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Mastro Tempo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2018-01-25 14:59:58


Mastro Tempo

 

Aveva solo tredici anni, Aronne, quando fu assunto come ragazzo di bottega dall’orologiaio. Era stato scelto, oltre che per le sue spiccate capacità intellettive, per la passione che metteva nell’apprendere i segreti del mestiere.  

Da allora erano trascorsi più di quattro anni, e come ogni giorno lavorativo, dopo aver ramazzato il pavimento della bottega stava lì, fermo per ore in religioso silenzio, ad osservare affascinato quell’uomo anziano e minuto, piegato su se stesso sino a diventar tutt’uno con il banco da lavoro dentro la sua piccola e buia bottega: l’unica lampada era puntata sul piano dove arnesi minuscoli si mischiavano con altrettanti minuscoli ingranaggi da trapiantare nel cuore degli orologi guasti.

Nel silenzio rotto solo dal “tic tac” degli orologi appesi in ogni dove, guardando dentro la lente a cannocchiale appoggiata al suo occhio destro, estensione artificiale della sua poca vista, con mano esperta e precisione chirurgica sistemava i minuscoli ingranaggi nei i toraci metallici: ovvero, dentro le casse degli orologi.

Il vecchio, notando con quale assidua partecipazione il ragazzo seguiva il suo lavoro, aveva deciso d’insegnare ad Aronne i segreti movimenti degli ingranaggi del tempo; sarebbe stato lui, un giorno non troppo lontano, ad indirizzare il tempo nella giusta direzione.

Così, Aronne, ogni mattina si recava nella bottega dell’orologiaio per scoprire sempre nuovi e intriganti segreti sul governo del tempo; e lì, in piedi davanti al banco, osservava in religioso silenzio l’impercettibile e delicato movimento delle mani dell’artista intento a manipolare ingranaggi, molle e bilancieri; ascoltando e apprendendo velocemente, al contrario di quanto facesse al tempo della scuola, gli insegnamenti del vecchio artigiano.

«Ancora non lo sai, ma il tuo fervore nell’apprendere ha un senso, e un giorno lo capirai; dentro di te sta maturando velocemente il dono di manipolare il tempo… Sei tu, il predestinato! Nelle tue mani consegnerò il potere d’interagire con il tempo. Il destino dell’intera comunità dipenderà dalla tua abilità; non ti distrarre, devi memorizzare ogni singolo movimento delle mie dita all’interno della cassa, anche il più piccolo degli errori, quando dovrai agire, potrebbe risultare fatale» lo indottrinava, mentre con delicatezza staccava dalla parete uno dei sette orologi le cui lancette erano ferme da tempo sul mezzodì… o sulla mezzanotte.

«Vedi, la molla si sta ricaricando, e quando avrà raggiunto la massima tensione, le lancette inizieranno a muoversi. Se dovesse accadere, sarebbe la fine! Le forze del male che ora sono imprigionate nel limbo del tempo, si spargerebbero per le strade, le campagne, entrerebbero in ogni casa, fin nell’ultimo sperduto casolare ai confini della contea… Ricordati! Nessuna lancetta di questi sette orologi dovrà mai spostarsi, nemmeno di un decimo di secondo. Per questo ogni notte, prima che l’orologio del campanile batta dodici rintocchi, li dovrai staccare uno per volta dalla parete, spezzare la molla, e subito dopo riappenderli al proprio posto… Hai capito?»

«Per capire l’ho capito, Mastro Tempo, ogni giorno mi ripete la stessa lezione. Quello che non riesco a comprendere, è il mistero per cui le molle degli orologi si riaggiustino e ricaricano da sole» rispose il ragazzo.

«Il tempo e la sua potenza, sono forze a noi in gran parte sconosciute. I sacri libri che i miei avi hanno tramandato per generazioni alla mia famiglia, fino a giungere in mio possesso, mi hanno insegnato come costruire i meccanismi per governare il tempo, ma non hanno saputo spiegarmi il perché le molle, pur rompendole ogni giorno, si riaggiustino e si ricarichino autonomamente» spiegò il vecchio orologiaio, mentre appoggiava una minuscola cesoia all’interno della cassa.

