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Mauro Banfi il Moscone

Erik Sittone

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2018-02-02 07:18:31

 

                                                 
  Regia Grafica del racconto e illustrazione originale di Fabio Cavagliano
   
"II Comune di Pavia conserverà in perpetuo i boschi, mantenendone inalterata la parte ad essenze forti, testimonianza preziosa dell'antica vegetazione del Ticino". 
Dal lascito di Giuseppe Negri dopo la sua morte nel 1968 
 
“Da Morte questo mondo era coperto, da fame, perché Morte è fame”.
Śatapatha Brāhmaṇa 

 

 

Il Bosco “Siro Negri” situato nel cuore del Parco del Ticino, a poca distanza dal centro per la reintroduzione della Cicogna Bianca di Cascina Venara, è di proprietà dell’Università di Pavia alla quale venne donato come eredità dal testamento di Giuseppe Negri, che lo volle dedicare alla memoria del fratello Siro.
Nel 1970, in occasione dell’Anno Europeo per la conservazione dell’ambiente, il bosco, che ha una estensione di poco superiore ai dieci ettari, è stato definito “Zona A”, Riserva Naturale Integrale.

 
 
                                           
 
E’ uno degli ultimi lembi della foresta riparia del fiume Ticino e riveste una grande importanza biologica, storica e scientifica.
Questo prezioso patrimonio conserva ancora oggi molto della foresta planiziale che un tempo ricopriva la quasi totalità della Pianura Padana; al suo interno sono presenti maestose piante di pioppo nero e bianco.
Gli alberi hanno un'altezza media di trenta metri, con esemplari che superano i quaranta.
La componente arborea è formata inoltre da alberi di farnia alla quale si accompagnano, nelle aree più umide gli alberi di olmo e di ontano nero. Edera e clematide sono le liane più comuni e diffuse; rara la vite silvestre.
Lo strato arbustivo alto supera i dodici metri; l'arbusto più diffuso è il nocciolo; ma hanno una buona presenza anche il pado e il biancospino.
I bassi arbusti sono dispersi e sono dominati dal cappel di prete e dal sanguinello.Le erbe formano un tappeto quasi continuo; tra le più diffuse vi è Oplismenus ondulatifolius . 
Molte sono le piante schiantate al suolo e particolarmente intricata è la vegetazione sopracitata del sottobosco: questo è dovuto al fatto che da decenni non si fanno volutamente interventi e la vegetazione è libera di scegliere la sua evoluzione naturale. 
Questi alberi caduti sono il simbolo del collegamento fra la morte e la vita che continuamente risorge.
 
 
                                          
 
Il Bosco Siro Negri è un luogo magico dove dall’apparente caos rinasce la bellezza della vita.
E in questo piccolo Eden s’aggiravano Erik Sittone con i suoi due complici, il “Luccio” e il “Siluro”, i due fratelli Lucio e Silos Brondoni.
Erik, bracconiere e tagliatore abusivo di alberi, con la sua motosega munita di silenziatore a tracolla, con pochi cenni indicò ai suoi assistenti, (anch’essi armati di ascia e di scure), di dirigersi verso un pioppo bianco monumentale che si stagliava, quasi a toccare il cielo, nel centro del bosco.
Stavano marciando fin dal primo mattino lungo la sponda protetta dal canneto e dagli arbusti del Ticino, ben attenti a non far rumore per non farsi notare da nessuno. 
A Erik della “Zona A” non fregava niente: era d’accordo con un mobiliere della zona per la consegna di un’ingente partita di assi di pioppo bianco secolare che sarebbe stata pagata con un prezzo esorbitante. 
E così, eseguito a puntino quel lavoro, sarebbe potuto andare a caccia in Polonia per un mese con i suoi cani da caccia vichinghi, la sua fedele muta di Deutsch Drahthaar. 
Puntando verso il maestoso pioppo bianco, i tre tagliatori abusivi passarono nelle vicinanze di uno strano tempietto di marmo bianco, dove troneggiava vicino alla sua entrata la statua la figura di una regale signora che reggeva una torcia con la mano destra e un fascio di spighe e papaveri con la mano sinistra. 
 
