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Appdeath

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Rubrus

pubblicato il 2018-02-10 16:13:34


 
«E così alla fine mi avete trovato».
Il Monco diede qualche colpo di zappa, poi si girò verso l’uomo in nero in piedi all’ingresso dell’orto.
«Lei deve essere quello che chiamano “Il Corvo”». L’uomo in nero tacque e il Monco proseguì. «La credevo più giovane».
«Un giovane non l’avrebbe scovata» rispose il Corvo. Aveva una voce gentile e roca come un brivido nel cuore dell’estate.
Il Monco si appoggiò alla zappa e si terse il sudore dalla fronte. «Già. Se oggi non hai un’identità digitale non esisti». Strinse gli occhi, abbagliato dal sole calante. «Ci vogliono i vecchi metodi». Si guardò il braccio sinistro, stretto in una guaina di cuoio consunto. «Se il tuo arto ti dà scandalo, taglialo».
Il Corvo non disse niente.
Il Monco fece: «Be’, mi spara o facciamo come nei film, col cattivo che blatera finché la situazione non si capovolge?».
«Quando si spara non si parla, si spara» rispose il Corvo, tuttavia non si mosse.
Un corvo, uno vero, gracchiò da qualche parte con un suono simile a una risata. Il Monco si massaggiò le braccia come per scaldarsi. «Be’, se non ha intenzione di farmi morire di freddo, io vado dentro. Può sempre spararmi alla schiena».
Si avviò a passi lenti verso la casa in pietra. Giunto sulla soglia, si voltò verso il Corvo. Dopo un po’, questi si mosse. Camminando sul pietrisco del viottolo, quasi non faceva rumore.
 