«Ecco! E’ in questo punto preciso che dovrai tagliare la molla. Osserva attentamente e memorizza tutto quello che farò» proseguì, pinzando la spirale della molla con le minuscole cesoie.

Poi, con un colpo secco tagliò la molla, che in un attimo si scaricò.

«Ecco fatto! Anche l’ultimo l’abbiamo sistemato…» allungò l’orecchio «e il campanile non ha ancora iniziato a battere le ore» sospirò richiudendo la cassa, prima di appenderlo al suo posto.

«Ora puoi andare, domani mattina sarà il giorno della ricarica settimanale dell’orologio del campanile. Vieni qui dopo che avrai fatto colazione, non troppo presto… alle tre andrà benissimo. Dobbiamo salire quando il sole, illuminando la cella campanaria, renderà più facile controllare l’integrità degli ingranaggi dell’orologio» concluse il vecchio, accompagnando Aronne alla porta.

«Farò colazione alle quattro, e prima delle tre sarò qui! Buona notte, mastro tempo» replicò salutandolo Aronne, prima di dileguarsi con passo svelto lungo la via deserta, illuminata dalla luna.

 

Quando le lancette dell’orologio del campanile, girando in senso antiorario, si posero sulle due e la campana batté altrettanti rintocchi, Aronne si alzò dal letto.

Sua madre aveva già messo in tavola l’abbondante colazione. Aronne inzuppò i biscotti nel latte assorto nei suoi pensieri, subito dopo calcò il berretto sul capo, facendola passare sopra la testa posò la tracolla della borsa sulla spalla e uscì di corsa.

Quando le lancette dell’orologio del campanile segnarono le tre, ovvero le nove del mattino, Aronne faceva il suo ingresso nella bottega dell’orologiaio.

«Prendi questa e andiamo!» ordinò il vecchio dopo aver scambiato i saluti.

Aronne prese la valigetta in pelle nera, simile a quella dei medici, uscì in strada, attese che l’orologiaio chiudesse a chiave la porta della bottega, lo affiancò e s’incamminarono verso il centro del paese, dove svettava l’alto campanile gotico.

«Buona giornata, Otto!» esclamò l’orologiaio, salutando il borgomastro che lo attendeva con le chiavi in mano accanto alla porta del campanile.

«Buona giornata anche a te, Mosè» ricambiò il borgomastro, un omone grande e grosso: fisico e colorito acceso tradivano l’indole del gran bevitore di birra.

Poi guardò il ragazzo, che intimidito dalla possanza dell’uomo e ancor più dal tono baritonale aveva abbassato lo sguardo. «E il nostro giovane, come va?» chiese a Mosè, assestando una vigorosa pacca sulla spalla ad Aronne.

«Molto bene! Se dovesse accadermi l’irreparabile anche ora, saprebbe già come fare a sistemare l’orologio» rispose inorgoglito Mosè.

Otto annuì. «Molto bene… Ricorda, ragazzo! Il futuro della valle, del nostro e del tuo popolo, è nelle tue giovani mani.»

«Il futuro della valle e del nostro popolo! Esiste un’unica razza, quella umana! Cerca di rammentarlo, Otto, altrimenti le tragedie di questo secolo infame ce le porteremo dietro nei secoli a venire!» lo corresse, redarguendolo, Mosè.

«Hai ragione, è stato un lapsus.»

«Già! Le parole hanno un peso preponderante nella formazione caratteriale di un giovane, le nostre espressioni, i nostri concetti esternati in modo sbagliato, finiranno per entrare a far parte del loro bagaglio culturale» concluse il concetto Mosè. E mentre Otto girava la chiave nella toppa, gli chiese: «A proposito di giovani, cosa mi dici di tuo figlio Sigfrido?»

