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Robert Heinlein e Clifford Simak, padri della fantascienza americana

"VIRGOLETTE" Saggistica Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-01-14 01:51:27


INTRODUZIONE

Quest'anno (2018) cade il trentennale della scomparsa di due grandi e fondamentali autori di fantascienza, Robert Heinlein e Clifford Simak, senza i quali con ogni probabilità la fantascienza sarebbe stata molto diversa da quella che conosciamo, perché ci hanno lasciato romanzi capaci di ridisegnare il genere in maniera innovativa. E se è vero che, come accusava Stanislaw Lem, la fantascienza americana non sapeva sfuggire ai fini smaccatamente commerciali a scapito della qualità, tuttavia Heinlein e Simak, pur senza ignorare tale scopo, seppero emergere rispetto ai coevi connazionali come giganti in una mare di mediocrità, esprimendo liberamente la propria poetica e le proprie idee con risultati di buon livello tecnico e artistico. Per qualità di scrittura forse i più grandi autori della fantascienza classica statunitense restano R. Bradbury, P. Dick, U. Le Guin e T. Sturgeon, tuttavia Heinlein e Simak, dalla prosa più avvolgente e graffiante il primo, più poetica e malinconica il secondo, vengono subito a ruota e meritano di essere (ri)scoperti. D'altronde per molti autori di s.f. la potenza di un’idea contava più della qualità della scrittura e proprio Heinlein lo ribadì in più di un'occasione, anche se il passo qui riportato avrebbe magari dovuto essere riferito più all'età matura che alla già di per sé adattabile gioventù:

Per la sopravvivenza e la buona salute della razza umana, una semplice storia di fantascienza, scritta rozzamente, contenente una sola nuova idea degna di attenzione, è più preziosa di un’intera biblioteca di romanzi non scientifici (non-science fiction) scritti splendidamente. In un senso più ampio, tutta la fantascienza prepara i giovani a vivere e a sopravvivere in un mondo di cambiamenti continui, insegnando subito loro che il mondo cambia. Dal momento che questo è l’unico mondo che abbiamo, la fantascienza conduce nella direzione della salute mentale, dell’adattabilità.”

Dal punto di vista scientifico e tecnologico, a così tanti decenni di distanza dalla pubblicazione i loro visionari libri potranno apparire superati, eppure i migliori non solo risultano comunque assai godibili, ma talvolta riescono perfino a rivelarsi ancora attuali. D'altronde non di rado quelle che un tempo potevano apparire semplici fantasie, “fantascemenze” le definì la buonanima di Mike Bongiorno, col tempo si sono trasformate in invenzioni autentiche o in serie ipotesi scientifiche. Simak, ad esempio, scrisse sugli universi paralleli fin dagli anni trenta, quando il tema poteva davvero apparire una fantascemenza; in seguito, tuttavia, le complesse equazioni a base dell'importante teoria astrofisica delle Stringhe, che permette di riunire la relatività alla meccanica quantistica, portarono a postulare gli universi paralleli come logico sviluppo della teoria stessa.

Questo scritto non vuole e non può neppure essere una disamina completa sui due autori, perché la loro bibliografia, sommata, è troppo sterminata per limitarla a un articolo per il web e perché l'autore del presente articolo non la conosce per intero, anche per la cronica scarsa reperibilità delle opere. Si è dovuto perciò effettuare un scelta almeno in parte soggettiva.

 

ROBERT A. HEINLEIN

Benché meno noto al pubblico generalista italiano dei vari Asimov, Clarke, Bradbury o Dick, per chi ama la fantascienza lo statunitense Robert Anson Heinlein (1907-1988) è da sempre il re. Scrittore fluido e di piacevole lettura, è stato artefice di innumerevoli e acclamati capolavori, che hanno fatto incetta di premi specialistici. Tradizionalmente considerato, insieme ad Asimov e a Clarke, uno dei cosiddetti “tre grandi” della fantascienza, Heinlein, al contrario degli altri due, badava volutamente assai poco ai fronzoli. Era d'altronde autore di straordinaria rapidità esecutiva, privo perfino della necessità di rileggere e correggere, come ci rivela in proposito un aneddoto del suo amico Isaac Asimov:

«...Ci torno sopra, correggo gli errori di ortografia, di grammatica e di sintassi (…) Un giorno Bob mi chiese come mi regolassi quando scrivevo, e io glielo raccontai. Lui disse: “Lo scrivi due volte? Ma perché non lo scrivi subito bene la prima?”» Cioè alla maniera, è sottinteso, in cui era solito fare (Bob) Heinlein. Beh, se davvero si comportava come riferisce Isaac, visti i risultati allora era davvero un genio.

A ogni modo Heinlein è stato scrittore prolifico e si è dedicato sia a opere di fantascienza adulta sia a opere di fantascienza per ragazzi, alternando trame di pura avventura a trame maggiormente legate a serie riflessioni politico sociali. Ebbe inoltre l'idea, allora assai originale, di collegare molti suoi racconti e romanzi in uno sfondo comune, al fine di delineare un'ideale “Storia futura”. E fu tra i primi a pubblicare un racconto fantascientifico, l'ottimo Le verdi colline della Terra, su una rivista patinata estranea al genere, il prestigio Saturday evening post.