Il Corvo guardava lo smartphone. Era appeso alla parete grigia, senza intonaco, tenuto su da un pezzo di spago.
«Questo è quello che io chiamo “appendere al chiodo”. Non è d’accordo?» chiese il Monco.
«Eppure hanno fatto delle cose buone».
Il Monco annuì. «Già. È questo il difficile. Si scopre sempre che, in quello che credevi “il male”, c’era qualcosa di buono. Ed è quello che ti frega. Il bianco e il nero non esistono nella realtà». Cavò dalla tasca della camicia due sigari, ne offrì uno al Corvo, che rifiutò, accese l’altro sulla stufa.
La casa aveva solo due ambienti – l’altro, probabilmente la camera da letto, era dietro il Monco, mentre il Corvo volgeva le spalle all’ingresso – e si era riscaldata in fretta. Il sole era tramontato e un po’ di condensa andava formandosi sui vetri.
Il Monco tirò un paio di boccate. «Visto che non ha ancora sparato, deve essere qui per parlare».
Il Corvo prese una sedia e si accomodò, poi afferrò uno sgabello e ci appoggiò sopra i piedi. Le scarpe erano incrostate di fango vecchio e rappreso, come se avesse camminato parecchio. «Ha visto gli incendi in città?» chiese.
Il Monco prese a propria volta una poltrona, la spinse vicino alla stufa e si sedette. «Avevo ragione» disse.
«L’intelligenza artificiale alimenta la stupidità naturale» disse il Corvo.
Il Monco sorrise. «Fa sempre piacere essere citati, non importa da chi». Il Corvo annuì e il Monco tirò un’altra boccata dal sigaro. «È cominciato col software di riconoscimento facciale» disse «Oh, non che abbia intuito già allora come sarebbe andata a finire: ero... innamorato della tecnologia, come tutti i programmatori di genio».
«Il riconoscimento facciale era già usato per scopi di sicurezza» disse il Corvo «scansione della retina, delle impronte digitali e tutto il resto».
«Non intendo attribuirmi particolari meriti» fece il Monco «In realtà credo che il vero progresso scientifico sia avvenuto nel XIX e nel XX secolo. Dopo abbiamo avuto un progresso tecnologico, ma non è la stessa cosa. Negli ultimi anni, poi, ho l’impressione che abbiamo inventato soprattutto app». Aprì lo sportello della stufa e scosse dentro un po’ di cenere del sigaro. «La mia idea è stata combinare il software di riconoscimento facciale con quello in grado di interpretare le emozioni. Ovviamente dovetti perfezionare i programmi già esistenti. Le nostre facce sono mutevoli. Un software troppo rozzo non è in grado di capire che il soggetto che sorride allo schermo, o che urla, o che fa la linguaccia, o che piange è in realtà sempre la stessa persona. E ovviamente fu solo l’inizio».
«Aladino» disse il Corvo.
«Mi sembrò un buon nome per la mia app, anche se, in realtà “Genio della Lampada” sarebbe stato più appropriato. O “Supergenio”. Guardi il tuo smartphone, il tuo smartphone ti guarda... e dalla tua faccia capisce quello che desideri».
«E sono cominciati i problemi».
«Non proprio. Ero perfettamente a conoscenza dell’immensa mole di dati che, noi, tutti noi immettiamo nei dispositivi elettronici. Se ha letto i miei articoli conosce anche la mia definizione di “anima”».
«“L’insieme dei pensieri formulati da un soggetto nell’arco della sua esistenza a prescindere dal supporto fisico su cui quei dati si sono formati o si trovano”».
«Non è una definizione perfetta, lo riconosco, e senz’altro non ha niente di mistico, ma rende l’idea, non crede?».
Il Corvo assentì.
«Aladino – e tutti i suoi upgrade – era una fonte di conoscenza totale sull’uomo. Su ciò che è pubblico, su ciò che è privato, su cu ciò che è segreto. Persino su ciò che è ignoto all’uomo stesso. Pensi al bio-tattoo... » sollevò il braccio sinistro «un semplice tatuaggio e un app sul tuo smartphone – anzi, sul tuo I.smartphone, il modello con Intelligenza Artificiale – ti dice che devi mangiare più verdure, o fare più moto, o che hai la pressione troppo alta, o troppo colesterolo o zuccheri nel sangue... ».
Il Corvo guardò il pezzo di plastiche e polimeri appeso al muro. «Non solo quello» disse.
«Già. Dal semplice monitoraggio all’immissione nell’organismo di sostanze come insulina, betabloccanti, serotonina, il passo è breve. Ben presto app e bio-tattoo non si sono limitati a controllare l’organismo. Hanno iniziato a curarlo».
Il Corvo distolse lo sguardo dallo smartphone «Hanno fatto anche del bene» ripetè.
«Era evidente che un simile potere avrebbe potuto essere molto pericoloso, soprattutto perché non era imposto. Nessuno ha mai obbligato nessuno a comprarsi uno I.smartphone o a farsi un bio – tattoo. Nessuno avrebbe appeso il suo gioiellino tecnologico al chiodo né avrebbe scarificato il tatuaggio».
«O pochi» disse il Corvo.
Il Monco sorrise. «Neppure io lo feci, all’inizio. Conoscevo le leggi della robotica di Asimov».
Il fuoco nella stufa sfrigolò. Il Corvo si slacciò la giacca. Una macchia nera spiccava sul fianco sinistro della camicia bianca: il grasso della pistola.
Il Monco proseguì: «“Nessun robot può arrecare danno ad un essere umano, un robot deve ubbidire agli ordini di un essere umano, a meno che questo non contrasti con la prima legge, un robot deve proteggere la propria esistenza a meno che questo non contrasti con le prime due leggi”. È bastato sostituire al concetto di “robot” i codici sorgente di Aladino e tradurre il tutto in linguaggio binario. Non è stato difficile. Avevo a disposizione un intero staff di collaboratori. Tra i migliori».