Otto scosse il capo, mostrando tutto il suo scoramento si voltò verso di lui. «Sono preoccupato. Ieri ha saputo che quel pazzo che ci governa, dopo aver incendiato mezza Europa, ha rivolto le sue mire verso la Russia… Il sapore dolce della vittoria lo sta contagiando, vorrebbe correre ad arruolarsi, dare il suo contributo alla conquista di un reich millenario. Io, e sua madre, stiamo faticando non poco per convincerlo a rimanere nell’unico posto dove gli orrori della guerra non arriveranno mai.»

«Il sapore della vittoria, è un veleno a lento rilascio. Alla fine di questa tragedia immane non ci sarà nessun reich millenario, ma solo morte, fame e distruzione, ricordalo ogni giorno a tuo figlio! E non ti preoccupare, fino a quando gli orologi dei sette peccati capitali non scandiranno il loro tempo, i venti di guerra non soffieranno sulla nostra valle» lo confortò Mosè.

«Ma quei benedetti orologi, non si potrebbero fermare per sempre? E l’orologio del campanile, perché non può segnare le ore al contrario per sempre?» domandò accalorandosi Otto.

«Perché il male non si può imprigionare per sempre, altrimenti quando raggiungerebbe pressioni insostenibili, finirebbe per distruggere l’intera umanità. Io posso, come ho fatto durante la precedente guerra per ben cinque anni, preservare la nostra valle da tutto ciò che genera odio e guerre. Ma sta a voi, padri e madri, inculcare nella mente dei vostri figli i giusti ideali; altrimenti il giorno che sarò costretto a lasciar camminare il tempo sui quadranti dei sette orologi, e a far girare in senso orario le lancette del campanile, l’odio represso tornerà a sfogarsi con virulenza inaudita. Ricordalo questo! E usando la tua indiscussa autorità, cerca di farlo capire anche agli altri genitori: il futuro appartiene ai giovani, ma è nel presente che si progetta il futuro» spiegò in tono grave Mosè.

Otto annuì senza replicare, aprì la porta e, scostandosi di lato, fece passare Mosè e Aronne. «Andate pure, fra un’ora tornerò ad aprire» disse, poi chiuse la porta a chiave e si allontanò.

 

«Dunque, per invertire il senso di rotazione del meccanismo devo: prima togliere questa e poi avvicinare le altre due ruote dentate» sciorinava la lezione Aronne, sotto l’occhio vigile di Mosè.

«Molto bene, memorizza ogni singola azione, più volte al giorno. E’ essenziale che se dovesse spettare a te l’onere d’invertire il corso del tempo, ogni azione sia compiuta nella giusta sequenza. Ieri notte hai assistito per la prima volta al taglio delle molle dei sette orologi, se ti ho permesso di farlo non è certo per caso, ma perché fra poco tempo vorrò vederti all’opera in prima persona. Allenai assiduamente sui modelli che hai a casa» concluse visibilmente soddisfatto il vecchio orologiaio, mentre ricaricava il meccanismo dell’orologio.

«Lo dovrò fare io? quando?» domandò tra il sorpreso e lo spaventato Aronne.

«Molto presto, forse già la settimana prossima ti farò tagliare la molla di uno dei sette orologi. Da lì, tempo un mese o poco più, verrà il gran momento in cui taglierai le sette molle e ricaricherai l’orologio del campanile. Da quel momento cesserai di essermi solo assistente, potrai fregiarti del titolo di Mastro Tempo, e sarai mio pari a tutti gli effetti» annunciò commosso, mentre terminava l’operazione di ricarica.

«Quale dubbio ti assilla?» gli chiese poi, leggendo più perplessità che soddisfazione nello sguardo di Aronne.

«Stavo riflettendo su quello che ha detto al borgomastro. Mi chiedevo perché non possiamo lasciare il tempo scorrere sempre all’inverso… E poi, perché non seminare il mondo di meccanismi simili a questo, così facendo sconfiggeremo il male una volta per tutte… Mi sbaglio?»

