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Massimo Bianco

Ursula K. Le Guin: la fantascienza è donna

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2018-02-28 11:01:30

Ursula K. Le Guin usa la fantascienza magnificamente per mettere a nudo i problemi della nostra moderna società. (New York Times)

 

La letteratura fantascientifica è considerata un genere prettamente maschile, sesso a cui d'altronde appartennero anche i pionieri che per primi vi si cimentarono, per lo più in modo ancora ingenuo. Ciò accade soprattutto perché i suoi lettori, nei decenni iniziali del XX secolo, erano in grande prevalenza fantasiosi maschi adolescenti e di conseguenza maschi furono quasi tutti gli autori dei cosiddetti anni d'oro della fantascienza, che da quelle schiere di appassionati si erano formati. Eppure col tempo la componente femminile non solo ha preso piede, ma ha saputo donare alla fantascienza sensibilità, attenzione alla costruzione psicologica dei personaggi e spessore letterario in precedenza poco presenti (in quanto “letteratura di idee”, la science fiction tendeva a considerare irrilevanti tali caratteristiche perché subordinate alle invenzioni che facevano da motore alle storie). Le scrittrici di fantascienza in grado di emergere dagli anni sessanta a oggi sono state parecchie, da Kate Wilhelm a Carolyn Cherryh, da Vonda McIntyre a Joan Vinge, passando pure per il curioso caso di Alice Hastings Bradley Sheldon, che per pubblicare e vendere nel maschilista mondo della fs dovette usare uno pseudonimo maschile, James Tiptree junior, tenendosi nascosta per dieci anni per non svelare la reale identità, al punto che perfino alcuni suoi rinomati colleghi intrattenevano con lei amichevoli rapporti epistolari, convinti di confidarsi con un uomo. Nell'odierno mondo del web non è un evento raro e qualche ex utente di Neteditor ricorderà di certo il caso analogo lì verificatosi, che offese più di una persona, ma di sicuro in maniera assai più moderata di quanto ne offese all'epoca (fine anni '70), quando il caso fece assai clamore.

Tra tutte queste valide artiste una in particolare merita tuttavia la massima considerazione, perché dell'intero lotto è stata probabilmente la più grande: Ursula Kroeber Le Guin, scomparsa a fine gennaio 2018 a ottantotto anni di età e che anche per questo merita di essere qui ricordata in maniera approfondita.

Prima di proseguire è necessaria una premessa. La pluripremiata Ursula Le Guin non scriveva solo fantascienza ma anche fantasy e letteratura per ragazzi. E siccome l'autore di questo articolo, non critico di professione, non legge né fantasy, che proprio non gli piace, né letteratura per ragazzi, che trascurava perfino da bambino o adolescente, il mini saggio verterà esclusivamente sulla, peraltro precipua, attività fantascientifica. Tuttavia il lettore deve almeno sapere che la Le Guin è considerata importante anche in ambito fantasy, dove è stata acclamata per il suo ciclo di romanzi sul mondo di “Earthsea” o, come si è italianizzato più di recente, di “Terramare”  e che alcune sue opere stanno al guado tra i due generi, vedasi il peraltro fascinoso “La Soglia” (The beginning place, 1980), su una terra parallela incantata o il recente “Lavinia” (2011), incentrato sulla mitica compagna di Enea.

Ursula Kroeber Le Guin, figlia del celebre antropologo Alfred Kroeber e di una scrittrice di libri per bambini, nacque a Berkley in California nel 1929, si laureò in letteratura francese e italiana alla Columbia University e viveva a Portland, nell'Oregon. Iniziò a pubblicare nel 1962 ma il suo primo romanzo, “Il mondo di Rocannon” (Rocannon's world) da noi uscito anche col titolo “L'ultimo pianeta al di là delle stelle”, risale al 1966.  Il testo è preceduto da un racconto del 1964, “La collana di Semley”, che gli fa da prologo e che, come scrisse Riccardo Valla nell'introduzione italiana al romanzo, “mostra come si possa tradurre in fantascienza un tipico racconto di fate. È uno dei più perfetti esempi di questo tipo di trasposizioni e contiene pressoché tutto: gli gnomi, gli elfi, il castello incantato dove un'ora corrisponde a un anno del mondo esterno, gli eroi e i cavalieri. E insieme è un racconto di fantascienza completo in se stesso”. Il raccontino era indipendente e autoconclusivo, tuttavia, come spiegò in seguito l'autrice, «quando lo finii, non mi occupai più di Semley; ma c'era un personaggio secondario, una comparsa, che non rientrò diligentemente nell'oscurità quando il racconto venne completato, e che continuò ad assillarmi.» Il personaggio era Rocannon e dunque oggi la sua storia sarebbe definita uno spin-off. “Il mondo di Rocannon”, che inevitabilmente conserva a sua volta elementi fantasy, è opera ancora immatura nella sua pur misurata avventurosità adolescenziale e tuttavia importante perché porta già in nuce l'intero immaginario narrativo di Ursula.

