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Gore

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di 90Peppe90

pubblicato il 2018-09-17 08:12:55


Babble, Babble, Bitch, Bitch
Rebel, Rebel, Party, Party
Sex, sex, sex and don’t forget the violence
[…]
Are you motherfuckers ready for the new shit?
Stand up and admit that tomorrow’s never coming
This is the new shit
Stand up and admit
Do we get it? NO!
Do we want it? YEAH!
 
- This is the new shit, Marilyn Manson.[1]
 
Sapete cos’è un pogo?
Se non lo sapete, vi risparmio la fatica di googlare: si tratta di una pratica, una sorta di “danza violenta”, diffusa tra gli appassionati di musica metal, e che consiste nello spintonarsi e prendersi a spallate reciprocamente, specie nei pressi del palco, durante un concerto. Il rischio di ferite e contusioni di una certa entità è piuttosto elevato.
Ma il pogo è nulla rispetto al macello che si scatena tra i giornalisti che cercano di strappare anche solo una piccola dichiarazione da parte di un determinato individuo; in primo luogo, se questo determinato individuo è un tipo molto in vista. Un tipo dalla fama planetaria. Un tipo appariscente, dall’acconciatura colorata e il volto truccato, l’abbigliamento costoso ed eccentrico, gli occhi di due innaturali colori diversi. Un tipo come Mister Gore.
A rendere ancora più evidente il paragone tra un branco di giornalisti che cerca di spartirsi una sola preda, per strapparle almeno un brandello di carne, e un gruppo di fan del metal che pogano, sono i cori scatenati che si innalzano e rimbombano dall’interno dell’arena, stipata in ogni ordine di posto, a una cinquantina di metri da noi.
Rallentiamo la marcia di Mister Gore, snudando le zanne e avventandoci su di lui, graffiandoci a vicenda e scontrandoci sul muro eretto dalle sue guardie del corpo, tutti diretti verso l’arena più grande del globo, e i cori – sui quali primeggia, per volume e intensità, quello che dice: “Gore! Gore! Gore!” – sono in progressivo aumento.
Invochiamo tutti quanti il suo nome e, a seguire, spariamo raffiche di domande non tutte fortunate abbastanza da trovare risposta, fornite da Mister Gore in modi e toni pacati, misurati. Pensa che quello di stasera sarà un grande spettacolo, che avrà più seguito e comporterà maggiori introiti del Super Bowl, della finale dei Mondiali di calcio e di Wrestlemania: l’intero evento è stato un enorme successo mediatico e commerciale, e Mister Gore è certo che il gran finale farà impallidire qualsiasi altro record. E no, Mister Gore non ha paura che gli estremisti difensori dei diritti umani si producano in qualche attentato, anche perché sono solo dei pivelli rispetto ai terroristi islamici e i terroristi islamici sono stati già sconfitti diversi anni fa. Mister Gore comunica tranquillità a noi, ai nostri microfoni e alle nostre telecamere e, di conseguenza, al mondo intero: non c’è niente da temere, c’è solo da divertirsi. Io sono giovane, inesperta, e questo compito era stato assegnato a una giornalista ben più preparata e tosta di me – e che, a differenza mia, che ne sono disgustata, ha seguito l’intero svolgimento dei Gore Games – ma, dovendosi operare d’urgenza, hanno mandato me. La mia voce, troppo flebile e incerta, viene subissata dalle altre; devo trovare uno stratagemma per farmi sentire…
«Lei è un assassino!» Finalmente, l’attenzione di Mister Gore – e non solo la sua, dinanzi a una dichiarazione tanto forte – si sposta su di me, che riesco a intrufolarmi tra tre colleghi-rivali e arrivare alla giusta distanza per far sì che la microcamera installata nei miei occhiali lo metta bene a fuoco. «Cosa risponde a chi la definisce tale, Mister Gore? Cosa risponde a chi la taccia di essere un uomo d’affari senza scrupoli, disposto a mandare uomini e donne al macello pur di arricchire ulteriormente il bilancio della sua società?»
«Un uomo d’affari deve essere senza scrupoli, cara la mia signorina», mi risponde con il suo sorriso inespressivo: una maschera atteggiata a sorriso, un sorriso gelido come una lama. «Detto ciò, non credo sia… lasciamo stare rispettoso… ma di certo non è corretto che mi si chiami “assassino”: io non ho costretto nessuno dei partecipanti dei Gore Games a prendervi parte.» Il sorriso si accentua e, per certi versi, è inquietante. Per altri versi, non è nulla. Un’espressione vuota. «Né nessuno dei partecipanti è stato corrotto per iscriversi ai giochi. Tutti loro, e tanti altri, tra quelli che non sono stati accettati, si sono fatti avanti di loro spontanea volontà.»
