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Le tre crocifissioni

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-02-07 10:10:37


Alle prime ore del mattino del sabato santo Paolo Ponzio, funzionario a capo della squadra mobile di Napoli, Gianpiero De Caroprico, procuratore capo della repubblica e il vicecommissario Luca Conti della U.A.C.V. di Roma, cioè l’Unità d’Analisi del Crimine Violento, osservavano turbati la scena del crimine.

Era una brulla e assai poco frequentata collinetta fuori Napoli, per anni utilizzata come discarica abusiva e la cui forma ricordava vagamente un teschio. In mezzo ai cumuli di copertoni, agli elettrodomestici rotti e ai mucchi di spazzatura, s’innalzavano tre enormi croci lignee, a cui erano legati altrettanti cadaveri.

Ponzio era annichilito. Ciò che vedeva gli pareva davvero troppo. Nessuna gelosia professionale, stavolta, era anzi felice della presenza di Luca Conti, quasi un mito ormai nelle forze di polizia, grande specialista nella caccia ai serial killer. Che se la vedesse il collega, lui se ne lavava le mani, anche perché conosceva fin troppo bene l’identità delle vittime presenti su quel Gòlgota e ne era spaventato. A sinistra e a destra c’erano i due ladroni, Gennaro Peruselli detto Kingpin e Francesco Nicolino, noto come O Pazzo, boss incontrastati delle due principali cosche rivali della camorra napoletana, da tempo impegnate in una guerra senza esclusione di colpi.

E se la presenza di entrambi era già di per sé incredibile e allarmante, ciò che davvero sconvolgeva Paolo Ponzio era il personaggio posto al centro della macabra rappresentazione evangelica, non soltanto bloccato come i compagni di sventura con robusti ganci metallici a forma di ferro di cavallo, ma in parte addirittura inchiodato alla croce. Quell’uomo anziano e incoronato di spine, il cui volto anche nella morte manteneva una maschera di atroce eppur composta sofferenza, era niente meno che sua eminenza il cardinal Giulio Sisti, arcivescovo di Napoli, da tempo in odore di santità. Sopra la sua testa, in luogo dell’originale iscrizione I.N.R.I. era stato appiccicato un cartoncino con su scritto “In Remissione dei Peccati”.

Gianpiero De Caroprico, nato in Puglia ma cresciuto a Milano, fissava la scena con la schiena appoggiata su un vecchio frigorifero, come se fosse incapace di reggersi soltanto sulle proprie gambe. Infine si portò le mani al volto, il corpo squassato da un tremito incontrollabile. Il caso era suo, non poteva essere altrimenti, vista l’importanza delle vittime, ma sarebbe stato ben felice di scaricarlo su uno dei Sostituti e dimenticarsene per sempre.

Ponzio, che si era giocoforza dovuto scomodare di persona ma non stava molto meglio del procuratore, si volse abbacchiato verso il vicecommissario. La sua mente, come prosciugata dalla manifesta superiorità degli eventi, pareva incapace di qualsiasi ragionamento. Egli vedeva il collega come unico possibile deus ex machina della situazione e pendeva dalle sue labbra. L’espressione di Conti d’altronde era intenta, concentrata. Con tutta evidenza il funzionario stava febbrilmente cercando di capire che tipo di essere umano potesse organizzare un simile orrore.

Pochi istanti dopo una troupe televisiva parcheggiò ai piedi del colle. Inutile impedirgli l’accesso, perché la scena era visibile a grande distanza. Entro pochi minuti le raccapriccianti immagini avrebbero fatto il giro del mondo. Si limitarono quindi a farli rimanere a distanza di sicurezza, oltre le transenne.

I tre uomini crocifissi dovevano essere morti già da diverse ore, come aveva potuto costatare il medico legale, l’unico fino a quel momento a essersi avvicinato ai cadaveri, sollevato alla loro altezza grazie a un elevatore usato per i traslochi. Intanto la squadra di specialisti della scientifica, appositamente giunta dalla capitale insieme al vicecommissario, si era messa all’opera. Solo allorquando costoro avessero terminato i rilevamenti si sarebbero potuti staccare i corpi e abbattere le croci.

Luca Conti, alto e solido senese un poco ingobbito, era un contradaiolo del Bruco, precisazione quest’ultima irrilevante forse per un forestiero ma non certo per un suo concittadino, ai cui occhi l’avrebbe anzi inquadrato meglio di qualsiasi altra definizione. Costui aveva contattato la questura di Napoli appena la notizia del triplice delitto era pervenuta al U.A.C.V., esigendo che nulla fosse toccato fino al suo arrivo, e si era materializzato in elicottero con inaspettata rapidità.

Il vicecommissario rivide come in un flashback una scena del passato. Aveva già assistito a un caso analogo rimasto insoluto, quando era ancora un semplice giovane viceispettore. Don Enzo Ferreru, attivissimo e stimato parroco della città sarda presso cui Conti prestava allora servizio, era stato crocifisso insieme a due delinquenti locali il venerdì santo di quindici anni prima. La somiglianza tra le due messinscene risultava impressionante e comprendeva la presenza, ai piedi sia del semplice sacerdote sia dell’alto prelato, di una spugna imbevuta di aceto e di una lancia insanguinata.