Non a caso questo libro è anche il primo del cosiddetto “ciclo hainita”. Buona parte dei suoi romanzi fantascientifici e dei suoi numerosi racconti si ricollegano, infatti, a uno sfondo futuro comune, in cui si immagina che una vasta sezione della galassia, Terra compresa, sia stata colonizzata in epoca antichissima da una civiltà extraterrestre, gli hainiti, da cui ogni razza umanoide discende, talvolta anche come frutto di esperimenti genetici. In seguito i vari pianeti rimasero abbandonati a se stessi per poi essere poco alla volta riscoperti in una fase esplorativa successiva e uniti nell'Ecumene dei mondi, una sorta di ONU galattico, molto figlio degli anni sessanta del secolo scorso e non a caso presente in versione analoga anche nel coevo Star Trek. Rispetto alla famosa serie televisiva l'autrice evita, però, i tradizionali escamotage per abbreviare e soprattutto semplificare i viaggi nello spazio e fa procedere le sue astronavi a velocità relativistica, con sensibili discrepanze tra il più breve tempo soggettivo trascorso a bordo dei vascelli spaziali e i tanti anni oggettivi extra trascorsi nei pianeti di partenza e di arrivo. E questo, tra parentesi, spiega dal punto di vista (fanta)scientifico il precedente riferimento al castello incantato dove un'ora corrisponde a un anno: Semley la bella, protagonista del succitato racconto, compie un viaggio da lei creduto relativamente breve, ma al suo ritorno sarà trascorso così tanto tempo che la figlia le sarà diventata coetanea.

Col procedere dei romanzi hainiti, “Il Pianeta dell'esilio” (Planet of exile, 1966) e “Città delle illusioni” (City of illusions,1967), opere discrete e di piacevolissima lettura ma tutto sommato ancora minori, lo sfondo futuro immaginato dalla scrittrice poco alla volta si chiarifica, sebbene un quadro completo non lo si avrà mai, anche perché le varie storie sono ambientate in epoche differenti. Nel frattempo la sua prosa e la sua consapevolezza si fanno via via più mature fino a giungere a quelli che sono unanimemente considerati i suoi massimi capolavori, il premio Hugo “Il mondo della foresta” e soprattutto i due vincitori sia dello Hugo sia del Nebula, principali premi di questo genere letterario, come migliori romanzi dell'anno, “La Mano sinistra delle Tenebre” e “I reietti dell'altro Pianeta”. Sono proprio questi ultimi tre egualmente splendidi libri che andrebbero assolutamente letti se si desidera conseguire una valida conoscenza con colei che tanto ha contribuito a rendere pienamente adulta la sf. Ciò nella percezione, come ella stessa ha spiegato, delle innumerevoli possibilità filosofiche, sociali e letterarie che questo genere offre:

«L'opera di autori come Zamjatin e Lem ha mostrato che quando la fantascienza ha usato la sua illimitata gamma di simboli e di metafore narrativamente, con il soggetto al centro, può mostrarci chi siamo, dove siamo, quali scelte sono di fronte a noi, con chiarezza insuperata e con una grande e preoccupante bellezza».

Occupiamocene dunque in maniera approfondita, in ordine di pubblicazione.

Il magnifico “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969)  è, per quel poco che vale (e scusate l' incongrua irruzione nel personale), il romanzo preferito dall'autore di questa breve disamina e secondo romanzo in assoluto di una sua ideale classifica letteraria.

Alla radice del titolo c'è una dicotomia simbolica, come spesso accade nei romanzi della scrittrice (bianco-nero, uomo-donna, eccetera): “la luce è la mano sinistra delle tenebre e le tenebre la mano destra della luce, due sono uno, vita e morte, e giacciono insieme come amanti (...)”.

