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Massimo Bianco

Donato Carrisi. I mille volti del male

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2018-01-18 11:00:11

Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità... Ma in fondo che gusto c'è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno.” Da “La ragazza nella nebbia”.

 

Donato Carrisi, il grande maestro italiano del noir, nato nel 1973 a Martina Franca in provincia di Taranto ma residente a Roma, si è laureato in giurisprudenza per poi specializzarsi in criminologia e in scienza del comportamento. Quando scrive le sue cupe e intricate storie di morte, dunque, non lo fa a vanvera, perché c'è un solido background culturale a guidarlo. E queste conoscenze di base lo hanno portato a raccontare il male nei suoi multiformi aspetti. Ecco ciò che afferma in proposito un personaggio dei suoi romanzi:

«Vedete, il male è il vero motore di ogni racconto. Un romanzo o un film o un videogame in cui tutto va bene non sarebbe interessante... Ricordate: è il cattivo che fa la storia.» Ed evidentemente costui esprime il punto di vista dell'autore, perché in un'intervista presente sul web, rilasciata a Patrizia La Daga, per spiegare la sua passione per il noir, Carrisi afferma che «Senza il male non ci sarebbe la storia. Io faccio sempre l'esempio delle storie d'amore che per funzionare devono avere una vittima e un carnefice. Perché – diciamocelo – Chissenefrega di due che si amano tutta la vita e muoiono contemporaneamente. Quindi anche in quelle storie c'è il male.»

Il suo primo romanzo è dunque anche il suo primo passo nei meandri oscuri del male, in cui la lotta tra forze positive e negative non è vista in bianco e nero ma piuttosto in varie tonalità di grigio e in cui nessuno si salva, spiazzando così il lettore. «Tutti abbiamo avuto una debolezza, almeno una volta nella vita. Ognuno di noi ha il suo piccolo o grande, inconfessabile segreto». Il suggeritore” (2009), è stato un bestseller internazionale con oltre un milione di copie vendute nel mondo e lo ha reso di colpo famoso. Ma come si costruisce un romanzo di successo? Vediamo nei fatti la ricetta applicata da Donato Carrisi all'esordio.

Primo ingrediente: l'ambientazione. Dove conviene far svolgere la proprio opera? Nella città natale o di residenza, per sfruttarne la migliore conoscenza benché possa apparire un ambito ristretto? A New York, ombelico del mondo anche della fiction, per sfruttarne la maggior fama e capacità di fascinazione internazionale, benché manchi magari una conoscenza diretta e ne scrivano già i newyorchesi stessi? Né nell'una né nell'altra: Carrisi ha scelto di ambientarlo, come di rado accade nei romanzi, in una località indefinita, un non luogo. Ne “Il suggeritore” non vengono mai espressamente citate città, località o strade note, le descrizioni sono generiche e neppure nomi e cognomi dei personaggi sono collocabili in modo preciso, perché formano un crogiolo cosmopolita (Albert, Boris, Caroline, Debby, Goran, Mila, Rosa, Pablo, Sandra...), così come l'organizzazione poliziesca non è inquadrabile con precisione. La storia potrebbe svolgersi in qualsiasi parte del mondo occidentale, Italia compresa, in uno scenario che ognuno potrebbe sentire come proprio, ma potrebbe analogamente considerare estraneo, allontanando idealmente da sé la presenza del male. La città in cui è ambientato il romanzo è dunque una specie di Gotham City.

Secondo ingrediente: sfidare con onestà il lettore fino alla meta. Nessuno deve immaginare il finale, eppure Carrisi non nasconde nulla, semina le proprie tracce nel corso dello scritto, il trucco consiste nel far sì che il lettore se ne renda conto solo a posteriori. Se ciononostante un lettore capisce in anticipo vuol dire che è davvero bravo, ma sulla carta non dovrebbe essere impossibile sentire “puzza di bruciato” e indirizzarsi nella giusta direzione.

Terzo ingrediente: il ritmo. In questo come negli altri suoi romanzi non ci sono momenti di pausa, descrizioni prolungate o altri fronzoli. Ogni personaggio è ben approfondito e nessuna situazione risulta insufficientemente inquadrata, ma tutto ciò che appare nel testo ha uno scopo e la storia procede a grande velocità fino alla logica conclusione.