                                        
 
«Avanti ragazzi, non perdiamo tempo a vedere che cosa c’è dentro a quel cesso imbiancato di fresco: sarà la solita sega mentale di quei froci comunisti dell’Università di Pavia…» disse Sittone, gorgogliando un risolino feroce, mentre si faceva largo tra gli arbusti del sottobosco a colpi di machete. 
Il “Luccio” e il “Siluro” gloglottarono una risata sgangherata in segno di risposta e gli andarono dietro, frementi di finire il lavoro e incassare la loro parte per bersela al bar in birre e calici di vino frizzante.
In men che si dica il trio di bracconieri del legno raggiunse la base del grande pioppo monumentale, che tramite il suo fogliame rilasciava nell’aria un tremulo brusio.
                                                                    
 

Senza perdere tempo il “Luccio” abbatté il primo colpo d’ascia sul tronco e subito un grido doloroso si trasmise nell’aria: 
«Chi taglia i miei alberi sacri?»
Per nulla impressionato dal prodigio, Erik accese la sua motosega silenziata e inflisse alla pianta un’altra devastante ferita; dalla corteccia dilaniata sembrava colare un liquido rosso simile a sangue.
In quel momento apparve dietro di loro una fanciulla che indossava una candida tunica e portava sulla testa una ghirlanda di rami e foglie di pioppo. 
Nelle mani aveva un fascio di spighe e papaveri e al collo le pendeva una grossa chiave d’oro massiccio.
Sul braccio le colava da una profonda ferita un rivolo di color verde linfa.
«Il mio nome è Nicippe, sacerdotessa del culto della grande Dea di Eleusi.
Figlio della madre Demetra, chiunque tu sia che tagli gli alberi consacrati agli Dei, fermati subito ed allontana i tuoi sgherri, se non vuoi che la Grande Madre ti mostri la sua ira. Quello che stai devastando Le è sacro.» 
Erik Sittone le lanciò uno sguardo feroce come quello di un suo Deutsch Drahthaar mentre recupera e azzanna nel canneto un germano reale abbattuto e proclamò arrogante: 
«Io invece sono Erik Sittone, cacciatore e boscaiolo, e ti consiglio di farti da parte se non vuoi che ti mozzi quella tua testolina da sballata ambientalista fumata.
Questo pioppo serve per ammobiliare una cucina per ricchi e per fornirmi i soldi per la mia prossima battuta di caccia nei paesi dell’est.
E allora Nicippe, togliti di torno, o al limite, se non hai niente da fare, perché al posto di fumarti le tue canne non ci fai tre pippe?
Se vuoi ci pensiamo noi a farti godere in un modo più sano del fumo…»
Così parlò Erik Sittone e la possente Némesi si scrisse sul suo terribile taccuino, rilegato in cuoio umano, la tracotante risposta. 
Dopo aver pronunciato il folle discorso, Sittone e i suoi due complici cominciarono ad accanirsi sul tronco del malcapitato pioppo monumentale: lo tempestarono con colpi di scure e intagli di motosega traversi.
Intanto la sacerdotessa Nicippe scomparì tra gli arbusti, piangendo.
L’altissimo albero tremò tutto sotto i colpi e le sue foglie sembravano gemere dal dolore al vento e cominciarono a impallidire e lo stesso pallore s’irradiò in tutti i rami per quanto erano lunghi.
 

Intanto Demetra, la grande Dea, accorreva sul luogo del crimine con giganteschi passi sulla terra e il volto furibondo nascosto dalle nuvole del cielo e dell’Olimpo, accompagnata dalla muta di cani selvaggi della possente Artemide.
Dalle farnie e dagli ontani, feroci e rapidissimi i segugi divini balzarono alle gole del “Luccio” e del “Siluro”, sgozzandoli come pecore al macello.
 
 
 
Mentre la muta della Vergine Cacciatrice stava per iniziare a divorarne gli intestini, Demetra la generosa afferrò terribile, munita di forza sovrumana, la gola del tracotante Sittone e gli sbattè la faccia sul tronco del pioppo abbattuto: 
«Avanti porco immondo, adesso fatti la tua cucina in cui torcolarti nei tuoi orrendi banchetti.
Tu non avrai la fortuna di essere divorato: in futuro conoscerai delle mangiate orrende senza interruzione.» 
 
