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Massimo Bianco

Manichini

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Horror / Mistery / Pulp

pubblicato il 2018-02-28 01:01:06

“Mi considerano un instancabile argonauta eternamente in partenza per nuovi lidi, girovago senza patria, moderno Ulisse poliglotta alla continua ricerca di nuove esperienze, invece sono soltanto un uomo solo come uno dei monumenti inseriti nelle mie vuote piazze d'Italia, alla vana ricerca di luoghi ancora liberi dal morbo. Uomo meritevole della pietà più profonda, io in vita non ho avuto amici o legami autentici, eccezion fatta per mio fratello, unico essere umano con cui confidarmi, perché unico altro in grado di alzare il sipario per discernere la verità dall'illusoria apparenza che ci circonda, per una qualche nostra sconosciuta sensibilità personale. La nostra è una seconda vista, ma più che una fortuna mi appare una sventura. E ora che Andrea è scomparso, mi sento solingo come un'oasi sperduta nel deserto.

È follia forse la mia? Il dubbio talvolta mi assale e sarei finanche portato a sperarlo. Lo troverei consolatorio. Dopotutto che la pazzia sia fenomeno inerente a ogni profonda manifestazione d'arte è una verità acclarata. Ma non mi illudo. Ah, magari fossi semplicemente pazzo. Ho ascoltato e talvolta finanche avvallato erudite interpretazioni sul significato delle mie piazze vuote e dei miei manichini. Dinanzi ai miei simbolismi, che mi guadagnarono la definizione di metafisico, si erge un muro di incomprensione, tuttavia non oso spingermi oltre, troppa è la paura di attirare l'attenzione su di me. Malgrado la stanchezza e la malinconia mi opprimano, portandomi talvolta ad anelare la fine, non voglio essere sostituito anch'io. E come potrei passare dal simbolico ammonimento a una rappresentazione realistica degli eventi senza condannarmi a morte? Così, uno alla volta, uomo dopo uomo, veniamo sostituiti, un po' come accade in quel nuovo visionario film, intitolato L'invasione degli ultracorpi, i cui regista e sceneggiatore non oso contattare, temendo di scoprire in loro non una conoscenza che ci accomuni nella sventura ma una semplice casualità ispirativa, che renderebbe la pellicola banalmente fantascientifica.

La lotta appare impari, credo tuttavia che per non destare sospetti preferiscano agire senza urgenza, nella convinzione che, pur trovandosi ancora in netta minoranza, alla fine diventeranno comunque i padroni della Terra. Nondimeno mi viene da dubitare che questa inesplicabile invasione rappresenti davvero un male: forse il loro sarà un mondo migliore. Merita di sopravvivere questa umanità provetta soltanto nello scatenare guerre e stermini, nel compiere soprusi e sopraffazioni? Merita di stare al mondo questa umanità incapace di apprezzare la bellezza e che, come un re Mida in negativo, trasforma in mota tutto l'oro che tocca? Più gente conosco più mi rendo conto di quanto l'intelligenza sia dote poco comune. Manichini, criptici simboli di questi esseri superiori a noi, più forti, più intelligenti e dotati di superiori conoscenze scientifiche e tecnologiche, di fronte ai quali siamo del tutto indifesi.

Andrea pur nella sua ambiguità è stato più esplicito di me. Quelle sue strane accozzaglie di oggetti, quegli angoscianti uomini dal volto animale rendono molto di più l'idea.

Attraverso quel suo autoritratto animale del 1936, Andrea aveva osato perfino mostrare il fallito tentativo di sostituzione da lui subito, senza peraltro che nessuno ne avesse compreso il senso. E il suo ardire mi porta talvolta a domandarmi se a ucciderlo sia stato un semplice infarto o non piuttosto un loro intervento. Ah, quanto mi manca.

Basta così, sono stanco. Trasmetto questa testimonianza ai posteri. Se dopo la mia scomparsa vi sarà ancora qualche essere umano in grado di leggerla, lascio a costui il compito di affrontare l'enigmatica irruzione estranea come meglio riterrà opportuno.”

Savinio "Autoritratto"

Federico Ramponi terminò la lettura del documento inedito. Era un rinomato e appassionato collezionista di elaborati a mano. Possedeva migliaia di lettere autografe di personaggi famosi. Se Adamo avesse scritto di suo pugno epistole d'amore per Eva, prima o poi ne sarei entrato in possesso, era solito vantarsi.

Aveva anelato a lungo uno manoscritto firmato dal grande Giorgio De Chirico. Amava la pittura metafisica di cui l'artista era stato caposcuola e, non potendo permettersi uno dei suoi quadri ma desiderando comunque possedere un originale, per lui un documento autografo non avrebbe rappresentato un ripiego. Soprattutto se si fosse trattato di un brano che ne avesse spiegato l'opera pittorica.

Federico aveva molta esperienza nel valutare l'autenticità dei manoscritti e nel proprio archivio conservava campioni fotocopiati, scritti con quella stessa calligrafia, chiara, pulita e perciò facile da decifrare, tipica di De Chirico, personaggio di cui conosceva anche lo stile letterario. Quello sembrava davvero suo. Inoltre, a un attento esame, il tipo di carta e l'inchiostro utilizzati parevano risalire effettivamente all'epoca in cui il documento era datato, il gennaio del 1957, ed erano facilmente reperibili nei luoghi in cui allora l'artista risiedeva.

