano tre volti ghignanti. Martino riconosce Hans e la vecchia. «L’altro deve essere il padre, sceso giù da basso a preparare la festa di benvenuto», ipotizza, usando il tono sconfortato di chi si è ormai rassegnato al peggio.

All'improvviso... un sussulto, forse d'orgoglio. «Eccomi! Sto arrivando, maledetti demoni!» annuncia in tono di sfida, digrignando i denti, poco prima che le fiamme riducano in cenere l’albergo e il male in esso contenuto.

 

                                                      FINE

 

 

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2018-03-12 13:17:44
Visioni davvero funeree. Ma, d'altra parte, è stato pur scritto che tutti i nodi debbano venire al pettine. Ecco, un altro pregio del tuo racconto è quello di non svelare il "pettine" fino alla fine e di incollare il lettore al video, cullato dal lieve svolgersi del testo, per capire cosa ci sia sotto. Che ci sia qualcosa di strano si capisce, e lo ha capito anche il protagonista, ma, per lui è troppo tardi. Complimenti!

Vecchio Mara il 2018-03-12 20:46:18
Diciamo che il pettine era così ben nascosto, che Martino ha dovuto andare a scovarlo in cantina. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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Rubrus il 2018-03-13 17:25:31
Un po' convenzionale, ma va bene così. La storia horror non è detto che debba avere chissà quali intrecci, anzi, spesso l'intreccio è semplice e concentrato tutto sulla sorpresa e sullo svelamento finale, come in questo racconto. La morale del canaglione punito è sovente la più adatta. E poi finalmente i personaggi "volgono" lo sguardo invece di "virarlo" eheheh. Piaciuto, ciao.

Vecchio Mara il 2018-03-13 21:11:38
Se la legge non ce la fa a punire il canaglione, che ci pensi almeno l'horror a rimettere le cose al posto giusto.
Hai notato l'evoluzione... come la potrei definire, stilistica? E ti devo ringraziare per questo: picchiando sul tasto che usavo le virate più disinvoltamente che stringendo tra le mani il timone in una regata di coppa america, sei riuscito a farmi entrare in testa che l'uomo non è una barca. Ora le virate le uso solo per far girare imbarcazioni e aerei. Ciao Rubrus

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Massimo Bianco il 2018-03-13 21:27:30
Un po' convenzionale, ha scritto Rubrus e a ragione. A ogni modo non c'è male, si fa leggere piacevolmente fino alla fine e procede con buona effciacia, allora davvero va bene così. Ovviamente si immagina presto che per il protagonista la disavventura andrà a finire male, il che attenua la sorpresa, tuttavia al lettore resta sempre da chiedersi come, esattamente, andrà a finire male. Credo oggettivamente che tu abbia fatto ben di meglio, ma mi è piaciuto. Non posso dire altrettanto invece del racconto precedente, sull'invisibilità, abbastanza irrilevante con tutte quelle chiacchiere vuote. Tutti gli autori hanno alti e bassi e quello per me è decisamente un tuo basso. Ciao.

Vecchio Mara il 2018-03-13 22:15:19
Si immagina presto, è vero. E' un racconto lineare che punta ad accompagnare il lettore, attraverso le "visioni" del protagonista, all'epilogo scontato... come da manuale horror mi verrebbe da dire. Per quanto riguarda il racconto precedente; in verità non è nemmeno un vero racconto ma una serie di pensieri legati assieme a comporre un qualcosa che non saprei definire, buttato giù al volo. Sono pensieri larghi sull'invisibilità sgorgati mentre leggevo il post di Monidol e guardavo la neve nel cortile in una giornata grigia. Alla fine, rileggendolo, ho capito che non era un granché, e come lo potevano essere dei pensieri estemporanei buttati sulla tastiera senza troppo costrutto? Va beh! Oramai l'avevo scritto e siccome io non butto mai niente, l'ho postato. In fondo, alti o bassi, belli o brutti, folli o ridicoli, son pur sempre pensieri che avendoli espressi, ho trovato giusto condividerli. Ti ringrazio. Ciao Massimo

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