Da allora aveva sempre temuto che il misterioso assassino si rifacesse vivo. E siccome all’epoca le autorità erano riuscite a nascondere ai media l’esatta modalità degli eventi e quindi nessuno, a parte lui stesso e pochi altri funzionari, ne era a diretta conoscenza, ciò che aveva davanti agli occhi in quel momento doveva per forza di cose essere stato compiuto dalla medesima mano di allora. O erano tante mani? Pareva, infatti, improbabile che un uomo solo fosse in grado di realizzare un’operazione simile, tutt’altro che semplice. Una setta di fanatici religiosi, dunque? Restava però il problema di come avessero fatto ad agire senza attirare l’attenzione di nessuno. O magari i testimoni in realtà esistevano, ma avevano optato per la codarda omertà tipica di quella regione da sempre ostaggio della criminalità organizzata?

I giorni successivi furono frenetici, ma nonostante l’indubbio progresso delle conoscenze scientifiche avutosi negli ultimi quindici anni, ben poco di utile fu ricavato dal luogo del crimine. Le uniche certezze furono che oltre alle vittime in quei giorni solo poche altre persone si erano venute a trovare sulla collinetta e che una di costoro doveva pesare oltre i cento chili. Se di setta si trattava, era dunque formata da un limitato numero di membri. Uno dei presenti durante la crocifissione si doveva anche essere graffiato, purtroppo però il suo dna non apparteneva a personaggi noti alle forze dell’ordine.

In parallelo alle ricerche specialistiche si svolsero le indagini tradizionali, guidate da Conti e da un esperto ispettore locale scelto da Paolo Ponzio. Prima di tutto i due cercarono di scoprire se personaggi legati a qualcuno dei defunti fossero vissuti a Nuoro, teatro del primo triplice delitto. Nulla però risultò dalle ricerche, così come non emersero frequentazioni comuni. Ma come era stato allora possibile che qualcuno fosse arrivato sia all’arcivescovo sia ai due boss camorristi, cioè ai tre uomini forse più potenti, controllati e protetti della città?

Intanto domenica mattina Luca Conti s’incontrò con colui che gli esperti della questura indicavano come il nuovo referente a capo di uno dei clan.

“Dunque lei è Vincenzo Peruselli, figlio maggiore di Gennaro. Da quanto tempo suo padre era scomparso?”

“Scomparso, eh, scomparso è una parola grossa, commissà. Mio padre era un uomo che teneva alla propria indipendenza. Non lo vedevamo da qualche giorno, tutto qua, mica c’immaginammo che qualcuno l’aveva rapito.” Rispose, con forte accento napoletano, il tarchiato Vincenzo Peruselli.

“Mi sa almeno dire con chi si era incontrato nei giorni precedenti alla sparizione?”

“Ma con nessuno, oramai era vecchio e stanco, non faceva più vita sociale.”

“Vecchio forse sì, stanco no di certo. So benissimo che suo padre era un boss in piena attività.”

“Ma quale boss e boss, lei è forestiero, commissario, non deve stare a credere a certe dicerie.”

“Senta, Peruselli, è inutile fare i soliti giochetti in stile guardia e ladri, tra noi. Stavolta stiamo dalla stessa parte e sarebbe interesse di entrambi se lei ci fornisse qualche indicazione utile a metterci sulle tracce del suo assassino, non le sembra?”

“Ma certo, commissario, se sapessi qualcosa glielo direi molto volentieri. Noi però non possiamo proprio aiutarla, mi dispiace.”

E nelle ore successive i colloqui con la moglie di Peruselli e con alcuni esponenti dell’altra cosca non diedero frutti migliori. Purtroppo i due clan camorristi non intendevano collaborare con la polizia, forse nella speranza di regolare di persona i conti con gli assassini.

A metà pomeriggio il vicecommissario aveva appuntamento con don Benedetto Di Dio, segretario dell’arcivescovo, originario di Certaldo, grazioso borgo medioevale al confine tra le province senese e fiorentina, e col genovese Monsignor Diego Parodi, vescovo ausiliare e stretto collaboratore di Giulio Sisti, magrissimo l’uno, rubicondo l’altro. Avrebbe inoltre presenziato un funzionario del Vaticano, dato che, come tutti i cardinali, sua eminenza godeva della cittadinanza vaticana. L’ufficiale sperava caldamente che almeno nella chiesa qualcuno fosse in grado di fornirgli indicazioni utili, ma nonostante la piacevole sensazione di familiarità lasciatagli da don Benedetto, di certo dovuta alla quasi conterraneità tra loro due, Conti uscì deluso dall’incontro e senza aver appreso nulla di nuovo. Le stanze private dello scomparso risultavano in perfetto ordine. Se in qualche momento il cardinale era stato avvicinato dai suoi assassini, nessuno pareva essersene accorto. Si sapeva solo che aveva rinunciato a guidare la processione del venerdì santo per indisposizione, sostituito nell’incombenza dal vescovo Parodi, e che non si erano più avute sue notizie fino al ritrovamento delle spoglie, il mattino successivo.

“Preghiamo in continuazione per la salvezza di sua eminenza.” E “Sia fatta la volontà di Dio, sempre sia lodato.” Fu tutto ciò che i due prelati seppero dirgli, prima di congedarlo.