Nonostante presenti vari buoni spunti, non riuscì a pubblicare il suo primo e peraltro immaturo romanzo A Noi vivi (1938-1939), apparso postumo nel 2003. Tuttavia nella prima fase della carriera, pur tra inevitabili alti e bassi, colpì sovente nel segno, grazie ad opere tanto stringate quanto efficaci, meritatamente destinate a diventare dei classici. Su tutte spicca il brillante e consigliatissimo Orfani del Cielo (Orphans of the sky, 1941) uscito in Italia anche come Universo, cioè la storia, all'epoca assai originale benché non la prima in assoluto su tale tema, di un viaggio generazionale nel cosmo, di cui i passeggeri hanno ormai perso il significato perché i discendenti dell'equipaggio originario, suddivisi per motivi a loro ignoti tra esseri umani normali e mutanti in guerra gli uni con gli altri, hanno perduto le cognizioni scientifiche, trasformatesi in una complessa serie di superstizioni pseudo religiose. Ignorando perfino di trovarsi a bordo di un'astronave, tutti credono che il limitato luogo in cui vivono sia l'intero universo, fino a quando qualcuno non comincia a sospettare la verità, molto difficile da accettare. Un capolavoro del genere.

Tra i suoi primi scritti merita però una segnalazione almeno anche il notevole crossover ante litteram Il mestiere dell'avvoltoio (The unpelasant profession of Jonathan Hoag), che pur rientrando nell'ambito della fantascienza, ha qualcosa sia del fantasy sia dell'horror, per giunta con un andamento da poliziesco. Scritto nel lontano 1942, eppure gustoso ancor oggi, attanaglia subito il lettore con il mistero, che col procedere della storia si fa sempre più angoscioso, in cui i due innamoratissimi coniugi protagonisti, investigatori privati, si trovano coinvolti. Stranamente l'uomo che li ha assunti, Jonathan Hoag, non riesce a ricordare cosa faccia durante il giorno e ha chiesto loro di scoprirlo. Allora la coppia lo segue fino al suo ufficio, scoprendo però ben presto di avere accumulato ricordi inconciliabilmente diversi del pur banale pedinamento eseguito e che il luogo in cui il marito lo ha visto andare a lavorare... non c'è. E la storia cattura il lettore, guidandolo senza deluderlo fino alla tanto preoccupante quanto azzeccata rivelazione finale. Consigliatissimo anch'esso: per chi scrive si tratta di un piccolo ma egualmente autentico capolavoro, meritevole di maggiore notorietà e migliore anche di sue opere più acclamate.

Oltre, però, a essere autore di classici idolatrati dal pubblico specializzato, Heinlein fu anche una persona scomoda in ambito culturale, dura nelle proprie convinzioni filosofiche e capace di attirare su di sé critiche tanto feroci quanto contraddittorie, per la tanto ingenua quanto falsa convinzione che le storie raccontate debbano per forza rispecchiare il punto di vista di chi le scrive, anche se effettivamente non pochi suoi personaggi risultano tra loro un po' troppo somiglianti per non riflettere almeno in parte le idee e la personalità dell'autore. Gli accadde ad esempio con “Fanteria dello Spazio” (1959), romanzo da cui è stato tratto il film omonimo (in inglese) “Starship Troopers” di Paul Verhoeven, che lo fece giudicare un reazionario se non addirittura un fascista. Crudo e riuscito racconto di addestramento militare e poi di guerra contro feroci alieni somiglianti all'incirca a ragni, è raccontato dal punto di vista di un capace adolescente argentino entrato nell'esercito terrestre e denota una visione piuttosto elitaria del mondo.

Lo splendido e creativo “Straniero in terra straniera” (“Stranger in a strange land”, 1961), di cui è in via di realizzazione una serie televisiva, suscitò invece l’opinione contraria, essendo stato considerato quasi comunista, ed ebbe un intenso riflesso sui media, divenendo uno dei primi quanto rari bestseller della fantascienza. Si guadagnò tuttavia una fama sinistra, perché oltre a essere stato adottato, quasi come una seconda Bibbia, da numerose comunità hippy anni sessanta, a quanto pare sarebbe stato preso a modello anche dalla famigerata “famiglia” di Charles “Satana” Manson, l'appena scomparso promotore dei famosi omicidi nella Villa Polanski.

Si tratta di una caustica e a tratti grottesca satira sulla società americana, vista dal punto di vista di un giovane, Mike Smith, naufragato neonato su Marte, allevato dai marziani e rimandato da costoro sulla Terra per studiare i comportamenti dei terrestri. Il protagonista creerà così una nuova filosofia, mutuata dal pensiero marziano, e fonderà una comune, nella quale si praticherà l’amore libero (uno dei leit motiv prediletti di Heinlein, peraltro non del tutto esente da maschilismo figlio del suo tempo), colma di evidenti connotati socialisti benché immersa in una realtà capitalista. E Mike sarà pronto a giungere, nelle vesti di novello Cristo - Messia, fino alle estreme conseguenze.

Pur scontando il difetto di un’eccessiva verbosità, il libro, forse capolavoro dell'autore, è godibile e ricco di spunti, come ad esempio il seguente passo, pronunciato da uno dei personaggi e che potrebbe effettivamente rappresentare anche il punto di vista dell’autore:

«Sono un artista onesto, ciò che io scrivo, lo scrivo per raggiungere il cliente… e se possibile per ispirargli pietà o terrore… o per lo meno per svagarlo nelle ore di noia. Non mi nascondo mai dal lettore per mezzo di un linguaggio personale, e non cerco l’elogio degli altri scrittori per la mia tecnica o per cose del genere. Io voglio l’elogio del cliente, perché sono riuscito a raggiungerlo, espresso in quattrini… altrimenti non voglio nulla.»

Ciò che sembra emergere dalla sua opera complessiva è una sorta di darwinismo sociale, per cui “la sopravvivenza razziale è l'unica moralità universale”, ottenibile grazie alla libertà individuale e alla creatività di quei pochi che rappresentano il meglio dell'umanità.