Un argomento portante del testo è il rapporto con la natura primigenia, che si estrinseca in particolare nella lunga e sofferta marcia in una terra desolata, fredda e ostile quanto l'antartico, che si fa metafora del gelo della nostra coscienza. Ma il tema centrale e altrettanto metaforico del romanzo, ambientato su Gethen, noto come Inverno, pianeta in piena glaciazione e non ancora entrato nel consesso dei mondi, è il rapporto nato tra i due principali protagonisti. Da una parte Genly Ai, l'uomo civilizzato, osservatore e futuro ambasciatore proveniente dai sistemi planetari dell'Ecumene, oramai irrimediabilmente sradicato dalla sua terra natale (benché il suo organismo sia trentenne i suoi genitori sono morti da settanta anni), dall'altra Therem Estraven, il nobile politico nativo, ermafrodita come tutti quelli della sua razza, che, tra pericoli e complotti vari, lo accompagnerà nel suo viaggio di scoperta nelle ghiacciate terre del pianeta. Seguendo il progressivo comprendersi in atto tra i due, portato avanti fino a costruire una sincera amicizia tra esseri inizialmente alieni l'uno all'altro, la storia simboleggia la moderna necessità di superare le barriere etniche e razziali per conseguire la comprensione del diverso e la comunione con esso. Il tutto offerto con grande capacità descrittiva in una prosa fluida, ponderata e stilisticamente raffinata.

Ne “Il mondo della foresta” (The word for world is forest, 1972),  premio Hugo come miglior romanzo breve, la terra emersa del pianeta New Tahiti è interamente ricoperta di foreste con cui i nativi, detti athsiani o creechie – “un creechie, una creatura, alto un metro e ricoperto di pelo verde” – vivono da sempre in simbiosi. Per loro la foresta è il mondo e il concetto stesso di mondo è indissolubilmente legato alla massa arborea. I creechie ignorano la tecnologia, “non avevano altro che archi e frecce” e hanno costruito una civiltà basata sull’armonia dello spirito, sulla conoscenza di se stessi e sulla capacità di vedere oltre attraverso il sogno.

Purtroppo per loro, il pianeta suscita la concupiscenza umana. La Terra è diventata un mondo sovrappopolato e devastato, dagli equilibri ecologici irrimediabilmente compromessi, e perciò gli uomini hanno colonizzato New Tahiti allo scopo di sfruttarne a fondo le risorse, a partire dagli alberi necessari per il fabbisogno di legna, a costo di radere al suolo tutte le foreste e annientare gli indigeni stessi.

Finiranno per essere cancellati prima o poi, e dunque è meglio che lo siano prima. Le razze primitive devono sempre cedere il passo alle razze civili. O venire assimilate. Ma quanto è vero Iddio non possiamo assimilare un mucchio di scimmie verdi.

E per difendersi questo popolo da sempre non violento dovrà imparare a uccidere.

La trama vi ricorda qualcosa? Ma sì, Avatar, il film tutt'ora detentore del maggior incasso della storia del cinema, è chiaramente ricalcato su di essa, alcuni personaggi compresi, dallo scienziato serio e sensibile, desideroso di studiare e capire gli alieni e perciò disprezzato dal potere, al militare cattivo ad oltranza, razzista, fanatico e psicotico. Cameron ha presentato la sceneggiatura come originale, ma una sua attenta lettura dell'intreccio romanzesco pare comunque evidente. La trama è peraltro a sua volta ispirata alla tragedia del disboscamento amazzonico a spese degli indios e alla effettiva distruzione degli equilibri ecologici terrestri.

Infine “I reietti dell'altro pianeta” (The dispossed, an ambiguos Utopia, 1974),  è uno dei più duri attacchi alla società umana che sia mai stato scritto nella storia della narrativa, critico a un tempo tanto nei confronti del capitalismo quanto del comunismo, grazie al tradizionale sotterfugio fantascientifico di ambientare la storia su un mondo lontano che lasci l'autore maggiormente libero di scrivere ciò che vuole senza suscitare critiche o polemiche. E perfino oggi che il comunismo orientale è scomparso e l'occidente è in crisi, resta attuale come se fosse stato appena scritto.