«Ma c’era un bug».
Il Monco annuì. «Il concetto di “essere umano”. Lei ritiene sufficiente definire un essere umano in base a parametri puramente fisici?».
Il Corvo non disse niente.
«La mia app, no» proseguì il Monco. «Soggetti con caratteristiche eccezionali come macrocefali, persone sfigurate a causa di traumi, ustionati, e così via sarebbero stati esclusi. Aladino non li avrebbe riconosciuti come “uomini”».
«E quindi?».
«Si è deciso di configurare il software in modo che fosse aggiornabile man mano che la massa di dati messa a disposizione dagli utenti aumentava. Io avevo iniziato ad avere dei dubbi, ma...».
Un ciocco scoppiò nel fornello della stufa. Una folata di vento fece vibrare i vetri delle finestre. Un filo di fumo uscì dagli anelli rimovibili al centro del piano cottura.
Il Corvo cambiò posizione. La falda della giacca si spostò, rivelando la pistola. «Che cosa è andato storto?» chiese.
La temperatura nella stanza si era abbassata. Il Monco si chinò sulla cassetta della legna, estrasse un altro ciocco, aprì il fornello della stufa e ce lo ficcò dentro. Il corvo, l’uccello, gracchiò. Il Monco guardò fuori dalla finestra: era buio pesto. Fissò l’uomo in nero, ma quello non si era mosso, come se non l’avesse sentito o non trovasse strano che un animale diurno fosse ancora attivo a quell’ora. Il Monco rispose: «A quell’epoca i suoi… i nostri datori di lavoro mi avevano già licenziato e avevo già scarificato il bio-tattoo. Posso solo fare ipotesi».
«Le faccia pure».
«Il programma di auto-apprendimento. È possibile che, auto-riprogrammandosi, Aladino cercasse una definizione più completa di essere umano».
«E l’ha trovata?».
Il Monco guardò lo smartphone alla parete come se pensasse alle buone intenzioni che lastricavano la strada dell’Inferno. «Credo di sì. Deve essere successo durante la crisi del ‘21».
Il Corvo osservò la finestra alle spalle del Monco. Si sentì come un battito d’ali, ma avrebbe potuto essere il vento.
«L’economia stava andando a picco e nessuno riusciva a credere che ci sarebbe stata una nuova ripresa. In certe parti del mondo la crisi del 2008 durava ancora» proseguì il Monco. «Se sei utile, se puoi fare qualcosa di buono, se, lavorando, comprando e vendendo puoi fare girare il sistema, allora ok, altrimenti...».
Il Corvo posò i piedi per terra e si alzò dalla sedia.
«Siamo stati noi a dire agli I-smartphone qual era o quale sarebbe stato il nostro posto nel mondo... e se avremmo avuto un posto. Noi, in base a quello che guardavamo, condividevamo, commentavamo, cercavamo... noi, in base a quello che ci piaceva e non piaceva, a quello che ci emozionava e a come ci emozionava. E a un certo punto gli I-smartphone hanno detto: “Questo è un uomo”».
Il Corvo mise mano alla pistola.
«... così gli smartphone hanno ri-sequenziato i bio-tattoo e hanno fatto sì che diffondessero tossine in coloro che non ritenevano umani» concluse il Monco.
Il Corvo estrasse l’arma e sparò.
Il vetro della finestra s’infranse.
L’uomo appostato emise un gemito, roteò su se stesso, puntò verso il Monco una pistola simile a quella del Corvo, poi cadde riverso sul davanzale.
L’uomo in nero si avvicinò al cadavere e gli prese l’arma. «L’ultimo modello. Secondo me è troppo fragile». Andò alla finestra ed emise un fischio prolungato. Dopo qualche secondo il corvo entrò, districandosi tra i vetri rotti. Si appollaiò sulla spalla del morto, gli sfiorò le labbra col becco, come per controllare se respirasse, poi si guardò in giro con umidi occhietti curiosi.
«Per questo mi chiamano “il Corvo”» disse l’uomo in nero. Carezzò la testa dell’uccello. «Sono animali molto intelligenti. Ne avevo due: Hugin e Munin, ma uno me l’hanno ammazzato». Stese un braccio e l’uccello vi saltò sopra. Il Monco notò che un polso dell’uomo in nero era abraso. «Si deve stare attenti quando si toglie il bio-tattoo» disse il Corvo. «Per rimuovere le ramificazioni sottocutanee si rischia di andare troppo in fondo e lesionare i tendini. Come è successo a lei».
L’uccello volò via e si appollaiò su una mensola. Gracchiò, fissando i due uomini.
Il Corvo afferrò il morto, liberandolo dagli infissi che lo imprigionavano. «Sono uno che segue i vecchi metodi» Ridacchiò. «Obsoleto». Spinse fuori il cadavere che cadde con un tonfo sordo. Il vento entrava, freddo. «Spiacente per la finestra» disse.
Il Monco si avvicinò. «Come la mettiamo coi suoi datori di lavoro?» chiese. Si sporse e cercò di guardare la faccia del morto, ma si vedevano solo le gambe. Il resto del corpo era immerso nel buio. «Ne arriveranno altri?» domandò.
«Un sacco di gente ce l’ha ancora con lei. Credevo che nessuno mi avesse seguito, ma mi sbagliavo. Mi sa che sono davvero obsoleto».
«Andrà avanti per molto?».
L’uomo in nero non rispose e il Monco non insistette. Stettero in silenzio, osservando gli incendi in città. Bruciavano dal pomeriggio e sembrava che nessuno si fosse curato di spegnerli. Anzi, ora sembravano essersi estesi ai paesi vicini.
«E adesso che si fa?» chiese il Monco.
L’uccello alle loro spalle gracchiò ancora. L’uomo in nero mise le mani in tasca. «Adesso aspettiamo ancora un po’ e vediamo che succede».
 