A testimoniare le sue qualità artistiche e letterarie, Robert Heinlein in carriera ha vinto ben quattro premi Hugo per il miglior romanzo dell’anno, il prestigioso riconoscimento assegnato annualmente alla convention mondiale della fantascienza. Due proprio per Straniero in terra straniera e Fanteria dello Spazio, a riprova che, malgrado le polemiche, nell'ambiente fantascientifico capivano perfettamente lo spessore dell'autore. Il terzo, o per meglio dire il primo, lo ottenne per “Stella doppia” (Double star, 1956), riuscito plot su un bravo attore teatrale che, chiamato a sostituire in alcune occasioni ufficiali il potente Presidente del Sistema solare, al momento indisponibile, allorquando quest'ultimo verrà assassinato si troverà costretto a prenderne definitivamente il posto, trasformandosi a tutti gli effetti nel personaggio che stava interpretando. L'ultimo arrivò invece per l'incisivo “La luna è una severa maestra” (The moon is a harsh mistress,1966). Quest'ultimo è una descrizione, pragmaticamente scarna e distaccata, di una rivoluzione condotta e vinta da una popolazione fondamentalmente anarchica, facendo quasi apparire normale qualsiasi delitto, ottenuta grazie al decisivo aiuto di Mike, la prima intelligenza artificiale giunta all'autocoscienza. I ribelli, abilmente guidati da questo computer intelligente, allo scopo di conquistarsi un numero sufficiente di proseliti tra la popolazione indifferente, indurranno con cinismo la parte avversa a scatenare una violenza indiscriminata fino a farsi odiare da tutti. La storia è raccontata dal punto di vista del tecnico Manuel Kelly, divenuto quasi senza volere uno dei capi della rivolta. E naturalmente alcuni critici vollero vedere nel romanzo l'ideale abbraccio dell'autore all'anarchismo.

Giustamente premiati, meritano tutti e quattro di essere letti.

Nel frattempo l'autore, giunto all'apice della sua tecnica di scrittura, cominciava a dilatare le proprie opere, perdendo sempre di più il dono dell'essenzialità che ne aveva caratterizzato gli inizi. Negli anni '60, pur deragliando talvolta nel tentativo di spiegare la società descritta, risulta ancora molto efficace, ma non altrettanto si può dire dei decenni successivi. Infatti, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, invecchiando Heinlein finì per farsi prendere la mano, ampliando i propri testi all'inverosimile e accentuando i propri difetti anziché smussarli. Gli ultimi romanzi sono tutti tanto monumentali quanto per lo più pesanti, al limite dell'illeggibilità.

Lazarus Long l'immortale (Time enough for love, 1973) è il romanzo in cui più di tutti espone la propria filosofia di vita, al punto da rendere il personaggio del titolo italiano un vero e proprio alter ego. Benché sia forse in assoluto il più lungo, tutto sommato regge ancora abbastanza bene, essendo le sue 600 pagine ricche di avvenimenti in cui l'autore si assume il compito ad ampio respiro di tirare le fila della sua storia futura. In esso scioglie i nodi rimasti al pettine fino a giungere a una conclusione definitiva, giustificandone quindi la lunghezza e risultando piacevole malgrado non pochi momenti morti motiverebbero uno sfoltimento. Per inciso in esso recupera il protagonista del divertente e avventuroso classico I figli di Matusalemme, (Methuselah's children, 1958), avvincente romanzo su una selezione genetica diretta all'allungamento della vita.

Invece altri romanzi tardivi, come Il numero della bestia (The number of the beast, 1980), che nonostante la trama scoppiettante basata sugli universi paralleli, in cui utilizza personaggi reali e immaginari, compreso i propri ripescati da altre opere, s'impantana dopo un buon inizio, oppure “Non temerò alcun male” (I will fear no evil – 1970), sono talmente massicci e contorti da risultare di fatto illeggibili. Quest'ultimo è perfettamente esemplificativo dei suoi difetti. Il romanzo racconta di un imprenditore, ormai quasi centenario ma ancora lucido, che investe il proprio danaro in una tecnica chirurgica sperimentale mai provata su un essere umano: il trapianto del cervello. Nonostante lo scetticismo generale l'operazione riesce perfettamente, ma quando il protagonista, Joahan Smith (tedesco immigrato negli Stati Uniti e nato col cognome Schmidt), si riprende, scopre che il suo nuovo corpo ospite è quello di una donna, Eunice, la sua avvenente ex segretaria, assassinata da criminali, di cui era stato segretamente innamorato. E se già in “Straniero...” e in “La luna...” i dialoghi tendevano a farsi più consistenti e ripetitivi che in passato, Non temerò alcun male è addirittura basato quasi esclusivamente sui dialoghi, che rappresentano un buon 90% della lunghezza totale del romanzo. Bene, direte voi, allora la lettura risulterà più scorrevole della norma. Sarebbe così se i dialoghi fossero concisi, purtroppo invece la necessità di mostrare e spiegare tutto attraverso di essi, senza chiarificazioni in terza persona, sommata alla naturale tendenza dell'autore alla ridondanza e alla divagazione, produce una verbosità assassina. Eccovi un esempio scelto quasi a caso:

Non ne sono sorpreso. Signorina... fratello Schmidt, come vuole che la chiami? In privato.”