Appena tornato in sé dopo la facciata sul tronco, Sittone notò con orrore i corpi maciullati dei suoi due complici e all’istante avvertì una fame terribile e selvaggia in ogni fibra del suo essere, ardente e inesauribile.
Riuscì a tornare al suo SUV in stato confusionale, ma da allora, in preda a un grave stato patologico, cominciò a consumarsi come una candela che brucia dai due lati. 
Posseduto da una forza sconosciuta, più mangiava e più fame gli tornava nello stomaco. 
In famiglia tutti gli preparavano da bere e da mangiare in continuazione, ma non era possibile saziarlo. 
A niente servivano le medicine e i consulti con decine di medici di ogni specializzazione e intendimento: più cibo Erik cacciava dentro lo stomaco, più gliene restava la voglia.
Infine, quando la violenza di quella fame inestinguibile consumò tutte le risorse della sua famiglia, Erik Sittone decise di ritornare nel centro del Bosco Siro Negri. 
Percorse il sentiero nascosto sulla riva del Ticino – e durante il cammino ingurgitava famelico tutto quello che trovava, foglie, fili d’erba e chiocciole col guscio compreso - e giunse sul luogo del suo delitto; nella buca dove la sua furia aveva sradicato il pioppo bianco monumentale erano nate sette matricine di pioppo, sette piantine che un giorno sarebbero cresciute alte e rigogliose. 
Per la prima volta, nella sua sciagurata esistenza, delle lacrime scesero sulle sue guance e mentre piangeva Erik cominciò a divorarsi le braccia e le gambe a morsi e morì orribilmente autodilaniandosi e nutrendosi del suo corpo.
Nel vicino tempietto la possente Demetra, generosa di selve e di messi e di armenti, guardò fiera verso l’alto e nobile Olimpo, dove Nemesi alata richiudeva il suo antico taccuino di cuoio e di legno: la voce “Erik Sittone” era stata depennata. 
 
                                                      

 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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BigTony il 2018-02-02 10:35:36
Ciao Mauro. Ricordavo questa tua rivisitazione in chiave ecologista del mito di Erisittone, ambientato ai nostri giorni. Molto belli i disegni del grande Fabio Cavagliano che aggiungono un tocco personale alla storia. Riletto con grande piacere.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Claudio Di Trapani il 2018-02-02 14:16:26
Ho riletto il brano con molto piacere. Sempre attento alle tematiche ecologiste e ambientaliste. Se fosse per me ti farei ministro o rappresentante all'ONU per i mali del pianeta. Un caro saluto Claudio

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2018-02-02 17:52:14

Grazie, cari Grande Tony e Magnifico Claudio: questo è per me periodo di quelli che la vita è come un anaconda che stritola e soffoca e assedia da ogni parte, ma tra poco sarò ancora libero di scorazzare pe ril mia amato PIAF e per venire a trovarvi, perchè abbiamo tando da dirci e da fare abbiate gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-02-06 11:11:16
Mi aggiungo anch'io al club dei rilettori di questo racconto, confermando e rinnovando le mie impressioni e sensazioni della prima volta. Forse la parte iniziale è un tantino troppo descrittivo-didascalica ma anche da qui traspare il tuo grande amore e la tua invincibile dedizione nei confronti di queste tematiche, amore e dedizione che si riscontrano, ovviamente, nel resto della narrazione che si dipana al ritmo giusto sciogliendosi in un finale gore/pulp di particolare incisività. Il tutto accompagnato da belle immagini e dall'illustrazione del grande Grifabio: cosa chiedere di più? Ciao, Grande Mosco!

Mauro Banfi il Moscone il 2018-02-06 16:08:27
Ciao, Peppe: disanima acuminata e densa in cui mi ritrovo.
E' un racconto che adoro con i suoi pregi e difetti, è così sul pezzo del nostro mondo attuale.
Nel frattempo ho notato che hai scritto un capolavoro che presto andrò a trovare.
Un pò per problemi familiari - risolti -, un pò perchè sto cercando di capire che fisionomia sta prendendo col tempo tempo PIAF, sono un pò in stand-by, in un periodo di pregnanti e furibonde letture, la lettura è così reattiva e così illuminante che è tempo di tornare a creare e a leggere qualcosa di nuovo.
Ultimamente sono diventato manierista di me stesso alla Landolfi, un esercizio sempre salutare.