Quarto ingrediente: la tecnica, valida ma non troppo elaborata. Perché Donato Carrisi scrive sì bene (con scorrevolezza), ma in maniera semplice e diretta, priva di grandi pretese stilistiche. È lui stesso a riconoscerlo senza presunzione, ribadendo spesso nelle interviste di scrivere per immagini e di non considerare perciò i propri prodotti come romanzi d'autore.

Aggiungete, infine, l'oggettiva ingegnosità di questa come di tutte le altre trame e voilà, il pranzo è servito.

Peraltro, almeno secondo quanto ha affermato sul web, a scrivere è rapidissimo. Con la sola eccezione del 2010, finora ha pubblicato un romanzo all'anno, ogni volta dedicando la maggior parte del tempo all'imprescindibile lavoro di documentazione e a un'accurata costruzione della struttura, cioè delle fondamenta del romanzo, che precedono l'elaborazione finale. Invece alla scrittura vero e propria, beato lui (l'autore di questo articolo è infinitamente più lento), gli sarebbe talvolta bastato perfino un mese!

Come già fa intuire il titolo, “Il suggeritore” racconta di un malvagio insolito, perché non uccide di persona ma spinge gli altri a fare emergere il mostro che è dentro di loro, mentre nel contempo gode a far sapere della propria esistenza, guidando con sagacia, lungo un complesso piano accuratamente preordinato, la polizia sulle tracce dei vari assassini. Ed è questa originale trovata la grande forza ed efficacia della storia. Si tratta, insomma, di un successo pienamente meritato, per una lettura che prende dalla prima all'ultima pagina.

Per l'opera seconda, Carrisi trova un tema in apparenza mai sfruttato («Ogni scrittore spera di imbattersi in una storia “originale”, è il Santo Graal di tutti i narratori», affermerà lui in proposito) e perciò, anziché andare sul sicuro con un “suggeritorebis”, coraggiosamente decide di voltare pagina e sfruttarlo: “Il tribunale delle anime” (2011) è ambientato in una location autentica, la capitale d'Italia, una “Roma misteriosa e inedita” molto accuratamente descritta, e altrettanto dicasi per il seguito, l'opera quinta “Il cacciatore del buio” (2014).  Notevolissimi entrambi, a parere del sottoscritto sono i romanzi finora meglio riusciti di Carrisi. Di livello equivalente e strettamente collegati tra loro, sono da considerare due veri e propri capolavori della letteratura noir. E per per tal motivo li esamineremo insieme, pur trattandosi di due opere autonome e auto-conclusive. D'altronde è stato l'autore stesso, nella succitata intervista web, a sostenere d'aver sentito la necessità di un seguito fin dal momento in cui scrisse il primo. Frutto di un'accurata documentazione, basano l'intreccio su fatti autentici, benché ignoti ai più, e ciò contribuisce non poco ad avvincere il lettore.

Il cattolicesimo è l'unica fede religiosa che preveda il sacramento della confessione: gli uomini raccontano i propri peccati a un ministro di Dio per riceverne in cambio il perdono. A volte, però, la colpa è talmente grave che un semplice sacerdote non può impartire l'assoluzione. (…) In questi casi il sacerdote trascrive il testo della confessione e lo trasmette a un'autorità superiore: un collegio di alti prelati che, a Roma, è chiamato a giudicare queste materie. (…) Il Tribunale delle anime.” Confessioni non estorte e perciò sempre autentiche, che hanno permesso alla Chiesa di raccogliere, nel corso dei secoli, “il più vasto e aggiornato archivio esistente del male.” E per combattere il male fu fondata una nuova istituzione, la Penitenzieria Apostolica, i cui adepti, al termine dell'addestramento, diventavano dei veri e propri profiler, giungendo talvolta al punto di sostituirsi alle forze dell'ordine delle varie nazioni, a cui poi consegnavano i criminali individuati, tramite segnalazioni anonime. In seguito la Chiesa soppresse ufficialmente l'istituzione, tuttavia, almeno nel romanzo, continua a servirsi di questi specialisti, detti penitenzieri.