Luca Conti si trattenne nel capoluogo regionale campano per parecchie settimane, indagando invano su tutti i fronti. Come era già era accaduto quindici anni prima a Nuoro, anche stavolta il caso si era dimostrato insolubile, nonostante le enormi pressioni ricevute. Infine lui, Paolo Ponzio e Gianpiero De Caroprico ebbero un ultimo incontro nell’ufficio di quest’ultimo, dove:

“Insomma non abbiamo trovato elementi utili per risalire agli assassini.” Disse De Caroprico.

“Purtroppo no, signor procuratore, il serial killer è stato molto in gamba a nascondere le tracce.”

“E in effetti non possiamo neppure sostenere che si tratti di un serial killer e non piuttosto di una setta satanica, mi pare.”

“In effetti no, tuttavia la mia esperienza…”

“Noi teniamo in gran conto la sua esperienza, dottor Conti. Peccato non sia servita. A questo punto a mio giudizio ci resta ormai soltanto da archiviare la pratica attribuendo gli omicidi a una non meglio identificata setta satanica, che mi sembra in tutta franchezza l’ipotesi più attendibile.”

E così fu fatto e quello stesso giorno il vicecommissario Luca Conti prese il treno e tornò, scornato, a Roma. Per l’intero viaggio non fece che rimuginare sulla faccenda. Di un fatto era fermamente convinto, e cioè che non si trattasse di una cricca di satanisti, come la procura, le autorità ecclesiastiche e i giornalisti – così come la camorra, che in quegli stessi giorni massacrò un gruppo di giovani dedito a strani riti – avevano deciso di credere, ma di un serial killer con fisse religiose. Per asserirlo non aveva però nulla in mano, a parte il proprio intuito. D’altronde che questi ipotetici satanisti avessero colpito due volte a distanza di ben quindici anni, in occasione della pasqua ma in date prive di particolari significati religiosi o cabalistici, senza offrire ulteriori manifestazioni della propria esistenza, gli pareva poco verosimile. Invece un omicida seriale poteva benissimo attraversare pause anche lunghissime di quiescenza tra un delitto e l’altro, durante le quali conduceva una vita apparentemente normale. E in tal caso l’assassino (o gli assassini? In fondo c’era già stato il famigerato caso dei compagni di merenda a Firenze a rendere ipotizzabile la presenza di più persone in combutta), difficilmente si sarebbe accontentato: prima o poi la sua follia omicida sarebbe riemersa e l’avrebbe spinto a colpire ancora.

 

***

Era la domenica delle Palme dell’anno 20... e il commissario capo Luca Conti pranzava tranquillo con la famiglia nella sua casa in Piazza di Porta Maggiore a Roma, quando squillò il telefono. Conti sospirò rassegnato. In quei giorni le forze dell’ordine dell’intera nazione erano in fibrillazione a causa dell’inspiegabile scomparsa del nuovo capo dell’opposizione, Senatore Bernardo Capone. Sapeva quindi fin troppo bene che quel raro momento di tregua poteva essere infranto in qualsiasi attimo. Tuttavia quanto gli riferì l’interlocutore superò ogni sua peggiore aspettativa ed era anzi così incredibile da parergli addirittura impossibile. Il presidente del consiglio e presidente di turno dell’Unione Europea, onorevole Luciano Scarfacci, era a sua volta scomparso senza lasciare tracce, probabile vittima di un sequestro.

Conti posò la cornetta esterrefatto e in quello stesso istante fu colto da un tragico sospetto. Per otto anni aveva atteso con preoccupazione che il serial killer delle crocifissioni tornasse all’opera. Ora nulla faceva supporre che le due scomparse lo riguardassero, eppure Conti percepiva tale eventualità come molto concreta. La prima volta lo psicopatico aveva ucciso, in un capannone abbandonato, un semplice parroco di provincia e due ladruncoli senza importanza. La seconda volta però aveva molto alzato il tiro, andando a colpire due potenti boss malavitosi e un arcivescovo.

Se avesse deciso di tornare all’opera, come avrebbe potuto effettuare un ulteriore salto di qualità? In apparenza aveva già raggiunto il gradino più alto. Il passo successivo non poteva dunque essere proprio quello in atto? Piove, governo ladro, si soleva dire in Italia, paese in cui la malversazione vigeva sovrana, la fiducia nella politica era da anni ridotta ai minimi termini e gli statisti allora a capo della maggioranza e dell’opposizione erano parecchio chiacchierati.

Ma se la sua pazzesca intuizione si fosse rivelata esatta, quale avrebbe potuto essere la figura centrale della sacra rappresentazione? Quale personaggio rivestiva importanza tale da permettere un’ulteriore salto di qualità? Con agghiacciante evidenza il collegamento gli balzò immediato alla mente. Chi se non il nuovo Santo Padre in persona, Papa Anacleto II, da tutti amato per la sua schiettezza e la sua bontà d’animo?

La sua prima reazione istintiva fu di chiamare il capo della polizia e metterlo a parte della propria intuizione ma, come aveva peraltro temuto fin dal primo istante, questi gli rise in faccia, incredulo.

“Complimenti per la fantasia. Comunque sia” – concluse il capo della polizia dopo averlo sbeffeggiato per bene – “la faccenda non ci riguarda più, perché è stata presa in mano dai servizi segreti e stavolta ci hanno esautorato dalle indagini.”