«La maggior parte dei concorrenti, Mister Gore», riprendo a dire, «è costituita da disoccupati, da gente quasi sul lastrico, che faticava enormemente a tirare avanti…» Zoomo quanto basta sul suo volto inespressivo e dai muscoli facciali distesi. «Lei e gli altri uomini d’affari che hanno contribuito alla realizzazione dei Gore Games avreste potuto investire le vostre risorse per creare nuovi posti di lavoro, per risollevare la situazione economica di questa gente in ben altri…»
«Mi spiace interromperla, cara la mia signorina, davvero», si inserisce lui, la sua voce sovrasta la mia, il vociare degli altri e, quasi, il coro dell’arena: “Gore! Gore! Gore!”. «Partendo dal fatto che ognuno di noi può disporre del proprio patrimonio come meglio crede e partendo dal presupposto che i miei interessi riguardino da sempre l’intrattenimento di massa, io mi sono semplicemente limitato a dare alla gente ciò che la gente voleva. I risultati parlano chiaro.»
«Lo sviluppo tecnologico ci è, in larga parte, sfuggito di mano, Mister Gore.» Non mi arrendo. So cosa il mio direttore vuole che domandi a Gore. So cosa io voglio domandare a Gore. «La tecnologia ha portato alla disoccupazione ben il 70% della popolazione globale.» Penso ai miei occhiali-videocamera e al posto del cameramen che ormai è vacante, tanto per fare un esempio. «La gente vuole dignità, la dignità la si ottiene attraverso il lavoro e il lavoro porta con sé entrate economiche che almeno la metà di questo 70% desidera più d’ogni altra cosa…»
«Vede? Li vede?», mi chiede Mister Gore, accennando agli uomini in smoking e occhiali da sole che lo circondano. «Io sono il primo a dare lavoro alle persone: mi circondo dal calore di esseri umani piuttosto che dai gelidi circuiti e sistemi operativi di agenti androidi.» Allarga le braccia, come se fosse dispiaciuto per me, quasi desolato. «Coloro i quali muovono critiche del genere nei miei confronti hanno decisamente sbagliato bersaglio.» Solleva le spalle. «È proprio questo che vuole la gente: violenza. Conviviamo con la violenza sin dall’alba dei tempi e, pian piano, ci siamo abituati a essa. Respiriamo violenza, viviamo nella violenza, basta seguire i TG a pranzo o cena per nutrirci di pane e violenza. Siamo cresciuti consumando i nostri pasti mentre guardavamo in TV ospedali che esplodono, uomini sfigurati dall’acido, bambini smembrati dalla guerra, civili sgozzati e donne stuprate. La violenza ormai è entrata nel nostro metabolismo, gira in circolo insieme al sangue.»
Mi inabisso nella mia incompetenza e inesperienza, non so come ribattere, soprattutto senza risultare parziale: detesto la sola idea dei Gore Games, figurarsi intervistarne l’ideatore e partecipare al gran finale. E cosa dice Mister Gore degli interventi genetico-militari apportati ai partecipanti del gioco, anche pensando al fatto che, dopo l’ultima guerra, si era stabilita la sospensione di studi ed esperimenti di stampo bellico?
«La guerra è finita, è vero», risponde il diretto interessato. «Ma io credo di essere un discreto conoscitore del genere umano e, per questo, so per certo che scoppieranno altre guerre e dovremo essere pronti per fronteggiarle.» Muove l’indice verso il giornalista che gli ha posto quest’ultima domanda, per fargli capire che non ha ancora finito di rispondere. «Nonostante ciò, gli interventi genetico-militare di cui parla lei sono stati approvati dalle Nazioni Unite ed eseguiti solo dopo la dichiarazione consensuale dei concorrenti. Parliamo di esperimenti a scopo d’intrattenimento, non bellico. Il pubblico è ben protetto da un campo di forza che divide gli spalti dal terreno di combattimento.» Infine, indica l’ingresso dell’arena: il Nuovo Colosseo, costruito sulle ceneri del vecchio, distrutto insieme a mezza Roma durante le ultime guerre. Qualcuno disse, tanti anni fa: “Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.” Quel qualcuno dimenticò di dire che sia Roma che il Colosseo sarebbero risorti, più grandi e imponenti. Più violenti e sanguinari. «E adesso, cari signori, è il momento di goderci lo spettacolo.»
 