Mastro Tempo, prima regalò un sorriso paterno al giovane allievo, e di seguito spiegò: «Purtroppo, questo è un sogno irrealizzabile.» Scuotendo il capo trasse un profondo sospiro. «Vieni, voglio mostrarti qualcosa» aggiunse, aprendo una porticina dalla quale entrò uno sbuffo di vento.

Aronne seguì Mosè all’esterno, sopra a un ballatoio che, a trenta metri dal suolo, girava attorno al campanile all’altezza dell’orologio.

Il vecchio indicò le colline che disegnando un cerchio perfetto cingevano la valle. «Questo è un luogo magico… Forse è per questo che i primi uomini che si stabilirono quaggiù la chiamarono: valle del Paradiso. I miei avi, quando scoprirono il segreto nascosto nelle sue viscere, la ribattezzarono: la valle del tempo. Nelle profondità di quelle colline si cela un metallo misterioso; lo stesso con cui sono state forgiate le molle dei sette orologi e il pendolo oscillante che regola il tempo dell’orologio del campanile. Il metallo celato all’interno delle colline cinge tutto il territorio che l’occhio riesce a vedere da quassù, dando origine all’anello di contenimento dentro al quale scorre il tempo della valle. In nessun altro posto sulla terra esiste un simile prodigio. Il meccanismo dell’orologio in qualunque altro posto sarebbe un’inutile ferraglia; solo qui riesce a interagire con le forze del tempo; solo in questa valle benedetta da Dio è possibile invertire il corso del tempo. Così, quando il male, come in questa nostra tragica epoca, prende il soppravvento portando guerre e distruzione; facendo ruotare in senso antiorario le lancette dell’orologio, il tempo all’interno dell’anello, e di conseguenza nella valle, scorre in senso contrario al resto del mondo. Ora che il tempestoso tempo del male ha steso la sua nera ala sulla terra, nella valle regna il quieto tempo del bene; ma se quando sulla terra tornerà il tempo della pace non facessimo ruotare le lancette in senso orario, per contrasto il tempo del male riverserebbe tutta la sua potenza all’interno della valle, riducendola a un cumulo di macerie fumanti. Ora ti è tutto più chiaro? Hai compreso perché ogni azione deve essere eseguita senza errori o tentennamenti?» chiese infine all’allievo che diligentemente seguiva la lezione con sguardo stupefatto.

«Sì, Mastro Tempo! Ma ora che mi è chiara la grande responsabilità che un giorno mi sarà affidata, la paura di sbagliare si è fatta immensa» rispose spaventato Aronne.

Mosè, posando la sua mano sulla spalla dell’allievo lo rassicurò: «Le tue paure, furono le mie quando mio padre, sentendosi prossimo alla fine, mi affidò l’incarico di governare il tempo; ma poi, sin dalla prima volta, tutto divenne facile, di una semplicità quasi disarmante. Non sbaglierai… la mano di Dio guiderà i tuoi gesti come ha guidato i miei… Ora andiamo, il borgomastro è giù che ci aspetta.»

Mosè rientro nella stanza dell’orologio, seguito da Aronne che, dopo aver richiuso la porticina del ballatoio, scese per primo la ripida scala del campanile, facendo scudo con il suo corpo all’incerta discesa del vecchio orologiaio.

 

Mentre camminavano affiancati per ritornare alla bottega, Mosè terminò la lezione usando sempre le stesse identiche frasi dei giorni precedenti, pronunciate in tono grave in modo che restassero impresse nella mente del giovane Aronne, come lettere scolpite nella dura roccia: «Quando il tempo della pace tornerà a regnare sulla terra, la prima cosa che dovrai fare sarà ruotare il meccanismo dell’orologio, in modo che le lancette tornino a girare in senso orario. Subito dopo staccherai uno alla volta i sette orologi dal muro, farai muovere le lancette di un solo minuto, ricordati! Un solo minuto, non un secondo di più, altrimenti l’energia accumulata in tutti questi anni si libererebbe in un sol colpo, e invadendo menti e anime degli uomini, provocherebbe l’immane scatenarsi di un male covato per anni, con conseguenze che non oso immaginare...»