Be', o 'Joan' o 'Eunice'. Preferibilmente con tutti e due i nomi, dal momento che vorrei che nessuno si dimenticasse mai di Eunice Branca. Io, meno di tutti: voglio che mi si ricordi sempre la mia benefattrice. Ma in privato non mi chiami 'signorina'. Sentite fratelli, come 'fratello Schimdt' ho almeno cinquant'anni più di voi... ma come 'Joan Eunice' ho appena qualche settimana di vita. Tuttavia il corpo di Eunice è quello di una giovane donna, ed è ciò che sto imparando, che devo imparare a essere. Potreste avere delle figlie della mia età. Per cui vi prego, chiamatemi 'Joan Eunice' e risparmiatevi il 'Signorina Smith' per le udienza in tribunale.” Sorrise. “Oppure fratello Schmidt, se preferite, anche se i fratelli del mio capitolo mi chiamavano Yonny.”

Disse Alec: “Joan Eunice, fratello Yonny Smith, sono lieto di chiamarla come preferisce, e non ho figlie della sua età, e lei mi fa sentire più giovane solo a guardarla. Ma non parlo a nome del mio compagno di stanza e non vorrei proprio dirle che età hanno certi suoi rampolli; era il flagello della scuola 238: stia lontana da lui e mi permetta di proteggerla. E le ho già detto quanto sia felice che la signora Seward mi abbia silurato? Fratello Joan Eunice, non mi sarei mai...” Eccetera, eccetera.

Per il sottoscritto (che non è riuscito, evento assai inconsueto, a terminare il libro), il passo poteva essere condensato in metà righe, risparmiando giri di parole e chiacchiere vuote, tanto più che molti dei concetti presenti erano già stati espressi in precedenza. E poi chi mai parlerebbe davvero così? Dieci pagine di tal tenore possono anche andar bene, ma cinquecentotrenta sfidano l'umana sopportazione. Evitate accuratamente i suoi romanzi tardivi e diffidate delle critiche positive che li riguardano.

Due parole infine sui suoi libri per ragazzi, i cosiddetti juveniles. Inevitabilmente alcuni di essi oggi appaiono improbabili e fin troppo puerili, vedasi l'artificioso Una famiglia marziana (Podkayne of Mars, 1963), senz'altro meritevole del dimenticatoio, altri al contrario dimostrano un notevole spessore e vanno ritenuti tra le sue opere meglio riuscite, godibili da un pubblico di qualunque età. Tralasciamo Fanteria dello spazio, romanzo inserito in tale ambito per la minore età dell'io narrante ma del tutto adulto e non a caso rifiutato dall'editore specializzato a cui Heinlein era solito rivolgersi.

A patto di saper ignorare quella che oggi sarebbe un'assurdità, cioè astronavi la cui rotta debba essere calcolata utilizzando tavole cartacee anziché un programma di computer (o immaginando che sia il computer di bordo a guastarsi anziché le tavole di calcolo ad andare smarrite), vale semmai la pena

 di ricordare Starman Jones (om. 1953), storia di un generoso adolescente ingiustamente privato, per via delle storture di un sistema sociale dai connotati medioevali, del suo sogno di pilotare astronavi. Nel corso di una trama mordace il protagonista, grazie alla propria perseveranza e a una prodigiosa memoria eiedetica, saprà vincere ogni ostacolo, dimostrandosi infine l'unico in grado di salvare equipaggio e passeggeri durante una drammatica emergenza spaziale.

Con ogni probabilità il suo capolavoro dei juveniles è però “Cittadino della galassia” (Citizen of the galaxy, 1957), che appare davvero sminuente definire per ragazzi. Romanzo di grande spessore, parte un po' come una versione fantascientifica di Kim, capolavoro, a sua volta inteso per i ragazzi, del nobel Kipling, per poi trasformarsi in una progressiva, profonda e metaforica presa di coscienza del giovane protagonista sulle ingiustizie di un mondo basato sul capitalismo sfrenato e sullo schiavismo.

 

CLIFFORD D. SIMAK

I gusti hanno una componente fortemente soggettiva e quindi valore relativo, a ogni modo tra i due autori in esame l'estensore del saggio ha una leggera preferenza personale per Simak.

Clifford Donald Simak (1904 – 1988), nacque a Milville, tranquillo paesino del Wisconsin. Tale precisazione non deve essere intesa come mera informazione biografica, perché egli si sentì sempre così legato alla propria terra da ambientare molte delle sue storie nei luoghi in cui trascorse la giovinezza. Scrittore dalla prosa pulita, semplice e raffinata a un tempo, dotata di un notevole afflato poetico, mostrò più interesse per le emozioni e i sentimenti dei suoi personaggi che per le pure implicazioni scientifiche o speculative della fantascienza. Fu autore tendenzialmente ottimista sul futuro, benché pienamente cosciente dei rischi a cui l'uomo andava incontro col proprio comportamento. Giunto alla scrittura relativamente tardi, almeno in confronto a numerosi colleghi suoi contemporanei, fu forse l'unico dei grandi che nonostante il successo conseguito non volle mai divenire un professionista e continuò sempre a dedicarsi all'attività giornalistica.

Clifford ebbe un lungo apprendistato nella narrativa breve, ambito in cui divenne un maestro e a cui non smise mai di dedicare le proprie attenzioni, con esiti spesso felici. Si vedano ad esempio i due racconti meritatamente premiati con lo Hugo, il lungo e incisivo Il grande cortile, noto anche come L'aia grande (1958) e il corto e incantevole La grotta dei cervi danzanti (Grotto and the dancing deer 1963), splendidi entrambi.

E finalmente nel 1939 debuttò nelle storie a lungo respiro col romanzo Ingegneri cosmici (Cosmic engineers), magari ancora un poco ingenuo ma in compenso assai ricco (forse pure troppo) di spunti e di invenzioni, testo importante perché anticipa sia buona parte delle successive tematiche simakiane sia molte idee altrui (ad esempio quella dei possibili futuri alternati così tipicamente dickiana è già espressa qui).

