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FILO'. Orrore a Capo Fieno

"L'APOSTROFO" Narrativa di gruppo Progetti editoriali digitali e non

di Massimo Bianco

pubblicato il 2018-01-07 00:42:00


I fratelli Pietro e Luca Mallarino avevano dedicato l'intera vita alla pesca. Uscivano in mare con la “Principe del Mediterraneo” da circa quarant'anni e fino a non molto tempo addietro avevano sempre ricavato di che sfamare se stessi e le loro famiglie. Il mestiere di pescatore diventava però ogni giorno più difficile, perché il mare era stato troppo sfruttato e di pesce non ce n'era quasi più.

Troppo spesso ormai tornavano con le reti vuote o quasi e non avevano più un soldo. Il peschereccio stesso era ridotto a un vecchio cassone, bisognoso di riparazioni rinviate di mese in mese. Luca, uomo alto e robusto con lo stomaco prominente da bevitore di birra, meditava da tempo di cambiare attività senza sapere quale via intraprendere: riciclarsi a cinquantatré anni era dura. E Pietro, il maggiore con i suoi cinquantasette anni, tanti da riempirgli il volto abbronzato di rughe e il fisico ossuto di acciacchi ma troppo pochi per potersene andare in pensione, cercava una soluzione e pensava di averla trovata.

Esitava tuttavia a proporla, perché li avrebbe obbligati a raggiungere acque pericolose, sulle quali correvano strane storie. Già quando erano bambini erano considerate tabù. Il loro nonno paterno, pescatore pure lui, gli aveva sempre raccomandato di non avventurarcisi. A suo dire la gente le evitava fin dai tempi di suo nonno e prima ancora. Si tramandava che un solo loro conterraneo, un collega di Finale Ligure Marina, fosse riuscito a trovarvi tantissimo pesce restando incolume, ma il segreto del proprio successo se lo era portato nella tomba. Inoltre i forestieri che non fossero turisti non venivano visti di buon occhio e chi si avvicinava poteva perfino essere speronato. Un giorno però, dopo essere tornati in porto ancora una volta senza aver catturato null'altro che pochi pesciolini inadatti alla vendita, Pietro vide l'espressione frustrata e insofferente di Luca e capì di non poter più procrastinare.

I due fratelli ne discussero tra loro e col mozzo Samuele, diciottenne figlio minore di Luca, un bellissimo ragazzo pallido di carnagione ma scuro di occhi e di capelli, che sfoggiava, a incorniciargli l'ovale perfetto, abbondanti dreadlocks impossibili da tenere a posto. Siccome il giovane aveva abbandonato la scuola, il liceo artistico, alla seconda bocciatura perché non studiava, senza poi trovar lavoro, tre mesi prima l'avevano imbarcato. Solo che dopo avergli anticipato i primi quindici giorni di paga non lo avevano più potuto salariare.

«Dobbiamo andare presso Capo Fieno.» Spiegò dunque Pietro.

«Dai i numeri? È pura follia.» Protestò subito Luca.

Pietro emise un sospiro profondo. Era preoccupato e si vedeva.

«Credi che non lo sappia? Ma quale alternativa abbiamo? Ci dobbiamo provare.»

«Tu sei davvero nescio, belin, nessuno ci si arrischia. Mai!»

«È un azzardo, lo so, ma ti assicuro che invece qualcuno del posto ci va e non torna mai a mani vuote.»

«Evidentemente conosce la formula e può permetterselo, ma se ci proviamo noi siamo fottuti.»

Samuele ascoltava perplesso. Non capiva. Infine non ne poté più.

«Formula? Si può sapere di che cazzo state parlando? Cos'è 'sto Capo Fieno?»

Zio e padre si diedero una rapida occhiata, quindi gli rivolsero uno sguardo turbato.

«Capo Fieno è un promontorio della Corsica» – spiegò infine il primo – «tutt'intorno ad esso e nella baia che forma c'è sempre un gran pescato. Chi osa andarci può guadagnar bene, ma sul fondo ci stanno grotte di cristallo che sono... beh... comunque quello è un luogo maledetto, tempestoso, pieno di scogli e perfino di formazioni corallifere appena sotto la superficie...»

«E lì sotto ci vivono gli Spiriti del mare e se ignori le formule per placarli quelli ti uccidono». Concluse Luca.