Su Urras è stata sviluppata una società di stampo prettamente capitalista, mentre sul pianeta Anarres, appartenente al medesimo sistema solare (Tau Ceti), si sono rifugiati gli insoddisfatti, i reietti del titolo, che hanno costruito una società idealmente anarchica e cooperativistica, comunista nel senso letterale del mettere tutto in comune, ma col tempo distorta dall'umana sete di potere: un'utopia ambigua, come specifica il titolo originale inglese. Il protagonista, l'anarchico e “comunista” Shevek, personaggio dagli evidenti richiami cristologici e splendidamente delineato, si reca sul capitalistico Urras a predicare le conquiste della sua patria e la rivoluzione, bene attento a non lasciarsi contaminare dalle facili attrattive consumistiche, ma col tempo si rende anche conto di stare esaltando non la realtà attuale bensì l'utopia originaria, oramai disattesa, fino a comprendere di dover cambiare le cose sul suo stesso mondo, a costo di rischiare il martirio:

«Faremo una nuova comunità. Se la nostra società scivola verso la politica e la ricerca del potere, allora noi la lasceremo, faremo una Anarres dopo Anarres, un nuovo inizio».

In mezzo a cotanti capolavori ecco apparire la comunque brillante e gustosissima pausa di (quasi) puro intrattenimento intitolata “La falce dei cieli” (The lathe of heaven, 1971),  premio Locus e finalista al Nebula e allo Hugo, il suo romanzo più godibile e ricco del cosiddetto “sense of wonder” per la gioia dei fanta-appassionati e nel contempo il più dickiano dei suoi scritti. Vale ampiamente la pena di intraprenderne la lettura, dopo aver terminato i tre testi sopra citati, perché è ottimo. Il protagonista del romanzo, George Orr, ha un terrificante potere paranormale: ciò che di notte sogna, angosciosi incubi compresi, al suo risveglio si è tramutato in realtà, mentre lui solo ricorda quali fossero le realtà precedenti. Lo psichiatra che lo prende in cura si rende presto conto che le sue affermazioni non derivano da schizofrenia ma sono assolutamente vere e così cerca, attraverso un macchinario di sua invenzione, di guidarne in maniera utopistica i sogni “efficaci” per migliorare il mondo, riuscendo, invece, solo a fargli concretizzare universi sempre più inquietanti e spaventosi, fino a un catastrofico esito finale.

In seguito, pur riducendo il ritmo produttivo, la “nostra” Ursula ha continuato a scrivere storie, mantenendo a ogni modo un elevato livello qualitativo e dedicandosi a temi di interesse sociale. I corti sono riuniti in varie raccolte, tra cui “I dodici punti cardinali” (The wind twelve quarters,1975) contenente anche il fascinoso racconto premio Hugo “Quelli che si allontanano da Omelas”, e non di rado riprendono ambientazioni già utilizzate nei romanzi. Le narrazioni di più ampio respiro, sempre d'intatto spessore letterario, rispetto agli scritti precedentemente descritti concedono ancor meno spazio all'azione, al divertimento, al sensazionalismo e al succitato “sense of wonder” (“è del poeta il fin la meraviglia”), con buona pace degli amanti dell'avventura fine a se stessa, sovente delusi da questa autrice. Non a caso si tratta per lo più di concettuali romanzi brevi o addirittura di racconti lunghi, piuttosto che di ampi volumoni pieni di eventi, e in essi lo stile si fa più asciutto e il periodare più conciso.

Tra le opere di questa nuova fase creativa meritano di essere ricordati in particolare due libri di grande impegno e coerenza. 1) Il romanzo breve “L'occhio dell'Airone” (The eye of the heron, 1975 - Eleuthera editrice),  misurata narrazione dai toni lirici, incentrata sul pacifismo in una colonia che del gandhismo fa il proprio credo dinanzi agli autoritari e poco scrupolosi padroni, discendenti da galeotti di una colonia penale. È una storia che diventa una parabola sull'aggressività e la violenza insite nella natura umana. In essa i personaggi emergono vividi e indimenticabili, coi loro dubbi e le loro sofferenze, le rabbie e le rassegnazioni, in mezzo a una natura ancora incontaminata. 2) Il racconto e i tre racconti lunghi, riuniti nel volume della Fanucci editrice “Il giorno del perdono” (Four ways to forgiveness, 1995) e più o meno tra loro collegati, che trattano con notevole spessore temi importanti come il razzismo e soprattutto l'emancipazione della donna in una società, sia autentica sia immaginaria, ancora troppo misogina.

