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Addio fratello crudele

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-01-29 09:05:07


Addio fratello crudele

 

Onofrio Spadoni era un uomo che, come si suole dire, si era fatto da solo. A quattordici anni, appena conclusa la scuola dell’obbligo, era già in fabbrica a imparare il mestiere di tornitore. E a venti, subito dopo il servizio militare, al tempo ancora obbligatorio, aveva aperto la sua piccola officina. Dieci anni dopo la piccola officina si era trasformata in una fabbrica che produceva raccordi idraulici e dava lavoro a una trentina di tornitori e cinque impiegati (due di sesso maschile e tre femminile). Altri dieci anni e le fabbriche sparse nella provincia sarebbero diventate quattro, con una forza lavoro di ben duecentotrenta addetti tra impiegati e operai.

A quarantuno anni, Onofrio Spadoni poteva affermare inorgoglito di aver realizzato i suoi sogni imprenditoriali. Ma anche la vita sentimentale gli aveva riservato le sue belle soddisfazioni; l’amatissima moglie, Agostina, l’aveva reso padre felice; prima di un maschietto, Arnaldo, ora tredicenne; e tre anni dopo, di una femminuccia, Carlotta.

Onofrio non era solo questo, Onofrio era fondamentalmente una persona umanamente buona, e non mi riferisco alla sua ferrea fede, anche se potrebbe averlo aiutato a fare scelte in favore degli altri. Per dirne una: se c’erano famiglie in difficoltà, era pronto ad aprire il portafoglio senza batter ciglio. Ma non solo; qui voglio anche rammentare la volta che il parroco, durante l’omelia, aveva chiesto un obolo ai fedeli per sistemare il tetto della chiesa; orbene, dovete sapere che in quell’occasione Onofrio, subito dopo la funzione, si era recato in sacrestia e lì, aveva staccato con nonchalance un assegno bastante, oltre che a rifare il tetto, a sistemare il campo e le vetuste strutture per i giochi dell’oratorio. E non posso certo esimermi dal citare con stupefatta meraviglia le sostanziose offerte che era solito elargire, in maniera continuativa e a scadenza più o meno semestrale, ad associazioni caritatevoli e di volontariato.

Concluderò questo sintetico ritratto biografico, riassumendo brevemente la genesi della sua terza paternità.

Un giorno, insieme al vescovo e al parroco, Onofrio si era recato a visitare il centro d’accoglienza per minori, sito in uno stabile da poco ristrutturato grazie al suo contributo finanziario. In quell’occasione era rimasto particolarmente colpito dai tristissimi, grandi occhi neri di un bambino nigeriano di appena nove anni. E quando la responsabile del centro lo aveva informato che aveva perso la madre, sbalzata in mare dal barcone partito dalle coste libiche in una notte tempestosa, Onofrio si era detto disposto ad accoglierlo. E una volta espletate le pratiche per l’affido, aveva organizzato con moglie e figli, una festa di benvenuto degna di un principe per farlo sentire fin da subito parte della famiglia. Famiglia della quale divenne membro a tutti gli effetti due anni dopo, quando si concluse l’iter per l’adozione.

Fu così che Onofrio Spadoni e consorte divennero genitori orgogliosi di tre figli: al quindicenne Arnaldo e alla dodicenne Carlotta, ora si era aggiunto l’undicenne Amir Stefano (il secondo nome gli era stato imposto insieme al sacramento del battesimo).

Onofrio e sua moglie, seguendo con apprensione il loro percorso di crescita e dedicando, senza inutili e controproducenti distinzioni, le stesse attenzioni e un ugual amorevole premura a ognuno dei tre figli, si dimostrarono genitori modello.

Da parte loro, tralasciando qualche piccolo screzio che derubricherei a normale amministrazione nella formazione del carattere, i tre ragazzini sembravano andare d’amore e d’accordo. Ma quando, insieme alla maturità, sarebbe giunto il tempo delle ambizioni, dell’amore e delle gelosie, come avrebbero reagito?                                  

 

                           ***************************************************

 

«Buongiorno, signor Stefano» lo salutò l’infermiera.

«Buongiorno, Lina» replicò Amir Stefano entrando in casa. «Come sta mio padre?» si preoccupò di domandarle subito dopo.

«Ha trascorso una notte agitata. Si è addormentato solamente dopo che sua sorella ha chiamato per avvertirlo che sarebbe rimasta a Milano, a casa di una sua amica…» l’infermiera fece una pausa «ma ormai, era quasi l’alba» concluse sospirando.

«Uhm…» fece Stefano corrugando la fronte, fermandosi in mezzo al corridoio. «Da una sua amica, è?» aggiunse riflettendo a voce alta.

«Così ha detto» confermò l’infermiera.

«Vado da mio padre» annunciò Stefano, incamminandosi.

«Lo trova nel salottino» lo informò l’infermiera.

 

Amir Stefano, da quando, insieme al fratello, aveva preso in mano le redini dell’azienda, aveva lasciato la casa di famiglia, un po’ troppo distante dalla sede amministrativa, e si era trasferito in un appartamento del quartiere Porta Nuova, a Milano; così come aveva fatto Arnaldo che, però, aveva scelto di andare a stare in zona Navigli.

Così, a far compagnia al padre nella grande casa immersa nella campagna, era rimasta solo la sorella; la quale passava più tempo in città che accanto al suo vecchio, colpito tre anni addietro, poco tempo dopo che l’amatissima moglie era passata a miglior vita, da un devastante ictus che lo aveva inchiodato su una sedia a rotelle.

 

Stefano si arrestò davanti alla porta. Da quella posizione riusciva a vedere l’alto schienale della poltrona e immaginò suo padre intento ad osservare attraverso l’ampia vetrata il giardino riscaldato da un tiepido Sole primaverile. Poi volse lo sguardo a destra, sopra una credenzina in noce, dove i raggi obliqui dell’astro riflessi da una serie di cornici in argento guidarono gli occhi a incrociare quelli dei ritratti al loro interno.

C’era lui, c’era suo fratello e sua sorella in alcuni di quei ritratti; ma, soprattutto c’era lei, moglie e madre amatissima, ben presente, non solo in tutti i ritratti, ma in ogni angolo della grande casa e nella mente di un vecchio, prigioniero in un corpo immoto, che trascorreva i rimasugli di una vita onesta e operosa attendendo, con la serena consapevolezza di chi avendo ben operato è certo di esser premiato, il momento del distacco.  

Quando si decise ad entrare, davanti allo sguardo commosso di Stefano si palesò una figura pelle e ossa che, indossando una giacca da camera bordò, pareva sprofondare sin quasi a sparire dentro la morbida poltrona in velluto color salmone. Il volto esangue e scavato, le profonde occhiaie, un occhio semichiuso e la bocca piegata in un ghigno innaturale; dell’uomo iperattivo, capace di creare dal nulla un’industria che aveva aperto siti produttivi sin nella lontana Cina, ora, a soli sessantotto anni, non v’era più traccia.

«Vieni… avanti» disse con voce afona Onofrio Spadoni, faticando ad articolare le parole. Poi prese un fazzoletto bianco appoggiato sul bracciolo della poltrona e tamponò il filo di bava che usciva dall’angolo della bocca piegata all’ingiù.

Stefano avanzò e, inginocchiandosi davanti al padre, guardandolo negli occhi lo salutò, mormorando: «Ciao, pa’» appoggiò delicatamente le mani sulle ginocchia ossute «perché mi hai fatto chiamare?»

«Aspettiamo… tuo fratello» rispose Onofrio indicando la porta.

Stefano scrollò il capo. «Non può venire… è a Rapallo. Si è preso due giorni per provare la nuova barca.»

«Quello pensa solo a divertirsi… è uno stupido!» sbottò forzando il tono.

«Calmati, papà. Non agitarti, non serve… Arnaldo non è uno stupido, gli piace divertirsi, ma ti posso assicurare che sa il fatto suo» provò a tranquillizzarlo mentre, con il fazzoletto sottratto delicatamente dalla mano di suo padre, gli asciugava un rivolo di bava.