Samuele volse lo sguardo dall'uno all'altro, sbalordito, infine lo riportò sullo zio, che con sua somma sorpresa non riuscì a reggerlo e abbassò il proprio, imbarazzato.

«Gli spiriti del mare? E voi credete davvero a 'ste fesserie? Siamo nel ventunesimo secolo, cazzo. Se c'è un posto pieno di pesce ci dobbiamo andare, io a Giovanna non riesco nemmeno più a offrire una pizza margherita e mi sa che tra un po' mi molla.»

«Non sono fesserie, figgeü, ma autentiche entità maligne e, belin, anche spietate.»

«Ok, mettiamo gli spiriti da parte, sono solo superstizioni e tuo padre parla a vanvera, ma quel tratto di mare è infido, ci si arrischiano solo i pochissimi che lo conoscono davvero bene, perché vento e correnti fan brutti scherzi. Andiamoci, ma lì c'è stato più di un naufragio, occorre molta prudenza.”

I tre ne discussero ancora un poco e alla fine Luca si lasciò convincere.

«Tu però resti a casa, Samu, non voglio che corri rischi.»

«Manco per idea, papà. I tuoi spiriti del mare non esistono e non sarà certo un po' di vento a farmi rinunciare. Ho diritto di guadagnarmi il pane come voi e non vedo l'ora di vedere le reti cariche. Io vengo, punto e basta.»

Così la notte successiva la loro barca a motore uscì in mare, diretta in Corsica sotto una magnifica volta stellata, con tutti e tre a bordo. E quando giunse l'alba, il cielo si tinteggiò ben presto di un intenso azzurro limpido. Il mare era calmissimo, il sole splendeva, la temperatura superava la media stagionale.

Pietro e Samuele si rilassavano in cabina, il primo sonnecchiando o facendo solitari, il secondo ascoltando in cuffia musica rock, per lo più sintonizzato su Radio Virgin, la sua emittente preferita, e/o disegnando con perizia su un album che si portava sempre dietro. Intanto Luca rimaneva, nervoso, al timone, vedendo la costa corsa apparire, farsi via via più grande e infine scorrergli sulla sinistra. Una volta giunti a destinazione, chiamò i compagni affinché si dessero da fare a gittare le reti nel mare liscio come l'olio. Ma queste non avevano quasi neppure fatto in tempo a toccare la superficie che uno spaventoso mugghiare si levò dagli scogli intorno a Capo Fieno.

I tre restarono basiti. Sembrava che centinaia di bestie urlassero di rabbia tutte insieme, ma nessun animale di loro conoscenza emetteva tale verso.

All'improvviso l'imbarcazione prese a beccheggiare, sballottata dai marosi. Luca si aggrappò con forza al timone, mentre Pietro e Samuele studiavano la situazione: onde sempre più imponenti s'infrangevano sulle fiancate e il sole, giunto ormai a tre quarti del percorso tra l'orizzonte e lo zenit, era nascosto da nubi plumbee. Riunitesi sopra le loro teste a una velocità impressionante, queste ultime già andavano sciogliendosi in pioggia, benché tutt'intorno il cielo restasse limpido e in lontananza la costa apparisse assolata.

«Cosa succede papà? Qualche attimo fa il mare era calmissimo.»

«Non lo so, non... ooh... qualcosa lì... oh mio Dio! Siamo spacciati, belin, spacciati.»

«Ma perché, cosa...» Cominciò Samuele. Quindi notò ciò che il padre fissava a occhi sbarrati e s'interruppe, sconvolto.

Qualcosa, sì, qualcosa di spaventoso si era inerpicato sulla scogliera di Capo Fieno e si ergeva in mezzo agli spruzzi provocati dalle ondate che vi s'infrangevano. Pur non potendo distinguere alla perfezione, si trattava di una visione davvero tremenda. C'erano entità, almeno parzialmente acquatiche, come al mondo non se n'erano mai viste. Benché ricoperte in parte da una lunga e folta peluria verdastra, ricordavano un poco i trichechi, rispetto ai quali erano più grosse e soprattutto più deformi. Sembrava, infatti, che enormi mani nerborute le spuntassero dalle pinne. Per giunta, comprese osservandone le maligne e zannute facce umane occhieggiare sporadicamente verso di lui, erano pure un'infinità di volte più crudeli.