Si fidava del proprio giudizio, la lettera che teneva tra le mani era stata scritta di pugno da Giorgio De Chirico in persona. Tuttavia non si sarebbe mai aspettato di trovarsi tra le mani simili farneticazioni. Possibile che tutta la sua geniale costruzione metafisica fosse una finzione? Niente misteriosi simbolismi, niente verità arcane, soltanto una galoppante pazzia? Nulla di quanto stava scritto lì sopra poteva possedere anche solo un barlume di verità. Ultracorpi alieni prendono il posto degli esseri umani autentici, figurarsi, meditò irritato. Perché con tutta evidenza era proprio di ciò che si stava parlando, lì: marziani, o chi per loro, impegnati a conquistare la Terra. E ormai avrebbero dovuto averla occupata per intero, considerati gli anni trascorsi. Nella famiglia De Chirico ossessioni, fobie e strane visioni erano diffuse. In essa scorreva una vena di follia, nulla di strano che anche Giorgio potesse esserne caduto vittima.

Federico uscì a fare una passeggiata, ma mentre camminava per le affollate vie del centro si rese conto di sentirsi a disagio. I vaneggiamenti del geniale pittore in qualche maniera dovevano averlo contaminato, perché si accorse di osservare i passanti come se sotto le apparenze potessero nascondere una diversa e ancora ignota natura. Aveva quasi l'impressione che gli abiti e la stessa pelle della gente dovessero squagliarsi da un momento all'altro e che sotto di essi stessero per rivelarsi altre e ben più spaventose sembianze. Tant'è che non riuscì a resistere all'aperto per più d'una ventina di minuti e dovette tornarsene di corsa a casa.

Appena rientrato prese una decisione. Doveva sapere con certezza. Scannerizzò la fotocopia della lettera e la spedì a un indirizzo degli Stati Uniti, allegandola, insieme ad alcuni campioni, a una richiesta: ottenere una perizia calligrafica dal più grande esperto mondiale in materia, con cui era in rapporto da anni.

Si soffermò quindi a contemplare le pareti di casa. Nell'elegante salotto, sopra al divano in pelle era appesa la riproduzione di una delle più famose tele di Giorgio De Chirico, le “Muse inquietanti”, due manichini posizionati su un tavolato, con sullo sfondo il castello di Ferrara. Quello straordinario capolavoro era dunque il frutto di uno squilibrio mentale? Ciononostante la conoscenza della lettera autografa gli pareva rendere tali “muse” ancora più inquietanti di quanto indicasse il titolo.

Di fianco erano appese, una per lato, anche due copie di Alberto Savinio, nome d'arte di Andrea De Chirico, fratello di Giorgio: “Le départ de l'enfant prodigue” del 1932, con due personaggi dalla testa di uccello l'uno e di giraffa l'altro e “La notte sul borgo” del 1950, che se un'invasione aliena voleva simboleggiare, doveva essere il dipinto più esplicito e angoscioso da lui mai realizzato.

Savinio “La notte sul borgo”

 

Nello studiolo conservava invece due opere originali di un artista contemporaneo, Luigi Pretin, ritraenti figure arcane e misteriose sui cieli di Venezia e della Liguria. Non resistette alla tentazione di andarsele a rivedere. Aveva sempre considerato l'autore un moderno metafisico. Possibile che simboleggiasse anch'egli una realtà nascosta? Possibile che descrivesse fasi successive e più avanzate della medesima invasione percepita da De Chirico? ma no, a una mostra aveva conosciuto Pretin di persona e non gli era parso nascondere arcane paure.

Il mattino successivo, un lunedì, recandosi come al solito a piedi nell'ufficio in cui lavorava, ubicato a meno di un chilometro da casa sua, si rese conto di non riuscire a trattenersi dall'osservare i passanti in maniera inedita. Perfino durante le ore di lavoro continuò a scrutare di soppiatto colleghi e visitatori, per coglierne eventuali anomalie. C'era forse nascosta una qualche altra presenza dentro la struttura esterna dei loro organismi? In effetti talvolta gli pareva di scorgere qualcosa, ma non ne era certo, si trattava di immagini troppo evanescenti, appena percepibili al massimo della concentrazione. Non si sentiva di escludere che le visoni fossero solo il frutto di sue fisime. Quasi lo sperava, in effetti, anche se ciò avrebbe significato essere diventato pazzo.

Finalmente un giorno, poco dopo essersi alzato per recarsi al lavoro, notò una e-mail in attesa. Era giunta la risposta dell'esperto calligrafo. La lesse immediatamente: sì, a suo giudizio la lettera era autentica.

E quello stesso mattino perfino Adele, l'impiegata dell'ufficio di fianco al suo, non gli parve più un essere umano. Eppure l'aveva sempre considerata una donna simpatica e piacevole. Cinquantenne come lui, era sposata e aveva tre figli, il più grande dei quali ormai maggiorenne. Con lei aveva sempre intrattenuto rapporti amichevoli, era stato ospite a cena a casa sua e aveva ricambiato con piacere gli inviti. Non riusciva a credere che per tutto quel tempo avesse parlato con una aliena. Doveva essere stata sostituita da poco, decise. Era proprio come nel film citato da De Chirico, L'invasione degli ultracorpi.