Il suo primo e forse più grande capolavoro resta City, alias Anni senza fine, uno dei testi fondamentali dell'intera storia della fantascienza. Non si tratta in realtà di un'opera unitaria, ma di una serie di racconti sviluppata nel corso degli anni '40 e successivamente collegata da una cornice comune in modo da formare un romanzo. Storia di grande e poetica malinconia sul lento, inesorabile declino della razza umana, il libro narra il progressivo spopolamento della Terra, abbandonata dalla sua popolazione in parte trasferitasi, geneticamente trasformata, su Giove e in parte, divenuta mutante, sciamata fuori dal sistema solare fino a far perdere perfino il ricordo di sé, dopo aver imparato a realizzare dei portali di collegamento con altri mondi o forse con altre dimensioni. Lo spazio lasciato libero sul nostro pianeta troverà perciò nuovi protagonisti. Dapprima sarà occupato dal binomio formato dai cani, evolutisi grazie all'operato umano, e dai robot, creati dalla tecnologia umana ma rimasti in eredità agli oramai ex animali domestici. Il suddetto binomio eleverà l'umanità a mito e nel contempo porterà la Terra, anzi, le innumerevoli Terre degli infiniti universi paralleli, a sviluppare il pieno rispetto reciproco tra specie diverse. E mentre cani e robot si trasferiranno su queste altri universi, nella Terra natale si imporrà, tanto lentamente quanto inesorabilmente, un'incomprensibile civiltà di formiche. Ma eccovi l'esemplificativo incipit di City:

Ci sono leggende che i Cani si raccontano quando le fiamme ruggiscono alte e il vento soffia da nord. Allora ogni famiglia si raccoglie intorno al focolare e i cuccioli siedono muti ad ascoltare, e quando la storia è finita fanno molte domande:

«Che cos'è un uomo?» domandano.

Oppure:

«Che cos'è una Città?»

O anche

«Che cos'è una Guerra?»

Non c'è una risposta precisa a domande di questo genere. Ci sono supposizioni, ci sono teorie e molte ipotesi piuttosto dotte, ma nessuna vera risposta. Nelle famiglie raccolte intorno al fuoco, più di un narratore di fiabe è stato costretto a ripiegare sull'antichissima spiegazione che non esistono cose come un Uomo o una Città, che non bisogna illudersi di trovare qualcosa di vero in una semplice fiaba, ma accontentarsi del piacere che essa procura e non cercarvi altro.”

 

Questo è con tutta probabilità il libro più pessimista di un autore in genere assai fiducioso nei confronti del genere umano. Ciò si può facilmente constatare nei restanti suoi scritti, a partire dall'altra opera più nota, Oltre l'invisibile (Time and again, 1951), uno dei romanzi più fruibili e riusciti. In un'epoca futura in cui l'umanità si sta espandendo, come un virus, nella galassia, Sutton, astronauta dato per disperso e ormai ritenuto morto, torna all'improvviso dal sistema del Cigno, l'unico ancora del tutto estraneo al dominio umano. “L'uomo (...) è sempre riuscito a scoprire l'ostacolo che impediva il suo cammino. Con il Cigno, invece, niente da fare. Non abbiamo potuto neanche metterci piede, lassù”. Sutton, grande protagonista del romanzo, porta con sé una nuova conoscenza, appresa proprio sul Cigno, che potrebbe rivoluzionare le prospettive dell'umanità. La novità spaventa però tutti coloro che vedono l'uomo superiore a ogni altra razza, spingendoli a combatterla: sia Sutton sia il dono che egli offre dovranno essere eliminati a ogni costo. Basato su molto ben calibrati e convincenti paradossi temporali e sulla possibile alternativa, per l'umanità, o di dominio dell'universo o di convivenza paritaria tra i popoli, ribadisce appieno la filosofia simakiana già introdotta in City sulla fratellanza anche tra specie diverse.

Tuttavia è il fondamentale La casa dalle finestre nere (Way station) alias Qui si raccolgono le stelle (Here gather the stars), premio Hugo 1959 e grande classico della fantascienza, a esprimere al meglio il pensiero dell'autore. Romanzo meditativo e quasi completamente privo di azione, di impostazione teatrale e di grande spessore filosofico, pur essendo conseguentemente di meno facile lettura rispetto ad altri testi, non risulta pesante ed è comunque scritto che non può essere ignorato se si vuole approfondire Simak. Raccontato per intero dal punto di vista del protagonista umano Enoch Wallace, cioè del custode dell'unico luogo di transito e collegamento sulla Terra per le altre civiltà, insomma una specie di motel per alieni, è un autentico inno all'amicizia e alla cooperazione.

Se le tre opere, qui sopra sommariamente descritte, appartengono di diritto al periodo aureo simakiano degli anni '50 e sono da considerare i suoi massimi capolavori, nei decenni successivi il suo tema prediletto ritorna sovente e felicemente, seppur con inevitabili alti e bassi (comprendendo tra questi ultimi anche alcune avventurette di scarso spessore, tipiche soprattutto degli ultimi anni).