 
It’s such a brutal planet
It’s such an ugly world
- Brutal Planet, Alice Cooper[2].
 
Lo show è aperto dall’esibizione live dei Karnage, che danno il via alle danze con le loro hit più famose: Gore (ovviamente), Merry Suicide e FearChaosAgony. Il pubblico è totalmente in delirio, gridano tutti con voci raschianti andando dietro alle parole del cantante e, all’interno dello spicchio riservato ai media, mi sento circondata da tanti matti scalmanati. Mi fanno paura. Così eccitati dall’attesa del sangue. Come cani davanti a una ciotola che sanno verrà, a momenti, riempita di gustosi croccantini.
Non oso neppure immaginare come saranno ridotti quando lo avranno, il sangue che tanto bramano.
Nell’attesa che comincino i giochi, alla fine del breve live della band brutal heavy fucking death metal, un po’ di pubblicità sui maxi-schermi, che non fa mai male: viene sponsorizzato il Sex Show, il famoso reality dove i concorrenti si sfidano a suon di prestazioni sessuali delle più estreme, a favore di telecamere, per conquistare l’ambitissimo premio di cinquantamila dollari e un contratto in esclusiva con HardTV, l’emittente che trasmette pornografia gratuita e in chiaro, in alta definizione con tanto di 3D e VR, per tutti i gusti, tutti gli orientamenti sessuali e tutte le età; il secondo spot è relativo, invece, a Judgment Day, il mega evento annuale trasmesso in mondovisione durante il quale il pubblico da casa decide sulle sorti di cinque tra i più famosi prigionieri al mondo; gente condannata alla pena capitale o all’ergastolo e che, in base alla storia della propria vita e del percorso riabilitativo in carcere, il pubblico decide se ridurre la pena o confermarla tramutandola in un’esecuzione filmata, la cui modalità viene anch’essa selezionata dalla vox populi: iniezione letale, ascia, decapitazione, fucilazione, tortura…
Neanche ve lo dico: quale pensate che, tra le due, tra condono e sanzione, sia la scelta più gettonata, ogni volta? Davanti a una libertà nel decidere sulla vita e sulla morte del prossimo, persino il più irreprensibile dei cittadini, il più perbene e il più morigerato, il padre di famiglia più coscienzioso e la madre di famiglia più etica, si inginocchiano alla sete di sangue.
A tal proposito, ecco che entrano i primi due contendenti, i primi due moderni gladiatori, antropomorfi, sì, ma privati di attributi e dotati di estremità cibernetiche, in grado di colpire, maciullare, spezzare e tagliare.
I combattenti, un uomo e una donna, nudi eccezion fatta per le letali armi annesse ai loro corpi, si fronteggiano, si studiano per pochi istanti, e poi si saltano addosso, affondano i colpi, gridano urla gutturali, al limite del bestiale, sudano e sputano sangue, si battono mentre la gente canta, inneggia, urla, scommette, mangia e beve, alcuni si baciano e altri ridono e salutano i droni che riprendono la platea e la lotta.
Il terreno liscio e asettico, di un grigio chiaro un pelo meno del bianco, diviene superficie di atterraggio per frotte di gocce rosse, chiazze che copulano, generando macchie, prima, e pozzanghere, poi.
Piedi che si piantano, fanno da leva, si spostano e scivolano sul sangue, scalciano e sgambettano… un braccio va via, poi tocca a un occhio e quello che deve essere un seno, seguito da altri schizzi, altre grida, altri insulti a vicenda, denti che digrignano, fazioni che si schierano e imprecano e sperano, tifando e appassionandosi…
E io non posso resistere… non posso appassionarmi… non fino a quando la donna è prona, per terra, boccheggia, e lunghi filamenti di sangue le pendono dalla bocca e dal petto mutilato, il corpo che si muove, in scossoni e respiri profondi, tentennanti, vicini alla fine; un colpo discendente da parte dell’avversario. Un ultimo colpo. Il colpo di grazia.
«No…», mormoro, e vorrei coprirmi gli occhi ma non posso, il mio corpo non segue i comandi del cervello o forse io mi illudo che il mio cervello non voglia guardare, perché forse, in fondo, è proprio questo che vuole: il sangue, la morte, la lotta. «No, ti prego…»
La mazza chiodata che funge da braccio sinistro dell’uomo cala con veemenza verso il basso, verso la nuca china della donna sfinita e agonizzante; ma eccola: la scintilla. Lo scatto dei reni, il richiamo primordiale della vita, l’ululato della sopravvivenza… la donna che si getta di lato, affetta le caviglie dell’avversario con le mannaie che ha per dita; l’uomo, sbilanciato e privo di appoggio ora che i suoi piedi appartengono al pavimento, comincia a cadere in avanti; la donna gli assesta una ginocchiata al diaframma, lo fa cadere a schiena in giù e lo inchioda al suolo mettendosi a cavalcioni, poi fa sfoggio del suo braccio destro, quello forgiato come una scimitarra, e gli taglia il braccio armato con il quale lui era stato sul punto di finirla.
L’uomo è a terra, prono, situazione inversa, senza piedi e con il braccio che spruzza pennacchi di sangue come un geyser, e io… un urlo liberatorio, di speranza assecondata e trionfo vitale mi erompe dalla bocca e gli occhi spalancati, prossimi alle lacrime, esultanti di gioia per quello scintillante scatto di vita… gli occhi, dicevo, osservano la donna che agguanta – in qualche modo, in mezzo a quell’accozzaglia di lanuggine e acciaio che sono le sue estremità superiori – il braccio mozzato dell’uomo e lo cala con violenza e rabbia – violenza e rabbia che hanno un fondo di giustizia e giustificazione – sul nemico, frantumandogli in poltiglia la gabbia toracica e i muscoli contenuti al suo interno.
Abbiamo la vincitrice del primo round.
Il pubblico è in visibilio e io… sento gli occhi lucidi, ritrovo le mie mani con le dita serrate a pugno, sollevate al cielo e la faccia distesa in un sorriso trionfante, un profondo sospiro di sollievo viene esalato dai miei polmoni.
Mi sforzo di ricompormi, torno a sedermi, e mi guardo intorno, quasi preoccupata di essermi fatta cogliere in fallo, con le mani nella marmellata, a fare qualcosa che non avrei dovuto… né voluto… fare. Mi accorgo che nessuno ha occhi per me: tutti esultano, alcuni si abbracciano, altri saltellano e cantano, tutti a fotografare e immortalare il momento con palmari, occhiali, visori o le buone, vecchie macchine fotografiche.
 
