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Il vaso di Pandora

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-03-01 12:41:56


Il vaso di Pandora

 

«Allora?» chiese con ansia il professor Loghin, seduto dietro la scrivania del suo studio.

«La biopsia ha confermato la presenza del batterio killer nel colon della paziente», rispose Albert Finch.

Il professor Loghin, docente di medicina presso l’università del Texas Medical Branch di Galvestron, gettò lo sguardo preoccupato sulle carte che Albert Finch, studente di medicina e suo allievo prediletto, teneva tra le mani. «Fammi vedere!» esclamò con un tono che non ammetteva repliche.

Intimidito dal tono perentorio, Albert posò i fogli sulla scrivania.

«Siedi!» ordinò ancora il professore, prima d’immergersi nella lettura dei risultati delle analisi.

Albert si sedette e attese, in silenzio, che il professore terminasse di sfogliare la corposa documentazione.

«Beh! Perlomeno ora sappiamo che il batterio, seppur mortale, contagioso e refrattario a ogni tipo di antibiotico conosciuto, non ha ancora iniziato la mutazione. Come nei primi casi, osservati ormai da più di due anni, può sopravvivere solo una manciata di minuti una volta uscito allo scoperto, troppo poco per riuscire a infettare un nuovo organismo ospite», commentò tirando un lungo sospiro il professore.

«Già. Ma se e quando, mutando riuscirà, dopo essere uscito dal retto, a sopravvivere il tempo necessario per essere ingerito da un nuovo soggetto e compiere l’intero percorso per raggiungere il colon, l’epidemia si farà incontrollabile. E allora i morti, altro che a centinaia, li conteremo a milioni», obiettò, agghiacciato, Albert.

«Hai ragione. E’ una sfida immane, quella che ci attende», confermò il professore. Poi, guardando il cielo azzurro fuori dalla finestra, chiosò profeticamente: «Se non riusciremo a trovare una cura risolutiva prima d’allora, non ci potrà essere futuro per l’umanità!»

«Ma da quale inferno è sbucato questo maledetto killer!» sbottò Albert.

Il professore scosse mestamente il capo. «Da quale inferno provenga… lo scopriremo solo quando capiremo perché si aggrappa alle pareti del colon, provocando all’organismo che lo ospita inarrestabili versamenti emorragici.»

«E’ possibile che si nutra del sangue che lui stesso si procura innescando le emorragie», buttò lì Albert.

«Potrebbe anche essere», rispose poco convinto il professore. Prima di esternare il proprio pensiero: «Ma dai risultati della biopsia, si evince che usa i due peduncoli uncinati per ancorarsi saldamente alle pareti del colon, mentre la testa, fluttuando libera all’interno va a cercare il nutrimento per moltiplicarsi. Dopodiché, si stacca e viene espulsa insieme alle feci, mentre i peduncoli rimasti in loco danno origine ad altri due killer che, a loro volta, si uncineranno alle mucose e, prima di essere espulsi, genereranno altri quattro batteri. In poco più di venti giorni, la colonia sarà cresciuta a tal punto d’aver ormai sconquassato irrimediabilmente il colon in tutta la sua lunghezza, portando il paziente a una morte atroce, tra dolori lancinanti».

«Dunque, il killer si nutre delle feci», tirò le somme Albert.

«Di qualche sostanza presente dentro le feci. E’ per questo che stiamo indagando sui gusti alimentari dei soggetti colpiti», confermò il professore. Prima di chiudere le carte in un cassetto e concludere: «Mi sta scoppiando la testa. Per fortuna oggi inizia il week end… Un paio di giorni al lago a pescare, mi rimetteranno in sesto».

Poi si alzò, prese la borsa da sotto la scrivania e, mentre si avviava verso l’uscita in compagnia di Albert, gli chiese: «E tu? Che farai di bello?»

«Domani andrò a Huston, per una due giorni ecologista contro lo scempio dello shale gas», rispose inorgoglito Albert.

«No?! Non posso credere che tu, il mio miglior allievo, faccia parte di una qualche setta ambientalista convinta, non saprei su quali basi, forse più esoteriche che scientifiche, che la fratturazione idraulica delle rocce può provocare terremoti», lo apostrofò in tono canzonatorio il professore.