“C'è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre. È lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare.” Uno dei due protagonisti dei romanzi, Marcus, è appunto un penitenziere, un cacciatore del buio, ed è ispirato a un religioso realmente conosciuto da Carrisi. Obbligato per la sua attività a mantenere una posizione defilata e perciò ignoto al mondo, senza passato e senza identità, privo di amici e di contatti a parte il diretto superiore e suo unico referente, padre Clemente, Marcus ha un dono: sa individuare le “anomalie”. Sono queste a permettergli di riconoscere la presenza del male. Ma alcuni anni prima ha perso la memoria in uno scontro a fuoco e del proprio passato conosce solo quanto Clemente gli ha potuto rivelare, il che lo rende personaggio ancora più ambiguo e misterioso: è davvero chi crede di essere o è qualcosa di ben più temibile?

A metterlo in azione nel primo romanzo è un doppio evento, la scomparsa di Lara, studentessa universitaria di ventitré anni, forse ancora viva, e l'azione nell'ombra di uno sconosciuto, che sembra voler offrire ai parenti delle vittime di omicidi rimasti irrisolti la possibilità di vendicarsi degli assassini. Motore primo del secondo romanzo è invece un complicato delitto: qualcuno ha sequestrato due giovani fidanzati, per poi obbligare il ragazzo a uccidere la propria compagna e quindi assassinarlo. E poco dopo sulla scena del crimine appare un uomo che si fa il segno della croce al contrario: forse un'antica eresia non è estinta come si credeva.

In entrambi i casi il percorso di Marcus finirà per intrecciarsi con quello dell'altra protagonista fissa, Sandra Vega, brillante fotorilevatrice della polizia scientifica, che ne “Il tribunale delle anime” sta indagando in privato sulla misteriosa morte del marito, mentre ne “Il cacciatore del buio” si occupa professionalmente del duplice omicidio.

Tutto ciò accade sullo sfondo d'una Roma piena di fascino, lungo un percorso che conduce il lettore alla scoperta di alcuni degli innumerevoli capolavori artistici in essa conservati, la cui apparizione non è, però, mai fine a sé stessa, perché rivela sempre un legame diretto con la storia raccontata. «Chi non è nato a Roma o non ci ha vissuto per buona parte della propria vita, non può sapere cosa nasconda realmente la città più unica del mondo. Roma mi ospita da molti anni, ormai. Perciò, posso affermare che non esiste un posto uguale sul pianeta. Non a caso, chiunque viene qui sente di far parte da sempre di questo luogo, e comprende subito che la definizione di Città Eterna è perfettamente meritata.» Così racconta l'autore in un'intervista pubblicata in calce a “Il cacciatore del buio”, da cui proviene anche il commento precedente sull'originalità. Ed è quasi superfluo aggiungere che le due trame sono condotte con grande efficacia, perché quando si comincia a leggere diventa molto difficile interrompersi.

Anche “Il tribunale delle anime” riscontra un immediato successo, per cui in seguito, come abbiamo in parte già raccontato, porterà alla realizzazione di una vera e propria “trilogia romana”. Tuttavia Carrisi evita i condizionamenti immediati derivati dalle vendite e ancora una volta non si lascia tentare dalla serialità. Soluzione quest'ultima sempre facile, perché da una parte semplifica il lavoro creativo dell'autore e dall'altra fidelizza i lettori, che si affezionano ai personaggi, portando quindi gli editori a richiederla.

Il suo terzo romanzo si intitola “La donna dei fiori di carta” (2012) ed è estraneo al genere noir a cui ormai i lettori ricollegano l'autore (ragion per cui l'estensore dell'articolo, non pagato per recensire, non l'ha – almeno finora – letto: la tematica non era di suo gusto). Il romanzo si svolge nel 1916, durante la prima guerra mondiale. I protagonisti sono Il dottor Jacob Roumann, medico dell'esercito austriaco, e un prigioniero italiano di cui deve scoprire l'identità, che nel corso di una notte racconta la contrastata storia d'amore di tal Guzman per una ragazza incontrata a Parigi, attraverso una narrazione destinata a cambiare in maniera profonda l'interlocutore. Chi ne fosse interessato sappia che sul web sono presenti recensioni positive, che lo definiscono tra l'altro “sorprendentemente ispirato e poetico.”