 
Sui megaschermi, la vincitrice del primo duello viene sostituita da Mister Gore che parla in diretta dalla sua postazione privilegiata, super-sorvegliata e protetta da campi di forza impenetrabili. Gli applausi e il tripudio dei partecipanti aumentano in un estatico turbinio che si esaurisce solo dopo una ininterrotta ventina di secondi, al termine dei quali, con un lieve sorriso professionale, Mister Gore fa un passo avanti e prende parola.
«Preferisco lasciar parlare prima i fatti, e questo è stato solo un assaggio del resto dei Giochi», esordisce, meritandosi un altro applauso scrosciante a scena aperta. «Opposizione e scontro, strenua lotta, l’uno contro l’altro al fine di determinare la sopravvivenza e la perpetuazione: questa è la vita, questa è l’esistenza, umana e non.» Fischi ed esclamazioni di approvazione, conditi da una nuova mitragliata di applausi, cori che inneggiano al suo nome. «Questo è lo spirito che sta a fondamento dei Gore Games, la più sincera e profonda forma di inno alla vita.»
Prendo nota di tutto: quel che dice, il modo in cui lo fa, analizzo il livello della comunicazione non verbale, registro tutto attraverso gli occhiali, incido tutto su memoria, invio ogni singolo bit al computer di casa, dove lavorerò sul materiale raccolto e butterò giù il mio articolo critico sulla disumanità dei Gore Games e sullo spietato cinismo del loro inventore. Quando avrò finito qui, andrò a sedermi alla scrivania del mio studiolo, accanto a una fumante tisana, e darò forma a questo insieme di appunti audiovisivi. Quando tornerò a casa, sbobinerò digitalmente il video, riascolterò le parole di Mister Gore, e scriverò dei suoi occhi insensibili, di colori diversi, e del suo tono piatto, quasi asettico, privo di calore umano. Quando sarò a casa, batterò sui tasti per descrivere la follia collettiva che pervade, strisciante, le gradinate del Nuovo Colosseo. Quando sarò nel mio studio, racconterò di come coloro i quali hanno potere preferiscano usarlo per blandire le masse, per far loro il lavaggio del cervello, per controllarli anziché risolvere i reali problemi che affliggono la società umana. Farò ciò che è giusto fare.
A casa. Tutto questo, a casa.
Adesso, qui, è il momento dell’ingresso dei due nuovi gladiatori.
Adesso, qui, è il momento del sangue e della violenza, del sudore e della lotta, del prevalere della vita sulla morte; è il momento in cui il sangue ribolle, il cuore pompa a più non posso, la salivazione si azzera e tutti i cinque sensi si concentrano su quelle movenze e su quegli sguardi e quelle espressioni manifestazione dell’attaccamento alla vita, dell’istinto di sopravvivenza, del rifiuto della morte.
Adesso, qui, è il momento dei Gore Games.
È il momento di ciò che vogliamo e non di ciò che è giusto.
O forse è proprio ciò che vogliamo a essere, sempre e comunque, giusto?
 