«Non trattare me… da stupido! Se ho scelto te come amministratore unico, ci sarà un motivo… no?» replicò Arnaldo.

Stefano non disse nulla.

«Basta ricordare come mi rispose» fece una pausa, deglutì e si schiarì la voce, «quando gli chiesi cosa se ne faceva della barca… visto che non aveva mai voluto imparare a nuotare… per comprendere che non dev’essere una cima» continuò sconfortato Onofrio.

Stefano sorrise. «Sono gli operai che si tuffano in mare per nuotare… i padroni lo solcano in barca» rammentò.

Onofrio annuì. «E io… ricordi, io, come gli risposi?»

«Non l’ho mai scordato… gli dicesti: “Abbi rispetto per la classe operaia, perché sono quelle le nostre radici! Ricordati sempre che senza il loro duro lavoro, tu, oggi il mare lo vedresti soltanto in cartolina!” E’ stata una bella lezione di vita, anche per me.»

Onofrio, muovendo impercettibilmente il capo, gli fece capire di non condividere la sua riflessione finale. «A te non serviva… sarà per le drammatiche vicissitudini che hai dovuto affrontare… già in tenera età… ma tu, sei maturato ben prima che fiorisse il ciliegio» precisò poi.

Stefano rivide in un attimo le onde scuotere il barcone, sua madre cadere fuori bordo e udì le sue grida d’aiuto confondersi con l’urlo feroce del mare in tempesta. «Dimmi cosa ti angustia, papà, perché volevi vederci?» domandò cambiando argomento.

Onofrio vide gli occhi neri del figlio farsi liquidi e, capendo di averlo addolorato, passò immediatamente al motivo dell’incontro, iniziando col chiamare Lina, l’infermiera.

 

                                         **************************************

 

“Ciao fratellone!» esclamò in tono allegro Arnaldo entrando a spron battuto nell’ufficio del fratello, andando a posare la chiappa destra sopra la scrivania.

Stefano alzò gli occhi dalle carte. «Vai pure, Carolina» disse rivolgendosi alla segretaria, che salutando lasciò l’ufficio.

«Allora, come va la barca?» domandò poi.

«Un sogno!» rispose Arnaldo sgranando gli occhi. Si alzò e, misurando a grandi passi l’ufficio, iniziò a spiegare le potenzialità del nuovo scafo. «… Quando hai una mezza giornata libera, organizzo un giretto con un paio di femmine di quelle giuste» concluse stravaccandosi sul divano in pelle.

«Lascia stare… ho ben altro a cui pensare» replicò Stefano scuotendo il capo.

Arnaldo balzò dal divano, attraversò l’ufficio e si sedette sulla poltroncina davanti a lui. «Fammi indovinare… si tratta di Carlotta!» realizzò, puntandolo con sguardo accigliato.

Stefano annuì.

«Lo sapevo!» proruppe battendo il pugno sulla scrivania. «Quando mi è arrivato il messaggio di papà, l’ho capito subito che quella disgraziata si era messa nuovamente nei guai.»

«E nonostante lo avessi compreso, hai deciso ugualmente di andartene due giorni a Rapallo… perché?» domandò Stefano con fare colpevolizzante.

«Perché?!» sbottò incendiandosi in volto Arnaldo. «E me lo chiedi anche?!»

«Sì. Te lo chiedo perché non riesco proprio a capirlo, il tuo modo d’agire» rispose in tono pacato Stefano.

Arnaldo sbuffò. «Riavvolgiamo il nastro: riassunto delle puntate precedenti» esordì ruotando l’indice all’indietro. «A ventidue anni scappa di casa per andare in California, a inseguire l’onda con un surfista da strapazzo che le accolla spese di viaggio e soggiorno. Poi, dopo averle prosciugato il conto corrente, la pianta in asso a Los Angeles. Due anni dopo, annuncia di aver incontrato l’amore della sua vita, lo sposa un paio di mesi dopo e, dopo altri due, fa le valige e torna a casa piangendo; dicendo che il tipo, oltre che a trattarla come una sguattera, le aveva asciugato il conto corrente.» Fece una pausa, scosse la testa e continuò in tono sarcastico: «Ora che mi ci fai pensare, dev’essere una sua caratteristica… di più: un dono di natura! Quello di farsi prosciugare i conti correnti da ogni tizio che incrocia il suo sguardo.»

A Stefano scappò un moto di riso.

«Non c’è niente da ridere, sai» lo rimproverò indurendo lo sguardo. «Perché l’ultima volta che si è impegolata mettendosi in affari con un tipo poco raccomandabile, è toccato a noi due sbrogliare la matassa, rischiando di buscarle da quella banda di mascalzoni che la stava mungendo come una mucca da latte.»

Stefano trasse un sospiro. «Che ti devo dire, hai ragione al mille per mille: Carlotta è un’immatura. Ma è anche nostra sorella, non la possiamo abbandonare.»

«Guardami negli occhi, Stefano!» gli intimò in tono grave. «Si tratta di questo?» domandò, mimando il gesto di sniffare.

«Temo di sì» rispose in un sospiro. «Lina, l’infermiera che assiste papà, afferma di averla vista, un paio di volte, rientrare che era ormai giorno con le pupille dilatate… Secondo lei, era strafatta!»

«A no!» esclamò Arnaldo balzando in piedi. «C’è da rimetterci la pelle a mettere il naso in certi ambienti… che se la sfanghi da sola! Io, mi tiro fuori.»

«Non possiamo abbandonarla…»

«Ti ricordo che Carlotta ha trentacinque anni, e che è in grado d’intendere e volere» lo interruppe Arnaldo.

«C’è dell’altro» aggiunse Stefano, stringendo le tempie tra il pollice e il medio della mano destra.

Arnaldo tornò a sedersi. «Cos’altro ha combinato?» domandò in tono sconfortato.

«Lina mi ha detto che l’ultima volta che è rientrata barcollando, le è suonato il cellulare; e che per trovarlo ha rovesciato la borsa sul tavolino dell’ingresso. Lei ha guardato ed è rimasta agghiacciata: dice che ci saranno state almeno dieci dosi avvolte in carta stagnola. E mentre Carlotta le raccoglieva in fretta, l’ha sentita dire: “Ce le ho, domani te le porto” poi si è accorta che l’infermiera la stava ascoltando e ha staccato.»

«E’ matta! Matta da legare!» proruppe Arnaldo mettendosi le mani nei capelli. «Il denaro non le manca di certo, perché avrebbe dovuto mettersi a spacciare?»

Stefano si strinse nelle spalle. «Non lo so… forse temeva che controllando i suoi conti, potessimo insospettirci… oppure, s’è presa una sbandata per qualcuno che la sta usando come corriere. In un caso o nell’altro, se la beccano potrebbe finire in galera, per anni.»

«Già… e insieme a lei, potremmo finirci anche noi, se l’aiutassimo» tirò le somme Arnaldo. «Lascia perdere, Stefano. Dammi retta, se non vuoi che Carlotta ci trascini nel baratro tutti quanti. Dimentica l’intera faccenda!»

«Non posso stare a guardare mia sorella che si sta autodistruggendo» ribatté Stefano.

Arnaldo balzò in piedi. «Fai quello che ti pare! Per quanto mi riguarda, scorderò quello che ci siamo detti appena metterò piede fuori da questo ufficio… ma ti avverto! Non permetterò che per aiutare lei, metta in pericolo quello che nostro padre ha creato lavorando duramente! Assumendo la direzione dell’azienda, ti sei preso sulle spalle il futuro delle famiglie di operai e impiegati che la mandano avanti. Ricordalo questo, prima di compiere azioni di cui potresti pentirti per il resto dei tuoi giorni!»

Stefano stava per ribattere, ma Arnaldo lo anticipò. «Non c’è nient’altro d’aggiungere! Rifletti su quello che ci siamo detti, e vedi di fare la scelta giusta! Ciao, fratellone!» concluse prima di lasciarlo solo con i suoi dubbi.  

