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"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Rubrus

pubblicato il 2018-01-25 13:12:03


«Ti dico che è inutile».
«Peggio. È pericoloso. Non è…  scientifico. Ricordati che è stato un caso».
Saltzmann non rispose. Continuò a camminare con le mani allacciate dietro la schiena, a capo chino.
Per alcuni istanti, Weber e Mosley rimasero qualche passo dietro di lui e, in quegli istanti, parvero ciò che erano stati un tempo: il geniale, brusco, autoritario, imprevedibile professore e i suoi due più promettenti assistenti, poi Saltzmann si fermò di colpo e, subitanea com’era apparsa, l’illusione svanì.
Il vecchio piantò gli occhi in faccia a Weber: si trovavano alla stessa altezza, ora, ma, molti anni prima, Saltzmann sovrastava l’allievo di mezza testa: gli anni avevano ingobbito il professore. Gli anni e molte altre cose.
«Un caso!» sbottò Saltzmann. «È questo a farmi impazzire, Harry. Abbiamo avuto la prova di uno dei paradossi di Heisenberg per caso!».
Mosley si accese la pipa.
«Solo qualche atomo, Frank, solo qualche atomo. E mezzo stato è rimasto al buio per due ore».
«Già – convenne Saltzmann – ma dov’è andato quel protone, in due ore, eh, Wilfred? Dov’è stato? L' hai controllato tu il decadimento, se non erro !».
Mosley si guardò i piedi, sbuffando una nuvoletta di fumo. «Nel passato» ammise.
«Appunto» concluse Saltzmann. «Abbiamo misurato la velocità di qualche particella e, come Heisenberg aveva previsto, l’abbiamo spostata nello spazio – tempo. Anzi, l’abbiamo spostata nel tempo. Quegli atomi di plutonio sono invecchiati di due anni, due anni ragazzi, non due ore… ma non qui. Non in questo continuum spazio temporale. E poi sono tornati indietro».
«E va bene, Frank – intervenne Weber – abbiamo inventato la macchina del tempo».
Saltzmann alzò le braccia. «Inventato? – urlò – Volesse il cielo che l’avessimo inventata. Direi piuttosto che ci siamo inciampati». Abbassò le braccia e la voce. «Un maledetto caso». Si fermò e prese a guardare, fuori dalla finestra, il deserto immerso nella notte.
«Il Presidente chiamerà presto un’altra volta – disse Mosley – che cosa dobbiamo dirgli?».
Saltzmann si abbatté su una sedia e prese a massaggiarsi le tempie.
«Non lo so, ragazzi – bisbigliò – non lo so».
«Io dico che è meglio insistere nella storia dell’esperimento fallito – suggerì Weber – in fondo, è vero».
«Albert avrebbe saputo cosa fare» mormorò Saltzmann.
I due uomini in piedi si irrigidirono impercettibilmente. Erano anni che nessuno osava nominare “Albert”.
«Il punto è – disse Mosley – che anche se la macchina funzionasse (e non ho detto che funzioni) non ci servirebbe a niente».
«Giusto – convenne Weber – non è quello che il Governo vuole e, anche se lo volesse, non ci sarebbero fondi per sviluppare il progetto. Ci sono altre… priorità».
Saltzmann, silenzioso, pareva non ascoltarli. Fissava la parete alla quale era appesa, con una puntina, una vecchia foto in bianco e nero. Lui ed Elsa, ai piedi della Statua, sorridevano verso l’obbiettivo. C’erano possibilità nel loro sguardo. Sogni timori, speranze, desideri, ma, soprattutto, possibilità.
In fondo, la vita era una miriade di possibilità che svanivano fino a ridursi all’unico, possibile esito.
Ma loro, forse, avevano trovato un trucco per invertire il processo, il modo per barare alla lotteria.
«Ho conosciuto mia moglie perché le ho rovesciato addosso il vassoio del pranzo, alla mensa. Se non fossi stato così maldestro, non l’avrei conosciuta e la mia vita sarebbe stata completamente diversa, di sicuro peggiore. D’altro canto, sono sempre stato maldestro. Ho schiacciato centinaia di piedi, perso decine di chiavi, sbattuto contro un’infinità di persone, però nessuna delle donne cui ho pestato un piede o che ho urtato passeggiando per i corridoi dell’università è diventata mia moglie, perché nessuna era come Elsa. Elsa era unica. La vita è unica. Ogni vita lo è». Prese a mordicchiare una delle molte matite che teneva in tasca. Le parole uscirono smozzicate, un mormorio incomprensibile. «E chi salva una vita salva il mondo intero» sussurrò.    
Si alzò lentamente dalla sedia e, mai come in quel momento, la differenza tra Saltzmann e i due uomini in piedi di fronte a lui fu evidente. Un solco che poteva contenere un intero universo.
Il professore si avvicinò di qualche passo alla foto.
«Forse avete ragione, ragazzi. Forse esiste un universo nel quale io non ho rovesciato il vassoio della mensa addosso ad Elsa e così non l’ho conosciuta. Forse esistono infiniti universi in cui questo fatto non è accaduto. Perciò, anche se tornassi indietro nel tempo e finissi in uno di questi universi (incontrando me stesso, tra l’altro, ma questo è un paradosso che non voglio approfondire) e se rovesciassi addosso a mia moglie il vassoio della mensa … ebbene, in questo caso continuerebbero ad esistere cento, mille, infiniti universi in cui ciò non accade. E, soprattutto, ciò non potrebbe cambiare il fatto che in questo universo quell’evento è avvenuto. Chissà, forse ci sono universi interi che hanno cominciato ad esistere – percorsi alternativi dell’essere – proprio nel momento in cui ho rovesciato il vassoio. D’altro canto, tra gli universi nei quali io non rovescio il vassoio, ce ne potrebbe essere uno (o cento, o mille, o infiniti) in cui io conosco mia moglie perché le pesto un piede, o perché io perdo le chiavi di casa, lei le ritrova e me le porta… Dev’essere un problema di variabili nelle equazioni quantiche».
Un militare comparve sulla porta alle loro spalle.
Il presidente aveva chiamato.
Saltzmann, lo sguardo ancora fisso alla parete, si voltò verso i due fisici.
«Sì, sì, insistiamo ancora con la faccenda dell’errore … e speriamo che non ci addebiti i danni per l’interruzione di corrente».
Weber e Mosley uscirono dalla stanza.
Saltzmann, rimasto solo, si voltò di nuovo verso la foto.
I suoi due allievi avevano ragione.
D’altronde loro non potevano capire… non fino in fondo, almeno.
Per loro, per esempio, esisteva ed era sempre esistita solo una Statua.
La versione precedente era stata cancellata da tutti i quadri, da tutti gli archivi, da tutti i ritratti, da tutte le foto. Neanche quella di Saltzmann faceva eccezione. Anche il nome aveva subito lo stesso destino.
Gli occhi del vecchio s’inumidirono.
Morto lui, e quelli come lui, della vecchia Statua della Libertà non sarebbe rimasto nulla, nemmeno il ricordo.
Guardò, dietro le spalle di Elsa, l’unica versione che tutti avrebbero conosciuto: la Statua della Razza, col braccio proteso nel saluto nazista.
«Possibilità» disse.      

