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Un treno per Giò.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Elisabeth

pubblicato il 2018-01-29 15:51:21


(un racconto di qualche tempo fa)

 

Olivia era nata con quattro nei in mezzo alla fronte e la portinaia del palazzo diceva che era una croce.

A me parevano quello che erano, quattro minuscoli puntini sopra la pelle lattea.

 

Quando Giò bussò alla mia porta erano le quattro del pomeriggio.

A dirlo era stato l’orologio a parete. La finestra era aperta e un leggero refolo di vento aveva fatto muovere in un suono leggero gli angeli di cristallo appesi al soffitto.

Non ricordavo da quante ore io fossi lì, sprofondata nella sedia.

Nel sollevarmi dalla sedia, la vista si annebbiò e percepii sfocato il movimento del treno lungo la ferrovia.

Sapevo inquadrare a colpo d’occhio il passaggio dei treni nella cornice della finestra, Olivia e io ci passavamo il tempo: in primavera guardavamo  la pioggia battere su quelle schiene d’acciaio, poi mettevo il palmo della mano di Olivia sul vetro, e lei rideva. In quel tratto di Rifredi, i caseggiati correvano lungo i binari e al loro passaggio i treni muovevano ogni cosa, l’aria, i panni appesi ai terrazzi, la polvere e le carte sparse sopra i ciuffi d’erba lungo la ferrovia. Sul vetro, Olivia riusciva a sentire le vibrazioni farle il solletico nelle pieghe della mano, poi alzava gli occhi a cercare le nuvole bianche.

 

https://www.youtube.com/watch?v=3o18G1ljkCI

 

 

Aprii la porta a Giò. Teneva in mano un mazzo di rose bianche. Gli voltai le spalle e tornai di nuovo verso la stanza di Olivia, a sedermi sulla sedia a dondolo dove per quasi cinque mesi l’avevo allattata.  Sempre la portinaia diceva di staccarla presto dal seno, perché le madri erano capaci di farsi divorare dalle bocche dei neonati e Giò annuiva.

Giò andò a sistemare le rose nel vaso sopra al tavolino. Di lato il viso di Olivia ci guardava sorridente dal portafoto in plexiglass.

Olivia era nata e Giò l’aveva accolta come fosse sua figlia, ma non lo era.

Non avevo mai capito bene cosa avesse spinto Giò a prendersi la donna di un altro, per di più in procinto di partorire. Forse il senso di protezione e Giò ne aveva da vendere. Andava e veniva dalla nostra casa con ritmi regolari, arrivava, prendeva in braccio Olivia e le cantava canzoni inventate su due piedi.

Quando iniziava a piangere la riponeva nel lettino imbottito perché non era buono a calmarla.

Giò si irrigidiva e metteva le mani sui fianchi come se avesse davanti un problema da risolvere.

Qualche volta si frugava nelle tasche, poi diceva:-Devo uscire, ci si vede più tardi.

Tornava con un nuovo passatempo per Olivia.

 

 Quel pomeriggio mi venne vicino, carezzandomi le spalle.

–Hai mangiato?, chiese.

Risposi di no con il capo, quattro volte. Le parole facevo fatica a buttarle fuori da quando Olivia non c’era più.

Ogni cosa continuava ad avere un senso se si fondeva col numero quattro. Ad esempio quattro treni di seguito potevano voler dire che era tutto un incubo da cui mi sarei presto svegliata; quattro volte il giro del cortile mi riporta al tempo in cui passeggiavo spingendo la carrozzina con dentro Olivia; quattro volte le suole delle scarpe sullo zerbino e forse sarei riuscita a dormire, quattro nuvole bianche in cielo e avrei mangiato. Giò mi disse che dovevo curarmi.

Succedeva anche a me che mancava l’aria, com’era capitato a lei.

Come se il cervello non comandasse più ai polmoni di respirare,  in una silenziosa morte bianca.

Giò urlava in ospedale, a me non uscivano nemmeno le lacrime che le avevo spinte tutte in fondo allo stomaco. La portinaia del palazzo mormorò qualcosa e disse che ai funerali dei bambini non ci poteva venire perché il suo cuore era debole. Non ho mai capito bene perché Giò disse alla portinaia che la capiva.

A Olivia era mancato il respiro, il sonno l’aveva uccisa portandola via da me, da Giò e dai treni.

Doveva essere scritto da qualche parte che il respiro dovesse mancarle  e che io non fossi lì, pronta a donarle il mio.

Io, quella notte, ero tra le braccia di Giò e Olivia non aveva pianto.

 

 

Guardai Giò.

-Non ero con lei, dissi.

-Lo sappiamo come è andata, non devi dartene una colpa. E’ accaduto perché le cose accadono.

Giò aveva una voce calma, la teneva bassa per non rendermi irascibile. Aveva portato le rose per lei.

-Ma che è accaduto quella notte Giò, di preciso?

-Niente di diverso. Abbiamo dormito, fatto l’amore, dormito di nuovo e al mattino Olivia non si svegliava.