 

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Stefano fece quella che ritenne la scelta giusta: prima incaricò un investigatore di pedinare la sorella; poi, una volta compresa la gravità della situazione, decise di intervenire in prima persona.

Per ben tre volte, in appena due mesi, l’andò a recupere nel locale malfamato in cui bazzicava, mettendo a rischio l’incolumità personale. La quarta, minacciato e pestato duramente dagli uomini dello spacciatore che teneva in pugno sua sorella, comprese che doveva cambiare tattica se non voleva rimetterci la pelle.

 

Seduto sulla poltrona davanti a lui, Arnaldo osservava agghiacciato il volto tumefatto del fratello: Stefano lo aveva chiamato preannunciandoli quello che era successo e come l’avrebbe trovato, e lui si era precipitato a casa sua.

«Ora l’avrai capito che è meglio lasciarla perdere» commentò Arnaldo, dopo che Stefano gli aveva raccontato l’intera faccenda.

Stefano scrollò la testa. «Non lo posso fare… in un modo o nell’altro, la tirerò fuori dall’inferno in cui si è cacciata.»

«Tu sei più pazzo di lei!» proruppe buttando all’aria le carte che, portandole dall’ufficio, aveva posato sul tavolino del salotto. «E’ più di un mese che queste proposte giacciono sulla tua scrivania in attesa di una firma! Ma tu… tu sprechi il tuo tempo correndo dietro a quella disgraziata, invece che pensare al lavoro, al bene dell’azienda.»

«Non ho trascurato il lavoro, puoi starne certo» lo rassicurò in tono pacato Stefano. «Se non ho firmato quelle proposte, è perché non le ritenevo convenienti.»

«Non le hai trovate convenienti?!» sbottò Arnaldo, incredulo. Prese un foglio, indicò l’intestazione a inizio pagina. «Stai scherzando, o cosa? Ti rammento che questa è una delle più importanti industrie meccaniche cinesi, disposta a pagare, non con azioni, ma in valuta pregiata pur di acquisire il controllo dell’azienda.»

«Non ti scaldare, Arnaldo» ribatté calmo. «Il punto è che io non intendo perdere il controllo dell’azienda… e il perché è presto detto: quelli, una volta assunto il controllo, inizierebbero a sfoltire il personale a colpi d’accétta.»

«Sì… e allora? Che te ne frega del personale?»

«Mi meraviglio di te! Ti sei scordato degli insegnamenti di nostro padre? Il personale sono uomini, padri di famiglia che ci mangiano con il loro lavoro!» provò a fargli capire, usando un tono accorato, Stefano.

Arnaldo sbuffò. «Nostro padre è il passato. Il futuro è la globalizzazione… e tu, pur mettendoci tutta la tua buona volontà, non puoi farci niente! Ripeto: niente! Lo sai benissimo che l’anno scorso abbiamo chiuso in perdita, e che le previsioni per quest’anno non sono certamente rosee: bene che vada chiuderemo l’esercizio in pareggio. Volente o nolente sarai comunque costretto a licenziare per sopravvivere… A questo punto: ti conviene intascare un pacco di milioni e lasciare la patata bollente nelle loro mani.»

«Non licenzierò nessuno, faremo dei sacrifici e supereremo il momento di crisi… vedrai, ce la faremo!» ribadì Stefano.

«Sì, come no! Come ce l’hai fatta con nostra sorella… guardati allo specchio, se vuoi capire come finirà anche questa faccenda» ribatté in tono sarcastico Arnaldo.

Stefano gli posò una mano sulla spalla, provò a sorridere ma le dolorose tumefazioni lo mutarono in un ghigno. «Salverò anche lei, non ti preoccupare, Arnaldo… abbi fede» lo rassicurò elargendo certezze.

«Nostro padre ha lasciato nelle tue mani le redini dell’azienda, perché ti riteneva il più pragmatico dei suoi tre figli… Ed io, fino a ieri non ho mai messo becco nelle tue scelte. Ma ora, sento di doverti dire che stai sbagliando, la tua testardaggine ci creerà solo problemi» obiettò deluso. Si alzò dalla poltrona, indicò con lo sguardo i fogli sul tavolino. «Se lo potessi fare, le firmerei io, quelle carte… Rifletti bene, prima di rifiutare l’offerta, l’opzione scade tra quindici giorni… Ciao, Stefano.»

Prima di uscire si voltò, vide suo fratello piegato in avanti con gli occhi sulle carte. “Ci sta pensando, speriamo sia un buon segno” pensò accennando un sorriso. «Stefano!» chiamò. Attese che gli sguardi s’incrociassero. «Carlotta, è persa! Accetta un consiglio: non rischiare la pelle inutilmente» chiosò con voce increspata prima di andarsene.

Stefano lo seguì con lo sguardo e, quando fu uscito, mormorò: «Non lo posso fare… siete la mia famiglia, quello che ho, quello che sono lo devo a voi, non posso chiudere gli occhi e far finta di niente, di fronte a mia sorella che sta affogando.»

 

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Recarsi ancora una volta in quel locale malfamato, dove aveva subito il pestaggio, non era certamente salutare, eppure sentiva di doverlo fare. Così, quando le tumefazioni, almeno quelle del corpo, furono riassorbite; dopo aver sistemato i problemi aziendali, rifiutando sdegnosamente, davanti allo sguardo attonito del fratello, un’ultima e più sostanziosa offerta messa sul piatto dai plenipotenziari giunti appositamente dalla lontana Cina, Stefano si apprestò ad affrontare una trattativa molto più complicata.

 

«Hai un bel coraggio a farti rivedere da queste parti, negro!» lo apostrofò digrignando i denti Rodolfo, un bestione calvo dai bicipiti tatuati.

Stefano era quasi sicuro di trovarlo da solo a quell’ora: la relazione del detective che aveva messo sulle tracce della sorella conteneva anche una dettagliata descrizioni delle abitudini dell’uomo che la teneva in pugno.

Stefano indicò la sedia. «Posso accomodarmi?» domandò in tono pacato.

«Prego!» grugnì l’altro incrociando le braccia sul petto, fissandolo con sguardo truce.

«Posso offrirti qualcosa?» proseguì Stefano dopo essersi accomodato, cercando di non esternare la sua agitazione.

«Il solito, Roby!» esclamò Rodolfo, rivolgendosi al barista che, da dietro il banco, osservava la scena con interesse.

«Per me un caffè, grazie» aggiunse Stefano, voltandosi.

«Cosa sei venuto a fare?» domandò Rodolfo subito dopo.

«Ho una proposta… e credo che la troverai interessante» esordì Stefano, mentre il barista posava le ordinazioni sul tavolo.

«Sentiamo!»

Stefano attendeva che il barista si allontanasse prima di proseguire, ma lui se ne stava lì, accanto al tavolino, immobile come una cariatide. «Qui si usa pagare alla consegna della merce» lo informò Rodolfo.

Stefano annuì, trasse di tasca una banconota da dieci euro e la consegnò al barista, dicendo: «Tenga pure il resto!»

Quello, senza neanche ringraziare, la intascò e se ne tornò dietro il banco.

Stefano trasse un lungo respiro e, dopo averlo esalato, mise sul piatto la sua offerta.

Rodolfo lo ascoltò con gli occhi socchiusi, come se la generosa offerta che gli stava proponendo il suo interlocutore, in cambio della promessa di lasciar perdere la sorella, invece che stuzzicarlo gli conciliasse il sonno. «Hai finito?» domandò quando Stefano ebbe concluso.

Stefano annuì e rimase in fiduciosa attesa.

Fiducia che Rodolfo si premurò di cassare all’istante. «Non se ne parla! La tua generosa offerta, te la puoi infilare nel buco del culo!» sentenziò scurrile.

Stefano, avendo messo in conto che l’altro avrebbe tirato sul prezzo, rilanciò. «Dimmi quanto vuoi.»