Erano esse le responsabili dei marosi: mugghiando, soffiavano tutte insieme sia sulla superficie dell'acqua, sollevandola in cavalloni sempre più giganteschi, sia in aria, scatenando venti impetuosi, mentre con la coda assestavano tremendi colpi sul terreno roccioso, facendolo rimbombare. Il mare prese a vorticare, formando gorghi che attiravano verso di sé il peschereccio. Infine irruppe un'onda ancora più colossale delle precedenti.

«Non restare qui Samu, riparati sottocoperta.» Gli gridò Pietro, la voce appena udibile in mezzo al frastuono, mentre si teneva disperatamente aggrappato a una paratia. Ma l'avvertimento giunse tardivo, perché un istante dopo il cavallone s'infranse rabbioso, superando in altezza la murata. Lo zio venne ricoperto dalla spuma, il nipote fu sollevato e scaraventato in mare.

Una mezz'ora dopo Samuele annaspava disperato in mezzo ai flutti, trascinato al largo da un'invincibile corrente. Dopo essere caduto in acqua aveva presto perso di vista la “Principe del Mediterraneo”. Chiedeva aiuto, si sbracciava e imprecava invano, perché la terraferma si faceva sempre più lontana, altre imbarcazioni non ve n'erano e nessuno poteva vederlo o sentirlo.

Presto capì di sprecar fiato ed energie e, da ragazzo vigoroso e tutt'altro che arrendevole qual era, pensò unicamente a nuotare con tutte le forze per vincere l'impetuosa corrente, a rivolgere preghiere silenziose e a sperare nella buon sorte. Dei familiari nessuna traccia.

Giunto ormai verso metà pomeriggio, bruciato dal sole implacabile nel suo ritrovato splendore e immerso nell'acqua ancora gelida, pur non demordendo Samuele si sentiva molto stanco e dubitava di poter resistere ancora a lungo. Il vento era teso e le onde, per quanto più placide, continuavano a sballottarlo, indebolendolo di minuto in minuto. Stava dunque perdendo ogni speranza quando vide venirgli incontro un grosso tronco alla deriva e vi si aggrappò. Quel tronco fu la sua salvezza.

Superata anche la notte, fu trovato ventidue ore dopo il disastro, semi cosciente e allo stremo delle forze eppure ancora tenacemente abbrancato al legno, dalla guardia costiera francese, allertata grazie alla signora Mallarino, moglie di Luca e madre di Samuele, a conoscenza del loro progetto e spaventata di non vederli tornare. L'imbarcazione non venne mai recuperata. I cadaveri di Pietro e Luca furono rinvenuti alcune settimane dopo, quasi irriconoscibili e oramai prossimi, spinti dalle correnti, alle coste meridionali della Francia.

 

Quanto vi ho raccontato è accaduto all'inizio della scorsa primavera. Ho conosciuto Samuele Mallarino, che nel frattempo ha compiuto diciannove anni, poco prima delle recenti festività natalizie, in quale frangente è irrilevante specificarlo. Samuele è un gran bravo ragazzo, timido ma simpatico, benché talvolta cada preda di momenti di profonda malinconia che lo isolano da tutti e da tutto. La sua Giovanna non lo ha lasciato e lo ha anzi aiutato a riprendersi. Anche l'autorità portuale gli ha dato una mano, perciò adesso lavora come camallo nel porto di Savona.

Quando ha saputo che mi diletto a scrivere, ha voluto narrarmi gli eventi perché li trasformassi in un racconto, aggiungendovi per giunta un disegno, e come avete potuto constatare l'ho accontentato, anche se ho preferito non riportare il ritratto degli spiriti, per lasciare questi ultimi maggiormente all'immaginazione dei lettori.

I suoi familiari sono davvero periti in mare, ciononostante io ho cercato Capo Fieno sul web senza che Google riportasse risultati. Peraltro è possibile che col trascorrere dei secoli il nome corso sia mutato, pur essendo ancora ricordato dalle nostre parti con la denominazione originaria. E in effetti ho individuato un non troppo diverso Capo de Feno, situato all'incirca dalle parti di Ajaccio, che potrebbe corrispondere, lascio tuttavia i lettori liberi di considerare il resoconto un veritiero monito a tenersi lontani da quei luoghi o il parto della fantasia di un ragazzo ancora scioccato da un tragico incidente. A ogni modo, quelle che formano la narrazione mi paiono efficaci “parole intorno al falò” e tanto mi basta.