-Sì, ma io quella notte non l’ho mai sentita piangere. Lei piangeva ogni tre, quattro ore come è possibile che non l’ho sentita?

-E’ possibile, come dire che è…

Giò sembrava non trovare la parola.

-…è?

-sprofondata.

Un treno in quel momento aveva lanciato lo stridere di freni sulle rotaie andando a coprire la parola sprofondata di Giò.

Quel mattino che tutto era accaduto mi ero svegliata con in bocca un sapore amaro. Il sole era già alto nel cielo. Di solito mi strascicavo tra il corridoio e la camera di Olivia per nutrirla, con il sonno che mi traboccava dai pori e il latte che mi traboccava dai seni.

Nella stanza non c’era niente di diverso. Sulla sedia gli abiti di Giò ripiegati con estrema cura, come piaceva metterli a lui. I pantaloni per ultimi sopra le altre cose, altrimenti c’era il rischio che si sgualcissero nelle pieghe. I bicchieri dell’acqua che tenevamo sul comodino per la notte li aveva già lavati, avevo sentito lo scroscio dell’acqua nel bagno. Si era affacciato nella camera, coi capelli arruffati e un sorriso meraviglioso.

-Olivia?, avevo chiesto.

-Vado a vedere, aveva risposto.

Non aveva fatto in tempo, lo avevo superato stringendolo nella parete del corridoio. Qualcosa mi mancava e non sapevo cosa. Mi mancava la quantità dei minuti in cui l’avevo toccata nella notte. Olivia non si muoveva.

Il tempo certi dolori li dilata fino a coprire di un manto scuro le strade, i tetti, le aiuole, i sottoscala, i lampioni, e non hai più bisogno di vestirti.

 

Giò aveva bussato che erano le quattro di pomeriggio e lo aveva fatto con quattro tocchi delle  nocche. Altrimenti non gli avrei aperto.

-Vuoi dell’acqua?, Giò era appoggiato al lettino di Olivia.

-Non toccarlo. Non lo faccio più nemmeno io, lo guardo e basta.

-Devi deciderti a vivere, non puoi vegetare in questa stanza, cazzo… vuoi morire pure te?

Aveva afferrato il cuscino con le trine, quello dove ero sicura ci fossero ancora tracce dei capelli di Olivia. Lo aveva sventolato in aria stretto tra le sue mani; ci aveva battuto con forza un pugno  e lo aveva lasciato ricadere da oltre un metro di altezza sul materasso. Gli si erano contratti i muscoli del viso e la bocca pareva non avere più labbra, ma solo una fessura.

-Vuoi dormire anche tu come lei, in eterno?

-Io non dormo, penso.

-Cosa non hai ancora pensato, si può sapere?

-Al perché quella notte non ho mai sentito piangere Olivia.

L’acqua aveva fatto il suo percorso in gola. L’avevo bevuta in quattro piccoli sorsi. Mi aveva dato la lucidità di guardare bene Giò in viso, di vedere la sua mania della perfezione anche in quell’occasione; dopo aver scaraventato il cuscino si era subito dato da fare a lisciarne le trine  in modo che ricadessero leggere sopra al lenzuolo. Mi aveva mandato anche un tenero sorriso.

-Giò…

-Sì?

-Usciamo, voglio andare a vedere i treni. Mi porti?

Aveva sorriso.

La portinaia del palazzo ci aveva sorriso che finalmente mettevo il naso fuori, diceva che le madri restavano sempre madri anche se i figli erano in paradiso.

Fuori l’aria era calda. La gente scendeva e saliva dai treni. Vedevo i visi di differenti forme e colori, il tempo si spostava in avanti volgendo alla sera il giorno.

-Continuiamo a camminare, Giò, seguiamo il binario 4.

-Se ti fa contenta.

-Sì, mi fa sentire vicina a Olivia. Ti ricordi come rideva quando passavano i treni?

Un marciapiede alto sembrava interrompersi per lasciare spazio solo ai binari e alle erbacce.

 –Fermiamoci qui.

 

Il treno al binario 4 arrivava ogni sera alle 20.05. Lo avevo scoperto nei quattro mesi di vita di Olivia.

20.02: Bucava la curva. Ne vedevo il muso avanzare.

20.03: -Come mai Giò non ti riusciva di stare vicino a Olivia quando piangeva tanto da dover uscire in fretta di casa?

Giò si era irrigidito.

20.04: - Non ho sentito il pianto di Olivia perché tu me lo hai impedito. Che ci avevi messo nel bicchiere dell’acqua? Quel mattino prima hai lavato i bicchieri, dopo sei andato a vedere di lei. Quando io te l’ho chiesto. Hai usato il suo cuscino. Per soffocarla. Prima, lo avevi tra le mani e l’hai allontanato da te, con stizza.

 Giò pensava. Si era intanto portato le mani sui fianchi, come quando c’era un grosso problema da risolvere. Si era fatto tutto d’un pezzo.