Una grassa risata, questa fu la risposta, che lasciò Stefano esterrefatto. Subito dopo l’energumeno, appoggiando gli avambracci sul bordo del tavolino, avvicinò lo sguardo al volto di Stefano. «Tu credi che il denaro possa comprare tutto, vero? Beh, ci tengo a informarti che non è così! L’amore non lo puoi comprare. Che ci creda o meno, io la amo, tua sorella… che poi, più guardo la tua pelle lucida color ebano più mi convinco che dovresti chiamarla “padroncina” invece che sorella. Voglio darti un consiglio spassionato: lascia perdere, a noi piace vivere così! Il tuo mondo, dove il metro di misura per classificare le persone è il conto corrente più o meno pingue… non ci appartiene! Ora, alza il tuo culo nero da quella sedia e non farti vedere mai più… hai capito, sporco negro!» ringhiò digrignando i denti. Poi alzò lo sguardo e, abbassando il tono, si rivolse al barista: «Lascia stare, Roby… non serve: il signore se ne sta andando!»

Stefano si volse e, vedendo il barista maneggiare una mazza da baseball, comprese che era consigliabile levare le tende al più presto. Si alzò e, senza proferire verbo, a testa bassa si avviò. Quando giunse all’ingresso afferrò la maniglia della porta e, prima di uscire, volgendosi lo minacciò: «Potrei denunciarti, finiresti in galera, non hai considerato questa eventualità?»

La grassa risata di Rodolfo rimbombò nel locale. «Sai perché non lo farai? Perché condanneresti anche tua sorella che, nella migliore delle ipotesi, finirebbe anche lei in galera… nella peggiore, nelle mani di qualcuno che la manderebbe a battere per procurarsi la droga! Rassegnati, tua sorella appartiene al mio mondo; sporco, brutto e cattivo quanto vuoi… ma così è! E tu, non puoi farci niente… Ora vattene, se no vengo lì e ti butto fuori a calci in culo. Negro!»

Stefano serrò le labbra, tirò la maniglia della porta e, una volta in strada, inspirando a pieni polmoni l’aria inquinata della metropoli, gli parve mille volte più fresca e pulita di quella gravante all’interno del locale.

Lo aveva ferito nel profondo quel bestione privo di ogni valore morale. Quello che non riusciva a mandare giù, era il fatto di essere considerato alla stregua di uno schiavo per il colore della pelle; se lo avesse solamente apostrofato dandogli del “negro” sputandogli in faccia rabbia e odio, sarebbe stata acqua fresca, non se la sarebbe presa più di tanto. Le botte prese la volta precedente, gli avevano fatto meno male del sarcasmo usato per negargli il diritto di fratellanza con Carlotta; quelle parole gli avevano fatto montare una rabbia tale, che ancora si stava domandando come fosse riuscito a trattenersi dal saltare addosso a quel razzista mentecatto. “E’ stato meglio così, lui e il barista mi avrebbero massacrato se solo avessi mosso un dito” giunse a concludere camminando tra gente indaffarata che al massimo dava una veloce occhiata di squincio a quell’uomo di colore ben vestito che, accigliato, procedeva spedito guardando davanti a sé.

 

                                *********************************************** 

 

“Non rimane che il ricovero coatto in un centro di disintossicazione… già, facile a dirsi. Carlotta è maggiorenne, prima la dovrei fare interdire. Ci vorrà comunque del tempo, e non è detto che ci riesca. Cristo santo! Qualcosa dovrò pur fare per toglierla dalle grinfie di quel disgraziato!” stava rimuginando in ufficio. Quando suo fratello entrò, esclamando entusiasta: «Stefano! Ci sono novità!»

«Quali novità?» domandò con tono e sguardo assenti.

Arnaldo si sedette davanti a lui. «Hanno rilanciato, incrementando l’offerta… E in più, tieniti forte, sono pure disposti a lasciar dirigere l’azienda a uno di noi due.»

«Così la responsabilità dei licenziamenti, cadrebbe in toto su di noi… quelli vogliono farci fare il lavoro sporco» commentò con distacco Stefano.

Arnaldo sbuffò. «Se la tua coscienza non te lo permette, lascia che sia io ad assumere la presidenza.»

«No, Arnaldo. Ho messo una pietra tombale sulla vendita dell’azienda. Ormai è deciso, non insistere!»

«Ma si può sapere cosa ti prende? Non vuoi discutere, ti parlo e tu sembri non ascoltare, come se avessi la testa altrove» lo incalzò, irritato dall’atteggiamento apatico del fratello.

Stefano ci pensò un attimo. «Carlotta…» fece appena in tempo a pronunciare. Prima che Arnaldo saltasse su, urlando: «Ancora lei! Quella lì sarà la nostra rovina! Lo vuoi capire o no che la devi lasciar perdere! E’ marcia! Marcia fino al midollo!»

«E’ mia sorella! E’ tua sorella! Non la possiamo abbandonare! Lo capisci questo, o no?!» proruppe Stefano balzando in piedi.

Arnaldo serrò i pugni, contando mentalmente riacquistò un po’ di calma. «Lo sai che ti ho sempre considerato il miglior fratello che mi potesse capitare...» esordì in tono pacato. Attese che Stefano, sbollita la rabbia, si accasciasse sulla poltrona presidenziale e proseguì: «spero che quello che dirò ora, non muti il nostro rapporto: Carlotta non è sangue del tuo sangue, questo lo sai. E’ il mio stesso sangue che circola nelle sue vene! Se c’è qualcuno qua dentro che si deve occupare di lei… quello sono io, non tu!»

«E te ne occuperai?» domandò Stefano.

«No!» rispose, perentorio. «Non me ne occuperò perché dentro di me so che sarebbe inutile. Farei del male a tutti noi, se cercassi di aiutarla. Credimi, un fratello certe cose le sente… qui… e anche qui» concluse portandosi l’indice sulla tempia e appoggiando l’altra mano all’altezza del cuore.

Stefano lo osservò cercando di leggere un sincero tormento nel suo sguardo, che non trovò. «Io non credo che il tuo cuore ti stia dicendo questo…» Arnaldo stava per intervenire, allora fece una breve pausa e con un cenno della mano lo fermò. «Ma ora non ho né il tempo né la voglia di stare a discutere di crisi di coscienza e di legami di sangue! Ho promesso a nostro padre di occuparmi dell’azienda e continuerò a farlo… così come gli ho promesso di aiutare Carlotta, e lo farò! Discorso chiuso, ora e per sempre!»

«Fai un po’ come ti pare!» sbottò Arnaldo alzandosi. «In ogni caso, quelli aspettano una risposta entro tre giorni… qualcosa dovrò pur dir loro, o no?»

«Riferisci pure ai cinesi con cui hai parlato, che non vendiamo, a nessun prezzo!» rispose Stefano.

Arnaldo si volse e, bofonchiando, lasciò l’ufficio.

 

Rimasto solo, Stefano tornò a esaminare la questione che più gli stava a cuore. Dopo aver riflettuto a lungo, prese lo Smartphone e compose il numero della sorella. «Niente! Appena vede il numero sul display, chiude la comunicazione!» sbottò lanciandolo sulla scrivania.

Lo sapeva che sarebbe finita come le molte altre volte che aveva provato a contattarla, ma per non lasciare niente di intentato aveva provato ancora una volta.

“I messaggi che gli ho mandato li ha comunque aperti” gli sovvenne, rammentando che WhatsApp glieli segnalava. Riprese lo Smartphone dalla scrivania, digitò il messaggio e rimase in attesa.

«L’ha aperto!» esclamò soddisfatto.

Sicuro che non avrebbe potuto esimersi dal rispondere, si rimise in fiduciosa attesa. Trascorsero appena cinque minuti prima che l’allarme sonoro lo avvertisse che c’era un messaggio per lui. Lo aprì e lesse: «Non ti premetterò di far del male a Rodolfo. Stai fuori dalla mia vita!»

“Beh, almeno un po’ di strizza, glielo messa” pensò sorridendo amaro. “Vediamo come reagisce se calco ulteriormente la mano.”