 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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90Peppe90 il 2018-01-25 17:50:46

Mi pare di non averlo letto, in passato, e sono ben lieto di averlo fatto adesso; quindi direi che hai fatto più che bene a riproporlo. Narrato bene nella sua interezza, disseminato di osservazioni e riflessioni di una certa rilevanza che mi sono piaciute molto e culminato in un finale che, be', non può che funzionare alla grande. 

Piaciuto molto.

Ciao, Rub, un abbraccio.

Rubrus il 2018-01-25 18:52:43
Eh è così vecchio - che poi sei anni non sono tanti, ma si sa, il web... - che alla fine potrebbe sembrare nuovo. Merito di MB che me l'ha fatto rispolverare. Comunque, per fine mese o giù di lì, penso e spero di metterne davvero uno nuovo.

Massimo Bianco il 2018-01-25 23:46:55

No, non è il racconto a cui pensavo quando hai scritto che meditavi di riproporlo. Questo in effetti non lo ricordo affatto, non credo proprio di averlo mai letto. Un buon racconto, direi, che però al contrario dei miei va interpretato. Stili diversi, il mio e il tuo. Io amo scrivere dei finali chiari, in cui non ci siano troppe elucubrazioni da fare e il senso sia lapalissiano, quello che ho appena riproposto e che ti ha fatto venire in mente di proporre questo ne è un buonesempio, direi. Invece tu, se ancora oggi scrivi sovente racconti che terminano con diverse possibili interpretazioni, quando ti ho conosciuto e ho cominicato a leggerti eri, a mio parere, più criptico di oggi, non di rado, cioè, coi tuoi finali occorreva capire, per lo meno a me, cosa avevi inteso dire, bisognava cioè intuire cosa fosse accaduto. Ecco, io in questo racconto in effetti intuisco il significato del finale, intuisco cosa deve essere accaduto, ed è un bell'intuire, in effetti, almeno se sto intuendo giusto, però è appunto un\'intuizione che allontana questo scritto dal mio modo di concepire un racconto. Sì, perchè sono più contento quando tutto mi viene spiattellato. Comunque mi è piaciuto: finale sorprendente....... Mm, anch'io avrei dovuto proporre un nuovo racconto tra poco (a inizio febbraio) ma stavolta mi sono arenato col finale. Se non mi sbloccherò subito allora dovrò riproporne un altro vecchio, quello previsto come successivo, e sperando che mi venga l'idea giusta per concludere questo in modo soddisfacente almeno entro febbraio, senza doverlo cestinare. Ciao.