[1] Blah, blah, blah, puttana, puttana
Ribelle, ribelle, festa, festa
Sesso, sesso, sesso e non dimenticare la violenza
[…]
Voi figli di puttana, siete pronti per la nuova merda?
Alzatevi e ammettete che il domani non arriverà mai
Questa è la nuova merda
Alzatevi e ammettetelo
L’abbiamo capito? NO!
Lo vogliamo? SÌ!
[2] È un mondo così brutale
È un mondo così brutto.
 
Nota dell'autore (wow, non ne facevo da un secolo!). Un sentitissimo ringraziamento a Grifabio (il racconto, insieme a tanti altri di vari autori, è reperibile anche sul suo strambo e fighissimo blog, Altre Dimensioni) che conosco ormai da anni, dai miei primissimi giorni su Neteditor (correva l'anno 2012 e io torno a sentirmi un vecchio 23enne... sigh!). I suoi racconti sono sempre assurdi, nel senso buono del termine, come dei trip mentali che però non hanno alcuna controindicazione. I suoi disegni, poi... be', io sono rimasto entusiasta (oltreché onorato) da quelli che ha realizzato per questo racconto: ha dato un aspetto weirdissimo a Mister Gore e ha dato alla luce, pressoché alla perfezione, l'immagine che avevo in mente dei due "gladiatori". Cos'altro dire? Ancora: grazie, Fabione!

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Paolo Guastone il 2018-09-17 14:25:58
Un racconto post-apocalittico che ci lascia in eredità una bella domanda. Una domanda che, in fondo, spiega il perché il genere umano è destinato a non avere redenzione. Perché, cosa è veramente giusto? Non lo sappiamo e il tuo racconto è proprio lì a spiegarcelo e a farci vedere perché, finchè vivremo, ci saranno sempre tanti e tati Mr. Gore. Veramente un bel pezzo, as usual.

90Peppe90 il 2018-09-17 19:26:33
È una delle Grandi Domande, una di quelle che, probabilmente, resteranno per sempre inevase. Una di quelle per le quali possiamo solo proporre risposte soggettive, che noi riteniamo possano andare bene, e che per altri, invece, magari non vanno affatto bene. Rimane il punto interrogativo... e, nella migliore delle ipotesi, quella che noi riteniamo essere la risposta corretta. Grazie mille, Paolo, ritrovarti è sempre un piacere. Alla prossima!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-09-17 19:09:51
Se non ricordo male era stato Seneca a dire, dopo aver frequentato il ludi gladiatori, che ogni volta che tornava dopo essere stato in mezzo agli uomini si sentiva un po' meno umano. Poi, un bel po' di fatti che si raccontano sui gladiatori erano falsi, a cominciare dal fatto che terminavano con la morte di uno dei contendenti (rarissimo, perchè i gladiatori costavano e allenarne uno era un investimento) al famoso "pollice verso" che solitamente veniva messo di lato, orizzontale. In realtà, anche se i ludi gladiatori sono scomparsi da secoli, il loro ricordo si è perpetuato nei secoli (ricordo che quando ero molto giovane mi colpì il film "Rollerball" con un allora giovane James Caan e "!997 fuga da New York dove si trovano scene simili). A dire il vero, e proprio perchè la violenza era in campo, sugli spalti c'erano molte meno risse di quanto accadesse in altri sport (anche se c'erano, con tanto di città squalificate, come Capua). In generale, le società antiche erano comunque più violente della contemporanea, in cui la violenza è spesso solo virtuale, ma naturalmente non c'è nessuna linearità nel progresso: le magnifiche sorti verso il progresso sono un'illusione di una parte della cultura del secolo passato. Piaciuto, e centrate le illustrazioni.