Abbi gioia, grandissimo

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2018-02-07 13:04:06
Leggo dai commenti che lo avevi già proposto su Net ma mi era sfuggito. Beh, noi due abbiamo un modo totalmente diverso di scrivere narrativa, questo tema, nelle mie mani, avrebbe avrebbe virato in tutt'altra direzione, più noir, forse anche più allucinata ma cionostante più realistica e certamente molto meno mitologica e meno sopra le righe. Ma anche questo è il bello della lettaratura, cento teste, cento scelte differenti. La tua soluzione ha due grandi qualità, quella di non essere banale e quella di mettere in evidenza la questione ecologica come meglio non si potrebbe. Dipenderà forse dal fatto che quando scrivi sui problemi ecologici rispetto ad altri temi ti avvicini maggiormente al mio modo di sentire, fattostà che malgrado la differenza nei nostri modi di interpretare la narrativa, in queste occasioni mi piaci sovente. E mi sei piaciuto in questo racconto, infatti. Buono. E buona pausa di meditazione a te. Ciao.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-02-07 17:44:11
Ci sono commenti che scaldano particolarmente il cuore, oltre a stimolare la mente: grazie, Massimo.
Il racconto perfetto non esiste, è vivo solo il dinamismo dei pregi e dei difetti e qua lo amo, sì.
Nell'arte come nella vita è importante possedere in contemporanea il punto di vista dal basso - sommi maestri sono i cani - e il punto di vista dall'alto - alto il magistero dei falchi d'alto volo, tipo il lanario-.
Ho vissuto PIAF e la sua splendida genesi come un beagle ventre a terra e narici dilatate, e mi sono troppo ingolfato di terreno i sensi; conversazioni tipo se il sito è per tutti, per pochi o per nessuno - come lo Zarathustra, interessante analogia - e giù di lì.
Ora nel partecipe distacco, nel volo silenzioso nel cielo aperto e radioso vedo sotto di me una fisionomia finalmente delineata - tutti i nostri Ego vogliono il sito ideale ma da mia esperienza il litblog si autoforma da sè, come conseguenza delle dinamiche olistiche -: un Bar, un PIAFBar diciamo, dove si ritrovano pochi amici non snob ma interessati a quel piccolo miracolo che sono i racconti, i pensieri profondi e le poesie dense di attimi immensi.
Chi non è interessato afferma la sua differenza a modo suo e altrove, benissimo, che abbia gioia.
In questo Bar non siamo snob né social né pop: siamo solo una pluralità differente, tutto qua, dall'alto è evidente.
Vedo un piccolo ma emozionantissimo Bar, e mi bevo volentieri un pò del mio Lambrusco insieme a te - offro io con pane e salame -.
E poi un bel caffè e giù a parlare chesso, del manuale di letteratura fantascientifica dell'Odoya? Che figata!
Gioia, caro amico!

Massimo Bianco il 2018-02-11 01:59:16
Ciao Mauro, da quando mercoledì ho letto questa tua risposta ci ho meditato sopra a lungo. Un bar per pochi amici non snob, ok, è una bella cosa e mi piace molto. Però c'è un però, se mi scusi il gioco di parole. Per ora siamo alla stregua appunto di un piccolo club privato, un gruppo solidale, ok, ma formato da 4 gatti, a dirla tutta, e i gruppi ristretti, ce lo insegna la sociologia, sono entità delicate, perchè basta che per qualsiasi motivo pochi membri vengano a mancare che l'intero gruppo si sfascia. Oltrettutto qui dei 57 che siamo, admin escluso, circa 20 sono utenti solo virtuali, iscrittisi anche già dal 2017 ma di fatto mai stati attivi fino ad ora (in proposito basta vedere la lista utenti, con un sacco di 0 opere pubblicate, 0 commenti, oppure 0 e 1, 1 e 0, 0 e 2 eccetera, a cui vanno aggiunti una decina che hanno fatto solo pochissimo di più, un'apparizioncina per poi subito sparire. Per vivere a lungo questo sito ha bisogno di forze nuove e fresche (e non reduci svogliati di Neteditor, perché chi da lì ne aveva voglia davvero è già arrivato ma autentiche nuove forze inedite), altrimenti il mio pronostico è che da qui a un anno, via via che qualcuno dei pochi utenti che tirano il cadreghino sarà costretto ad abbandonare, come è inevitabile che prima o poi accada, senza ricevere ricambio, Piaf defungerà virtualmente, proprio come è defunto il a lui simile sito Racconti brevi (non sono certo che si chiamasse così) che passò dai tanti scritti del periodo aureo a una quindicina nel 2014 e poi nel 2016 scese ad appena 5 racconti inseriti in catalogo, e nel 2107 addirittura a 1 solo (a febbraio) e poi mai più nulla. Beh, se accadrà anche qui io non mi trasferirò altrove, nessun altro sito mi attrae abbastanza, un buon catalogo a cui indirizzare chi, amico o conoscente, mi volesse leggere quinel frattempo me lo sarò formato e per il resto me ne potrò andare seremanente in pensione. Insomma lunga vita a P.i.a.f. ma occorrono nuovi adepti vogliosi di scrivere e commentare e discutere insieme, altrimenti... mm, marca male, secondo me. Ciao