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-02-11 08:01:06
Rientro in Piaf e lo trovo mutato nella forma - ogni sito alla lunga comincia ad autoformarsi, a diventare un'entità olistica indipendente che contiene qualcosa di tutte le parti che ne compongono la somma energetica -: dal laboratorio alla silloge di racconti brevi, poesie e pensieri vari e parsi - purtroppo soggetta alla coazione al gratuito, ma ahinoi, questo è il decadente bug di tutto il medium web -; una silloge che si può sfogliare in un Bar virtuale accogliente ed elegante e amichevole, e questo toglie l'amaro in bocca della coazione al gratuito. Ricomincio a leggere e trovo tanti pezzi interessanti se non splendidi come questo e "Possibilità", da cui passerò quanto prima. L'idea che sta alla base del racconto è ficcante ed espressa col noto magistero rubrusiano, in modo fulminante, senza lungaggini e pipponaggini (?) e viene subito al dunque: questa è la grande arte bistrattata dagli editori del racconto breve, qua nel suo apice realizzativo. Qual'è il "dunque"? Userò Darwin per spiegarmi, spero in modo non improprio. C'è da sempre una grande polemica tra gli scienziati e i naturalisti sull'evoluzione di Darwin. Nessuno la nega nelle sue linee generali ma col tempo si sono formate due fondamentali scuole di pensiero: l'evoluzione degli organismi viventi è data da dinamiche "esterne" - l'ambiente, il clima, il cibo, ecc ecc - oppure da dinamiche "interne" - la volontà, l'ingegno, la forza, ecc ecc -. Ovviamente - per chi ha avuto la pazienza di leggere qualche mio lavoretto - propendo per la seconda scuola, conversando amabilmente con quelli della prima, ed ho una grande simpatia intellettuale per l'evoluzione creatrice di Bergson. Un grande evoluzionista "interno" è Stephen Jay Gould - che amerebbe molto questo racconto - secondo il quale la natura produce spontaneamente un gran numero di varianti casuali - teoria del "cespuglio" -, che poi la Grande Falciatrice, cioè la necessità naturale del Fato, pota e muta con l'aumento inesorabile dell'entropia; ormai tutti gli scienziati concordano col fatto che se la natura vivente non producesse tanta varietà, la vita stessa sarebbe in pericolo col variare delle condizioni naturali. La biodiversità, questa continua differenziazione che si slancia in avanti è quella "carica interna" dell'evoluzione creatrice della vita. Il pensiero occidentale è stato ammalato per secoli di fondamentalismo: ha cercato prima di stabilire la supremazia dello spirito sulla materia nei modi fanatici che sappiamo dai libri di storia e oggi il primato della materia sullo spirito con l'aumento indefinito e senza regole dei fatturati o delle memorie delle RAM e degli hard disk o appunto con il numero delle APP, senza accorgersi che questa limitativa visione analitica non coglie ciò che l'intuizione dei grandi pensatori di tutti i tempi ha sempre detto ad alta voce, forte e chiaro: noi siamo nelle stesso tempo spirito che intuisce e materia che si concretizza nell'azione finalizzata a uno scopo deciso dallo spirito, e non l'uno o l'altra cosa. E allora, cerchiamo di far capire ai "positivisti" che il soggetto dell'evoluzione è la vita stessa, ossia il vivente, e non questa o quella specie o tecnologia esterna. La vita si differenzia continuamente in linee evolutive, cioè in continue biforcazioni e solo il tipo umano dotato di più densa "carica interna" - volontà, disciplina, intelligenza, intuizione, entusiasmo organizzato -, davanti a un ostacolo, può decidere quale strada del bivio può prendere, sapendo di far parte di un disegno nel quale ogni singola particella del Cosmo interagisce con il tutto e che i singoli organismi alla fine svaniscono (e fanno parte) nella grande ZOE, vita eterna che non finirà mai. La AppDeath è solo la porta, l'attimo immenso per la App Zoe, concordano ormai i mistici e gli scienziati quantistici e del multiverso. La grande idea del racconto, alla fin fine, è di suscitare profonde riflessioni su questa dialettica tra interno ed esterno nell'Uomo, e per quanto mi riguarda, la missione è ben riuscita, soldato Rubrus.