Tuttavia, anche quando sembra scegliere argomenti più disimpegnati, la Le Guin non è mai superficiale e merita sempre un'attenta lettura. Buon esempio in proposito è “Paradisi perduti” (Paradises lost, 2002 – Delos editrice),  per l'abilità con cui l'autrice sviluppa una sua personale e fascinosa interpretazione del classicissimo tema dell'astronave generazionale che si fa mondo per chi vi viaggia dentro. È un viaggio plurisecolare verso una “Nuova Terra”, quello intrapreso dalla “Discovery”, col difetto di essere fin troppo perfetto, nella sua attenzione scientifica e tecnologica a proteggere l'equipaggio da ogni pericolo. E ciò spingerà qualcuno a paventarne la conclusione al punto da volerlo rendere eterno, alla ricerca di una propria utopistica e ambiguamente religiosa via alla “beatitudine” di bordo, svincolandolo cioè dalla meta planetaria programmata. La storia si fa così metafora del rapporto scontro tra ragione e religione. Da notare che da “Paradisi Perduti” è stata ricavata un'opera in due atti, con musiche di Stephen Andrew e libretto di Marcia Johnson, e che la copertina delle edizioni Fanucci e Delos, disegnata dall'italiano Maurizio Manzieri, ha vinto premi internazionali ed è stata adottata anche per la copertina dell'edizione statunitense del volume.

Infine una notizia dell'ultima ora. Il suo romanzo del 2000 "La salvezza di Aka", ultima sua storia del ciclo hainita, non uno dei suoi libri migliori, forse, ma comunque un buon romanzo, diventerà un film. La Le Guin stessa stava lavorando alla sua realizzazione.

Con Ursula Le Guin, nel 2014, per la prima volta in mezzo secolo uno scrittore dell'intero comparto del fantastico è stato premiato con il “National book award”, uno dei più prestigiosi premi letterari. Ecco come si è espressa Ursula nell'occasione:

«Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall'ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande. Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell'arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile.»

La Le Guin, come avrete capito dalle frasi sopra riportate, non fu un'autrice mercificata ma un'artista autentica, che scrisse non tanto per i soldi quanto perché aveva qualcosa da dire, fatto questo che aveva già inequivocabilmente chiarito parecchio tempo prima:

«Mi ci vollero degli anni per rendermi conto di aver scelto di lavorare in generi disprezzati e marginali come la fantascienza, la fantasy e la letteratura per adolescenti, esattamente perché essi erano esclusi dal controllo della critica, dell'accademia, della tradizione letteraria, e consentivano all'artista di essere libero.»

Fino ad oggi la fantascienza, genere ben più colto e impegnato di quanto la gente con la puzza sotto il naso ami credere, ma a cui sono occorsi molti anni per maturare appieno dal punto di vista stilistico, non ha mai ottenuto il pieno e definitivo avvallo del premio Nobel. D'accordo, c'è già stata Doris Lessing (donna!), a rappresentare un primo passo importante, ma la fantascienza non è preponderante nell'opera di quest'ultima, autrice oltretutto di non facile fruibilità.

La Le Guin, autrice “libera” e di grande spessore letterario, ormai non lo potrà più ottenere e considerato quanto sopra ha scritto, forse neppure lo avrebbe voluto, perché lo avrebbe potuto vedere come un tentativo di irregimentarla. Ma a parte il fatto che chi scrive è convinto che i veri grandi non si farebbero mai condizionare, Ursula Le Guin (su tutti in tale ambito), la fantascienza stessa e, perché no, anche la fantasy se lo sarebbero meritato.

Esimi signori dell'accademia svedese, sarebbe così scandaloso introdurre per lei un premio nuovo, il Nobel della letteratura alla memoria, da assegnare nell'anno della scomparsa di un autore importante ma trascurato in vita?

 

 

N.B.: 1) Lo scritto, senza alcuna pretesa di esaustività, si accontenta di indicare un percorso ideale nella folta opera narrativa dell'autrice. 2) In Italia i suoi libri, per fortuna un po' più reperibili della media fantascientifica a testimonianza di quanto fosse letterariamente stimata, sono stati pubblicati da parecchi editori, ma principalmente da Nord, Mondadori e Fanucci, quelli fondamentali per la fantascienza in Italia. 3) Per la bibliografia completa rimando i lettori sul web al “Catalogo Vegetti”. 4) I passi in corsivo provengono tutti da brani tratti dai libri di U.K.L.G. o dalle introduzioni agli stessi, tranne lo stralcio del suo discorso di accettazione del National Book Award, recuperato dal web.