La prima volta le aveva scritto che avrebbe assoldato qualcuno per far pestare Rodolfo, se non fosse tornata al più presto. Ora stava digitando una minaccia ben più grave. «Aspetterò tre giorni… poi, se non sarai tornata a casa. Denuncerò il tuo bel spacciatore. Ti assicurò che ho raccolto abbastanza prove per farlo invecchiare in galera. Posso farlo condannare… e lo farò!» disse rileggendo il messaggio prima di inviarlo

Era certo che Carlotta, essendo al corrente che tempo addietro l’aveva fatta pedinare da un detective privato, avesse preso la minaccia molto seriamente; così attese fiducioso per una buona mezz’ora. «Niente… dev’essere corsa da quella carogna a fargli leggere i messaggi» realizzò deluso, guardando il display nero come la notte.

«Non le darò tregua!» esclamò lasciando l’ufficio.

E così fece. Il mattino seguente, appena messo piede in ufficio si premurò d’inviarle il messaggio che, ne era certo, l’aveva sconvolta sino al punto di correre a farlo leggere a Rodolfo; aggiungendo una postilla beffarda: “Rammenta, Giulietta, ancora due giorni e il tuo bel Romeo finirà in gattabuia!” E il mattino dopo lo ripeté uguale, modificando solo la scadenza dell’ultimatum.

E il terzo giorno avrebbe replicato… se fosse riuscito ad arrivare in ufficio.

 

                                *******************************************

 

Quella mattina aveva deciso di fare un salto dal padre: erano tre giorni che non lo vedeva e, consapevole del fatto che la sorella si era trasferita a casa dell’energumeno, sperava con la sua presenza di portare un po’ di sollievo a quel vecchio che in solitudine viveva la sua afflizione.

Ma appena il muso dell’automobile sbucò dalla rampa del garage, si trovò la strada sbarrata da due auto civetta messe di traverso. «Cristo santo!» esclamò Stefano pigiando sul pedale del freno.

Quattro agenti in borghese appostati dietro le auto con indosso i giubbotti antiproiettile si fecero avanti con le armi spianate, intimandogli di spegnere il motore e scendere con le mani sopra la testa.

Quando fu sceso, mentre uno degli agenti si premurava di aprire la portiera e cercare qualcosa sotto il sedile del passeggero, lo fecero girare senza troppi complimenti e, dopo averlo ammanettato con le mani dietro la schiena, lo spinsero sul sedile posteriore di una delle auto civetta.

Mentre lo portavano via, ebbe solo il tempo di vedere l’agente che aveva infilato il busto nella sua automobile tirarsi su ed esclamare, alzando al cielo come un trofeo un pacchetto avvolto con del cellophane: «Ce l’ho! Eccolo!»

 

Erano obiettivamente troppe le dosi di cocaina contenute nel sacchetto, per poterle far passare come uso personale. Così, nonostante l’impegno di un principe del foro, teso a dimostrare che era stato qualcun altro a mettere la droga nell’auto del suo cliente, fornendo anche nome e movente di chi, probabilmente aveva escogitato la trappola, Stefano si prese dieci anni di carcere!

 

«Quante volte ti avevo detto di lasciarla perdere…» sospirò «ma tu, niente!» gli rammentò Arnaldo, andando a trovarlo in carcere. «Sono tre mesi che sei qua dentro… e quante volte è venuta a trovarti? Te lo dico io: nemmeno una volta, è venuta! Bella riconoscenza. Quella è marcia! Marcia moralmente, Stefano. Come può stare insieme al bastardo che ha brigato per far condannare il fratello? Me lo sai dire?»

Stefano, seduto dall’altra parte del parlatorio, scrollò il capo. «L’ha plagiata, Arnaldo, l’ha plagiata.»

Arnaldo strabuzzò gli occhi. «Bravo! Difendila ancora, quella disgraziata!» Serrò la testa tra le mani. «Come si fa… come si fa, dico io, ad essere così… così…»

«Stupidi» completò senza alterarsi Stefano.

«Ma come fai a mantenere la calma?» domandò incredulo Arnaldo.

Stefano si strinse nelle spalle. «Cos’altro potrei fare? Ormai è andata. Non resta che fare buon viso a cattivo gioco. L’avvocato dice che farà il possibile per farmi ottenere una riduzione di pena, e che la mia buona condotta qua dentro, sarebbe di grande aiuto.»

«E, a quanto ammonterebbe questa ipotetica riduzione?»

«Tre… forse cinque… anni» rispose sconfortato.

«Te ne rimarrebbero sempre cinque… non sono pochi»

«Sarebbero sempre la metà di dieci… e non sono davvero pochi» replicò speranzoso. Poi pensò bene di responsabilizzare il fratello. «Ora è tutto nelle tue mani: papà, l’azienda e…»

«Carlotta, anche no!» saltò su, interrompendolo. «Se quella stesse affogando, non allungherei nemmeno il mignolo per aiutarla! Mi spiace, Stefano, ma non ci riesco proprio a perdonarla.»

«Devi, Arnaldo, è tua sorella… se non per lei, fallo per papà. Già sapermi qua dentro lo ha sconvolto, se dovesse perdere definitivamente anche lei, ne morirebbe» insistette in tono accorato.

«Se Dio vorrà che viva… vivrà anche meglio senza quella disgraziata tra i piedi!» sentenziò acido.

Stefano comprese che nulla avrebbe smosso l’animo indurito di Arnaldo e, nel breve tempo rimasto, si spese per ragguagliare il fratello sui contratti rimasti in sospeso che attendevano di essere chiusi.

Arnaldo parve sentire più che ascoltare; e non poteva essere altrimenti, dato che aveva deciso, ora che poteva farlo, di riprendere la trattativa, che non aveva mai interrotto del tutto, con i cinesi; ai quali aveva telefonato non appena il timone dell’azienda fu nelle sue mani.

Così, mentre le giornate passavano lente, tra l’ora d’aria e quelle passate dentro una cella da sei metri quadri da dividere con altri tre carcerati, Stefano apprese della morte per overdose della sorella e, pochi mesi dopo, di quella del padre, schiantato da un dolore troppo grande per poter essere sopportato da un fisico debilitato.

Un altro duro colpo, poi, glielo assestò lo stesso Arnaldo; annunciandogli la buona novella: aveva venduto l’azienda, strappando un’offerta superiore alla precedente!

 

                                ********************************************

 

«Ora, cosa farai?» domandò Arnaldo.

«Una lunga dormita, dentro un letto vero, finalmente» rispose Stefano.

Arnaldo era andato a prenderlo all’uscita dal carcere, quattro anni e sette mesi dopo l’arresto, e ora lo stava accompagnando a casa.

«Intendevo del pingue gruzzolo ottenuto con la vendita dell’azienda» precisò Arnaldo.

«Ah, quello» fece Stefano, continuando a osservare, guardando fuori dal finestrino, com’era radicalmente cambiato il panorama all’intorno in così pochi anni. «Ho avuto tanto di quel tempo per pensarci, e ora, la miriade di progetti che elaboravo a getto continuo mi ronzano nella testa creando una tale confusione da impedirmi di sceglierne uno e di portarlo a compimento.»

Arnaldo rise. «Fai come me: fatti la barca e goditi la vita!» gli consigliò. Aggiungendo inorgoglito: «Io, dopo aver sistemato metà del malloppo sul tuo conto, con la mia parte mi sono fatto una barca nuova, molto più performante della precedente.»

“Hai ragione, papà, è uno stupido” pensò, rammentando il colloquio avuto con lui, poco prima di mettersi nei guai nel tentativo di riportare sotto il tetto paterno la sorella. «Non mi sembra il caso, so nuotare» obiettò laconico.

«E che c’entra?»

«Nulla, non farci caso, pensavo a papà» rispose guardando il cielo. «Certo che tu, cambi le barche come fossero calzini» aggiunse poi.

Arnaldo rise di nuovo. «La vita e breve, caro fratellone!»

«Già» fece Stefano, pensando alla sorella. «Troppo breve» aggiunse in un sospiro. Poi, volgendo lo sguardo su di lui, gli chiese: «Non hai pensato al matrimonio, a mettere su una bella famiglia?»

Arnaldo scrollò il capo. «Brrr! Vade retro, matrimonio!» esclamò inorridito.