Il grande successo del debutto richiede tuttavia un seguito, editore e pubblico se lo aspettano, mentre l'autore stesso si è sapientemente tenuto una porta aperta all'eventualità. Ecco dunque apparire “L'ipotesi del male” (2013), nuova avventura per Mila Vasquez, l'investigatrice, riuscita protagonista de “Il suggeritore”, specializzata nel ritrovare persone scomparse, in particolar modo bambini, malgrado la sua incapacità di provare empatia per gli altri e perfino di farsi toccare, a causa di un vecchio trauma infantile sofferto. L'azione si svolge ancora in luoghi non identificati, ma al contrario dell'opera prima, le descrizioni parrebbero forse adattarsi più al nord America che all'Europa.

Mila è alle prese con una nuova serie di omicidi. Gente che dopo essere scomparsa per anni senza lasciare tracce, riappare all'improvviso, ma solo per uccidere. “Tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita il desiderio di scomparire (…) ogni giorno spariscono mediamente 21 persone su ogni milione di abitanti. (…) è impossibile immaginare quanti scomparsi sono attorno a noi in questo momento. Per strada, sull'autobus, mentre facciamo la spesa.” Scrive Carrisi in una nota in calce. Ma cosa c'è dietro alle misteriose riapparizioni? Chi le sta manipolando? È, insomma, una trama senz'altro interessante, all'incirca all'altezza di quella di cui costituisce il seguito, che prende il lettore per il collo e non lo molla più fino alla convincente conclusione. Eppure la storia nulla aggiunge di davvero significativo al romanzo capostipite, lasciando per giunta in sospeso la traccia base in esso iniziata, facendo presagire l'intenzione, da parte dell'autore, di continuare all'infinito: il male incarnato è ancora nascosto tra le pieghe della realtà. E la serialità è una soluzione comoda, sì, ma che alla lunga rischia di far scadere le opere in meri lavori di routine, magari ancora più che dignitosi e tuttavia irrilevanti. Speriamo non diventi il caso anche di Donato Carrisi.

Nel frattempo, però, egli ci rassicura inventandosi ancora una volta una storia e personaggi inediti. Nell'ottimo “La ragazza nella nebbia” (2015),  il male è rappresentato dai media, pronti a insozzare tutto e tutti pur di fare audience grazie alla cronaca nera. Il cuore della storia sono loro, più che chi commette l'omicidio. Assassino a parte, la figura davvero negativa, tuttavia, non è quella d'un giornalista. Il male stavolta è impersonato da un poliziotto. Infatti, il principale protagonista, l'ispettore Vogel, è bravo soprattutto a mettersi sotto i riflettori. Egli manipola i media per accentrare la loro morbosa attenzione sui casi, che gonfia ad arte al fine di spingere la propria carriera. «Non lo definirei un investigatore di prima categoria e nemmeno un segugio. Non ha competenze criminologiche e non gli interessano cose come reperti della Scientifica o dna. È uno che per raggiungere lo scopo si serve dei media.» Strada alquanto insidiosa. Vogel crea il mostro e, come ha dimostrato in passato, una volta creato, pur di riuscire a incastrarlo per il proprio tornaconto, è pronto perfino a falsificare le prove. E anche in questo romanzo la divisione tra male e bene, tra nero e bianco, è sottile. Qui di candore ce n'è ben poco e le varie tonalità di grigio tendono verso il nero. Due soli personaggi appaiono davvero senza macchia, l'onesta e pignola procuratrice Mayer e l'innocente vittima Anna Lou, dolce sedicenne, la cui unica “colpa” era di essere rossa di capelli e lentigginosa, innocue caratteristiche fisiche destinate ad attirare l'attenzione dell'assassino.