Conti interruppe la comunicazione assai scorato. Eppure non poteva arrendersi così facilmente. Le conseguenze sarebbero risultate troppo gravi se la sua intuizione si fosse rivelata esatta. Ma come convincere le autorità italiane e vaticane? E intanto che il meccanismo gerarchico e burocratico si metteva in moto, un altro pensiero lo assillava. Chi avrebbe avuto la possibilità d’incontrare a quattr’occhi personaggi tanto prestigiosi senza destare sospetti e poi sequestrarli impunemente?

Chiamò allora il funzionario della polizia che aveva seguito direttamente le indagini sulla scomparsa del senatore Capone. Se la sua idea era esatta non c’era tempo da perdere, rimanevano a disposizione soltanto cinque giorni prima della crocifissione.

“Guido? Sono Conti. Immagino che avrai già saputo la notizia.”

“Purtroppo sì, signore, sono stato io a farla avvisare.”

“Bene, voglio l’elenco completo delle persone incontrate dal Presidente del consiglio e dal Senatore Capone nella settimana precedente al loro sequestro.”

“Mi scusi se l’interrompo, ma è arrivata proprio ora una circolare, secondo la quale…”

“Secondo la quale non dobbiamo più occuparci delle indagini, giusto? Fregatene, mi assumo io ogni responsabilità. Se agiamo con solerzia faremo in tempo a ottenere le informazioni necessarie prima che ci fermino. Mi devi scoprire se qualcuno ultimamente ha incontrato entrambi. Se com’è probabile ce n’è più d’uno, verifica se tra costoro c’è un appartenente alla Chiesa e in caso contrario se qualche religioso ha avuto a che fare con l’uno o l’altro nelle ultime settimane e fammi subito sapere.”

E il vice questore aggiunto seppe, infatti, in tempi rapidi. Il mattino successivo prese in mano il documento fornitogli dal suo sottoposto e nell’istante stesso in cui lesse un certo nome gli si accese una lampadina: aveva trovato un collegamento diretto tra il Cardinal Sisti e il Papa. Costui non avrebbe avuto difficoltà a contattare e incontrare in privato i due importanti uomini politici, oltretutto cattolici ferventi dichiarati. Inoltre, ne era convinto, non avrebbe destato particolari sospetti neppure se a suo tempo avesse chiesto un incontro a quattr’occhi a due potenti boss della camorra.

Un attimo dopo ordinò al sottoposto un supplemento di indagine. Nel frattempo era riuscito finalmente ad arrivare al segretario di Stato vaticano. L’indomani avrebbe avuto un colloquio con lui. E quando infine ebbe tra le mani il dato che cercava, l’eccitazione gli si dipinse sul volto. Bettino Fadda, ventitre anni prima semplice sacrestano della parrocchia di San Giovanni Bosco a Nuoro, nel frattempo aveva fatto carriera. Una brillante carriera.

Occorreva mettere in guardia Sua Santità e procedere all’arresto di colui che, ormai non aveva più dubbi, era un folle e feroce serial killer, con sei o forse, meglio non pensarci, otto morti sulla coscienza. Luca Conti reputò necessario agire di persona. Convocò quindi alcuni uomini fidati e appena costoro lo ebbero raggiunto si recò ad arrestare lo psicopatico. Non osava pensare alle conseguenze. Preferiva rendersi ridicolo agli occhi del mondo e concludere anzitempo la propria carriera, piuttosto che vivere squassato dai sensi di colpa.

 

Monsignor Benedetto Di Dio, segretario personale di Sua Santità, camminava avanti e indietro nel capannone in cui si era nascosto, in preda a una furia incontrollata, osservato con espressione ebete da un gigantesco energumeno. Era andato tutto così bene, fino a quel momento! L’uomo in abito talare non si capacitava degli sviluppi. Davvero spiacevole essersi nuovamente imbattuto in Luca Conti.

Al tempo delle indagini sulle crocifissioni napoletane, il demoniaco sbirro non l’aveva riconosciuto, perché rispetto a quindici anni prima era molto cambiato d’aspetto e perché quando viveva a Nuoro aveva un altro cognome. Monsignor Benedetto Di Dio era cresciuto nell’orfanotrofio di Certaldo, gestito dai gesuiti, dove era abitudine registrare all’anagrafe i trovatelli con nomi di ambito religioso. All’età di dodici anni era però stato insperatamente adottato da una famiglia sarda ed era andato a vivere con essa a Nuoro, dove aveva assunto il cognome del padre adottivo ed era chiamato con un diminutivo. All’epoca del sequestro e uccisione di Enzo Ferreru, parroco della chiesa di San Giovanni Bosco, era dunque soltanto il timido sacrestano diciannovenne Bettino Fadda.

Poco dopo, però, gli odiati genitori adottivi erano morti in un incidente stradale. Così lui, che considerava la tragica scomparsa una meritata punizione divina per le loro malefatte, aveva deciso di cancellarli per sempre dalla propria esistenza. Perciò, prima di tornare nel suo paese natale, dove intendeva entrare in seminario e prendere i voti, si era recato all’anagrafe e aveva ottenuto di riavere il cognome originale, più consono alla sua nuova vita di religioso.

Stavolta però Conti non aveva dimenticato il loro precedente incontro napoletano e se Benedetto Di Dio si era sottratto all’arresto lo doveva unicamente al tempestivo avvertimento di un amico fidato.