“Confermo: è veramente stupido” pensò. Poi, stufo dell’atteggiamento del fratello, a suo avviso infantile, chiuse gli occhi e finse di dormire.

 

Arnaldo lo accompagno fin dentro casa. «Le chiavi della macchina le ho messe lì» lo informò, indicandole sopra una mensola dell’ingresso. «Il meccanico ha detto che la batteria era andata, ha cambiato anche l’olio e le gomme che, dopo cinque anni ferma in garage, si erano appiattite.»

«Ti ringrazio» rispose laconico guardandosi intorno.

Arnaldo comprese che aveva poca voglia di parlare. «Beh, se non c’è nient’altro, io andrei» disse.

«Un’ultima cosa! Le chiavi della casa di papà, vanno ancora bene?» domandò.

«Sì, non le ho sostituite. Ma vedi di andarci di primo pomeriggio: ho fatto staccare le utenze.»

«Faro così… grazie Arnaldo, ci si vede.»

«Ciao fratellone, stammi bene!» chiosò Arnaldo, abbracciandolo.

 

                                     ******************************************

 

Il giorno seguente Stefano, dopo aver posato un fiore e recitato un’orazione sulle tombe dei genitori e della sorella, s’incamminò per raggiungere la casa della sua fanciullezza, distante poche centinaia di metri dal cimitero.

“Che tristezza” pensò, osservando il parco coperto dalle foglie rugginose di un autunno ormai prossimo all’inverno e le piante infestanti crescere brade.

Trasse dalla tasca del soprabito il mazzo di chiavi, con una aprì il cancelletto, spingendolo con forza strappò via l’edera che lo bloccava, incamminandosi sopra un letto di foglie morte che frusciavano ad ogni passo come onde di un mare calmo, raggiunse l’ingresso, prese un’altra chiave ed entrò. Sfruttando la lama di luce penetrata all’interno proseguì aprendo man mano le finestre che incontrava lungo il cammino. Raggiunto il salotto scostò le spesse tende che coprivano la grande vetrata: un’impetuosa onda di luce proruppe all’interno. Stefano si voltò: tutto era rimasto come allora.

Passando la mano sopra la credenza smosse il sottile strato di polvere. Avvicinò lo sguardo ai ritratti. «Ciao, Mamma… ciao, Carlotta… ciao, Papà» sussurro commosso. Volgendo lo sguardo all’intorno si soffermò sulla poltrona rivolta verso il giardino: quella su cui il padre infermo era solito trascorrere le sue interminabili giornate.

Immaginandolo ancora lì seduto, trasse un lungo respiro, lo esalò e iniziò a parlare con lui: «Lo so che ti ho deluso… mi spiace, papà, ci ho provato con tutte le mie forze, e l’ho anche pagato a caro prezzo… ma non ce l’ho fatta, a salvare Carlotta…» trasse un sospiro «e nemmeno l’azienda, purtroppo. Poco tempo fa ho saputo che hanno messo in atto una profonda ristrutturazione… si parla di una riduzione del personale, pari al trenta percento. E questo mi fatto stare male. Purtroppo è andata così… è andato tutto in malora. L’unico felice pare essere Arnaldo… ma quello, e qui devo darti ragione, è uno stupido… uno stupido felice, mi par di capire, convinto com’è che la vita sia solamente barche e divertimento.»

Tornò a guardare le fotografie sulla credenza. «Com’eravamo tutti felici, qui» commentò, osservando una fotografia dove lui, i suoi due fratelli e i genitori erano seduti sulla panchina di pietra accanto al vecchio noce. Guardò dalla vetrata: la panchina era occultata dagli infestanti, ma il noce, spoglio, giganteggiava ancora alle sue spalle.

Volse nuovamente lo sguardo alla poltrona. «Ieri notte, ho pensato come investire il denaro ricavato dalla vendita… E credo di aver trovato il modo d’impiegarlo degnamente. Ora ti spiego…» e così dicendo, inginocchiandosi davanti alla poltrona, com’era solito fare per incrociare il suo sguardo, rese partecipe lo spirito di suo padre del progetto che intendeva realizzare.

 

                              ********************************************

 

«Finalmente, dopo una settimana hai trovato un po’ di tempo per accettare l’invito a pranzo di tuo fratello» disse Arnaldo, indicando il tavolo del ristorante prenotato in precedenza. «Si può sapere cosa avevi di così urgente da fare, o è un segreto di stato?» domandò poi.

Stefano sorrise. «Nessun segreto, Arnaldo, mi sto organizzando per investire proficuamente il denaro ricavato dalla vendita dell’azienda.»

«E a cosa avresti pensato?»

«Ho deciso di rimettermi in affari… aprirò una fabbrica, all’inizio assumerò una decina di tornitori e altrettanti apprendisti.»

«Pessima idea!» sentenziò Arnaldo. «E’ un ramo di mercato ormai saturo, i cinesi hanno fatto terra bruciata della concorrenza. Rischi un bagno di sangue!»

«Dove ho intenzione di aprire, il ramo sta ancora buttando le prime gemme» ribatté Stefano.

«E dove vorresti aprire? Al Polo nord?»

«Scendi un po’ più giù» fece Stefano abbassando la mano davanti allo sguardo di Arnaldo. Attese qualche attimo, poi aggiunse: «In un posto più caldo… molto più caldo.»

«Nooo!» esclamò Arnaldo strabuzzando gli occhi. «In Africa! Dimmi che non è vero?»

Stefano annuì. «E’ vero, Arnaldo… voglio aiutare i giovani che rischiano la vita, attraversando il Mediterraneo pigiati come sardine dentro barconi che stanno a galla per grazia ricevuta, andando in cerca di prospettive migliori.»

Arnaldo ascoltò allibito. «Vuoi aiutare la tua gente… non condivido, ma comprendo» commentò alla fine.

«Voglio solo dare il mio piccolo contributo, dove c’è n’è più bisogno. Qua non mi è rimasto molto da fare, ormai. Laggiù, sono certo di ritrovare l’entusiasmo perduto.»

«Hai già scelto il posto?»

«Ho parlato con l’ambasciatore nigeriano. Mi ha garantito il suo interessamento.»

«E quando partirai?» domandò, sempre più sconcertato, Arnaldo.

«Avrei voluto partire la settimana prossima… ma devo sistemare ancora una faccenda. Prima devo incontrare una persona.»

Il tono, fattosi improvvisamente duro e lo sguardo scurissimo puntato dentro il piatto, insospettirono Arnaldo. «Stefano,» chiamò posandogli la mano sull’avambraccio «guardami negli occhi!» Attese che lo facesse e proseguì in tono preoccupato: «Non vorrai mica incontrare ancora quel bestione che ha imbottito di droga Carlotta?»

«Tranquillo, non ho nessuna intenzione di andarmene con le ossa rotte» lo rassicurò. «Devo solo verificare una certa cosa, quando avrò fatto, ti spiegherò. Ma ora, pensiamo al pranzo» chiosò vedendo avvicinarsi il cameriere con le portate.

 

                                 ******************************************

 

Seduto nel parlatorio del carcere, dalla parte dei visitatori, Attendeva che l’agente facesse entrare il carcerato con cui doveva parlare.

Un ragazzo poco più che ventenne si accomodò davanti a lui. «Mio fratello mi ha detto che il tuo emissario gli ha consegnato diecimila euro in contanti, ti ringrazio» esordì con sguardo truce.

Stefano annuì. «E le foto che erano assieme al denaro, le ha guardate?»

«Le ha guardate e temendo che mi confondessi, lo ha scritto dietro e me le ha consegnate.»

Si volse verso la guardia carceraria. «Agente!» esclamò attirando la sua attenzione. Trasse dalla tasca della camicia due fotografie e, mostrandogliele, domandò: «Devo consegnare queste due foto al mio amico, erano sue e quando è uscito si è scordato di staccarle dall’armadietto. Posso?» L’agente annuì. Allora il ragazzo mostrò a Stefano la fotografia che il detective aveva scattato a Rodolfo, dicendo: «Questo...» la volse «no!» aggiunse mostrando il grosso “NO” scritto con la matita rossa sul retro della fotografia.