Ma dove si colloca il “qui” della storia? “La ragazza nella nebbia”, la cui trama è costruita per mezzo di sapienti balzi temporali che ci immergono poco alla volta dentro gli eventi, stavolta ha un'identificazione, perché è ambientata ad Avechot, “Un paese alpino, a pochi chilometri dal confine. Case dai tetti spioventi, la chiesa col campanile, il municipio, il posto di polizia, un piccolo ospedale. Un complesso scolastico, qualche bar e lo stadio del ghiaccio.” Ma Avechot non esiste. Di quale confine si parla, dunque? Ancora una volta Carrisi ha collocato la sua storia in un non luogo e i nomi dei posti e dei personaggi non sono riconducibili a una precisa nazionalità. Questo paese potrebbe trovarsi indifferentemente in Francia come in Svizzera, in Austria come in Italia. E ancora una volta la trama avvince e convince fino in fondo, senza sbavature e senza fronzoli fino alla sua logica conclusione, con l'unico difetto di una leggera forzatura espositiva finale, resasi d'altronde necessaria per spiegare con chiarezza la verità al lettore.

A ogni modo, sia che siano ambientati in luoghi indefiniti sia che siano ambientati a Roma, i suoi romanzi sembrano scritti più da un autore straniero, magari statunitense, che da un italiano. In parte ciò deriva dalla scelta di descrivere una criminalità slegata dallo specifico locale, in parte dal suo encomiabile evitare i soliti triti e provinciali luoghi comuni sulla “realtà” politica degli ultimi ottant'anni, a cui gli altri autori nostrani di polizieschi paiono incapaci di sfuggire: lotta partigiana, terrorismo eversivo rosso o nero, ex sessantottini, centri sociali, servizi segreti deviati, insomma, l'eterna e ormai anacronistica dicotomia tra destra e sinistra, fascismo e comunismo, che dà dell'Italia una visione solo parziale, incompleta, essendo decenni oramai che la nostra società è sempre più apolitica e meno settaria e ambizione e avidità non hanno appartenenza politica.

Arriviamo intanto al 2016. Marcus il penitenziere e Sandra Vega sono due bei personaggi che reclamavano a gran voce di uscire nuovamente dall'ombra per affontare nuove avventure e Carrisi è lieto di accontentarli. L'apocalittico atto (forse) finale della trilogia romana “Il maestro delle ombre” li vede ancora protagonisti ed è sconsigliabile leggerlo senza aver prima affrontato almeno il precedente “Il cacciatore del buio”.

Il male, si sa, sta dentro ciascuno di noi, anche se quasi tutti riusciamo a tenerlo sotto controllo, e grazie all'azione nefanda di una misteriosa setta religiosa, “la Chiesa dell'eclissi”, esso si scatena con particolare virulenza durante un black out che isola Roma per ventiquattro ore scaraventandola nel caos, raccontato in 350 pagine dal ritmo frenetico, senza pause.

Di regola le trame del nostro autore sono complessi arzigogoli, in cui i progetti ideati dal cattivo di turno formano orditi intricati che si dipanano solo nel finale. Giunti al termine della lettura vengono sempre ben chiariti, ma se dalle pagine romanzesche, dove ad applicarli è un personaggio di fantasia, venissero trasferiti alla realtà, la loro effettiva realizzabilità risulterebbe assai più improbabile. È il tallone d'Achille di Donato Carrisi: l'artificiosità di fondo. Le sue storie sono attraenti e godibili, tuttavia sono giocate così sul filo del rasoio, che la più piccola imperfezione dovrebbe farne fallire il disegno. E “Il maestro delle ombre” non sfugge a tale regola, anzi, di tutti i suoi romanzi appare il più eccessivo, quello la cui costruzione logica è portata maggiormente al limite. Colpevole è la presenza di ben due “piani”, che si sviluppano in contemporanea e in modo piuttosto forzato (oltretutto con almeno un particolare – l'omicidio del commissario Crespi – che non sta proprio in piedi), rendendo lo schema complessivo davvero troppo improbabile. Per giunta il romanzo è rimasto a metà del guado, in bilico tra il nero e l'horror, finendo così per risultare né carne né pesce pur mantenendosi comunque ancora, banalmente, nell'alveo noir. Se Carrisi avesse osato virare con decisione verso il genere del fantastico probabilmente il racconto ci avrebbe guadagnato. Così com'è, invece, per il sottoscritto il giudizio finale non può stavolta essere molto positivo.