«Ma lasciando i sette orologi fermi per sempre, non elimineremmo il male una volta per tutte?» chiese il giovane Aronne interrompendolo.

Mosè scosse il capo. «Il male non si può imprigionare per sempre. Gli orologi, gravati dall’eccessiva pressione del male che continuerebbe ad accumularsi al loro interno, finirebbero per scoppiare con conseguenze inimmaginabili. Sarebbe come lasciare una pentola a pressione, a cui venga impedito di sfogare il vapore all’esterno, sopra il fuoco. Sono più di otto anni che ho fermato il tempo del male sul quadrante degli orologi, possiamo aspettare per altri sette; poi dovremo liberare almeno una parte dell’energia contenuta al loro interno… E allora, anche da noi il male, seppur in minima parte, si manifesterà. Spero solo che questa guerra finisca prima, lasciandoti il tempo necessario per liberare il male in dosi omeopatiche. Ora prova a ripetere la procedura» concluse restando in attesa.

«Ogni notte prenderò gli orologi, uno per volta, e farò avanzare la lancetta di un solo minuto; il tutto dovrà essere eseguito prima dello scoccare del dodicesimo rintocco. Ripeterò l’operazione per settecentoventi giorni consecutivamente, alla fine del settecento-ventesimo giorno, le ore avranno compiuto il giro completo del quadrante, e gli orologi saranno definitivamente ripuliti dalle scorie di tempo del male.»

«Molto bene! Dopodiché li ricaricherai ogni giorno, in modo che il tempo del male non possa penetrare al loro interno. Solo in caso di una virulenta era di violenza in grado di minacciare la pace della valle, dovrai fermarli nuovamente, e far girare in senso antiorario l’orologio del campanile… Hai ben compreso?» domandò Mosè.

«Sì, Mastro Tempo! Ora so come dovrò agire» fu la fiera risposta di Aronne.

Quando raggiunsero la bottega, Mosè affidò una chiave della porta al giovane di bottega. «Ora che sei pronto, è giusto che ne abbia una anche tu… Nel caso io dovessi venire a mancare, sai cosa devi fare. Ora vai pure a casa.»

«Mastro Tempo, quello che dice mi spaventa!» esclamò Aronne.

«Non ti devi spaventare; ho molti, troppi anni sulle spalle, e nelle cose del tempo lasciare questa dimensione. Non ti rabbuiare, e concentrati su quello che dovrai fare» concluse Mosè, salutandolo, prima di sparire dietro la porta della bottega.

 

Durante la cena, Aronne, mostrando la chiave ai genitori e al fratello maggiore, Giosuè, raccontava dell’investitura ricevuta da Mosè.

Il padre e la madre lo ascoltavano inorgogliti; mentre il fratello, totalmente avulso al racconto, guardava il piatto davanti a sé immerso nei suoi tristi pensieri.

«Giosuè, non ti feliciti con tuo fratello?» domandò il padre.

«Bravo, Aronne» si limitò a dire in tono mesto Giosuè.

«Tutto qui?! Tuo fratello è stato investito di un compito decisivo per la sopravvivenza della nostra comunità, e tu, non sai dire altro?!» tuonò il vecchio genitore.

Giosuè balzò in piedi. «Per quel che mi riguarda, la nostra comunità potrebbe morire anche domani! Non è qui che voglio concludere la mia vita. Lavorare nei campi, vivere di stenti, non è questa la mia aspirazione. Voglio andarmene via, lontano da qui, questo posto mi sta stretto!» replicò a tono, ferendo il padre nel profondo dell’animo.

«E dove vorresti andare?» chiese il padre abbassando il tono. Poi, indicando la finestra, proseguì: «Fuori da questa valle c’è l’inferno. C’è la guerra, la fame vera, l’odio folle di chi predica la purezza della razza. Solo in questo luogo sacro, i nostri due popoli sono riusciti a fondersi in un’unica comunità. Fuori di qui, non dureresti un giorno; ti arresterebbero e finiresti i tuoi giorni, nella migliore delle ipotesi, dentro il ghetto… E’ questo che vuoi?» concluse commosso, osservandolo con lo sguardo amorevole del padre.