20.05: –Guarda Giò c’è un treno per te!

Avevo sentito i muscoli della sua schiena contrarsi nello sforzo di non perdere l’equilibrio.

La potenza dell’aria mossa dal rapido muoveva la pelle dei nostri visi, fischiava veloce portandosi via i pensieri.  Come fossi anch’io dentro a un viaggio, di quelli senza fine e con mille paesaggi da guardare dal finestrino.

Ero rimasta sopra gli ultimi metri del marciapiede, binario  4.  

Da sola.

Giò stava sotto.

Sparso sopra i binari.

 

 

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L'AUTORE Elisabeth

Utente registrato dal 2017-11-02

Sono una raccontastorie. Nelle librerie: "Il Vento si è calmato", Bolis edizioni, 2018. "Luce", Clownbianco edizioni, 2018

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Paolo Guastone il 2018-01-29 16:29:42
Incredibile! Non ricordavo di aver letto questo racconto in passato e....sono rimasto esterrefatto. Le tue parole, mai superflue e dosate al punto giusto, ci prendono per mano e ci fanno attraversare per intero una vicenda amara, fino al finale inaspettato, come si addice ad un bel racconto, e devastante come uno tsunami, che spazza tutte le certezze. Tranne una: quella di aver ritrovato la solita, brava, Elizabeth.

Elisabeth il 2018-01-30 16:01:28

Non era un racconto su net. Grazie per il tuo commento pieno di entusiasmo. Dico però che questo racconto ha delle imperfezioni, ma non dico quali. Si vede che sono superflue però e, comunque, mi fa piacere che sia arrivato nel suo insieme.


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BigTony il 2018-01-30 11:13:25
Mamma mia che storia! Bellissima e devastante. La consapevolezza di quello che è successo si insinua nella mente del lettore di pari passo con quella della protagonista. Finale che arriva come una frustata e lascia senza fiato. Piaciutissima.

Elisabeth il 2018-01-30 16:05:47

Sono contenta che ti sia piaciuto. Il racconto è di qualche anno fa e non era su net. Come dicevo in risposta al commento di Paolo il racconto non è limato a dovere, ma se è arrivato nel suo complesso mi sta bene. Ti ringrazio per la lettura.


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Rubrus il 2018-01-30 17:28:59
Pur avendo intuito che cosa fosse successo, il racconto mi è piaciuto molto. Trovo efficace quel reificare il dolore in un'ossessione per il numero quattro, ossessione che poi trova il suo fatale sfogo. Ci saranno delle imperfezioni, ma non le vedo. Anzi, il racconto, meno criptico di altri tuoi, secondo me va bene com'è. Ciao.

Elisabeth il 2018-01-31 10:42:37

Sì, si intuisce, sono d'accordo. 4 nei sulla fronte di Olivia  che somigliano a una croce come dice la portinaia messa lì a servire la trama. 4 come simbolo della croce precristiana, Olivia morta al 4 mese e l'ossessione per il 4 per controllare il dolore. Ti ringrazio, ciao.


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Vecchio Mara il 2018-01-30 18:38:43
Bello. i dubbi si svelano uno dopo l'altro nella mente della protagonista e ti conducono al finale dove, in quattro minuti, tira le somme, emette la sentenza ed esegue la condanna. Piaciuto. Ciao Elisabeth

Elisabeth il 2018-01-31 10:44:14

Grazie, Giancarlo. Il finale volevo che corresse via in 4 minuti, appunto, con riferimento al filo conduttore, l'ossessione per il 4. Mi fa piacere che ti sia piaciuto.


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Massimo Bianco il 2018-02-07 11:02:46
Giò, l'uomo Leone: talvolta i leoni maschi, quelli dominanti, sopprimono i cuccioli di altre femmine per riportarle in calore e spingerle a riprodursi con lui. Un racconto molto bello questo, uno dei tuoi scritti migliori, a mio parere. E se ci sono imperfezioni al mio sguardo sono sfuggite. Non c'era su Net, lieto che sia apparso qui, questo nuovo sito ha bisogno di un catalogo, a disposizione da leggere, di buon spessore e questo racconto contribuisce a crearlo. Piaicuto molto. Ciao.

Elisabeth il 2018-02-23 18:15:02

Grazie Massimo per averlo letto e per aver lasciato il tuo apprezzamento. Scusami del ritardo nel risponderti. 


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90Peppe90 il 2018-02-07 14:07:47

Un bel racconto, dolce e duro al tempo stesso, che ti tiene strette le viscere dall'inizio alla fine. Come tuo solito, riesci a comunicare molto con il non detto, con il lasciato trasparire, con ciò che emerge tra le righe. E poi il finale che spiazza, devastante.

Bravissima, Lis.

Un salutone.

Elisabeth il 2018-02-23 18:16:27

Peppe, ti ringrazio. Sono lieta che il finale sia azzeccato. Scusami per aver risposto dopo giorni al tuo commento. Un caro saluto.


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