90Peppe90 il 2018-09-17 19:30:31
«Mi chiedi che cosa secondo me dovresti soprattutto evitare? La folla. [...] Capisci che cosa intendo dire? Ritorno più avaro, più ambizioso, più dissoluto, anzi addirittura più crudele e disumano, poiché sono stato in mezzo agli uomini.» Credo sia questo, possibile? Ricordo di averlo letto al quinto anno di liceo e, da allora, mi è sempre rimasto impresso. Forse oggi è più nascosta, la violenza, forse anche più "subdola", presente su più livelli - e non necessariamente sul piano fisico, quindi - ma comunque presente e diffusa. Ce l'abbiamo dentro, in fondo, non penso possiamo farne a meno. Contento ti sia piaciuto, Rub, e le illustrazioni... non smetterò mai di lodare l'operato del grande Fabio.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Vecchio Mara il 2018-09-17 20:56:40
bello, leggendolo mi ha ricordato un film di un po' di anni fa, il titolo non me lo ricordo, ma rammento che c'era 'sto presentatore che caricava il pubblico e poi spediva dentro delle gallerie i concorrenti che dovevano uscire dall'altra parte affrontando via via degli avversari dotati di armi tecnologiche. Mi pare di ricordare che alla fine il concorrente arrivò alla fine e gettò il presentatore nella galleria. Forti pure i disegni, Bravo tu e bravo pure il grafico. Ciao Peppe.

Rubrus il 2018-09-18 14:09:30
Si tratta de "l'uomo in fuga" del solito King, originariamente pubblicato sotto lo pseudonimo Bachman.

90Peppe90 il 2018-09-30 12:14:46
Mai letto il libro né visto il film in questione.
Be', i disegni di Grifabio...!
Ciao, Giancarlo, grazie mille!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2018-09-18 18:15:33

\\"E\\' il momento di ciò che vogliamo e non di ciò che è giusto. O forse è proprio ciò che vogliamo a essere, sempre e comunque, giusto?\\" Bè, c\\'è poco da aggiungere: questa è la letio a cui conduce tutto il micidiale ritmo immaginifico del grande duo Peppman & Grifabion. Non c\\'è un fallo da fare: la violenza nell\\'homo consumens è data dal fatto che il suo sistema lo rende sempre insoddisfatto di ogni cosa che ha e che è. E la Tecnica che ormai l\\'ha avviluppato come una caravella portoghese e l\\'ha reso completamente privo di ogni controllo.
E' ormai quasi ovvio affermare che l’universo della competizione "gore" globalizzata è davvero «tecnico» nella più ampia accezione del termine, perché in esso il progresso scientifico smette di aspirare a fini esterni e superiori per diventare una sorta di fine in sé stesso, come se l’aumento dei mezzi, del potere o del controllo sull’universo diventasse il suo obiettivo. Analogamente, la «tecnicizzazione del mondo», secondo Heidegger, si verifica nella storia del pensiero con la dottrina nietzschiana della volontà di potenza, che decostruisce e addirittura distrugge tutti gli «idoli», tutti gli «ideali superiori». Nella realtà – e non più soltanto nella storia delle idee – questa mutazione si rivela con l’avvento di un mondo in cui il «progresso» (le virgolette sono d’obbligo) è diventato un processo automatico e senza finalità, una sorta di meccanica autosufficiente di cui gli esseri umani sono completamente privati di controllo. Ed è proprio questa scomparsa dei fini a profitto della sola logica dei mezzi che costituisce la vittoria della tecnica come tale.

La via d\\'uscita dal nichilismo tecnologico? A ognuno la sua, lo spero, io pratico la trascendenza nell\\'immanenza, come sai. Abbiate, gioia, radiosi fratelli Weird!
A rileggervi, a rivedervi nel mio cuore, sempre!

90Peppe90 il 2018-09-30 12:24:27
Il racconto verte proprio su questo: sulla perdita del controllo, l'essere in balia di una sorta di costante insoddisfazione, ovviamente portata ai limiti estremi... e forse anche oltre. Stando al racconto, la risposta alla tua domanda finale sembra che no, non ci sia nessuna via d'uscita. Ma, per fortuna, amico mio, è solo un racconto.
Un caro saluto, Maurone, a presto!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Gerardo Spirito il 2018-09-22 19:24:08
Bella storia Peppe, in pieno stile tuo mi viene da dire. Racconto sanguinario e senza scampo. Hai caratterizzato molto bene Mr Gore, tanto che sono quasi sicuro che la sua figura ti ha appassionato molto, e, ovviamente, quando ti appassioni a quello che sai scrivendo, generalmente escono fuori belle idee. Le illustrazioni super, specialmente l'ultima!