Rubrus il 2018-01-27 16:52:09
L'dea era proprio quella: racconto così vecchio da sembrare nuovo. Be', non c'è chissà quale enigma. E' un racconto sui mondi alternativi che si svolge in un mondo alternativo, come rivela l'immagine finale. Ci sono però alcune cose, come la dignità della vita umana, che valgono probabilmente in tutti i mondi, come riflette, tra sè e sè, il professore. Io alle volte parto dai finali - questo racconto è nato dall'immagine finale (che, francamente, non mi andava neanche di sviluppare perchè ci sono tanti romanzi in cui i nazisti hanno vinto la guerra). In altri casi il finale viene fuori raccontando, in altri scrivo avendo in mente un finale e poi lo cambio in corso d'opera. Ciao!

Massimo Bianco il 2018-01-28 01:25:56
Sì, sì, mondo alternativo, certo, ma non solo. Nel tuo finale si evince, correggimi se sbaglio, che il mondo in cui è ambientato il racconto sia scaturito (proprio come quello scaturito dall'intervento nel passato tentato nel mio racconto "Tempo") da un'azione che ha causato una divaricazione, cioè la nascita di un nuovo universo parallelo e che Saltzmann, avendo causato lui tale divaricazione, con le sue ricerche, sia l'unico a ricordare il mondo originario, quello in cui c'era la Statua della Libertà e non la Statua della Razza. Tuttavia come ciò esattamente sia potuto accadere dal racconto non lo si evince e va per lo più intuito ed è questo che personalmente mi disturba, se lo avessi scritto io lo avrei invece spiegato chiaramente, poi magari Peppe mi avrebbe trovato troppo didascalico, ma pazienza. E' in questo che i nostri modi di scrivere racconti si divaricano (come due universi paralleli, eh, eh), direi. Spero di essere stato chiaro (eh, eh). Ciao.

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Paolo Guastone il 2018-01-26 08:45:25
No, non lo avevo letto in passato e....porca miseria! Nonostante il genere "fantascienza" non mi attragga molto, ho voluto leggere ugualmente le tue parole, perché, da un autore così non ci si può aspettare che il meglio. Come, in effetti è avvenuto, Innanzitutto l'idea stessa dello spazio/tempo ti prende e ti azzanna le caviglie e non ti lascia più andare. Poi, il ritmo narrativo, lento, come se sapesse di non poter eludere il destino che è lì dietro la porta. E che nelle ultime righe si svela in tutta la sua potenza devastante. Piaciuto molto.

Rubrus il 2018-01-27 16:53:45
I generi esistono, ma sono fermamente convinto che la validità di un racconto non dipenda dal genere. Il problema può sorgere solo se consideri il genere un fine invece che uno strumento, e precisamente un metodo con cui confrontarsi quando si scrive. Ciao!.

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BigTony il 2018-01-30 09:49:11
Molto bello, anch'io non l'avevo letto. La Statua della Libertà è certamente un simbolo forte, preso come riferimento in diversi libri e film che girano attorno al tema dei futuri alternativi e/o distopici. Mi viene in mente la famosissima immagine del film "Il pianeta delle scimmie", quello originale con Charlton Heston... bellissimo secondo me. Mi pongo in un'ottica diversa dalla rispettabilissima opinione di MB, e dico che a me sono proprio questi i finali che piacciono da matti, che stimolano la fantasia e ti "costringono" a pensare.

Rubrus il 2018-01-30 17:23:10
A scanso di equivoci: il povero prof Saltzmann non ha alcuna responsabilità in relazione allo stato del mondo in cui si trova: ho semplicemente pensato che, tra i milioni di mondi possibili, ce ne potesse essere uno in cui l'America è diventata nazista; poi possiamo pensare o alla classica distopia in cui i nazisti vincono la guerra oppure a un Hitler nato in America che prende le redini di un nuovo Ku Klux Klan e così via. A me però interessava dire che, anche in quel terribile mondo ecc ecc

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Elisabeth il 2018-01-31 10:29:45
Ciao. Scritto bene e interessante. Il maledetto caso, un dis-ordine delle logiche probabilità, il più delle volte fa scaturire possibilità almeno qui, ma credo anche in altre "parti" . Letto con piacere.

Rubrus il 2018-02-10 15:57:54
Oh... probabilmente ovunque. Grazie e ciao!

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monidol il 2018-02-05 16:11:36
Credo che il finale impreziosisca e dia spessore a tutto il racconto. Di fatto, al di là dei bei dialoghi che comunque si seguono con interesse, avevo avuto un po' la sensazione che si stesse girando intorno a qualcosa. ciao Roby

Rubrus il 2018-02-10 15:59:31
Ciao.. eh altrimenti sarebbe stata una dissertazione para-filosofica o scientifica. Una roba noiosa.

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