Infine il prelato si piantò dinanzi ai due potenti uomini politici, legati ai suoi piedi. Il senatore Bernardo Capone, che aveva già subito svariate torture, era svenuto e sembrava prossimo alla fine. Invece l’onorevole Presidente Luciano Scarfacci stava ancora relativamente bene. Il carnefice sfogò allora a lungo la propria rabbia prendendolo a calci sul costato.

“Per ben due volte ho agito per salvare l’umanità peccatrice e altrettante volte essa ha continuato a guastare questo mondo che il Signore nella sua infinita bontà ci ha donato. Possibile che anche il mio terzo tentativo sia destinato al fallimento?” Esclamò innalzando le mani al cielo.

Infine guardò il fido scudiero, ancora immobile nell’angolo, come se potesse offrirgli un suggerimento. Sapeva però bene che il colosso, implacabile esecutore dei suoi ordini ma mediocre pensatore, non sarebbe stato in grado di aiutarlo. Quasi coetanei, si erano conosciuti in orfanotrofio, dove si erano affezionati l’uno all’altro aiutandosi a vicenda, l’uno grazie alla propria forza, notevole già quando era bambino, l’altro grazie all’intelligenza e alla parlantina di cui era dotato. Ricevuta poi l’eredità dei propri genitori adottivi, Di Dio era andato a cercarlo e una volta trovato lo aveva trasformato nella sua ubbidiente “ombra nell’ombra”.

Il monsignore scosse la testa. In precedenza aveva pensato che né don Enzo Ferreru né il Cardinal Sisti dovessero essere stati buoni e giusti come aveva creduto e che per tal motivo il loro martirio non aveva portato i frutti sperati. Stavolta invece si era sentito certo di non commettere errori, perché Papa Anacleto II era un autentico sant’uomo, ma quel maledetto Conti, bieco servo di Satana, glielo aveva sottratto impedendogli di sacrificarlo per la salvezza dell’umanità. Come fare dunque? Non poteva immolare i due Ladroni in assenza del Cristo redentore, ma dove trovare un'altra persona adatta al sacrificio?

E all’improvviso ebbe l’illuminazione. Ora sapeva esattamente come si doveva comportare.

 

Era il venerdì santo e Luca Conti aveva trovato una traccia, finalmente: movimenti sospetti che a suo parere indicavano la presenza del maniaco omicida. Appena in tempo per salvare se stesso, forse, perché pur essendo riuscito a mettere Sua Santità provvisoriamente in guardia dal proprio segretario e da eventuali complici, sapeva di trovarsi ormai prossimo a essere messo agli arresti per poi subire il ricovero coatto in un ospedale psichiatrico. Ma avrebbe fatto anche in tempo a salvare i due uomini politici?

Giunto nel luogo appartato dedicato al sacrificio umano, scorse le croci già rizzate ed ebbe un tuffo al cuore. Avergli tolto il Papa dalle grinfie non era dunque bastato a fermare Monsignor Di Dio? Al posto del ladrone di sinistra giaceva il segretario del principale partito d’opposizione, mentre nel personaggio di destra riconobbe la familiare silhouette del presidente del consiglio. Vivi o morti? Non riusciva ancora a capirlo. Il ladrone di sinistra era assolutamente immobile, sulla croce di destra gli parve invece di scorgere un lieve movimento, poteva tuttavia trattarsi di un semplice riflesso.

Ai piedi delle tre colossali installazioni, in mezzo a un caos di corde, leve meccaniche e carrucole abbandonate sul terreno, c’era un uomo, dotato di uno straordinario apparato muscolare misto a grasso, che doveva superare i due metri di statura e forse perfino i centocinquanta chili di peso. E quell’Ercole, che pareva in grado di spaccare il mondo tra le sue manone, sedeva per terra, in preda a un pianto irrefrenabile.

Ma chi era la figura centrale della macabra rappresentazione piazzata in luogo di Sua Santità? Quale innocente vittima era stata assassinata da quel maledetto pazzo per interpretare Cristo? Spaventato, Conti fece alcuni passi avanti per vedere meglio e all’improvviso riconobbe l’uomo immolato, il cui volto era atteggiato in un sereno sorriso, nonostante il terribile dolore che l’applicazione dei chiodi e della corona di spine gli doveva aver procurato.

Monsignor Benedetto Di Dio, in un atto estremo di megalomane follia, aveva immolato sé stesso, giudicandosi evidentemente l’unico altro personaggio degno di salvare l’umanità in veste di secondo figlio di Dio fattosi uomo.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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90Peppe90 il 2018-02-07 13:40:05

Questo è Massimo Bianco!

Un grande noir, sin dal titolo (per me, i titoli hanno sempre una grande importanza), lungo l'intero suo dipanarsi (sebbene una parte possa prestarsi a cadere nello spiegone, così non è) fino a culminare nel gran finale, l'esaltazione della follia, l'apice della mente deviata dell'insospettabile assassino, in attività da anni.

Alla fine, forse, nonostante quello che succede, è proprio lui a vincere... o forse, tutt'al più, è un pareggio. Perché, comunque, non0stante la felice e brillante intuizione del commissario Conti, la giustizia spinge il killer verso la fatale decisione ma non trionfa, a voler ben vedere. È l'assassino a prendersi l'ultima parola.