90Peppe90 il 2018-09-30 12:26:26
Sì, Mister Gore mi ha appassionato molto, un po' come tutto il racconto, ma come dicevo nelle note finali, la sua caratterizzazione estetica è da attribuire direttamente al mitico Fabio, autore delle illustrazioni. Io, poi, ho inserito qualche cenno di descrizione fisica di Gore proprio sulla base del disegno di Grifabio... che ha finito con il farmi appassionare ancora di più al tutto. La seconda illustrazione è da togliere il fiato, lo penso anch'io!
Ciao, Ger, e grazie come sempre! A presto!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2018-09-23 21:12:55

Il pogare non usa solo nei concerti metal ma un po' in tutti i concerti rock di band hard o comunque energiche e talvolta perfino semplicemente vivaci e ballabili. Ricordo di aver letto che una volta Vinicio Capossela si incavolò perchè parte del pubblico si era messo a pogare e non la finiva più nonostante le sue richieste di ascoltare la sua musica restando tranquilli e silenziosi, così interruppe a metà il concerto e se ne andò via. Vabbè, la nota è irrilevante.

Ok, un buon racconto sulla necessità di sfogare e al contempo sublimare la violenza insita in noi. Perchè effettivamente l'uomo è violento per natura, si sa, la violenza è davvero insita in tutti noi e talvolta prende la mano a chi non sa autocontrollarsi (anche se nel tuo racconto mi pare che tendi a generalizzare fin troppo, come se NESSUNO sapesse mai rifiutarla e se lo fa è solo per pura ipocrisia) ma in fondo credo abbia ragione quell'autore (Edward Wilson) che ritiene sbagliato vergognarsene e ne sostiene anzi la necessità biologia: nella preisotiria la natura violenta era una componente geneticamente tramandata di generazione in generazione in quanto darwinisticamente vincente, perchè, ovviamente, una maggiore aggressività violenza dava maggiori possibilità di sopravvivere e quindi di riprodursi e trasmettere i propri geni alle generazoni successivi e i Sapiens più "buoni", meno aggressivi e violenti erano quindi destinati a soccombere. Noi oggi siamo quello che siamo e abbiamo costruito la società in cui viviamo e che ha anche molte cose positivi (come il fatto di essere qui a cominucare tra di noi in questo momento), anche grazie alla nostra natura violenta e se non l'avssimo avuto forse non saremmo neppure riusciti a sopravvivere, oggi saremmo dunque estinti e magari, chissà, la Terra sarebbe popolata dai Neanderthal.

Rubrus cita Rollerball e a ragione (tra parentesi ho in mente da tempo un racconto ispirato alle lotte gladiatorie dell'antica Roma e presumo che prima o poi mi deciderò a realizzarlo anche se per ora sento più urgente rendere disponibili qui quei miei vecchi racconti che più amo) ma permettimi di dirti, anche se autopromuoversi non è bello (d'altronde io non pretendo di essere perfetto), che gli argomenti che tu tratti in "Gore" li ho già trattati più o meno TUTTI io in un mio fantaracconto di diversi anni fa, anche se la fonte ispirativa era diversa dalla tua, e presente su PIAF. Mi permetto quindi di linkartelo:

 

BRAVI VIOLENTI RAGAZZI

 

Credo che la storia si faccia leggere e ti possa piacere e che in un certo senso sia, come dire, più "divertente" della tua, dacci un'occhiata, se ti va. Chiedo duqnue diritto di primogenitura, ah, ah. Tra parentesi anche in quel caso Rubrus aveva citato Rollerball.

 

Quanto al precedente "Il Volo," senza stare ad esprimermi sul suo contenuto, beh, credo che il mitologico e nedetoriano Full avrebbe apprezzato il tuo tentativo di scrivere un racconto lampo (il cosiddetto taglio web portato fino all'estremo come piaceva fare a lui) riuscendo a presentare in pochissime parole una trama vera e "completa", ma avrebbe anche detto che lui al tuo posto avrebbe saputo eliminare molte parole inutili e quindi lo avrebbe fatto ancora più corto. E su quest'ultimo punto io concordo (ipoteticamente) con lui: se davvero si vuole essere cortissimi (cosa peraltro contraria al mio credo narrativo) credo che lo si debba essere fino alle estreme conseguenze e io lì vedo molte parole non necessarie e dunque eliminabili.

Ciao bello.