La interpellò con una scusa e ne approfittò per scambiare qualche frase, scrutandola attentamente nel tentativo di distinguerne con maggior chiarezza l'aspetto autentico e cercando nel contempo di prenderla in castagna. Invano: Adele sembrava ricordare tutte le banali vicende di cui le parlò. Ciò, però, mostrava solo che la sostituzione era di più vecchia data di quanto credesse, senza che fosse stato in grado di scorgerla. Allora ebbe un'idea e citò un evento mai verificatosi, come se fosse accaduto alcuni anni prima. La donna gli rivolse un'occhiata incerta, poi sorrise e accondiscese.

Sulle prime Federico non ebbe più dubbi: non era lei. Un po' alla volta gli alieni stavano sostituendosi all'umanità, comportandosi con apparente normalità per non svelarsi agli esseri umani ancora presenti. Chissà se suo marito e i suoi figli sono ancora autentici o se sono sono stati a propria volta sostituiti? Si chiese spaventato. Propendeva per la seconda ipotesi. Per loro sarebbe stato più facile accorgersi della sostituzione, quindi avrebbero rappresentato un pericolo da eliminare in fretta.

In quel mentre gli venne però il dubbio che Adele si fosse soltanto vergognata di aver scordato l'aneddoto e avesse fatto finta di ricordarsene per non deluderlo. Insomma, non era ancora sicuro. Era in atto un'invasione o soffriva di allucinazioni autoindotte? Avrebbe dovuto indagare in maniera più approfondita, solo che Adele cominciava a mostrarsi perplessa e non se la sentì. Infine non sopportò più la situazione e decise di rientrare in anticipo.

«Già a casa a quest'ora?» Lo accolse la moglie, Mara.

«Ho finito le pratiche in anticipo e mi sono preso un'ora di permesso.» Rispose lui.

Intanto osservava la donna con attenzione, per assicurarsi che fosse proprio sua moglie. Sì, non intravvedeva nulla sotto la sovrastruttura esterna, per fortuna almeno la compagna pareva essere ancora autentica.

Appena si fu cambiato, Federico si lasciò cadere in una poltrona d'angolo del suo appartamento e prese a meditare. Era molto abbacchiato.

“Cosa mi sta succedendo? Non posso credere seriamente a queste cose, sono assurdità. Eppure non riesco più a togliermele di testa, proprio non ci riesco. È come se grazie a quella lettera all'improvviso fossi entrato in sintonia con un'altra realtà. Anzi, è come se mi avesse permesso di focalizzare meglio la realtà circostante e ora fossi in grado di percepire particolari che prima erano fuori dalla mia portata. Ma non è possibile, vero? No, non può proprio essere.”

«Qualcosa non va, caro? … Ehi, ci sei? Non ti senti bene?»

All'insistito richiamo della moglie Federico si riscosse.

«Eh, cosa?»

«Eri immobile nella stessa posizione da una mezz'ora buona e nemmeno t'immagini che espressione sconvolta avevi dipinta in volto. Cominciavo a preoccuparmi.»

«Davvero? Non me n'ero accorto. Non è niente.»

«Perché allora eri così? Qualcosa avevi, lo so.”

«Io... no, no nulla davvero, solo un momento di tristezza, ma non per un motivo particolare, una sensazione generica, capita a tutti prima o poi, no? Sto bene, davvero.»

Così dicendo si sforzò di sorriderle, ma non riuscì a togliersi appieno dal viso l'aria addolorata e ne venne fuori una specie di rictus, spiacevole da vedere. Mara lo fissò ancora per qualche istante, sconcertata, poi tornò a occuparsi delle proprie faccende. Effettivamente da quando aveva cominciato a sentirsi prossimo ai fatidici cinquantanni, non di rado suo marito cadeva preda di momenti di mestizia: per la prima volta in vita sua pensava alla morte. E tal genere di meditazione si era ulteriormente acuita a partire da tre mesi prima, quando un suo vecchio compagno di scuola, che fino ad allora aveva sempre goduto di ottima salute, era morto d'infarto, lasciandolo costernato.

Ma benché la sua risposta fosse verosimile, non la convinceva. Sentiva che c'era dell'altro. Già da alcuni giorni Federico appariva particolarmente angustiato, forse perfino spaventato. Si era scoperto qualche brutta malattia? Cominciava a sentirsi a propria volta in ansia. Non le parve tuttavia opportuno indagare, preferiva tenersi i timori per sé. Quando se la fosse sentita ne avrebbe parlato lui stesso e allora gli sarebbe stata vicina.

Appena fu solo Federico si portò le mani al volto. Si rendeva conto di quanto dovesse apparirle strano veder ridotto così un omone come lui, che sfiorava il metro e novanta di statura per cento chili di peso e di solito era sempre indaffaratissimo e sprizzava energia da ogni poro. Purtroppo non ci poteva fare nulla perché, nonostante i miseri tentativi di rassicurare la consorte, psichicamente non stava bene, si sentiva, anzi, sempre peggio. D'altronde cosa le avrebbe potuto dire? Come convincerla se neppure lui aveva certezze?

Pur irritandosene, pur dandosi da solo del mentecatto, nei giorni successivi Federico non riuscì a scuotersi di dosso le spiacevoli sensazioni, tanto da finire per farsi sfuggire con amici e familiari qualche accenno. Ogni qual volta incontrava qualcuno era portato a chiedersi se aveva di fronte un essere umano autentico o un alieno e talvolta pensava pure di riuscire a scorgere la risposta, nascosta tra le pieghe dell'apparenza.