Inoltre la storia parallela, condotta durante l'intero corso del primo volume romano fino a giungere a una sorprendente rilevazione finale su Marcus, resta ancora in sospeso. Dunque o la trilogia è destinata a trasformarsi almeno in una quadrilogia (la conclusione si presta a un ulteriore seguito, indirizzando definitivamente Carrisi alla serialità), o l'autore ha cambiato idea sul suo personaggio, oppure ancora quanto veniva fatto risultare al termine del primo volume, che non rivelo per non guastare la lettura del romanzo, è frutto di una difettosa spiegazione. Ma qualsiasi sia la verità, questo silenzio lascia un poco d'amaro in bocca.

E arriviamo finalmente all'oggi: “L'uomo del labirinto”  uscito nel dicembre 2017. Ancora un cupo noir e ancora l'ambientazione in una città immaginaria che, come si scoprirà procedendo nella lettura, risulta essere la medesima de “Il suggeritore”. Non a caso tra i personaggi appare anche un reduce delle avventure di Mila Vasquez, l'agente speciale Simon Berish. Rispetto a quel libro l'ultima fatica di Carrisi è autonoma e tratta altri temi, tuttavia, nonostante le apparenze iniziali, per poterla apprezzare appieno è di gran lunga preferibile conoscere il capostipite.

Per inciso, col nuovo romanzo Carrisi dimostra anche di avere maturato un interesse per il rischio, a cui stiamo andando incontro, di incorrere in violenti cambi climatici dovuti all'intervento umano. Infatti, avvolge la città, sempre più novella Gotham City, in un caldo anomalo e insopportabile, che costringe la gente a vivere di notte per dormire di giorno.

Il protagonista stavolta è un investigatore privato, Bruno Genko, condannato a morte da una malattia cardiaca ma che prima di spirare si vuole liberare di un peso sulla coscienza, quello di un vecchio caso irrisolto, a suo tempo da lui trascurato e tornato all'improvviso alla ribalta: l'insoluta scomparsa di una ragazzina di tredici anni, Samantha Andretti, che a quindici anni di distanza sfugge al proprio sequestratore e torna in libertà. Chi è l'uomo che l'ha tenuta prigioniera e seviziata durante questo lungo periodo? Per scoprirlo dovrete procedere con la lettura, per ora vi basti sapere che fortunatamente si tratta non del solito improbabile genio del male che sviluppa dietro le quinte piani troppo complessi per essere credibili, ormai stucchevole, ma solo di un “normale” ed efficacissimo mostro.

E il romanzo, ancor meno elaborato nello stile dei predecessori ma come sempre corretto, di piacevole lettura e molto ben costruito, fila via liscio e convincente fino al clamoroso colpo di scena finale, francamente insensato o geniale a seconda dei punti di vista. Sulle prime vi viene spontaneo pensare che, “ma no, cosa dice Carrisi, questo colpo di scena è assurdo! Oltretutto è smentito da almeno tre particolari di cui soprattutto uno, all'incirca a metà romanzo, inconfutabile.” Ma a questo punto ci si rende conto di quanto facilmente il significato inteso dall'autore possa sfuggire, perché è proprio ciò che stava accadendo a voi. Non si devono mai spoilerare i romanzi noir, quindi quale sia la sorpresa dovrete scoprirlo leggendovi il libro fino alla sua penultima riga (e guai a voi a guardarla in anticipo), ma essa, per quanto splendidamente “dickiana”, cioè alla Philip Dick, perché mette in discussione tutto quanto è accaduto fino a quel momento, dalla prima all'ultima parola, alla stragrande maggioranza dei lettori rischia di risultare eccessiva e incomprensibile.

Senza sbilanciarsi troppo in giudizi, il sottoscritto deve comunque ammettere che col trascorrere del tempo la sua fascinazione per la trovata cresce, certo però che la ricerca del colpo di scena a tutti i costi è un'arma a doppio taglio: può siglare il successo di una storia ma anche firmarne il fallimento. Ai lettori dell'articolo che già abbiano affrontato la lettura lascio qui in calce l'eventuale giudizio finale.