90Peppe90 il 2018-09-30 12:32:51
Non so perché il tuo racconto mi sia sfuggito, lo scorso anno, ma rimedierò senz'altro; grazie per la segnalazione, Max. Ovviamente, ti lascerò un feedback.
Sull'incapacità di controllare la violenza, be', si tratta semplicemente di alcune vicende, fatti di cronaca e situazioni attuali portate appositamente alle conseguenze più spinte ed estreme. Insomma, una cosa puramente voluta per il tipo di racconto, volutamente esagerato ed eccessivo. Senz'altro, la violenza fa parte della nostra natura, incontestabile, credo; sicuramente ci ha aiutati a sopravvivere e prendere il predominio sul mondo; ma non siamo più nell'età della pietra.

Per quanto riguarda "Il volo", intanto ti ringrazio per la lettura e il parere espresso, Max, ma non è stato nessun esperimento. Voglio dire, non l'ho neanche scritto con l'imperativo di essere il più breve possibile. Come spiego nel commento lasciato lì, è partito tutto da una frase che mi è venuta in mente e che poi ho articolato nelle battute finali del frammento, e ho scritto tutto di getto sul blocco note del telefono. Tutto qui.

Grazie come sempre per la lettura e il commento, mon ami, alla prossima!

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Bule il 2018-09-23 23:37:06

Ciao Peppe. Sai qual’è l’elemento più “fictional” di tutto il racconto per me?? Che a Roma aprano un evento con “heavy brutal fucking death metal”....credo che anche tra qualche lustro, al massimo, ci becchiamo Pino Daniele (senza nulla togliere). Ma d’altronde sai che musica suono....

 

Scherzi a parte ci sono cose che mi sono molto piaciute, altre meno.

 

Mi è piaciuto molto la parte descrittiva del combattimento, com hai già ampiamente dimostrato, riesci a DIPINGERE la scena e si sente proprio quando la leggi, sembra viva.

 Mi è piaciuto molto il personaggio della giornalista e la sua lotta interiore; mi è piaciuto con la hai resa portatrice di un’ipocrisia che è di tutto il genere umano; si potrebbe quasi definirla una figura retorica.

 

Non mi è piaciuto troppo il nome “Gore games” perché se non ti conoscessi e non mi aspettassi una sorpresa ad un certo punto, sarebbe un richiamo troppo evidente ad hunger games (il tema è condiviso e, come hai detto tu, forse rilanciato ai tempi di “La lunga marcia” e “L’uomo in fuga” ), cosa per cui potrei leggere con preconcetti, per poi sfociare in pregiudizi.

 

Forse Mr Gore non è personalizzato come la giornalista, come se lo avessi interiorizzato poco dentro di te. 

Del resto un racconto molto aderente al tuo stile.

 

Ciao Peppe.

90Peppe90 il 2018-09-30 12:38:49
Voi vi beccherete pure Pino Daniele (magari in ologramma, come vorrebbero fare con Mercury?) ma qui, a Palermo, ci becchiamo individui del calibro di Gianni Vezzosi e Natale Galletta; tu mi chiederai, giustamente, "Ma chi cazzo sono?", e io ti rispondo che si tratta di due cantanti (?) neomelodici. In piazza vicino casa mia c'è stata una doppia serata live di simili elementi... e mi taccio.
Onestamente, scrivendo, riscrivendo, leggendo e rileggendo questo racconto, neanche una volta ho pensato ad Hunger Games (e io non ho fatto riferimenti a "La lunga marcia" e "L'uomo in fuga" - ne ha parlato Rubrus e io non ho letto né l'uno né l'altro); in fondo, seppure possano esserci punti di contatto, ce ne sono tantissimi in contrasto (le modalità di partecipazione, lo svolgimento dei giochi, l'atmosfera in generale). Forse mi sarebbe bastato eliminare "games" e chiamare la manifestazione in tutt'altro modo? Ahahah

Toh, due pareri totalmente agli antipodi, quello tuo e quello di Gerardo: a lui è piaciuta molto la caratterizzazione di Mr Gore. Però sì, in effetti ho sentito più "vicina" a me la giornalista, come personaggio.

Grazie mille per la lettura e il commento, Fabio, alla prossima!

Bule il 2018-10-02 22:12:45

Hai ragione, avevo confuso l’intervento sui due racconti di King. No ci mancherebbe, è nettamente diverso! È stato proprio solo il richiamo del nome.



Gore non che sia non riuscito, solo mi ha dato l’impressione di essere solo funzionale. 



 


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