Doveva controllarsi, comprese infine, perché continuando così Mara avrebbe finito per rivolgersi a uno psichiatra e lo avrebbero ricoverato. Ciò ammesso che il suo fosse un semplice caso di follia, naturalmente, perché in caso contrario, attirando a quella maniera l'attenzione, avrebbe spinto i nemici a sostituirlo. Perciò il giorno dopo si diede malato, lamentando una lancinante emicrania, e per i quattro giorni successivi non uscì di casa, evitando perfino di affacciarsi dalla finestra. Per tenere la mente occupata passava il tempo a leggere innocui vecchi romanzi gialli Mondadori, che acquistava nelle bancarelle per poi lasciarli accumulare mancandogli sempre il tempo di leggerli, oppure se ne stata inchiodato davanti alla tv, sciroppandosi scadenti commediole italiche o convenzionali polizieschi hollywoodiani di serie b.

Cominciava a illudersi di aver recuperato il proprio equilibrio quando ricevette una telefonata. In quel momento si stava lavando i denti e fu sua moglie a prenderla dal suo cellulare.

Poco dopo, mentre gli passava il telefono dalla porta del bagno, gli riferì che si trattava di Marco, vecchio compagno di bisbocce. L'informazione gli risvegliò la memoria. Quella sera avrebbe dovuto andare a cena con lui e con un altro amico. Si trattava di una rimpatriata programmata da ben due settimane, dopo un anno che non si vedevano. Se ne era del tutto dimenticato.

«Oh, Marco, ci dovevamo vedere, vero?» Disse Federico.

«Saranno venti minuti che ti aspettiamo davanti al ristorante». Brontolò Marco.

«Sono mortificato, oggi non mi sono sentito bene e mi è uscito di mente.»

«Stai meglio ora? Che fai, allora, vieni?»

«Ah, no, scusatemi ma non me la sento di raggiungervi. Rinviamo l'incontro a tre a un'altra volta, d'accordo? E nel frattempo godetevi la cena.»

Più tardi stava leggendo nella sua poltrona preferita quando Marco gli si presentò in casa. Dopo aver terminato la cena, spiegò, aveva pensato di fargli un'improvvisata, per rassicurarsi di persona della sua salute. Era un uomo non molto alto di statura ma robusto e largo di spalle. Federico lo invitò ad accomodarsi, ma appena questi fu entrato sentì che non era più il suo amico. In preda a una violenta crisi di panico, prese allora a urlare, farneticando sui marziani, e lo cacciò via in malo modo.

Quella notte non gli riuscì di prendere sonno. Dopo essersi girato e rigirato nel letto per oltre due ore, in preda a pensieri spaventosi, si alzò, si infilò una vestaglia e trascorse le ore rimanenti seduto in poltrona. Davvero Marco non è chi dovrebbe essere? Si domandava angosciato. La sera prima ne era stato convintissimo, in quel momento invece la sola idea che un'entità extraterrestre se ne fosse impossessato gli suonava assurda.

 

Il pomeriggio successivo Marco tornò, accompagnato dall'altro sodale, e citofonò. Quando Federico sentì di chi si trattava impallidì.

“Perché è di nuovo qua, cosa cerca?” Si chiese sconvolto.

I precedenti dubbi circa l'identità dell'amico erano di nuovo presenti, come se non fossero mai stati accantonati. E non volle aprirgli il portone.

«Ma sei matto? Vi conoscete da trent'anni, sono i tuoi migliori amici. Non puoi rifiutare così di vederli.» Esclamò la moglie.

«Non sono loro, Mara, sono degli impostori, te lo giuro.»

La donna lo fulminò con lo sguardo, quindi scosse la testa senza degnarlo di una risposta e andò ad aprire lei, incurante delle sue preghiere di non farli salire. Non riusciva proprio a capirlo. Ma, giurò a se stessa, qualunque cosa stesse passando per quella sua testaccia sconclusionata non gli avrebbe permesso ulteriori inqualificabili scortesie. Tanto più che a lei Marco era sempre stato piuttosto simpatico, lo trovava una splendida persona, allegra e disponibile.

Due minuti dopo i visitatori erano all'ingresso. Marco sorrideva disteso mentre si avviava in salotto insieme ai padroni di casa e continuò a sorridere fino a quando Mara non li lasciò soli. Sorseggiò con calma il suo whisky, meditando sul da farsi. Federico aveva paura di lui, lo vedeva.

«No, non veniamo né da Marte né da alcun altro pianeta.» Esordì alla fine, abbandonando all'improvviso gli innocui discorsi condotti fino a quel momento.

«Come... come fai a sapere quello che stavo pensando.» Commentò Federico a occhi sbarrati.

Marco posò sul tavolinetto il bicchiere, ormai svuotato del proprio contenuto, quindi guardò l'interlocutore con espressione seria.

«Suvvia, ieri sera non facevi che blaterare di invasione extraterrestre. Non starò a menare il can per l'aia. Non con te, vecchio amico mio. Sapevamo già che avevi scoperto la verità, ma avevamo dato per scontato che non vi avresti prestato alcun credito. Parrebbe inverosimile a chiunque, no?»

«E come lo avete...»

«Ci aveva avvisato l'esperto americano di grafologia o quel che è. Mai avremmo immaginato che nel frattempo avresti affinato le medesime capacità di De Chirico.»

«Dunque siete proprio alieni.»