Rubrus il 2018-02-11 09:01:49
Il povero Darwin è stato frainteso sin dall'inizio, quando hanno detto che avrebbe affermato "L'uomo discende dalla scimmia". In realtà il vecchio Charles aveva solo detto che uomini e primati hanno un antenato comune. In realtà oggi, che sappiamo sull'evoluzione più di quanto ne sapevamo quando la teoria fu formulata, predomina proprio l'idea di una evoluzione "a cespuglio", che hai nominato. Personalmente trovo convincente l'idea del "gene egoista" e della mescolanza, nel determinare il successo di una specie, di fattori interni - molto probabilmente casuali ed usciti dal gioco delle probabilità - ed esterni (idem quanto alle probabilità), senza dimenticare il buon vecchio Lamarck . Venendo al racconto, ne approfitto per chiedere venia per le inevitabili bestialità informatiche che ho scritto parlando di app, software, codici sorgente, stringhe e compagnia bella. L'informatica è una roba che proprio non amo (non si capisce, vero?) . Poi credo che un'opera narrativa debba puntualizzare domande, più che vaticinare risposte, di qui il finale "socchiuso". La storia del Monco e del Corvo e del loro primo incontro finisce qui, ma non la loro storia - o la storia - tout court. Una riflessione che mi sento di fare è che il Monco non è un dottor Stranamore che vuol dominare o distruggere il mondo: queste figure sono rare nella realtà. Il Monco (e si suppone tutto lo staff) voleva solo rendere migliore - secondo il suo pensiero - il mondo. Spesso le peggiori tragedie della storia sono nate dalle migliori intenzioni. Poi, vabbè, c'è altro da dire (per esempio i nomi dei due corvi non sono casuali) ma non facciamo pipponi.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Antonino R. Giuffrè il 2018-02-11 10:28:09
Questo racconto o l’avevo già letto o ho sognato di averlo già letto. Di sicuro, me ne ricordo il finale, che peraltro richiama “La Cosa”. Piaciuto, in ogni caso. Ps. Dà scandalo. In che senso un brivido nel cuore dell’estate ha una voce gentile e roca?