«Beh… io sono certo che qualche danno all’ambiente, le perforazioni dei giacimenti li procurino», rispose convinto Albert. Salvo poi concludere dubbioso, con il sorriso a fior di labbra: «Ma non mi chieda quale tipo di danno, perché non saprei rispondere».

«Ogni azione presume una reazione; per ogni azione messa in atto dall’uomo, i danni collaterali sono nell’ordine delle cose… L’importante è valutare bene il rapporto costi benefici, è questo il prezzo da pagare al progresso, caro Albert», replicò il professore. Poi lo congedò, dicendo: «Comunque, ti auguro di divertirti, lunedì mi dirai com’è andata».

«Buon week end, professore», chiosò, salutandolo, Albert.

 

Alle otto, come ogni lunedì mattina, il professor Loghin, seduto dietro la scrivania del suo studio, ascoltava con sguardo corrucciato, dalla viva voce del professor Arnis, primario del reparto di medicina della clinica universitaria, l’evolversi dell’infezione nei pazienti ricoverati in isolamento: «La signora Spams, non ce l’ha fatta… è morta ieri mattina».

«E così, la signora Spams va a riempire la cinquantunesima casella in poco più di due anni, tra i pazienti ricoverati per il batterio killer… Cristo! Non se ne salva uno, nemmeno per sbaglio!» sbottò sconfortato il professor Loghin.

«Nemmeno mezzo», confermò il professor Arnis. Poi, guardando l’orologio che portava al polso, aggiornò il totale generale delle vittime, dopo oltre due anni di inutile lotta al batterio. «Alle otto e venti di stamane, sono ormai trecentoventicinque i pazienti di tutte le cliniche del Texas passati a miglior vita… Ai quali bisogna aggiungere quindici casi nel resto degli stati Uniti.»

«Già. Ma le indagini su otto di quei casi anomali, come ben sai, hanno confermato che gli infetti prima d’evidenziare i sintomi erano stati in Texas; mentre per altri sette si sta ancora indagando per cercare un collegamento… Perché, mi chiedo, l’infezione si concentra dentro i confini del nostro stato? Ci dovrà pur essere una risposta convincente da qualche parte?» si domandò e chiese, il professor Loghin.

«Se c’è… la troveremo!» rispose lapidario il professor Arnis.

Ma il professor Loghin, non vedendo lo sguardo dell’amico esprimere la stessa sicumera delle parole, comprese che l’impotenza era la vera cifra dei suoi pensieri; allora lo incoraggiò, dicendo: «La troveremo sicuramente, ci puoi contare!»

Il professor Arnis annuì, in verità poco convintamente; stava per replicare, ma il suono del cicalino lo richiamò ai suoi compiti, allora salutò il professor Loghin e uscì dallo studio.

Loghin lo seguì con lo sguardo, pensando: “Per ora si naviga a vista, su una barca che fa acqua, in mari sconosciuti… cercando d’arrivare in porto prima che la nave affondi”. Il suono del cellulare pose fine alla riflessione.

«Cosa c’è, Finch?» chiese mestamente, portandolo all’orecchio dopo aver letto il nome sul display.

«Professore! Forse ci siamo! Credo di aver trovato la chiave dell’enigma!» annunciò un eccitatissimo Finch.

«Dall’entusiasmo che dimostri, sembrerebbe che nel week end sia riuscito a sconfiggere il batterio killer da solo», replicò con un filo d’ironia il professore. Poi, passando a un tono grave, gli ordinò: «Vieni subito nel mio ufficio!»

«Ora non posso, sto concludendo una ricerca sui pazienti deceduti per il batterio… Mi serve una conferma per avere la certezza matematica. Sarò da lei nel primo pomeriggio!» rispose Finch, e lo salutò senza lasciargli il tempo di ribattere.

«Cosa può aver scoperto di così interessante, a un convegno di ecologisti esaltati?» si chiese il professore. Poi, riponendo il cellulare sulla scrivania, si rispose: «Questi giovani, si esaltano e si deprimono per un nonnulla. Sicuramente, dopo aver fatto gli accertamenti del caso, si accorgerà d’aver preso una cantonata».