«Beh, in parte hai ragione, qualcosa c'è, ma non è come credi. Vedi, in realtà l'alieno sei tu. Non potevi saperlo, perché l'invasione è cominciata almeno cinquemila anni fa e ne avete perduto il ricordo diretto, anche se l'avvenimento è stato studiato e documentato.»

«Ma cosa stai dicendo.»

«Alieno in senso lato, naturalmente. Mi riferisco alla genetica e alle antiche invasioni indoeuropee. Con il trascorrere delle generazioni il patrimonio genetico delle originarie popolazioni neolitiche stanziate in Europa e nel bacino del Mediterraneo è stato sempre più diluito dalla presenza dei geni cosiddetti ariani, tuttavia non è mai sparito del tutto. Nei paesi baschi poi si è mantenuto percentualmente rilevante. E da oltre un secolo lo stiamo riportando a galla, attraverso una campagna di accoppiamenti accuratamente selezionati. Non avvengono sostituzioni, dunque, quella è solo una sciocchezza. Ma approfittando anche del calo della natalità, che riguarda più o meno l'intero occidente, un giorno finiremo ugualmente per sommergervi. I primi tempi per individuare i soggetti più adatti, coloro che conservano ancora più geni neolitici, eravamo costretti a utilizzare quelle rarissime persone che, come Giorgio De Chirico, pur senza comprenderla avevano la capacità naturale di “sentire” la composizione genetica di chi gli stava intorno. Una capacità che evidentemente si è risvegliata pure in te. Non sappiamo da cosa dipenda, forse da una vena di follia presente in tutti voi?»

«Semmai è la vostra a essere pura follia. Una follia hitleriana capovolta.» Si riscosse Federico, che fino a quel momento aveva ascoltato come imbambolato.

«Chiamala come ti pare, definiscici razzisti o perfino nazisti, se vuoi, non mi interessa. Noi stiamo segretamente combattendo l'antica invasione. Oggi, grazie agli sviluppi della ricerca scientifica, non abbiamo neppure più bisogno di tramiti e quando noi, i preindoeuropei, saremo diventati sufficientemente forti e numerosi, prenderemo il potere e saremo di nuovo padroni a casa nostra. Forse occorreranno ancora secoli, ma non importa. Mi dispiace davvero, Fede, non ti immagini neppure quanto, ma non possiamo permettere che la verità venga a galla prima che la mutazione sia diventata irreversibile.” Concluse Marco, estraendo di tasca una siringa mentre il compare, che durante il discorso, fingendo di voler guardare fuori dalla finestra, aveva aggirato Federico, afferrava le braccia di quest'ultimo e lo immobilizzava. Federico gridò, gridò, gridò.

 

«Rilassati, caro, è solo il tuo solito incubo.»

Federico Ramponi si alzò a sedere di scatto sul letto. Già, il solito dannato incubo. Da quando aveva ricevuto la visita dei due vecchi amici, ogni notte sognava che costoro gli praticavano un'iniezione, uccidendolo allo scopo di farlo tacere per sempre. Invece non esisteva alcuna ragione di ucciderlo, proprio come non ce n'era stata per De Chirico. Infatti, se anche avesse raccontato quanto sapeva, chi gli avrebbe creduto?

E poi cosa sapeva, in definitiva? Invano si sforzò di far mente locale, il ricordo stava evaporando. Un qualche complotto contro l'umanità di cui era stato a conoscenza? Ma di cosa avrebbe mai potuto essere stato a conoscenza un pinco pallino qualsiasi come lui? Inoltre che mai c'entrava Giorgio De Chirico? Non era in grado di dirlo, tutto ormai era diventato nebuloso.

Confuso, guardò la moglie, che dai piedi del letto gli rivolse un sorriso tirato. Volse allora gli occhi intorno a sé. Per un lungo, spiacevole istante non riconobbe il luogo in cui si trovava: non era casa sua. Infine si ricordò. Era ricoverato da dieci giorni in ospedale, dove veniva sottoposto a cure intensive in seguito a un tracollo psichico. Si era sentito male mentre i suoi due vecchi amici erano in visita. Per fortuna adesso stava bene a sufficienza per starsene tranquillo a casa. Sarebbe stato dimesso quella mattina stessa.

L'unico strascico era l'incubo ricorrente, di cui oramai rammentava soltanto il finale. Gli era impossibile capire se fosse del tutto privo di significato e dunque attraverso di esso la mente si limitasse a rielaborare in maniera surreale le sue preoccupazioni quotidiane o se stesse invece rivivendo in sogno eventi realmente accaduti. Nel primo caso gli amici dovevano essere entrati a far parte della fantasia notturna solo per via della loro casuale presenza nel momento in cui si era sentito male, nel secondo ne sarebbero stati responsabili. Sorrise, dandosi dello sciocco per aver anche solo ipotizzato un'eventualità diversa, quel poco che rammentava del sogno era del tutto assurdo, come un fumetto di bassa lega. L'ipotesi giusta era ovviamente la prima. La mente alle volte giocava davvero degli strani scherzi.

Intanto Mara aveva cominciato a svuotare cassetti e armadi e a infilare gli effetti personali in un borsone per riportarli a casa. Federico la vide anche trarre un foglio da uno sportello, rivolgergli una rapida scorsa, trasalire e affrettarsi ad appallottolarlo e a cestinarlo, ma era ancora soprappensiero e non vi prestò più di tanto attenzione.