«Vivere in mezzo alla razza ariana… no, non è questo che voglio!» ribatté con disprezzo Giosuè. Poi, moderando il tono spiegò: «Io vi rispetto, padre, ma non resterò qui con voi a lavorare la terra per un tozzo di pane. Io scapperò; attraverso l’Austria raggiungerò Trieste, so che molti ebrei che sono fuggiti dalla Germania, lì hanno trovato un imbarco per la Palestina.»

Il padre, la madre e lo stesso Aronne ascoltarono sbigottiti il folle progetto di Giosuè. Alla fine calò un gelido silenzio, che il padre s’incaricò d’interrompere. «Non potrai mai farcela» sentenziò. «Anche ipotizzando che riuscissi a raggiungere Trieste, il capitano della nave per assumersi un così grande rischio, pretenderebbe una forte somma in valuta pregiata, se non addirittura in oro.»

«Lo so, e questo fa crescere la rabbia dentro di me. Sarei disposto a tutto per procurarmi il denaro necessario… A tutto! Ma qualcosa al momento d’agire, frena l’ira» ribatté stringendo i pugni e digrignando i denti Giosuè.

«Dovresti ringraziare Dio, che ancora può fermare la tua ira, e non cercare il modo per scatenarla.»

«Padre, l’ho ascoltata abbastanza!» sbottò improvvisamente Giosuè, battendo i pugni sul tavolo, prima di uscire in cortile.

Aronne, che adorava suo fratello, chiese al padre il permesso di raggiungerlo.

Il vecchio annuì, allora Aronne salutò la madre e raggiunse il fratello seduto sui gradini dell’ingresso.

«Sei arrabbiato con me?» gli chiese ingenuamente dopo essersi accomodato accanto, vedendo che non lo degnava di uno sguardo.

Giosuè accennò un sorriso. «Ma no, cosa vai pensando. Sono arrabbiato con me stesso perché non riesco a procurarmi i mezzi necessari per andarmene via da qui.»

Aronne rifletté a lungo prima di replicare in tono desolato. «Se te ne andassi, mi spiacerebbe… ma da troppo tempo il tuo sguardo ha perso il sorriso. Vederti soffrire mi fa male, farei di tutto per aiutarti, se avessi del denaro te lo darei.»

Le parole sincere di Aronne, finirono per aprire una breccia nell’animo indurito di Giosuè; un filo di commozione attraversò lo sguardo arcigno. «Sei il miglior fratello che avrei potuto avere» lo confortò stringendolo a sé.

Rimasero per qualche minuto in silenzio, immersi nella pace dei campi al tramonto; poi Aronne si alzò e lo salutò: «Vado a dormire, domani mi dovrò alzare presto. Ora che Mosè mi ha dato la chiave, voglio dimostrargli la mia riconoscenza arrivando prima di lui, in modo di fargli trovare la bottega aperta. Buonanotte, Giosuè.»

Buonanotte, Aronne.»

Rimasto solo, Giosuè si alzò a sua volta e camminando dentro il campo riprese a rimuginare il suo piano, e il modo per procurarsi il denaro necessario. “Dove la trovo della valuta pregiata? Qui sono tutti contadini che vivono di scambi, quel poco denaro che hanno lo tengono nascosto chissà dove. Dovrei trovare dell’oro, ma chi ce l’ha abbastanza oro da poter pagarmi l’imbarco?” rifletteva osservando avvilito le colline che circondavano la valle: nel suo immaginario percepite come sbarre di una prigione.

«Mosè! L’oro delle casse degli orologi!» proruppe improvvisamente, prima di proseguire nella riflessione.

Dopo qualche minuto, puntò lo sguardo illuminato da una luce sinistra sulla finestra della camera. «Mi spiace, Aronne, se ci fosse un altro modo non lo farei… perdonami» mormorò contrito.