A personale parere di chi scrive, per inventiva e ricchezza di azione e di intensità meditativa, uno dei romanzi da inserire nell'elenco delle opere migliori (uno dei suoi "alti") è Il villaggio dei fiori purpurei (All flash is grass, 1965), che pur essendo meno considerato dalla critica rispetto alle opere più acclamate, forse perché più tardo, andrebbe fatto rientrare tra i suoi capolavori ed è per giunta di assai piacevole lettura. Un mattino il protagonista del romanzo, uscito di casa con l'intenzione di prendere l'autostrada e recarsi in città, si va a schiantare in auto contro un'invisibile e invalicabile barriera, eretta tutto intorno al paese. Resta perciò intrappolato al suo interno insieme ai compaesani, mentre all'esterno il mondo si spaventa e l'esercito crea un cordone di sicurezza intorno all'enigmatico sbarramento. (Vi ricorda qualcosa questa trama? Sì, è la stessa di The Dome, che Stephen King ha con tutta evidenza scopiazzato dal grande Clifford, senza peraltro eguagliarne valore ed efficacia). Ma chi ha costruito la barriera e perché lo ha fatto? Basato, come molti dei suoi scritti, sugli universi paralleli, forse la tematica a lui favorita, è anche una delle più ambigue e originali invasioni aliene mai inventate dalla fantascienza.

Invece l'allegorico e quasi altrettanto riuscito I giorni del silenzio (Cemetery world, 1973), seguito solamente ideale de La bambola del destino (vedasi più sotto), è ambientato in un'epoca futura in cui l'umanità è sciamata nella galassia abbandonando il proprio mondo natale, abitato ormai solo da pochi e arretrati individui. La Terra porta ancora su di sé devastanti tracce di antiche e inutili guerre globali, ma essendo amata per le sue vesti di ancestrale origine dell'umanità, è stata trasformata in un immenso cimitero, a cui i ricchi tornano per esservi seppelliti. Gli interessi economici e politici della potente azienda funeraria si scontrano però con i reconditi scopi di ignote presenze, tanto ambigue quanto misteriose, e con complessi paradossi temporali, che porteranno gli incolpevoli protagonisti (tra cui un novelliere che come “macchina da scrivere” utilizza un compositore meccanico da cui è forse dominato e che porta il lettore a chiedersi se per gli scrittori esista un autentico futuro) a restare invischiati in situazioni sempre più intricate.

Meritano inoltre una segnalazione a parte e un invito alla lettura perlomeno due altri scritti. Il primo è il curioso e simbolico romanzo, invero più fantasy che fantascientifico, intitolato L'immaginazione al potere (Out of their minds, 1970), in cui le creazioni della nostra immaginazione, come i personaggi dei libri, dei cartoni animati o perfino delle credenze religiose, prendono vita propria e cospirano per penetrare stabilmente la realtà e soppiantare “darwinisticamente” la razza umana come ultima e più innovativa forma evolutiva, discendente diretta dell'uomo che l'ha creata: "- Nella terra in cui ci trovavamo abitavano tutte le fantasie create dalla mente dell'uomo attraverso i secoli. Qui Huckleberry Finn pilotava la sua zattera lungo un fiume che non aveva mai fine, qui Cappuccetto Rosso si addentrava saltellando nel bosco, qui Mister Magoo avanzava tentoni semicieco verso le sue più illogiche e assurde avventure".

Il secondo testo degno di nota è l'originale e stringente invasione aliena soft basata su un punto debole dell'umanità, in fondo evidente eppure forse mai rilevato a dovere da altri autori di fantascienza: l'economia. Cosa accadrebbe se, proprio come si verifica in “Camminavano come noi” (They walked like men, 1962), una civiltà extraterrestre cominciasse a rivolgerci, sotto mentite spoglie, offerte di denaro troppo generose da poter essere rifiutate, allo scopo di acquistare tutti i nostri averi immobili e ritrovarsi infine legalmente proprietaria di buona parte del pianeta?

Se le due ultime composizioni succitate, benché assai riuscite, per motivi del tutto relativi vengono considerate minori, altre a cui non abbiamo ancora fatto riferimento sono in genere inserite tra le sue opere principali pur non essendo forse altrettanto meritevoli. In primis ciò vale per L'Anello intorno al sole, (Ring around the sun, 1952), a personale parere di chi scrive romanzo assai sopravvalutato, che può essere considerato un po' come la versione alternativa e ottimista di City, ma che al contrario di quest'ultimo non ha retto lo scorrere del tempo. Sebbene, infatti, con la sua trama vivace, interamente basata su inspiegabili sparizioni legate, tanto per cambiare, all'esistenza degli universi paralleli, questo lavoro avesse molto colpito e affascinato l'autore dell'articolo che state leggendo quando era sui quattordici o quindici anni, riletto oggi, nello smaliziato ventunesimo secolo e in età adulta, appare davvero troppo ingenuo e puerile per risultare ancora convincente.

Altro libro di spessore discutibile è La bambola del destino (Destiny doll, 1971), che pur avendo una storia del tutto autonoma per personaggi e ambientazione, è stato considerato dall'autore stesso strettamente legato al successivo I giorni del silenzio, rispetto al quale almeno parte della critica italiana lo considera superiore, forse perché vede in quest'ultimo, che godette peraltro di un maggior successo di pubblico, una non necessaria riproposta di tematiche. Eppure Destiny doll non regge il confronto col suo “seguito” sotto più di un aspetto. La trama del fascinoso e malinconico I giorni del silenzio, infatti, è assai più avvincente e meglio inquadrata rispetto all'altro e la stessa scrittura risulta più riuscita, evitando le fastidiosi ripetizioni e sciatterie presenti nel predecessore. “...Il luogo del nostro atterraggio sarebbe stato un villaggio. Forse uno di quei villaggi antichi, simile a quel vecchio villaggio bianco, del New England che avevo visto sulla Terra... a questo punto si era spinta la mia fantasia. Avevo ricordato il villaggio...”. Ebbene, questo breve passo è estrapolato appunto dall'incipit de La bambola del destino. Ora, è vero che nel mondo anglosassone si dà meno peso alle ripetizioni che in quello latino, ma quando è troppo è troppo: qua (complice forse anche un traduttore pigro?), la parola villaggi(o) appare ossessivamente ripetuta altre quattro volte, per un totale di ben otto in appena diciannove righe, con un effetto davvero stridente, soprattutto considerato che è solo un esempio negativo tra i tanti presenti, vedasi ad esempio l'aggettivo “bianco” o il sostantivo “montagna”, moltiplicati più avanti fino alla nausea.