 

 

27/2/18, fine. Massimo Bianco

 

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Gerardo Spirito il 2018-02-28 02:07:06

Parrebbe una vera e propria discesa nella follia. E forse la storia narra proprio questo. Federico comincia gradualmente a non credere più a nessuno, la sua collega di lavoro, i suoi amici, preferisci credere a quello che lui ritiene essere la vera bellezza del mondo, l\'arte, anzichè alla realtà. L\'uomo che rifiuta tutto, che inesorabile comincia anche a rifiutare se stesso. Poi la svolta, non faccio spoiler, che ha il sapore di una guerra nascosta dai contorni metafisici, proprio come i lavori di De Chirico. Il finale a mio parere, dopo aver letto il racconto a caldo, funziona; rimescola ancora una volta le carte, ma lo fa questa volta in maniera velata. Insomma, un racconto impregnato di mistero. Che tocca tematiche neppure tanto facili, infatti ritengo tu abbia speso un bel po\' di tempo a documentarti, e questo è apprezzabile e percepibile. Hai utilizzato anche un linguaggio molto più ricercato del solito, che forse nella prima parte (nella lettera) rende la lettura più difficoltosa, anche se è inevitabile, dato che nella finzione del tuo racconto si tratta di un documento scritto nel passato, da un uomo non certo \"comune\" insomma. Mi è piaciuto comunque. Un racconto diverso dal solito.

Massimo Bianco il 2018-02-28 11:31:14

Una necessaria precisazione circa il linguaggio usato: all'inizio del racconto riporto un'immaginaria lettera autografa di Giorgio De Chirico e per redigerla ho cercato, basandomi su un paio di brevi suoi testi che avevo a disposizione, di imitare il suo stile autentico (con anche una frase da lui usata per davvero). Non ho la pretesa di esserci riuscito a dovere, a ogni modo fingi che la prima parte non sia mia, ma di De Chirico, eh, eh, è lui quindi a risultare un po' ricercato. Il resto del testo penso che non esca dal mio stile abituale, qualunque esso sia. Ovviamente ero conscio che questa presunta lettera risultava di non facilissima lettura e per tale motivo poco prima di postare lo scritto ho deciso di accorciarla di qualche riga rispetto a come l'avevo fatta lì per lì. Quanto al tempo speso a documentarmi, beh, non proprio a essere sincero: un po' di conoscenze di base sugli argomenti trattati nel racconto ce le ho e più che andare ad approfonidre ho preferito rifarmi ai miei ricordi (e quindi posso anche aver scritto stronzate), anche perchè non volevo rischiare di appesantire la lettura con tirate tecniche. Quindi l'unica mia vera e propria documentazione è stata quella di andare a vedermi un po' di opere di De Chirico e di Savinio, su testi che peltralltro avevo già in casa. Se però tu scorgi una mia specifica documentazione è buon segno, vuol dire che forse non ho del tutto cancellato dalla mente tali mie vecchie letture. Grazie per la visita e per l'apprezzamento, ciao.


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Vecchio Mara il 2018-02-28 13:20:25
Diciamo subito che di arte non me ne intendo e non ne capisco niente. Però ci sono alcuni dipinti che mi hanno sempre affascinato, se non addirittura inquietato cito Le piazze d'Italia di De Chirico che trovo così ansiogene con quelle ombre lunghe. Gli orologi molli di Dalì. Alcuni quadri di Van Gogh, fra qui quello per me davvero inquietante l'autoritratto, il Van Gogh in fiamme. Mi sono sempre chiesto cosa passasse per mente degli autori mentre li dipingevano, Forse follia, o forse loro riescono a guardare oltre il visibile? Boh! In ogni caso tu ci hai costruito sopra davvero un bel racconto che affascina e, a mio parere, lascia aperta la porta del mistero. Piaciuto molto. Ciao Massimo

Massimo Bianco il 2018-02-28 19:42:26

In effetti anch'io sono affascinato dalla metafisica dei Dechirico, Giorgio e Alberto e dal surrealismo di Dalì e, aggiungo, di Magritte, autori tutti che mi ispirano, qui i primi due. Sono molto lieto che il mio nuovo racconto ti sia piaciuto, ciao.


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Paolo Guastone il 2018-02-28 14:55:50
Una passeggiata all'interno del labirinto della mente umana. Ma anche un'interpretazione personale del genio di un pittore. Cosa succede realmente? Fino a che punto le cose che amiamo riescono a condizionarci? Nessuno può dirlo, ma il finale lascia spazio a molte congetture. Come ogni buon racconto. Ottima idea ed ottima rappresentazione, malgrado, per me, la lunghezza e la cripticità della prima parte.

Massimo Bianco il 2018-02-28 19:52:37
Ti ringrazio dell'apprezzamento. Come dicevo sopra a Gerardo, ero conscio che la prima parte, cioè la lettera autografa, era un po' troppo lunga, soprattutto per via della sua complessità stilistica, dovuta al mio voler imitare De Chirico, per tale motivo l'ho accorciata prima di pubblicare, spero senza con ciò averne aumentato la cripticità (un poco in effetti forse lo è). Ora è ancora un po' lunga ma non mi pareva opportuno accorciarla ulteriormente, perchè rischiavo di svilirla. Ciao.

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90Peppe90 il 2018-03-04 17:46:54

L'ho letto due giorni fa ma ultimamente ho avuto poco tempo libero e perciò riesco a commentarlo soltanto adesso.