Appoggiò la testa allo schienale della poltrona e, osservando malinconicamente il proprio ritratto da neo laureato, appeso alla parete di fronte, sospirando chiosò dicendo: «Sarà un’esperienza utile in ogni caso, gli servirà per crescere».

 

«Partiamo dall’inizio», esordì Finch, armeggiando per accendere il PC portatile che si era portato appresso, sotto lo sguardo incuriosito del professor Loghin.

Dopo aver digitato la password, scostò il PC di lato orientando lo schermo in modo da poter essere osservato da entrambi i lati della scrivania e proseguì: «Sabato mattina, dopo esserci accreditati presso l’hotel di Huston dove il giorno seguente si sarebbe tenuta la conferenza, il relatore ci invitò ad ascoltare dalla viva voce di un allevatore, i danni procurati al bestiame dalle perforazioni. In una trentina accettammo l’invito, salimmo sul pullman parcheggiato fuori dall’hotel e, in poco più di due ore, raggiungemmo il ranch dove, l’allevatore, indicando il giacimento di shale gas esordì in tono rabbioso: “Trenta capi del miglior bestiame del Texas, ci ho rimesso quando iniziarono la perforazione!” Poi ci spiegò che, secondo lui, la colpa era degli agenti chimici addizionati all’acqua usata per fratturare idraulicamente le argille nel sottosuolo; motivando la sua teoria dicendo che: “Solo le bestie venute a pascolare nei pressi del giacimento durante il periodo di fratturazione, furono colpite da emorragie interne”. Poi, su precisa domanda del relatore, specificò che da quando smontarono la torre di perforazione e il giacimento entrò a regime immettendo il gas nella rete di distribuzione, non si verificarono altri casi di morti emorragiche tra il bestiame che pascolava nei pressi dell’impianto».

«No! L’allevatore si sbaglia, non può essere quello il fattore scatenante. E’ praticamente impossibile che delle sostanze chimiche mischiate all’acqua e pompate a una profondità dai due ai quattromila metri, possano aver inquinato le falde superficiali usate per abbeverare il bestiame, o essere assorbite dalle radici del manto erboso», sentenziò il professore, scuotendo il capo. Aggiungendo una postilla: «E se, per pura ipotesi, anche fosse; ciò non spiegherebbe l’epidemia emorragica che sta colpendo gli esseri umani distanti centinaia di miglia dal giacimento».

«Già, l’ho pensai anch’io!» confermò Finch, prima di indicare una pagina sullo schermo del PC. «Per questo ho cercato di comprendere, tramite internet, in che modo si perforano i pozzi e si fratturano le rocce nei giacimenti di shale gas. E leggendo questa pagina, ho avuto l’illuminazione che mi ha portato a capire dove si annida il batterio killer», concluse soddisfatto.

Il professore lanciò una rapida occhiata allo schermo. «Interessante!» esclamò. Poi, volgendo lo sguardo su Finch, lo invitò a proseguire.

«Durante le prime fasi di fratturazione, un po’ di gas viene liberato nell’atmosfera, insieme al batterio che si annida negli interstizi delle rocce argillose sature di metano. Lasciando il suo habitat, il batterio è destinato a morire in breve tempo, se non riuscisse a trovare rapidamente un organismo pronto a fornirgli un luogo dalle caratteristiche simili dove sopravvivere e moltiplicarsi.»

«Non avrebbe potuto trovare nulla di meglio che un ambiente saturo di gas intestinale, il maledetto!» chiosò il professore. Poi, dopo una breve riflessione, tirò le somme: «Ora, se la tua intuizione è giusta; sappiamo che il batterio si nutre di gas, metano o di altro genere. Ma per esserne certi, dobbiamo fare una verifica su un campione».

«Ho già provveduto!» annunciò Finch, sorprendendolo.

«Mi stupisci, Finch. E come avresti provveduto?» gli chiese il professore.

«Dopo aver appurato che il giacimento fornisce gas solamente alla rete del Texas, con un contenitore a tenuta stagna ho prelevato un campione dal dal piano di cottura di casa mia e l’ho portato in laboratorio per farlo analizzare. Avremo i risultati domani mattina», rispose Finch. E facendo scorrere la pagina del PC per mostrare il contenitore da dieci dollari, precisò d’averlo acquistato con i propri denari in un centro commerciale vicino a casa sua.