Entrò in casa, aprì la borsa con tracolla di Aronne appesa nell’ingresso, ne sottrasse la chiave della bottega e, con passo svelto, si diresse verso il centro del paese.

 

Fermo in mezzo alla strada puntò lo sguardo sulle imposte della bottega di Mosè. “Non riuscirai a fermarmi” pensò rivolgendosi alla sua coscienza, che al momento di agire riusciva ogni volta a convincerlo a fare un passo indietro.

Stringendo la chiave nella mano destra si avvicinò alla vetrina, mentre l’eco del primo di dodici rintocchi risuonava lungo la via deserta; ma ancora una volta, nel mentre stava per inserire la chiave nella toppa, una forza misteriosa lo fermò. «Maledizione! non ci riesco!» proruppe con rabbia, allontanandosi.

La magia della valle parve respingerlo ancora una volta. Improvvisamente una vampata di rabbia molto più forte delle altre infiammò il suo sguardo; allora tornò repentinamente sui suoi passi e senza ulteriori indugi inserì la chiave nella toppa e aprì la porta.

L’imponderabile, sempre in agguato, quella notte decise di aiutarlo: la fortuna cieca, girando a caso molte volte premia chi non lo merita.

 

Dieci minuti prima Mosè, dopo avere aperto la cassa, si stava apprestando a tagliare la molla oramai prossima ad essere carica dell’orologio dell’ira; senza particolari patemi stava ripetendo automaticamente gesti compiuti giornalmente da anni, ma quella notte il diavolo aveva deciso di metterci la coda… veramente la coda ce l’aveva messa il povero gatto, che dalla balaustra del banco lo osservava con fare sornione armeggiare con gli orologi.

Disteso lungo la balaustra con il muso appoggiato in mezzo alle zampe lo stava a guardare muovendo mollemente la coda. Era stata una questione di pochi, decisivi attimi: la coda era andata a toccare la lampadina incandescente che illuminava il piano di lavoro, sentendosi bruciare la povera bestia, lanciando un urlo quasi umano, era scattata in avanti precipitando prima sul piano di lavoro e di seguito sul pavimento, trascinando con sé arnesi e ingranaggi appoggiati sopra il banco; fra questi anche le minuscole tronchesi indispensabili per tagliare le molle dei sette orologi.

 

Quando Giosuè aprì la porta, Mosè, impegnato nella disperata ricerca dell’attrezzo, non lo udì.

«Eccolo!» esclamò alzandosi da terra, stringendo l’attrezzo fra le dita. «Giosuè! Che ci fai qui?» domandò più sorpreso che spaventato, trovandoselo davanti.

Giosuè, sentendosi scoperto, reagì d’istinto; afferrò il primo oggetto che gli capitò a tiro, una grossa spranga di piombo usata per ricavare i pesi dei pendoli, e lo colpì con rabbia inusitata alla tempia.

Il vecchio stramazzò a terra. Allora Giosuè, in preda a un raptus di violenza inaudita, generato dall’ira che uscendo copiosa dalla cassa dell’orologio aveva saturato velocemente la sua mente, lo colpì ripetutamente fino a piegare la spranga di piombo.

Poi gettò la spranga in un angolo, rovistò dentro i cassetti, rovesciò la segatura contenuta in un sacco e vi buttò dentro tutto quello che poté arraffare, compresi i sette orologi dei peccati capitali, e scappò correndo verso le colline.

 

Il male accumulato da anni e imprigionato nel meccanismo degli orologi, tornò ad aleggiare brado sulla valle. E il giorno seguente già si evidenziarono i primi nefasti effetti; il borgomastro, sostenuto dai consiglieri e da buona parte della popolazione, ordinò che il campanile tornasse a segnare le ore in modo ortodosso, come nel resto del reich.

Quello che accadde nei giorni e le settimane che seguirono decretò la fine della mitica: valle del Paradiso, o del tempo.

Gli ebrei furono dapprima emarginati dalla comunità; di seguito, Otto, orgoglioso di suo figlio Sigfrido entrato a far parte delle SS, per dimostrare il suo attaccamento al regime denunciò la presenza della comunità ebraica sul suo territorio.