Massimo Bianco

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Massimo Bianco il 2018-03-27 14:45:21

Essendo appena scomparsa (marzo 2018) anche KATE WILHELM , una grande scrittrice purtroppo misconosciuta, almeno qui in Italia (pessimo 2018 per le donne nella fs) ripropongo anche queste poche righe, nello spazio dei commenti in calce all'articolo sulla grande Ursula Le Guin.

 

Tra le tante donne emerse in ambito fantascientifico a partire all'incirca dagli anni sessanta, permettetemi di citarne una di grande fascino e spessore letterario, Kate Wilhelm, particolarmente meritevole di lettura ma ingiustamente misconosciuta per lo meno qui in Italia, dove la fantascienza è sempre stata la letteratura di genere più snobbata dalla critica. Autrice di fanta-horror su catastrofi ambientali scritti a quattro mani con Ted Thomas e di estrosi gialli in proprio, lavori nel complesso di secondo piano, ha però provato con successo a cimentarsi anche nella Fantascienza con la F maiuscola. In effetti in Italia non è neppure stata tradotta integralmente e oggi è per intero fuori catalogo, un destino peraltro non nuovo questo, tra gli scrittori di fantascienza. Però sparsi sulle bancarelle esistono, se riuscirete a trovarli, due suoi testi da non perdere, entrambi autentici capolavori della letteratura tout court, non solo fantascientifica (vi sarebbe almeno una terza opera altrettanto stimata dalla critica internazionale specializzata, “The Clewiston test” del '76, purtroppo credo inedito in Italia e su cui quindi non si può fare alcun conto).

 

Il primo romanzo imprescindibile, il migliore forse (ma solo forse) dei due, è “Gli eredi della Terra” (Where late the sweet birds sang, 1976), intriso di profonda tristezza e malinconia seppur con una nota di speranza finale. Come giustamente riportava in copertina l'edizione Nord della collana Cosmo oro: “Scritto con una prosa matura e riflessiva, questo romanzo, vincitore del premio Hugo 1977, è un classico sulle più sorprendenti esplorazioni sul tema della clonazione”.

Gli eredi della Terra narra di un mondo in cui l'umanità si sta estinguendo a causa dell'olocausto nucleare, temuto più nelgi anni settante che oggi, malgrado i rischi non siano affatto cancellati, anzi tutt'altro, considerata la proliferazione che permette oramai a qualsiasi folle di usare la bomba atomica. L'unica superstite di un mondo ormai spopolato è una comunità di campagna che si trova ben presto a dover affrontare un tragico imprevisto: la sterilità. Unica soluzione al problema si rivela essere la clonazione, ma queste strane famiglie di sei, otto o anche dieci gemelli identici che vengono a formarsi sono davvero ancora del tutto umane o il loro diverso modo di ragionare le rende in qualche maniera inesorabilmente alieni? Cos'è dunque che ci rende davvero uomini? Un profondo e fascinoso viaggio all'interno della nostra psiche.

 

Il secondo capolavoro è “Il tempo del ginepro” (Juniper time, 1979 – sempre editrice Nord per l'Italia, collana Cosmo argento, però, anziché Cosmo oro come l'altro) , splendido nella sua equilibrata fluidità e nei suoi approfondimenti psicologici mentre si racconta di una Terra futura gravata da una spaventosa crisi ambientale, in cui all'improvviso viene ricevuto un misterioso messaggio dallo spazio. Il romanzo, come si potrà constatare facilmente leggendolo, è ancor oggi assai attuale e non sembra invecchiato di giorno rispetto alla ormai lontana epoca in cui è stato scritto. Anzi, la crisi ambientale di cui si parla sembra, purtroppo, assai più credibile oggi di quanto non apparisse quarant'anni fa, a riprova di quanto i più grandi scrittori sappiano essere visionari. Arricchito da una protagonista femminile magnificamente delineata, questo inoltre è un intreccio nel contempo ricco di suspense e assai meno banale di quanto l'idea di partenza farebbe supporre, con una credibilissima e convincente sorpresa finale, insolita nella fantascienza.

 

Sono entrambi difficili da reperire, ma se, amando la fantascienza e la narrativa di qualità, vi doveste imbattere in uno dei due romanzi in qualche bancarella, approfittatene e acquistateli subito, non ve ne pentirete, parola di Massimo Bianco. Saluti a tutti.

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