Infine va aggiunto che neppure il pur valido Infinito (Why call them back from heaven, 1967) è parso al vostro deluso M.B. così riuscito e avvincente come sostenevano, tra gli altri, i curatori della casa editrice che per prima lo pubblicò in Italia, ma in questo caso senza intendere esprimere, con tale affermazione, nulla più che un sindacabilissimo parere basato solo sul gusto personale.

 

SCONSOLATA CHIUSURA

Come purtroppo spesso accade in Italia con la snobbata fantascienza, di fatto in libreria praticamente nulla è reperibile e qualche titolo è indicato “a disponibilità limitata”, qualsiasi cosa ciò voglia dire. Unica eccezione, Straniero in terra straniera di Heinlein, presente in più di un'edizione. In compenso vari titoli simakiani sono ancora ordinabili direttamente sul sito web della Perseo Libri. Vale tuttavia la pena di cercare questi autori anche in bancarella, Heinlein tra le benemerite collane della Nord (l'elegante Cosmo oro ne pubblicò diversi titoli), e Simak tra le fondamentali collezioni Urania della Mondadori, augurandosi che, nel frattempo, la doppia ricorrenza di aprile e maggio 2018 scuota dall'apatia le nostrane case editrici.

 

 

Scritto durante la seconda metà del 2017, fine. Massimo Bianco.

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Rubrus il 2018-01-14 09:58:36
Ho letto alcuni libri di Simak e alcuni di Heinlein e ho una leggera preferenza per il primo. Ho sempre avuto la sensazione che "La casa dalle finestre nere" debba qualcosa, e forse più di qualcosa, a "The strange house high in the mist" di Lovecraft, anche se HPL dà una coloritura più fantasy che SF al proprio racconto. "The unpleasant profession of Jonathan Hoag" mi è piaciuto, ma per apprezzarlo appieno ci si deve ricordare di quando è stato scritto, mentre "City" secondo me supera ottimamente la prova del tempo - forse perchè oggi siamo più pessimisti di ieri (il pessimista, si sa, è un ottimista bene informato).. Una curiosità su "Fanteria dello spazio". Oggi credo che tutti conoscano il film e meno il libro. Esso appartiene a un "taglio" della SF che mi è capitato di sentir definire come "fantascienza militare". A me piace pochino, nel senso che preferisco altra, tuttavia ha i suoi seguaci. Pensa che il mio editore ha pubblicato un librettino che praticamente è la riscrittura del film di Verhoeven - insomma parla di una battaglia su un pianeta remoto contro un'orda di insettacci. La trama è, più che minimalista, minimale, i personaggi pressochè indistinguibili, di approfondimento scientifico c'è poco e niente (ci sono le armature con esoscheletro, le astronavi e una gran varietà di armi e tanto deve bastare) e il sottotesto non c'è. Insomma, è un romanzetto che fa il suo sporco lavoro - e lo fa bene - mettendo in scena uno scontro a fuoco dopo l'altro e lo fa con mestiere, Eppure (chiaramente parliamo di una casa editrice i cui prodotti viaggiano sulle poche decine / centinaia di copie) è stato uno dei maggiori successi. Non sto affatto a criticare il libro, che risponde in pieno alla visione "editorial - commerciale" di Heinlein e di cui Heinlein stesso non si lamenterebbe, ma se il pubblico gradisce quello (a me sembra un prodotto logoro dal punto di vista narrativo).in nome di cosa ci dogliamo dello scarso interesse per una SF con maggior contenuto / letterarietà?. Insomma, forse il genere ha narrativamente detto quasi tutto quel che doveva dire e ci si sposta su altri media oppure si ripropongono stilemi, temi o dinamiche di quaranta, cinquant'anni fa (la SF Hippy, come chiamo alcuna SF degli anni '60 e '70, peraltro, secondo me è superata dal punto di vista narrativo, contenutistico e formale). Nota bene: non è una domanda retorica: è una ipotesi da verificare.

Massimo Bianco il 2018-01-14 19:28:27
Proprio come me: ai suoi vertici, anche tra gli juveniles ("Cittadino della galassia" merita davvero) Heinlein è notevole, ma mediamente Simak mi affascina di più e poi i suoi alti sono davvero alti, peccato che in Italia probabilmente sia meno noto di Heinlein. Non conosco l'opera che citi di HPL, d'altronde sai meglio di me che nulla nasce dal nulla. Sì, "Il mestiere dell'avvoltoio" secondo me oggi risulterebbe invecchaito se fosse stato ambientato nel futuro, ma il suo risultare chiarmente ambientato (peraltro senza indicare date, mi pare) all'epoca in cui fu scritto, cioè negli anni '40, aiuta molto a far sì che i decenni trascorsi non gli pesino. "Fanteria dello spazio" non è tra i miei libri preferiti, ma dei romanzi di quel genere secondo me resta uno dei migliori e va promosso. Come ho detto altre volte in passato, la fantascienza moderna è andata troppo oltre nella sua ricerca di originalità a tutti i costi, rendendosi astrusa, e penso proprio che abbia detto tutto o quasi. E per questo preferisco scrivere racconti di fs, dove in poche migliaia di parole si può evidenziare in modo sensato e d efficace qualche problema dell'oggi, piuttosto che romanzi che nella loro ampiezza, affinché non risultino pesanti, costringono il più delle volte l'autore a ricadere in ambiti logori: oggi, astruserie a parte, o si pubblicano noir con ambientazione fantascientifica, di fatto inutili, oppure romanzi di storia alternativa, che tirano sempre ma sono fs in senso lato, oppure ancora futili revival, tipo il "ciclo di Wilson Cole", di Mike Resnick, apparso su Urania: ho letto qualcosa, per me si tratta di avventurette prive di spessore che potrebbero essere state scritte 50 anni prima, eppure pare che abbia avuto successo. Grazie per la visita, ciao.