«Non devi temere di perdere i tuoi sudati risparmi, sarai rimborsato dall’università», l’apostrofò ironicamente il professore.

«Infatti, non mi preoccupo. Ho già preparato una corposa nota spese», replicò a tono Finch. Poi digitando sulla tastiera del PC aprì un’altra pagina e facendosi serio proseguì: «Stamane ho controllato il profilo di un centinaio di vittime del batterio».

«E cosa hai trovato d’interessante nei loro profili?» chiese il professore, scorrendo la lunga lista sullo schermo del PC.

«La conferma del mezzo usato dal batterio per invadere l’ospite!» rispose convinto. E indicando dei numeri in fondo alla pagina, proseguì: «Su una cinquantina di vittime di sesso femminile: trenta erano casalinghe e due cuoche professioniste. Così come cuochi o assistenti cuochi erano quindici vittime di sesso maschile… Oltre a due idraulici. E, si tenga forte, il paziente zero altri non era che un dipendente della società che perforò il giacimento!»

«E questo, a cosa ci porta?» domandò sempre più interessato il professore, intuendo dove volesse andare a parare.

«Ci porta a capire che il batterio, entrando nelle case attraverso i piani di cottura, infetta le massaie e i cuochi dei ristoranti che, intenti ad accendere i fornelli, ispirano una seppur minima quantità di gas prima che s’inneschi la fiamma; oltre agli idraulici manutentori degli impianti domestici e anche gli operai che manovrano le trivelle», concluse in tono grave Finch.

Il professore rifletté a lungo, scorrendo il tragico elenco sullo schermo. Prima di replicare sconvolto: «Se le cose stanno così, ogni casa, ogni cucina dei ristoranti dello stato è potenzialmente un nido infetto… E’ terribile, terribile! Spero vivamente che ti stia sbagliando».

Poi, massaggiandosi la fronte, lo congedò dicendo: «Devo riflettere, capire come ha fatto un batterio killer, a sopravvivere in un terreno sedimentatosi milioni di anni fa… Ora vai, e non parlare con nessuno di questa faccenda; domani mattina, quando avremo i risultati delle analisi, decideremo come muoverci».

Finch, annuì, spense il PC, lo richiuse e se ne andò portandolo via.

 

«L’analisi ha rivelato la presenza del batterio. Ma non, come pensavo, colonie estese: nel campione analizzato erano presenti solo due esemplari», disse Finch, mostrando le carte al professore.

«E’ grazie a ciò, l’infezione in due anni ha colpito solo trecento persone», commentò, mostrandosi sollevato, il professore. Aggiungendo, sospirando: «Ma non possiamo certo abbassare la guardia. E’ possibile che nel giacimento, ci siano sacche dove il batterio è presente in forze; in questo caso, continuando lo sfruttamento, prima o poi verranno intaccate, e il gas trascinerà in superfice anche i batteri».

«Ma da dove è arrivato un mostro del genere?» si chiese Finch. E dopo una breve riflessione, guardando il cielo fuori dalla finestra, si rispose: «Forse qualche milione di anni fa, il meteorite che li ospitava è caduto sulla terra».

«Uhm…» fece il professore, stringendo il mento tra le dita della mano destra. «Potrebbe essere un’ipotesi valida.»

«Ma lei, la vede in modo differente», aggiunse Finch, vedendolo poco convinto.

«Secondo me, il batterio era ospitato in qualche microorganismo che si decompose grazie all’azione di batteri metaniferi che, a loro volta, furono decomposti dal killer che li usò come nutrimento per rafforzarsi… Ma non prendere le mie parole per oro colato, è solo un’ipotesi senza pretese scientifiche», spiegò il professore. Poi, incupendosi, concluse: «Il primo problema, non è capire la genesi del batterio. Ma fermare le perforazioni e chiudere al più presto tutti i giacimenti di shale gas!»

«Intende i giacimenti presenti in tutta la nazione?» domandò un incredulo Finch.