In parte grottesca la scena finale, per come me la sono immaginata: quel gigante che piange ai piedi della croce cui è appeso il suo "amico".

Gli unici due "appunti", se così vogliamo chiamarli, sono: secondo me un po' troppi nomi da ricordare e la dimensione del carattere che ti suggerirei di aumentare.

Racconto piaciuto molto (non ricordo di averlo letto, in precedenza).

Ciao, Max, un salutone!

Massimo Bianco il 2018-02-07 23:32:30
Hai ragione, i titoli contano e non è facile trovarne di davvero adatti ed efficaci. Ci sono diversi nomi, è vero, ma io l'ho ritenuto necessario, in un certo senso amo considerare questo racconto un po' come se fosse un intero romanzo condensato in 3770 parole. E lo considero uno dei miei pezzi forti, creativo, cupo violento, feroce e nel contempo con qualcosa anche di grottesco, sì, e pure simbolico. Sono molto lieto che ti sia piaciuto. Ciao e grazie.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Gerardo Spirito il 2018-02-07 15:16:04

Ci sono molti nomi, ma la storia non è difficile da seguire, infatti, mi ha catturato fin da subito; la bizzarra modalità utilizzata dall'assassino, il mistero di chi si cela dietro quest'ultimo, il vicecommissario Conti che lotta (quasi) da solo contro tutti per la verità - che ha un sapore anche di riscatto personale oltre che professionale, visto che anni prima l'indagine per il medesimo sk a quanto pare era stata un buco nell'acqua. 

La prima parte del racconto, in particolare, è molto coinvolgente, mentre la seconda, col finale a sorpresa e impregnato di tragicità, a tratti mi è parso un po' didascalico, anche se non mi ha dato molto fastidio. Personalmente reputo questo racconto (non l'avevo mai letto prima d'ora, quindi non so se si tratta di un inedito oppure no) uno dei tuoi migliori da me letti. 

Ho sgamato un piccolo refuso, scrivi siloutte ma è silhouette. Ciao Max

Massimo Bianco il 2018-02-07 23:45:02
Credo che l'incipit, soprattutto, sia assai potente e aiuti fin da subito a invogliare il lettore a procedere nella lettura. Nel riproporre il (spero) meglio dei miei vecchi racconti ho fatto una scelta analoga a quella di Rubrus, essendo noi due molto più veterani di te in quel sito, e cioè proporre solo i racconti più antichi, confidando che pochi degli utenti di Piaf li conoscessero, benché siano praticamente tutti reduci da Neteditor come me (noi). Per l'esattezza per ora propongo solo racconti proposti tra il 2011 e il 2013, più avanti aggiungerò anche quelli del 2014, quelli ancora successivi non so, forse ancora più avanti, forse mai. Questo è del 2012, il prossimo comunque sarà nuovo, l'ho finito, ha bisogno però di riposare un po' per poi essere riletto varie volte e solo alla fine sottoposto al vostro giudizio, ancora più utile del solito, per me, perchè non mi è ben chiaro ora se è valido o se è una fesseria. Grazie per la visita e l'apprezzamento per questo, intanto

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2018-02-08 10:17:14
Bello, veramente molto bello questo accostamento tra crimine e religione. Il racconto azzanna sin dall'inizio e non intende mollare la presa. E bella è anche la figura del vicecommissario che lotta contro i fantasmi del suo passato e del suo presente. Complimenti!

Massimo Bianco il 2018-02-11 15:16:56

Grazie Paolo, sono davvero lieto che questo racconto, in cui ho sempre creduto molto, piaccia anche a te. Ciao.


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monidol il 2018-02-08 17:53:44
Stai diventando molto bravo a scrivere polizieschi. Probabilmente grazie anche al fatto che ne leggi molti e di bellissimi (quelli che recensisci per noi ) Mi è molto piaciuto. Mi ha coinvolto da subito e mi ha portato fino alla fine. Inoltre l'ho trovato molto "visivo" (non so se si può dire) ma le scene descritte sono già un'opera (giustamente in un punto le definisci installazioni) Un finale ... giusto, che non fa una piega. ciao Massimo complimenti moni

Massimo Bianco il 2018-02-11 15:21:27

Ti ringrazio, Moni, in effetti, mentre un tempo mi dedicavo soprattutto alla fantascienza e alla letteratura classica, nell'ultima dozzina circa di anni mi sono messo a leggere molti polizieschi e noir e ormai ne ho la casa piena.


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BigTony il 2018-02-09 10:36:23
Ho trovato l'idea molto ben congegnata, ma (lo so che ti sono antipatico quando dico così, però sopportami, dico quello che penso davvero perché una persona schietta come te si merita onestà intellettuale) troppo condensata nelle poche parole usate per questo racconto. Dopo un inizio che giudico ottimo, la restante parte mi è sembrata scritta un po' a "tirare via" e ho avuto l'impressione che fosse redatta più come un riassunto, al solo scopo di contenerne la lunghezza. Dico questo perché mi piace come scrivi, il tuo stile che è tipico tuo, personale, particolare. Parla di te in tutto, dalla narrazione ai dialoghi e quando ci si immerge nella lettura, soprattutto in una storia particolarmente ispirata come questa, si vorrebbe che il piacere durasse a lungo. La storia dunque mi è piaciuta molto e lo confermo. Me la sarei voluta godere in una versione meno riassunta e più dialogata. Te l'ho detto... adesso odiami! Ahahahaha!