Rubrus il 2018-01-15 12:01:33
Concordo. Di Simak mi è piaciuto anche "i visitatori", ristampato relativamente da poco.

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Blue il 2018-01-15 15:28:59

Conosco poco Heinlein... e per niente Simak. Però devo dire che la tua analisi delle opere dei due è veramente particolareggiata ed esaustiva: e se tra le righe del tuo scritto c\'è (anche) l\'intenzione di spingere a leggere gli scritti dei due autori (non ci sarebbe nulla di male in questo, anzi, al contrario, sarebbe forse il suo merito maggiore), beh, devo dire che l\'obiettivo è stato indubbiamente centrato.
Ottimo saggio, insomma.

Massimo Bianco il 2018-01-18 09:27:09
Oh sì, scrivere saggi come quelli che propongo è impegnativo, a parità di parole molto di più, nella mia esperienza personale, che scrivere racconti, hai letto in calce quanto tempo ho impegiato per completare questo? Perchè per correttezza ho dovuto rileggermi romanzi letti anche decenni prima e che non ero più in grado di giudicare obbiettivamente e per completezza ne ho anche scovati altri in bancarella che mi mancavano (e che poi ho deciso non valesse la pena citare nell'articolo, tranne due: il simakiano "Il villaggio dei fiori purpurei" come esempio positivo e l'Hieinleiano "Una famiglia marziana" come esempio negativo), lo faccio ugualmente proprio perchè apprezzando gli autori che tratto mi farebbe piacere conquistargli qualche lettore nuovo (anche se non tutti ne avrebbero bisogno, vedasi Carrisi, che riprorrò aggiornato tra qualche minuto e che vende milioni di copie), naturalmente cercando di indicare i loro libri a mio parere maggiormente meritevoli. Chi ama leggere dovrebbe anche amare diffondere la lettura, io lo amo. Qui in Italia come hai letto purtroppo H. e S. sono difficili da reperire, mi auguro che dalle tue parti vada meglio. Grazie per la visita e per l'apprezzamento, ciao. - - - - - - N.B.: hai visto, Blue? Qui su P.i.a.f. ti è stato rubato il brevetto, ora tutti i commenti sono blu su fondo bianco come da tua antica tradizione, ah, ah. Ancora ciao.

Blue il 2018-01-22 16:47:23

Eh, ho visto, sì... ma più che altro, è proprio la struttura del sito ad essere abbastanza caotica e poco "immediata", ecco. Però meglio questo angolino che la sparizione assoluta di un ritrovo...


Gerardo Spirito il 2018-01-22 17:34:41

Non ho mai letto nulla di questi due autori, anch se ho sentito parlare di entrambi. Ho letto relativamente pochi scrittori sci-fi: Clarke, Lem, Niven, Pohl, Barjavel e giusto qualche racconto di Asimov e Bester. Di Heinlein conosco Universo ed è nella mia lista di libri da leggere, anche se non so quando lo farò. A ogni modo, questo è un gran bel saggio Massimo, preciso e ben schematizzato. Ho apprezzato molto gli esempi che hai estrapolato da alcuni libri, ti danno una piccola panoramica sullo stile dello scrittore in questione, come quando parli della verbosità assassina di Non temerò alcun male di Heinlein.



Ben fatto.


Massimo Bianco il 2018-01-25 09:36:40

Dai, allora leggili. Universo, ok, e poi magari Il mestere dell'avvoltoio, che è il più nero e meno fantascientifico del lotto, Anni senza fine, un capolavorissimo, e Il villaggio dei fiori purpurei, mi verrebbe da dire, però il problema qui in Italia è trovarli e alloro dico quel che trovi leggi. Conosco più o meno tutti gli autori che citi. Sinceramente Bester non mi è piaciuto e per giudicare Pohl (collaborazioni escluse) aspetto di leggere qualcos'altro, Barjavel così così, gli altri li apprezzo. I miei preferiti in assoluto, Heinlein e Simak esclusi, sono Ursula Le Guin, di cui avevo proposto un saggio su Neteditor che riproporrò penso solo nel 2019, Philip Dick, Lem, I fratelli Strugatsky (sovietici), Jack Williamson, John Brunner, specialmente quello impegnato, e Robert Sawyer, molto molto belli però anche gli unici due romanzi che ho trovato (scritti da sola, perchè ne conosco altri minori dal lei scritti a 4 mani) di Kate Whilelm e due degli unici tre romanzi di fs che Walter Tevis ha scritto. Una parolina la vorrei spendere però anche per l'autore a cui mi sono ispirato per il racconto (uno dei miei due migliori di fantascienza, credo, ma non facilissimo) che ripropongo stamane: Gregory Benford. Suoi romanzi come Timescape e Nell'oceano della notte meriterebbero ben altra notorietà. Ma ce n'è anche altri che omaggerò in quella stessa serie in cui vorrei omaggiare anche te (e che ho rinviato a marzo). Ciao, grazie per la visita e per l'apprezzamento.


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