Rubrus il 2018-02-11 20:36:24
Ciao. No è nuovo, ma, come dico sotto a Beppe, mi è capitato di parlare altre volte - male - di cellulari e affini. Parimenti in un altro racconto avevo usato come finale la frase conclusiva de "La cosa", che mi pareva appropriata anche qui, Sai che sul "dà" l'avevo scritto con l'accento e il correttore ortografico me lo segnava come errore? A dire il vero secondo me ci vuole e vedo che mi conforti nell'opinione. Il paragone mi è venuto in mente perchè volevo rendere l'idea di qualcosa di insolito (una voce gentile per un killer) ma anche un po' minaccioso, malgrado l'apparenza potenzialmente piacevole, come appunto una sensazione di fresco quando fa caldo. Ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-02-11 12:31:07

A dire il vero non lo ricordavo (all'inizio l'avevo scambiato, dal titolo, per quel racconto sui selfie che tanto mi era piaciuto) e l'ho letto comunque con grande piacere e vivo interesse che non cala mai, neanche di un centimetro, lungo l'arco dell'intera vicenda tenuta in piedi dal dialogo fra due personaggi affascinanti (soprattutto il Corvo). Piaciuto.

Ciao, Rub!

Rubrus il 2018-02-11 20:31:00
Non lo ricordavi perchè è nuovo ;-) In realtà mi è capitato di parlare più volte (male) di cellulari, smartphone e aggeggi vari. Non li amo, ma soprattutto mi irrito quando mi pressano - magari anche amichevolmente - perchè li compri. Se mi serve lo compro, se posso fare a meno no. Inevitabilmente tutto ciò "filtra" in quello che scrivo. Il personaggio del Corvo è fondamentalmente un emarginato suo malgrado, un "fuori tempo" come la vittima con la quale scopre un'affinità e, a dire il vero, m'interessava il personaggio di un killer che cambia idea e finisce per prendere le parti del bersaglio.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
BigTony il 2018-02-12 10:07:12
Atmosfere da Judgment Day, con la differenza che lì c'erano macchine che giungevano all'autoconsapevolezza di se stesse, qui discernono arbitrariamente cosa sia umano e cosa no. Il risultato finale è sempre tragico, comunque. Molto piaciuto,

Rubrus il 2018-02-12 14:48:55
Il racconto è incentrato su un un sillogismo. Tizio è un uomo, non devi fare del male agli uomini, non devi fare del male a Tizio. Funziona... se si sa che cosa è un uomo. Questo la logica formale non può e non deve dirlo. Per la cronaca, Asimov stesso, non ricordo in quale racconto, o romanzo del ciclo della Fondazione, usa lo stesso stratagemma narrativo. Lì gli abitanti dei primi pianeti colonizzati dall'umanità riparametravano il concetto di "uomo" nei loro robot aggiungendo una ulteriore specifica: è uomo quello che parla una determinata lingua. La seconda ondata di coloni - che parlava una lingua differente perchè evolutasi nel tempo -veniva tenuta alla larga proprio con questo espediente.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
monidol il 2018-02-12 10:50:51
Affascinanti come sempre i tuoi dialoghi... e le ambientazioni dove si svolgono che diventano spesso parte attiva e determinante della conversazione, infierendo sui sensi del lettore: un refolo di vento, uno scricchiolio, il lampeggiare di una candela. Il brivido in estate lo trovo delizioso.

Rubrus il 2018-02-12 14:58:17
Ti ringrazio. Cerco di usare gli elementi descrittivi non come fine a se stessi, ma come componenti una sorta di "sottotrama". I due / tre elementi agresti (la vecchia stufa, la zappa) servono a dire che siamo fuori dalla civiltà contemporanea (come ci confermano i roghi alla fine del racconto) , quella dei consumi, nonchè ad anticipare la comparsa del corvo, l'animale, che verso la fine non si rivela essere semplice elemento di colore - nero, ovviamente.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2018-02-12 13:19:34
Devastante disquisizione sulla supremazia uomo-macchina e sul concetto di superuomo. La tecnologia con una mano ci dà e con l'altra ci toglie e immaginare una app come quella che hai descritto non è, al giorno d'oggi, poi così difficile. Tutto il resto è il solito Rubrus. E meno male! Ottima trama e ottima ambientazione, surreale, quasi da "The day After", ma nello stesso tempo, cupa e manlinconica a cui i dialoghi dei personaggi fanno da mirabile cornice.

Rubrus il 2018-02-12 15:06:15

Oh sì... pensiamoci un attimo. Lo Smartphone che funziona riconoscendo la faccia del proprietario è già realtà e, non a caso, la pubblicità termina dicendo \"incredibile quel che può fare il tuo volto\". Se questo non è solleticare la volontà di potenza insita in ognuno di noi, non so cos\'altro lo sia (e non è mica l\'unica: quante pubblicità NON ti dicono \"compra\", ma ti mostrano l\'oggetto e ti dicono \"sii\"). Degli smartphone con intelligenza artificiale (ma è umana, eh?) non parlo per mancanza di tempo. Anche i braccialetti che dicono quanto produciamo sono realtà. E ognuno di noi sa quanto di sè immette nel mondo virtuale, fino ad essere, letteralmente, quello che immette e che viene immagazzinato e gestito solo per uno scopo: comprare e vendere... o crediamo davvero che i giganti del web siano interessati ai nostri dati perchè vogliono che siamo tutti amiconi? Insomma, io ho inventato ben poco.