Massimo Bianco il 2018-02-11 16:00:26
TONY ti prego di leggere bene questa mia risposta, SCRITTA IN TOTALE AMICIZIA, perchè mi hai dato uno spunto che tengo a sottolineare. Tu sei arrivato su Neteditor alla fine della sua esistenza e quindi non puoi renderti conto, perché le cose erano ormai cambiate, ma io ero lì già da diversi anni e ho vissuto i suoi pregi e i suoi difetti. Questo racconto è del 2012. Ebbene, allora ERA IMPOSSIBILE SCRIVERE RACCONTI PIU' LUNGHI DI COSI', QUESTO, ANZI, ERA GIA' TROPPO LUNGO, SE CI PROVAVI, MOLTI NON TI LEGGEVANO A PRIORI, QUALUNQUE COSA TU SCRIVESSI E CHI TI LEGGEVA CRITICAVA. PER FORTUNA SU P.I.A.F. SI RESPIRA UN'ALTRA ARIA, QUI è POSSIBILE DILUNGARSI E NESSUNO, INFATTI, SI E' LAMENTATO PER L'ECCESSIVA LUGHEZZA DEL RACCONTO, MA SU TUTTI GLI ALTRI SITI, NETEDITOR COMPRESO, ACCADE E ACCADEVA L'ESATTO CONTRARIO. Permettimi qui di riportarti stralci di commenti ricevuti all'epoca su "Le tre crocifissioni": "Non scarterei a priori l'idea di drenare un pò il testo, cercando di ridurre magari qualche descrizione"- "Concordo con chi vorrebbe qualche sforbiciata" eccetera, eccetera. CHIARO, NO? E questi, bada, erano quelli che ti leggevano, quindi i più disponibili. Naturalemte non titti ragionavano così e ad esempio questo ricevette i complimenti incondizionati sia di Antonino Giuffrè (si ricorda bene, quindi) sia di Mauro Banfi. Ma tu pensa che c'era perfino un utente, all'epoca, che ogni qual volta si iscriveva qualcuno nuovo che proponeva cose lunghe, gli inseriva un commento fisso intitolato all'incirca "A chi scrive racconti lunghi o romanzi a puntate" preparato apposta, senza alcun giudizio critico, perchè non leggeva quelgi scrtti, per dissuadere tali utenti, ovviamente proponendo se stesso e la sua brevità come metro di paragone positivo. MA IO ME NE INFISCHIAVO, LITIGANDO PER ANNI IN MATERIA E SFIDANDO TUTTI 'STI IMBECILLI che protestavano quando superavi le mille o al massimo le duemila parole, SCRIVENDO UGUALMENTE RACCONTI LUNGHI COME QUESTO O ANCHE DI PIU', MA PER NON AUTOCASTRARMI COMPLETAMENTE DOVEVO MANTENERE COMUNQUE UN LIMITE (me ne infischaivo a metà, insomma). IL LIMITE CHE MI PREFISSAI FU QUELLO DELLE 5000 PAROLE E POSSIBILMENTE RESTANDO ANCHE SOTTO LE 4000. Ugualmente un'enormità, per l'epoca e i luoghi, te lo garantisco. Eppure riuscii talvolta a colpire nel segno ricevendo (non con questo racconto ma ad esempio con un altro giallo che riproporrò solo in un futuro lontano o con un noir un po' più breve ma comuqnue lunghetto, che proporrò prima della mia pausa estiva), tantissimi commenti entusiasti, anche da gente che mi aveva sempre ignorato. Credo di potermi vantare di aver dato un contributo essenziale nello sdoganare i lunghi sul web, anche su altri siti. TUTTAVIA QUESTI SONO RACCONTI CHE CONSIDERO ORMAI STORICIZZATI E CHE NON INTENDO CAMBIARE PIU'. TRANQUILLO, NON TI ODIO, ANZI, L'ESATTO CONTRARIO, PERCHE' MI RENDI FELICE COSI' SCRIVENDO, DATO CHE MI CONFERMI CHE QUI SU P.I.A.F. SI RESPIRA UN'ALTRA ARIA E C'è PIU' LIBERTA' DI ESPRIMERSI COME SI VUOLE VENENDO COMUNQUE LETTI E COMMENTATI, TI PREGO, PERO', PER IL FUTURO E PREGO ALLA STESSA MANIERA TUTTI COLORO CHE LEGGERANNO QUESTA MIA RISPOSTA, DI CRITICARE I MIEI RACCONTI PERCHE' TROPPO CONCISI SOLO QUANDO SAPRAI (SAPRETE) CHE SI TRATTA DI RACCONTI NUOVI E INEDITI, NON LAMENTANDOVENE INVECE PER QUESTI VECCHI, CI CONTO. GRAZIE. Ciò detto ti ringrazio ancor di più per quanto hai scritto, sono davvero molto leito, Tony, del tuo apprezzamento. Ciao e alla prossima.