Che dire? Un racconto intrigantissimo sin dalle prime righe della lettera di De Chirico e che, sviluppandosi sul confine che separa realtà da immaginazione/normalità da pazzia, si chiude regalando un brivido. Corredato, poi, da suggestive e bellissime opere d'arte adeguatamente inserite nel contesto della narrazione.

Ottimo lavoro, Max, piaciuto molto.

Ciao!

Massimo Bianco il 2018-03-04 22:30:18

Grazie Peppe. Sono contento che ti piaccia. Vedo che finora lo scritto è stato apprezzato dai tutti coloo che lo hanno commentato. Quando l'ho postato ero assai curioso di scoprire le reazioni, perchè alle volte mi capita che, al momento di iniziare un racconto nuovo, per sfidare me stesso scelgo non una delle idee che mi convincono di più ma l'esatto contrario: quella che trovo piùdebole, più evanescente. E' ciò che ho fatto anche stavolta. Sono partito dall'idea dei manichini di De Chirico visti come un equivalente dell'Invasione degli Ultracorpi ma sapevo che di per sé come idea era debole, banale, dovevo tirare fuori qualcosa di più. Mi ci sono messo senza sapere cosa ne sarebbe venuto fuori e al di là della qualità del risultato (su cui lascio decidere a voi) sono comunque orgoglioso di essere riuscito a portarlo a termine sufficientemente bene da renderlo proponibile sul web, perché quando l'ho iniziato non ne ero affatto sicuro. Tra parentesi approfitto del tuo accenno ai quadri per precisare che l'immagine di copertina è il citato (e famossissimo) "Muse inquitanti" di Giorgio De Chirico. Ciao.


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Mauro Banfi il Moscone il 2018-03-12 18:57:48

Un gran bel lavoro, Max, per il quale -scusa il gioco di parole - hai fatto un gran lavoro.
Un racconto che mette alla prova il lettore ma è un cimento che fa solo bene, diverte e istruisce nel contempo.
Il racconto ha un metodo e uno stile.
Il metodo è quello di "INTERROGARE UN'IMMAGINE", che amo usare molto anch'io per ispirarmi e comporre.
L'imago può essere un quadro, una foto di famiglia o un cartellone pubblicatario, l'importante che evochi una storia e contenga una buona idea.
QUa l'idea non è solo buona, è grande: l'analogia tra pittura metafisica e il film cult "L'invasione degli ultracorpi" è un gran colpo da maestro e infatti sono rimasto avvinto dall'intro al finale come un pezzo di ferre con un magnete.
La poetica di questo stile pittorico si esprime con l'indecifrabilità del significato degli oggetti nello spazio, ed è ben suggestiva e riuscita l'analogia con la disumanizzazione che avviene con gli Ultracorpi.
Indecifrabilità, disumanizzazione, senso dell'enigma come in Kafka; il massimo dell'ambiguità corrisponde al massimo della precisione.
Non è con il furore o con la violenza che si può alzare il Velo di Iside e scucire la bocca all'Oracolo di Delfi.
Il mio quadro preferito di De Chirico, infatti, è "L'enigma dell'Oracolo", dove la Sibilla sembra contemplare da una navicella spaziale - forse è su P.I.A.F. ? - i pianeti dell'immaginazione e sta comunicando a Kafka la risposta sulla rivelazione finale:

 

                   


"La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità: vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia nient'altro":
Questo è lo stile come quello inconfondibile di Massimo, che seguendo la tradizione di un Poe e di un Kafka, arretra dall'Oracolo col suo piglio poderoso e ben cesellato.
Per me il tuo stile è sempre stato Michelangiolesco.
Ogni scrittore ben scolpito ha la sua tipologia di smorfia stilosa.
Nel film c'era una forte suspense basandosi esclusivamente sul contrasto tra la paranoia del medico e l'indifferente risposta della sonnacchiosa cittadina di Santa Mira.
Qua c'è la stessa sospensione e ambiguità trasportati in narrativa: su quel foglietto appallottolato c'è una frase di Savinio, fratello di De Chirico: "La realtà è mobile e transitoria. E' l'opposto però dell'arte, il momento metafisico che rivela l'eternità di ogni essere e di ogni cosa".
Già, l'eternità, che paranoia, che compito immane cercare l'Essere nel Divenire, ma questa è l'essenza dell'anima umana.

Un piccolo grande gioiello.
Gran bel lavoro, Max, per il quale hai fatto un gran lavoro.

P.S:
Grazie per tutta la passione che infondi in P.I.A.F.: il tuo Spirito è acceso e contagia di luce calda.