Mauro Banfi il Moscone il 2018-02-11 09:14:35

Ciao Massimo, sempre frizzante e denso di pensiero il tuo chiaroscuro critico, che mi trova concorde, in linea di massima; aggiungo qualche altra luce e ombra, non tanto per differenziarmi, quanto per far dialogare le nostre diversità. P.I.A.F in questi mesi ha subito un processo di autoformazione ed è diventato un pò un Bar, un pò un Cento Vetrine, dove ognuno - e anch\'io tra loro - esibisce il suo catalogo mozartiano di opere e un pò una Silloge gratuita -errore! - di racconti brevi, pensieri vari e sparsi e poesie. Ogni esperienza ha i suoi limiti e le sue possibilità, le sue possibilità di regresso e di slancio creatore evolutivo. Per me il nostro futuro prossimo venturo sta nelle parole di Foucault, che si possono leggere nella terza postilla del Terzo Principio Ispiratore: \"affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà. Preferite ciò che è positivo e multiplo, la differenza all’uniforme, il flusso alle unità, i dispositivi mobili ai sistemi. Tenete presente che ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade; \" Vale a dire: bersi un caffè in un Bar con un amico scelto e affine per passione è una bella cosa, ma alla lunga tedia, si ha bisogno di pluralismo e biodiversità, e lo stesso vale per il Catologo Cento Vetrine e per la Silloge gratuita. Senza moralismi inutili, figli della logica hegeliana del Negativo, partecipiamo di più ma nel contempo cerchiamo fuori persone nuove e diverse e invitiamole nel Bar. Più siamo e più ci divertiremo. Su PIAF abbiamo bisogno di una nuova fase che possieda una grande varietà genetica e non abbiamo bisogno di \"purezza\" - quella dei nostri Ego, quella delle nostre sfavillanti \"opere d\'arte\". La scienza ci conferma ormai da ogni branca delle nuove conoscenze che mescolarci agli altri migliora e rafforza la vita, starsene sempre per i falli propri rafforza solo l\'isolamento e la perdita d\'intelligenza e di sensibilità. Come dice Stephen Jay Gould la natura produce spontaneamente un gran numero di varianti e biodiversità per non essere in pericolo con la mutazione e il variare delle condizioni naturali. Si è scoperto, per esempio, che con l\'intensificarsi del riscaldamento globale il popolo dei topi e quello delle talpe si scava i propri rifugi andando più a fondo, dove la terra è più umida e fresca ed emergendo in massa di notte per soddisfare le proprie necessità alimentari. Morale della favola: isolamento è impoverimento, pluralismo e slancio delle differenze nella differenza è ricchezza perle nostre anime.

Lo sai, sono un umanista: alla fine della fiera tutto dipenderà dalle nostre decisioni: vogliamo il tedio sicuro o il rischioso ma rivificante pluralismo differenziato?

Abbi gioia, grande


Massimo Bianco il 2018-02-11 15:12:34
Parole sante, Mauro! Io voto per il rivificante pluralismo, anche a rischio di veder arrivare qualche piantagrane. Stammi bene, sei tu che sei un grande.

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