BigTony il 2018-02-12 09:07:35
Bene, Massimo, con questo tuo esauriente commento hai chiarito la situazione. A onor del vero, quando mi affacciai su Neteditor iniziai anch'io col pubblicare racconti lunghi, addirittura divisi in puntate ed ebbi effettivamente pochissimi lettori, che magicamente aumentarono non appena iniziai a ridurre drasticamente la lunghezza delle storie pubblicate.
In PIAF, come ben dici tu, sembra esserci un diverso approccio nei confronti dei racconti lunghi e questo, secondo me, è più che positivo. Certo, non è che un racconto lungo è apriori meglio di uno corto, non dico quello. Una storia deve avere la lunghezza giusta per poter dire tutto quello che ha da dire, però, senza condizionamenti. E se viene fuori un cortissimo (ricordo i famosi "Flash Horror" del nostro caro Peppe, ad esempio), beh, anche quello ci sta perfettamente.
Tranquillo, quindi: non farò più accenno a quanto "criticato" (che poi critica non era, ma dimostrazione di stima e piacere nel leggere le tue opere), sapendo che nello scrivere le storie nuove ti sentirai più libero di esprimerti come ti è più congeniale.
Un caro saluto, grande Massimo.



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Elisabeth il 2018-02-09 18:45:05
Ciao, Massimo. L'ho letto con i brividi di un thriller e si fa seguire nelle indagini come un giallo, in alcuni passaggi (immagine compresa) è un pugno nella pancia. C'è una abbondanza di nomi e talvolta sono dovuta tornare indietro nei righi per non confondere i personaggi, di certo problema mio. Il serial killer che si immola (aiutato dal gregario gigante) per delirio di onnipotenza è una immagine spiazzante, che non mi aspettavo, fastidiosa ma che hai centrato in pieno per il finale. Mi è piaciuto.

Massimo Bianco il 2018-02-11 23:54:29
Che qualche scena risultasse come "un pugno nella pancia" era un effetto sperato. Quel tuo dover tornare indietro per non confondere i personaggi probabilmente dipende semplicemente da una tua scarsa abitudine a leggere scritti del genere e che a me non capita proprio perchè invece ne leggo molti. Sono lieto che il racconto ti sia piaciuto. Ciao.

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Antonino R. Giuffrè il 2018-02-10 16:16:44
Questo lo ricordavo vagamente, tanto da poter dire con una certa sicurezza di averlo commentato anche altrove. In sintesi: l’impronta carofigliana è talmente cristallina che ne se potrebbe quasi scrivere un saggio a sé. Già il nome e le origini pugliesi del procuratore capo, rimandano in tutta evidenza a Gianrico Carofiglio. L’ambientazione non è barese, ma è comunque del sud (immagino il tuo imbarazzo nel muoverti in un contesto che conosci poco, che io sappia). Sullo sfondo, direi, Sciascia. I pensieri e le azioni di questo Luca Conti (ma non l'avevo già sentito da qualche altra parte?), che – ai primi ostacoli - non si arrende ma anzi li supera con la sola forza del proprio intelletto, mi ricorda infatti il famigerato protagonista de “Il giorno della Civetta”, il capitano Bellodi. Dal punto di vista contenutistico, checché ne abbia detto allora, per me è uno dei tuoi pezzi migliori, con un inizio e una fine davvero memorabili. Forse, come si è già osservato, si sarebbe potuto scrivere meglio in alcuni frangenti; ma è un dettaglio su cui si può facilmente soprassedere. Due sciocchezze. Purtroppo però il suo dna… Purtroppo i due clan camorristi… Non c’è bisogno che ti dica che quei “purtroppo”, per me, sono ridondanti e superflui. Vale sempre la regola del narratore che non deve farsi sentire. Mica c’immaginammo che qualcuno l’aveva capito: concordo sul mancato congiuntivo perché il parlante non ha una grande cultura. Concordo meno sull’uso del passato remoto anziché dell’imperfetto (c’è tutta una questione dietro, che ha a che fare con l’imperfetto irreale, ma non ti annoio). In siciliano, il passato prossimo viene sostituito con quello remoto, ma le funzioni dell’imperfetto – iterative, conative, desiderative, narrative, descrittive - rimangono immutate. Così, nel napoletano. Ciao.

Massimo Bianco il 2018-02-11 16:22:06

Sì, lo avevi commentato su Neteditor, e molto positivamente ("un'ispirazione quanto mai appagante"). In particolare avevi citato Sciascia per i dialoghi e un tal R. Saporito, che non conosco, avevi inoltre citato il pittore quattrocentesco Foppa (di cui a Savona sono conservate alcune opere importanti). Hai ragione, naturalmente, il personaggio del procuratore capo è un mio piccolo omaggio a Gianrico Carofiglio (autore di cui da un anno almeno mi riprometto di scrivere un saggio: mi deciderò, prima o poi) e inoltre anche al milanese Piero Colaprico. Conosco Napoli pochissimo. Luca Conti, ispirato a un mio ex compagno di scuola, è personaggio ricorrente nei miei scritti: dà la caccia al serial killer nel romanzo Capelli (su Neteditor appariva nel prologo che avevo proposto) ed è protagonista in quel mio molto più recente racconto sui 4 cavalieri dell'apocalisse. Quanto al passato remoto: in effetti l'ho usato perché so che al sud predomina. Vedo che tu che sei siciliano mi correggi, quindi in futuro dovrò studiarci sopra meglio per cercare di capire esattamente come funziona la faccenda. Sono molto lieto che a distanza di quasi cinque anni e mezzo tu non abbia cambiato parere. Grazie (doppiamente, visto che ti sei messo in pausa) e ciao.


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