 

Giosuè non raggiunse mai Trieste, fermato al confine Austriaco fu internato in un campo di concentramento.

Otto morì di crepacuore quando apprese che suo figlio Sigfrido era caduto sul fronte russo.

Aronne, la sua famiglia e l’intera comunità ebraica della valle, rinchiusi in carri bestiame sigillati assieme ad altri uomini donne e bambini, furono internati in un posto sopra al cui ingresso campeggiava, beffarda, la scritta: il lavoro rende liberi! E lì, in quel luogo dove pareva essersi concentrato tutto l’orrore dell’universo, ritrovarono e perdonarono il figliol prodigo, Giosuè.

Poi, tutti insieme, passando per un camino raggiunsero una dimensione senza tempo dove non sarebbero serviti artifizi particolari per allontanare il male… forse il Paradiso… forse il nulla… chi mai lo può sapere?

 

                                                          FINE

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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90Peppe90 il 2018-01-25 17:46:57

Questo è un altro bel racconto dei tuoi, Giancarlo, teso fra una realtà popolata di orrori e una minuscola fantasia che sa di favola. Ben scritto e ben narrato e con una buona presentazione dei personaggi principali. Secondo me, l'unica cosa che "stona" un po' è la faccenda del funzionamento degli orologi e del campanile che poteva essere affrontata in maniera più snella in una singola occasione (o due) invece di essere ripresa più volte rischiando di risultare leggermente ripetitiva. Almeno, così è come l'ho avvertita io.

Confermo il parere positivo su quest'altra bella storia.

Un abbraccio, caro Giancarlo.

Vecchio Mara il 2018-01-25 21:03:53
pensa che io ho spalmato la spiegazione del funzionamento degli orologi perché temevo di appesantire il racconto e di mettere un po' di confusione nella testa del lettore, confondendolo tra le manovre per contenere il male al loro interno e quella per liberarlo in dosi omeopatiche alla fine della guerra. Così ho fatto descrivere da Mastro Tempo, in tre tempi diversi; prima il modo per non far scappare il male dai sette orologi, poi le manovre per far girare in senso antiorario l'orologio del campanile e, infine le manovre per riportare tutto nella norma. E' anche vero che, a volte, il timore di non riuscire a spiegare bene la trama, mi spinge a spendere qualche riga di troppo in spiegazioni che possono appesantire la lettura. Ti ringrazio per aver apprezzato questo racconto fantasy dal finale, purtroppo molto realistico. Un abbraccione Peppe.

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il 2018-01-26 08:44:58

Fermo restando il mio apprezzamento per la qualità indiscussa della narrazione, mi chiedo: dove la trovi questa vivida fantasia? Un racconto originale, fantastico per l'appunto, che ha pure il pregio di ricordare il calvario del popolo ebraico, proprio in questi giorni della Giornata Mondiale della memoria. Bravo Giancarlo, come sempre. I miei complimenti. Ciaociao

Vecchio Mara il 2018-01-26 10:48:51
Diciamo che, usando la fantasia, ho provato a raccontare un dramma epocale, in modo meno crudo, almeno fino al tragico finale. Ti ringrazio. Ciao Giacomo

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BigTony il 2018-01-30 10:00:00
Si, davvero bello e fantasioso. È l'intreccio, dal finale drammatico, di un borgo da fiaba che si scontra con la dura realtà. Concordo con Peppe sulla possibilità di snellire le parti didascaliche sul funzionamento dei vari aggeggi, pur comprendendo il tuo dubbio di non essere abbastanza chiaro. Nel complesso, comunque, senz'altro una bella lettura.

Vecchio Mara il 2018-01-30 22:58:01
una fiaba dal finale, purtroppo, drammaticamente vero. Forse i meccanismi che regolano il tempo avrei potuto descriverli a grandi linee, anche perché, essendo un fantasy, non è che dovessi spiegare qualcosa di scientificamente plausibile. Ti ringrazio. Ciao Tony

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