«Intendo in tutto il mondo!» rispose il professore. Poi, osservando lo sguardo basito di Finch, spiegò: «Se il batterio non è arrivato dallo spazio, ma era ospitato negli intestini di microorganismi estinti milioni di anni fa, esiste la ragionevole possibilità che sia presente anche in altri giacimenti situati alla stessa profondità… e le sette vittime la cui presenza in Texas non è stata accertata, parrebbero segnalare la sporadica fuoriuscita del batterio da altri giacimenti».

«Ma di questo non v’è certezza. E non potendo esporre prove scientifiche, come pensa di convincere i governanti a rinunciare a una fonte energetica indispensabile per mantenere un modello di sviluppo industriale basato sulla crescita continua?» gli chiese Finch.

«Come si può chiudere il vaso di Pandora, se chi l’ha aperto e tiene in mano il coperchio non lo vuol fare? E’ questo il vero problema, di difficile se non impossibile soluzione, caro Finch!» rispose, sospirando, il professore.

Poi prese un foglio, disegnò una piramide e, indicando la base, spiegò che: «La base dello stato è il popolo, ma in cima ci sta il presidente!» Tirò una riga subito dopo la cuspide, e proseguì: «Appena sotto ci sta il parlamento; entrambi, lavorando in sinergia dovrebbero… sottolineo, dovrebbero, decidere per il bene comune…» poi si tacque, lasciando la frase in sospeso.

«Dovrebbero?» fece Finch, fissandolo perplesso; consapevole che, conoscendo le singolari teorie politiche del professore, se ne sarebbe uscito con una sparata delle sue.

E il professore non deluse le sue aspettative; tirò un’altra riga appena sotto la prima. «Chi comanda veramente non sta nelle stanze del potere… ma in anticamera», annunciò picchiettando con la punta della penna sopra la riga.

«I lobbisti!» esclamò Finch sgranando gli occhi.

«Già, i lobbisti che curano gli interessi delle grandi multinazionali», confermò il professore. «E tu, pensi che questi vampiri possano fermarsi davanti a trecento morti?» gli chiese appallottolando il foglio con rabbia.

«Se le cose stanno come dice lei, dovremmo attendere di raggiungere una somma a sei cifre, per sperare di farci ascoltare», tirò le somme un esterrefatto Finch.

«Probabile!» sbottò il professore. E, gettando la carta nel cestino, aggiunse sconfortato: «Ma non è detto che basti!»

«No, io non posso, non voglio rassegnarmi! Ci dovrà pur essere un modo per far valere le nostre ragioni, che poi sono quelle dell’intera umanità… o no?» domandò in tono concitato Finch.

«Solo l’opinione pubblica, il popolo potrebbe fare il miracolo di chiudere il vaso senza usare il coperchio», rispose il professore.

«Sta pensando a una rivoluzione?» chiese ancora Finch. Spaventato dalla piega che aveva preso la discussione.

«No, solo a una mobilitazione generale, scatenata dalla consapevolezza di essere di fronte a un pericolo mortale», lo rassicurò usando un tono pacato il professore.

«Ok, a questo punto, mi dica in che modo agiremo», lo esortò, tirando un lungo respiro, Finch.

«Saresti disposto a rischiare il tuo futuro, per aiutarmi?» domandò, ammirato, il professore.

«Non ci sarà nessun futuro, da rischiare o programmare, né per me né per lei e nemmeno per gli altri… Se il batterio dovesse mutare, sarebbe la fine di tutto… Sì! Per salvare l’umanità da una catastrofe, sono pronto a tutto!» confermò in tono convinto Finch.

«Sono fiero di te! Oggi stesso prepareremo una relazione dettagliata su quello che abbiamo scoperto. Poi la invieremo alle televisioni, ai giornali e a ogni organo d’informazione di tutto il paese… Dopodiché, non ci resterà che aspettare e sperare che l’indignazione popolare faccia il miracolo», spiegò usando un tono grave il professore.

«E se il miracolo non dovesse bastare?» domandò allora, un poco convinto Finch.

Il professor Loghin volse gli occhi al cielo. «Non ci resterà che pregare», chiosò in un sospiro, allargando le braccia.

 

                                                                FINE

 

 

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