Poi prese l’altra. «Questo…» la volse «è sì!» concluse mostrando il grande “Si’” tracciato con la matita blu.

Stefano prese le fotografie. «Arnaldo» disse in un sospiro mettendole in tasca.

«Ciao Luigi, vedi di fare il bravo, eh» aggiunse in tono mesto salutando il ragazzo. Poi si alzò e se ne andò.

 

Camminando per raggiungere il parcheggio trasse di tasca lo Smartphone e compose un numero, il suo sguardo non denotava sorpresa o sgomento per quello che aveva appreso, ma solo una grande delusione, mentre attendeva che qualcuno rispondesse.

«Ciao fratellone!»

«Ciao, Arnaldo… volevo informarti che partirò domani sera. Che ne dici di vederci domani a pranzo?»

«All’una, va bene?»

«Benissimo! Prenoterò la saletta privata al solito ristorante, così non saremo disturbati. A domani allora. Ciao, Arnaldo.»

«Ciao fratellone. A domani» replicò Arnaldo in tono allegro.

«Anche questa è fatta» sospirò Stefano, rimettendo in tasca lo Smartphone.

 

                               ***********************************************

 

Il racconto avevo scelto di chiuderlo qui, lasciando al lettore la scelta del finale a lui più gradito. Poi ho deciso di aggiungere un’appendice: l’epilogo, forse più improbabile se non addirittura impossibile, che sarebbe piaciuto a me. Chi lo vorrà leggere lo troverà qua sotto.

 

                        **********************************************

 

La tristezza, così com’è giusto che sia quando ci si separa da una persona cara, aleggiava sopra di loro durante il pranzo.

«Allora hai deciso, te ne vai per sempre» realizzò l’intristito Arnaldo, dopo che il fratello gli aveva spiegato come intendesse procedere.

«Non posso gestire la fabbrica da qui… Ma, almeno all’inizio, tornerò abbastanza spesso: dovrò scegliere i macchinari necessari a far marciare la fabbrica, sistemare pratiche burocratiche, incontrare clienti e fornitori. Ce n’è di lavoro da fare… dovrò correre a perdifiato, caro Arnaldo.»

«Quando correndo passerai da queste parti, ricordati di fermarti qualche minuto a riposare. Mi farà piacere rivederti» si raccomandò Arnaldo, usando un tono incredibilmente mesto.

«Contaci! Sarà un piacere anche per me riabbracciarti» rispose prontamente Stefano, fissandolo con sguardo franco e sincero.

 

Si era ormai alla fine del pranzo, quando ad Arnaldo sovvenne di chiedere: «L’hai poi verificata, quella faccenda di cui mi hai parlato l’ultima volta?»

Stefano si rabbuiò. «Purtroppo, sì!» rispose sospirando.

«Mi par di capire, che non è stata una scoperta piacevole.»

«Direi che è stata estremamente spiacevole» confermò Stefano.

Lo sguardo, le parole, ma soprattutto la gravità del tono usato nel pronunciarle, preoccuparono Arnaldo. «Quello che hai saputo, deve averti fatto parecchio male… vuoi parlarne, o preferisci tenerti tutto dentro?»

«Ti avevo invitato a pranzo per parlartene… Ma poi, ho pensato: perché rovinarci la digestione, quel che è andato è andato. Poi, quando la conversazione è scivolata sui progetti futuri, mi ero del tutto scordato di quella poco edificante parentesi.»

«Ma ora che te l’ho rammentato, non vedi l’ora di parlarne. Sbaglio?»

Stefano scrollò il capo. «Sono combattuto, Arnaldo. Una parte di me, vorrebbe che te ne parlassi… ma un’altra parte mi dice di lasciar perdere, di non rovinare tutto.»

«A questo punto, non puoi tirarti indietro. Non puoi andartene così. Voglio… anzi: esigo che mi dica tutto. Ora!» lo esortò Arnaldo, indurendo tono e sguardo.

Stefano rifletté battendo la forchetta sul bordo del piatto. La posò e, intrecciando le dita, esordì dicendo: «Ti farà male, Arnaldo… lo farà ad entrambi…»

«Fanno più male le mezze frasi, sbrigati!» ordinò a muso duro, interrompendolo.

«Ieri sono andato al carcere, dovevo incontrare un compagno di cella. Luigi, così si chiama l’amico, era arrivato due mesi prima del mio rilascio. E’ un chiacchierone, il buon Luigi. Gli piace vantarsi, raccontare le sue poco edificanti prodezze. Il suo eroe, il modello da seguire è il fratello; sapessi come lo incensava questo suo dio delle rapine: “Mio fratello riesce ad aprire le macchine di tutte le marche, e a bloccare in meno di un minuto gli antifurti satellitari” e via discorrendo. Un giorno, durante l’ora d’aria, lo sento dire che qualche anno fa, un tipo distinto ha offerto diecimila euro a suo fratello, perché sistemasse una busta sotto il sedile di una Mercedes ferma nel parcheggio esterno di un’azienda…» si tacque, puntò gli occhi dentro quelli allarmati del fratello «devo continuare?»

«No, non serve» mormorò Arnaldo, abbassando il capo.

«Perché?» domandò allora Stefano.

Arnaldo non rispose.

«Perché?!» ribadì seccamente Stefano, scuotendolo dall’apatia in cui stava precipitando.

 «Perché non capivi l’opportunità che ti veniva offerta. Eravamo in crisi, dovevo pur fare qualcosa per salvare l’azienda, visto che tu ci stavi portando a sbattere.»

«Già, come ho fatto a non pensarci… c’era da tirare la cinghia tutti assieme, ma tu avevi già adocchiato il tuo nuovo giocattolo, e per niente al mondo ci avresti rinunciato. Oh, sono stato davvero ingenuo; credevo di avere a che fare con un uomo, e invece stavo parlando a un bambino capriccioso, il cui unico interesse era: farsi una barca più grande anche a costo di mandare in galera suo fratello!» lo rimproverò duramente Stefano.

«Ti prego, non infierire… I cinesi mi pressavano, o chiudevo, o mandavano tutto a monte! Tu non volevi sentire ragione, io non ci dormivo la notte. Così, quella mattina che scendendo in garage ho beccato il ladruncolo dentro la mia macchina, mentre lo tiravo fuori ho avuto l’illuminazione. “Se è riuscito ad aprire la mia, sicuramente riuscirà ad aprire anche quella di mio fratello” ho pensato.

«Prima di lasciarlo andare, gli chiesi il numero di cellulare, dicendogli che probabilmente avrei avuto bisogno di lui per un lavoretto ben retribuito. Così, elaborai il piano, prevedendo per te, nella peggiore delle ipotesi, una condanna a quattro anni che, grazie agli sconti di pena, si sarebbero ridotti a poco più di due: un tempo più che sufficiente per assumere la presidenza e cedere l’azienda. Non avevo calcolato che la polizia ti aveva segnalato come sospetto spacciatore perché ti avevano visto bazzicare in quel locale malfamato, frequentato anche dalla sorella drogata. Presumo che questo, unito al fatto che era già abbastanza complicato far passare la droga trovata sotto il sedile come modica quantità per uso personale, abbia convinto il giudice a usare la mano pesante» concluse esausto. Fu sul punto d'aggiungere, che anche il colore della pelle poteva aver influito negativamente, ma si trattenne dal farlo.

Stefano lo guardò incredulo. «Fammi capire: due anni di galera, per te sono una passeggiata di salute? Una specie di vacanza a spese del contribuente?» domandò, con amaro sarcasmo.

«Non intendevo questo…»

«E cosa intendevi, spiegati!» lo incalzò Stefano, interrompendolo.

«Va bene! Va bene!» proruppe innervosito. «Due anni ti avrebbero temprato, insegnandoti che in affari, in amore, nella vita ognuno combatte la propria guerra fregandosene del prossimo. Senza istinto animale, non si sopravvive in mezzo a un branco di belve affamate. Solo chi sa essere più crudele dell’avversario non soccombe!»