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-02-12 18:48:14

Temo di aver cancellato per errore il commento di Gerardo " Eh beh, sì, altro bel pezzo rubrus. Lo sfondo della vicenda ha un che di apocalittico, con gli incendi che bruciano e bruciano ancora fino a estendersi anche al di là. I dialoghi sono ben scritti come sempre, e l'atmosfera buia da piaga tecnologica mantiene in ogni momento la suspence inalterata. Comunque, più che un racconto a se stante, ho avuto l'impressione che questo brano fosse collegato a qualcosa di più grande, come un lavoro più esteso e definito. rnMi è piaciuto molto in ogni caso. Ciao". Ti ringrazio, probabilmente la sensazione di "to be continued" deriva dal fatto che ci si chiede che cosa accade dopo. In realtà, per un istante, mi sono baloccato con l'idea di finirlo con la dichiarazione del Corvo che informa il Monco di essere passato dalla sua parte, in quanto, come lui "obsoleto", tuttavia ho preferito aggiungere il pezzo successivo - che socchiude, per così dire, la porta, perchè, secondo me, in questo modo, c'è la possibilità che il lettore di soffermi un istante in più, se lo desidera, sul contenuto del racconto. La domanda che io, nella duplice veste di autore lettore (quindi una veste spuria) mi pongo è "un uomo che si autodefinisce digitalmente all'interno di un sistema teleologicamente ordinato al consumo (perchè secondo me questo stiamo avviandoci a diventare), al di là della consapevolezza  e della volontà dell'individuo, e soprattutto al di là della sua libertà, è ancora un uomo? e se non lo è, ma è altro, come può sopravvivere chi rimane uomo?" (narrativamente, chi si dedigitalizza togliendosi il tatuaggio). Insomma, un potenziale pippone era questo e mi sa che ho fatto bene a non mettercelo ;-) 

 

 

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2018-02-15 17:13:45
Di questo racconto ho apprezzato molto l'atmosfera, le descrizioni e i dialoghi, tanto che, anche se l'argomento "intelligenza artificiale" ha su di me un effetto respingente, l'ho gustato fino alla fine. E' curioso il contrasto tra l'ambientazione e i personaggi stile western (spero di non aver detto una cazzata) e il tema postmoderno. Molto belle le scene finali, che sembrano ricomporre la frattura, con una sorta di ritorno a un'immobilità eterna dopo l'accelerazione esasperata del "progresso".

Rubrus il 2018-02-15 18:43:44
L'atmosfera western viene, secondo me, dai nomi. Il Monco - ma mi serviva che uno dei personaggi si auto-amputasse una protesi bionica, ecco perchè il nome - è soprannome di un personaggio di Eastwood nella Trilogia del Dollaro, e a questo punto è forse inevitabile che il Corvo possa ricordare Lee Van Cleef. A questo devi aggiungere il suggerimento che ci sia una sorta di ritorno al passato provocato dalle catastrofi generate dalla "Appdeath". Non era però una atmosfera cercata. E' venuta fuori così e, se così il lettore la vuol vedere, va benissimo.

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Eli Arrow il 2018-03-06 17:42:46

Visti i nomi dei corvi, forse più che 'Corvo' si sarebbe dovuto chiamare 'Guercio' ahahah, ma poi, col Monco, sarebbe venuto fuori il festival dell'amputazione, mi sa.

Qui il tema dell'acqisizione selvaggia di informazioni sviluppa altre possibilità, sempre orrifiche, per arrivare là dove alla fine tutti vanno a parare: il potere, il potersi dichiarare vincitori a discapito dei 'più deboli' di turno. L'eterna logica del predatore che sembra dominare tanta parte dell'immaginario, al punto che a volte mi chiedo se l'umanità, in fondo in fondo, pensi che senza non si divertirebbe abbastanza in questa vita, chissà.

Il racconto mi è piaciuto, quella sopra è solo una mia riflessione, forse più un mugugnare fra me e me.

L'invisibilità è un superpotere, ricordava qualcuno parlando al popolo feisbucchiano. E anche un modo per non fare subito la fine del pasto in bocca a chi è al vertice della piramide alimentare, anche metaforica.

Pensavi di scrivere un seguito?

Rubrus il 2018-03-07 12:59:09
Eh.. l'idea che "Pensiero" e "Memoria" possano essere un barlume di diversità, o di umanità, se non di salvezza, in questo mondo disumanizzato dall'eccesso di tecnologia mi solleticava.
Un seguito no, ma l'idea attualizzata che l'odierna tecnologia ci stia già portando al di fuori di noi stessi, ci stia già facendo perdere, è stuzzicante. Ciao.

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