Massimo Bianco il 2018-03-13 10:50:11
Grazie per l'apprezzamento, Mauro, per un racconto che ho scritto di getto senza sapere dove alla fine sarei andato a parare, al di là dell'idea di partenza, con nella mente ben presenti le opere di De Chirico e di Savinio, oltre a quelle di quest'ultimo di cui ho inserito le immagini e oltre ai Manichini del titolo (e della copertina) anche le Dechirichiane Piazze d'Italia e "La nostalgia del poeta", certo però che il "tuo" "L'enigma dell'oracolo" è uno dei suoi dipinti più altmente simbolici. Amo il cinema di fantascienza di cui considero "L'invasione degli ultracorpi" uno dei capisaldi. Mi affascinano inoltre la metafisica dei due DE Chirico e il surrealismo di Magritte e Dalì e mi affascinano gli incroci tra forme d'arte diverse, come appunto la pittura e la narrativa. Avevo già tentato qualcosa di analogo (con risultati del tutto diversi) con Dalì, purtroppo quell'esperimento è andato a sbattere contro la chiusura di Neteditor, che non gli ha permesso di vivere e respirare. Ed essendo stata la mia ultima, praticamente abortita, creazione dell'era Neteditor, non so se e quando la proporrò qui, tra anni, forse, un peccato, ma ho altre priorità. Già, la nuova avventura di Piaf. Te lo dico in tutta sincerità, Mauro, se non fosse apparsa all'orizzonte la nascita di Parole intorno al falò molto probabilmente avrei abbandonato per sempre la scrittura web, perchè in Italia non c'era un solo altro sito che mi soddisfacesse, per vari motivi. Avrei inserito su PoesieRacconti giusto quei 3 0 4 racconti ritornati inediti a cui tenevo di più, al solo scopo di completare il mio vecchio e abbandonato catalogo lì presente e lasciarlo a disposizione di chi volesse leggermi e poi, essendo quel sito diventato comatoso, anzi, uno Zombie (ed è già un miglioramento, dato che prima era di fatto defunto ) avrei chiuso definitivamente. Ed ecco il perchè della mia passione, con la speranza che Piaf prenda quota, prima o poi. Ciao.

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Rubrus il 2018-03-14 12:38:04
L'avevo letto tempo fa e non ero riuscito a commentarlo. Leggo ora che l'hai scritto di getto o quasi e penso che questo sia uno dei felici casi in cui l'idea esce dalla testa in sè e per sè compiuta, come Atena dal cervello di Giove. Non succede spesso e spesso la linea che passa tra l'idea e il testo dovrebbe essere lo scarico del wc (solo che il web ha creato un bel po' di bypass) , ma questo non è uno di quei casi. E' un racconto molto compatto e si regge su una solida saldatura che personalmente gradisco molto, vale a dir quella tra arte alta e pop;: mi riferisco a De Chirico messo in relazione alla invasione degli ultracorpi. Il nesso sta nella messa in dubbio del concetto di identità attraverso la materia. Il corpo "sembra", ma non è quello che "sembra": è altro. La fisica e la fisicità implicano un al di là della fisica, Questa affermazione porta ad una messa in dubbio, in crescendo, della identità e poi della realtà stessa il che produce l'effetto straniante della follia; la follia però non è la risposta, nel senso che - per come è scritto il racconto è troppo facile, anche se rassicurante, liquidare il protagonista dicendo che è pazzo. Non sol nel sistema chiuso del racconto la follia ha un metodo, ma potrebbe persino non essere follia e questo dà al racconto un'efficace ambiguità che me lo fa collocare tra i preferiti.

Massimo Bianco il 2018-03-18 01:28:56

Sì, beh, non è proprio esatto che l'idea mi sia uscita dalla testa già compiuta. Come spiegavo ad altri avevo un'idea di base, quella del collegamento tra i Manichini di De Chirico e L'invasione degli ultracorpi, che di per sè non bastava a realizzare un racconto completo, per cui dopo aver buttato giù prima di Natale qualche riga, in pratica un primo abbozzo della lettera autografa di De Chirico, ho lasciato lo scritto da parte fino a febbraio, quando mi sono detto, mettiamoci sotto e vediamo se mi viene fuori qualcosa di valido. Così ho riletto e completato la lettera autografa e poi ho continuato a scrivere di getto senza ben sapere dove esattamente sarei andato a parare e via via che procedevo il racconto si sviluppava al punto che finita quella prima mattinata era praticamente già tutto buttato giù, anche se ovviamente poi ho dovuto ancora correggerlo e limarlo a lungo. E di rado mi capita così. Sì, finale volutamente ambiguo. Grazie dell\'apprezzamento, ciao.


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Antonino R. Giuffrè il 2018-03-24 13:58:30
Ma sì, è un racconto che si fa leggere. L’idea di fondo è molto originale (forse anche un po’ bizzarra), mentre lo svolgimento, per ¾, è decisamente classico. Ammetto che mi erano caduti i coglioni a terra quando ho letto del sogno, ma, poi, per fortuna sono riuscito a rimetterli al loro posto grazie a un finale aperto che confermava i miei dubbi. Dubbi che, se sono fondati, scagionano il protagonista dall’accusa di follia. Piaciuto. Ps. Un instancabile argonauta.

Massimo Bianco il 2018-03-25 17:28:48
Originale? Me lo auguro, l'originalità è sempre una chimera inseguita da chiunque ami scrivere narrativa. Ma anche un poco bizzarra: sì, concordo. Sai, Antonino? Se io avessi tenuto conto di tutti i miei articoli indeterminativi con l'accento sbagliato che mi avete segnalato negli anni avrei raggiunto cifre impressionanti: per motivi a me incomprensibile è l'errore grammaticale che mi faccio sfuggire di gran lunga più spesso. Una curiosità, almeno per me: è proprio vero che autori e lettori sui giudizi di qualità spesso non vanno d'accordo, chissà perché. Questo è stato generalmente promosso da te e altri più di quanto avete fatto con l'ultimo nuovo (comunque abbastanza apprezzato) "artistico" che proposi su Net, eppure io preferivo quello a questo. Grazie pe rla visita, ciao.

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