Stefano lo ascoltò esterrefatto. «Le belve non sbranano per il piacere di farlo, ma per procacciarsi il cibo… l’unico animale veramente crudele di cui sono a conoscenza, è quello dotato di un’anima… l’uomo!»

«Mi odi, eh. Cosa intendi fare ora? Denunciarmi?» domandò in tono rassegnato Arnaldo.

«Se c'è stata rabbia, s'è stemprata nella notte. Stamane c'era solo tanta amarezza... ora, soltanto una profonda delusione... e un'infinita tristezza. Sei mio fratello, non posso odiarti. E non serbo rancore per quello che è accaduto. Tu hai preteso di sapere, e io l’ho fatto. Per me, è un capitolo chiuso. Proverò a dimenticarlo, cerca di farlo anche tu» rispose serenamente.

Il tono sin troppo pacato, finì per innervosire Arnaldo, che balzando in piedi, sbottò: «Il tuo buonismo! La tua aria di superiorità, mi irrita! Non la posso sopportare! Scendi dal pulpito, arrabbiati, strilla, prendimi a schiaffi! Per una volta, comportati come una persona normale! Odiami, per Dio! Odiami per il male che ti ho fatto!» Prese fiato e, con un filo di voce concluse: «Così, com’è giusto che sia.»

Stefano continuò a guardarlo in silenzio: il suo sguardo non esprimeva odio, ma solo comprensione per quel fratello sciagurato che pretendeva di essere odiato per espiare le proprie colpe.

«Niente, non parla» mormorò deluso Arnaldo. Indicò la porta. «Me ne vado via! Prova a metterci un po’ di rabbia, un pizzico di rancore, perlomeno nell’ultimo saluto.» Si diresse alla porta, afferrò la maniglia e, volgendosi, lo salutò. «Addio, fratellone» disse con voce increspata.

Stefano accennò un sorriso e replicò con tono fermo: «Addio, fratello crudele!»

 

                                                                 FINE

 

          

     

       

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2018-01-29 16:46:42
Prima di tutto: probabilmente è meglio con il doppio finale. Per il resto, non aggiungo altro. Vicenda drammatica, non lontana dall'essere reale, purtroppo, raccontata con tenacia e sapienza. Forse avrei sforbiciato qualcosina qua e là, forse no, ma la trama e il testo (dove addirittura c'è un figlio adottato......) mi hanno preso così tanto che ti do subito un bel 10 e lode e non ne parliamo più!

Vecchio Mara il 2018-01-29 20:59:03
Temendo che il finale "buonista" facesse torcere il naso a più di un lettore, avevo pensato anche a un epilogo noir... ma siccome il mio preferito era il primo, per accontentare tutti, ho escogitato il doppio finale: chiuso o aperto. Lasciando, nel secondo caso, alla fantasia del lettore scegliere il finale a lui più congeniale. Un 10 con lode, non l'avevo mai preso neanche ai tempi della scuola. Dovrò incorniciarlo e appenderlo in salotto, questo tuo voto. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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BigTony il 2018-01-30 11:02:01
L'ho trovato un ottimo racconto, una storia che mi è piaciuta davvero tanto e narrata proprio bene. Il soggetto, per una volta, è una persona buona, di cuore, che riesce purtroppo ad imprimere i suoi valori in uno solo dei suoi figli. Ci sono molti temi che si intrecciano in questo racconto, che ha un respiro molto ampio e lascia trasparire le potenzialità di un romanzo, di una saga. Ammiro davvero la straordinaria prolificità con la quale sforni storie a ritmi incredibili, mettendo in campo una fantasia invidiabile. Bel lavoro, Giancarlo.

Vecchio Mara il 2018-01-30 23:04:33
Forse è per questo, perché sono partito descrivendo una persona di una bontà rara, che non giudicando consono il finale noir, all'inizio avevo deciso di lasciare il finale aperto... poi, mettendo giù il finale "buonista" l'ho trovato stupendo, perfetto per chiudere un racconto basato sui valori che fanno degno l'esistere, e allora ho deciso di aggiungere anche il finale chiuso. Ti ringrazio. Ciao Tony

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90Peppe90 il 2018-02-05 22:37:14

Come promesso, eccomi qui!

"Improbabile se non addirittura impossibile": è così che definisci l'epilogo "bonus". 

Io lo definirei necessario, invece, lo trovo perfettamente inserito e contestualizzato rispetto al resto della storia (a dire il vero, senza questo finale, sarei rimasto a bocca asciutta e non avrei capito un granché se il finale fosse stato il paragrafo precedente), in sintonia con i personaggi e la loro personalità. Un finale anche a sorpresa, direi, e se proprio devo trovare qualcosa di improbabile, indicherei il modo in cui Arnaldo incontra il ladro; forse sarebbe stato meglio fosse stata qualcosa di pianificato piuttosto che un incontro casuale... chissà.

Comunque sia, quest'ultima mia osservazione non influisce sul mio positivo giudizio relativo al racconto (che ti consiglierei di rileggere per dare qualche correzione a un paio di sviste di battitura: non te le segnalo solo perché, preso dalla storia, non ho avuto voglia di interrompere la lettura per prenderne nota, ahah) che, ripeto, guadagna tantissimo con questo finale per il quale non eri tanto convinto.

Hai fatto benissimo a chiuderlo così.

Ciao, Giancarlo!

Vecchio Mara il 2018-02-06 09:19:14
mi pareva improbabile che lo scontro tra due fratelli, per giunta non di sangue, si concludesse in un modo così buonista, dopo che uno di questi con un trucco infame ha spedito l'altro in galera per quasi cinque anni.
Ma poi, rileggendolo, ho compreso che una persona di così alti valori morali, qual'era Stefano, avrebbe anche potuto e saputo perdonare il fratello. In ogni caso, il tuo giudizio mi conforta e mi fa capire che ho scelto il finale migliore per una storia basata sulla bontà d'animo di almeno due dei protagonisti della storia: il padre e il figlio adottivo. Ti ringrazio. Ciao Peppe.

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Rubrus il 2018-02-08 15:51:16
Mah... direi che non è una storia con due finali, uno aperto e uno chiuso: il primo finale, semplicemente, non c'è. Poi il secondo non è impossibile: tutto sommato il fratello adottato preferisca una scelta di vita che lo riporta là da dove è venuto: un luogo spiritualmente più vicino, per così dire., ai valori appresi dal padre adottivo - valori che gli altri due fratelli non hanno invece fatto propri. Poi, sì, può sforbiciare un bel po' e in teoria è anche possibile un finale noir, ma va bene così.

Vecchio Mara il 2018-02-08 20:58:07
hai ragione, il finale aperto non c'è. Ho solamente lasciato degli indizi (l'ultimo la saletta riservata del ristorante dove poter sistemare i conti senza essere disturbati) in modo che il lettore potesse immaginare il finale a lui più gradito. Il mio preferito era quello buonista e ho deciso di postarlo anche se ritenevo il finale noir più credibile. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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Elisabeth il 2018-02-09 11:35:21
Ciao, Giancarlo. Si lascia leggere bene questo tuo racconto e ci sono dentro diversi tratti: la storia di una adozione che hai usato per calcare le differenze di affettività verso la famiglia in questo caso dando più credibilità a Stefano che la famiglia l'ha trovata per caso e ne è riconoscente fino alla fine; le vicende di una azienda; la crisi di una sorella e l'arrivismo di Arnaldo che a mio parere resta centrato soltanto con la seconda ipotesi di finale dove trova anche esplicazione il titolo stesso. Piaciuto.

Vecchio Mara il 2018-02-09 18:41:03
L'unico figlio che ha saputo seguire gli insegnamenti del padre è stato quello adottato, forse perché è quello che più ha sofferto in tenera età. Il denaro e il potere è roba che scotta, da maneggiare con cura. Ci sono stati figli di capitani d'industria che,una volta prese in mano le redini dell'azienda l'hanno condotta sul lastrico. Non tutti i figli di cotanti padri, saranno i loro degni eredi. Ti ringrazio. Ciao Elisabeth

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