 

Resta infine un ultimo tema da trattare. Donato Carrisi è bravo, ok, tuttavia rispetto ai normali aspiranti scrittori godette di un privilegio. Era, infatti, uno sceneggiatore televisivo, attività che gli permetteva di non risultare ignoto al grande pubblico e di godere numerose conoscenze nell'ambiente. Perciò, a prescindere dalla qualità dei suoi scritti, rispetto a un ipotetico omonimo Donato Carrisi professore di lettere al liceo, ebbe maggiori opportunità di essere preso in considerazione dalle case editrici, che come ben si sa non amano correre rischi con dei debuttanti, per quanto promettenti siano, e preferiscono affidarsi a nomi già noti. A ogni modo, data la sua origine professionale, sia i romanzi con Mila Vasquez sia quelli con Marcus e Sandra paiono destinati alla trasposizione televisiva.

Per intanto al cinema è approdato “La ragazza nella nebbia”, con protagonista Toni Servillo e un cast ricco anche della presenza di Jean Reno. Il giudizio sul film è sostanzialmente positivo. Piuttosto fedele al romanzo, com'era logico aspettarsi, essendo Carrisi sceneggiatore e regista, e dalla trama altrettanto ben congegnata, pur non avendo un gran ritmo si fa seguire senza stancare. Rispetto al libro ha risolto il problema del cosiddetto “spiegone finale” qui molto più fluido e collegato alla storia, senza quindi le precedenti forzature cartacee, ma paga ancora, forse inevitabilmente, l'eccessiva macchinosità della trama originaria, difetto cronico di Carrisi a cui si è già accennato qui sopra: tutto funziona sulla carta (e sulla celluloide), ma nella realtà i piani organizzati dai “cattivi” di questa come di altre sue storie risulterebbero di assai improbabile realizzazione, perché troppo complessi per poter funzionare davvero.

Il cinema italiano, da anni in crisi profonda e ormai capace quasi solo di produrre commedie leggere se non veri e propri film comici, per lo più mediocri le une e gli altri, aveva bisogno di noir di qualità e soprattutto di uno sceneggiatore e regista in grado di realizzarli e sembrerebbe proprio averlo trovato.

 

Li chiamiamo mostri perché li sentiamo lontani da noi, perché li vogliamo 'diversi' (…) Invece ci assomigliano in tutto e per tutto (…) ma noi preferiamo rimuovere l'idea che un mostro simile sia capace di tanto. E questo per assolvere in parte la nostra natura.

Da “Il suggeritore”.

 

N.B.: tutti i romanzi di Donato Carrisi sono pubblicati in prima edizione dalla Longanesi e in ristampa economica dall'editrice Tea.

 

Fine.                                                                              Massimo Bianco

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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BigTony il 2018-02-02 11:21:28
Molto bello questo tuo articolo, Massimo. Devo dire che, pur non avendo letto tutto di Carrisi, concordo sul giudizio critico di una certa macchinosità nelle trame, che può diventare in alcuni casi eccessiva. Questo è particolarmente evidente nella trasposizione cinematografica de "La Ragazza nella Nebbia". Per inciso, questo libro purtroppo non l'ho letto prima di andare al cinema, ma nel film c'è, secondo me, un'obbiettiva difficoltà nel seguire i numerosi flashback, una trama che mi è sembrata per alcuni tratti lenta, pesante e un finale francamente (sempre secondo me) insoddisfacente. Forse la storia funziona meglio nel libro, ma come ho già detto non l'ho letto e forse vedere il film me ne ha fatto passare la voglia.

Massimo Bianco il 2018-02-04 00:43:42

Una macchinosità che si ripresenta in ogni suo romanzo, a eccezione dell'ultimo: speriamo che sia un buon segno. Quanto al film: in effetti è un po' lento e comprendo che possa essere trovato pesantuccio, ciononostante nel complesso mi è abbastanza piaciuto (pur senza entusiasmi), certo però che, al di là della soggettività dei gusti, io per la comprensione della trama ero avvantaggiato rispetto a te per aver letto il romanzo, che ricordavo ancora piuttosto bene e a cui è fedele.



Tra parentesi io vedo senza problemi un film dopo aver letto il libro da cui deriva, dopo tutto la visione dura appena un paio d'ore, ma in effetti preferisco evitare il contrario: il ricordo del film mi guasterebbe la lettura. Grazie per la visita, ciao.


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