Lui invece la storia non la confida mai a nessuno, perché non vuole farsi prendere per pazzo. Con me ha fatto eccezione proprio per le mie vesti di “raccontastorie web”, l'equivalente moderno degli antichi cantastorie, in cui anziché viaggiare di persona di luogo in luogo per raccontare, si fanno viaggiare direttamente gli scritti via internet.

Quando glielo chiedono riferisce semplicemente di raffiche tanto violente da farli sbandare, di un urto contro una roccia semi-sommersa e della sua caduta in mare con quanto ne è conseguito. Raccomanda infine di tenersi alla larga da quel tratto di costa, pur ignorando dove esattamente si trovi né volendo tornarci per cercare d'individuarlo.

Nel frattempo ho saputo anche che, come per un tacito accordo, alcuni tra i più anziani pescatori del litorale savonese e imperiese sostengono di credere alla versione ufficiale, continuando nel contempo a raccontare il mito degli Spiriti del mare, senza peraltro mai indicare l'esatta ubicazione del luogo in cui costoro vivrebbero.

«È solo una superstizione, certo,» – soggiungono alla fine con un sorriso ironico stampato sulle labbra, – «e chi la prende sul serio è un povero sciocco, però ha ragione il giovane Samuele, da quelle parti è meglio non andarci.»

 

 

 

FILO' LINK: PRESENTAZIONE DELL'INIZIATIVA

 

 

 

Racconto ispirato da un'antica leggenda ligure. Massimo Bianco, 4/1/18, Savona, fine.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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monidol il 2018-01-07 02:08:24
Come Scilla e Carriddi a guardia, in fin dei conti, non del mare ma di chi lo naviga. Le vecchie storie spesso insegnano e ci mettono in guardia dei pericoli. Nella parte iniziale ho trovato alcuni periodi molto lunghi e, se mi permetti, curati meno del tuo solito. La storia affascinante. Ciao Massimo. moni

Massimo Bianco il 2018-01-07 10:47:49
Ciao Moni(dol) sono lieto che il mio racconto ti abbia affascinato. L'inizio, mm, così a occhio non mi pare, ma magari un po' di ruggine, chissà.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Grifabio il 2018-01-07 10:10:28
Bel tentativo di dare verosimiglianza a una leggenda o testimonianza immaginaria per renderla più suggestiva, un po’ alla maniera delle creepypasta. Bello anche il modo in cui riesci sempre a inserire le vicende nei luoghi in cui vivi e che conosci, per accrescere ulteriormente questa sensazione di realismo.

Massimo Bianco il 2018-01-07 11:05:19
Ciao Fabio, prima di tutto intanto ti voglio dare il mio benvenuto qui su P.i.a.f. anche se lo faccio un po' tardivamente, dato che nelle scorse settimane ero in pausa web e sono rientrato su internet solo ieri notte per inserire questo scritto: sono molto lieto di trovartici. Poi ti ringrazio per la visita e per l'apprezzamento. infine, dato che qui tu sei nuovo e non conosci ancora il sito e le sue iniziative, ti devo precisare che non ho inserito artificiosamente io questa storia nei luoghi in cui vivo: come accenno in calce la storia è ispirata a un'autentica leggenda ligure (anche il riferimento al pescatore di Finale Ligure Marina deriva direttamente da essa) che io ho scovato in un vecchio libro (ce l'ho da quando andavo alle elementari) sulla Liguria ed è ambientata appunto tra Finale e la Corsica, in una località lì chiamata Capo Fieno, io però l'ho aggiornata a oggi (senza peraltro precisare in quale porto del savonese è ambientata, in effetti pesnavo più a Savona che a Finale) e ho in più appunto creato quella testimonianza immaginaria per renderla più suggestiva e dargli anche un tocco di ambiguità (vero o falso?) Non conosco tra parentesi le creepypasta, che ho solo sentito talvolta nominare da voi utenti dei siti di narrativa. Mi sono ispirato a una autentica leggenda ligure per seguire ben precise "regole di ingaggio". Se ti va, vatti a cliccare in calce a questo racconto il link che rimanda alla presentazione dell'iniziativa scritta da Mauro Banfi, così comprendi bene di che si tratta e magari partecipi pure tu. Ciao.

Gerardo Spirito il 2018-01-08 19:28:37
Si riesce a percepire da ogni racconto che pubblichi l'amore per la tua terra, e questa è una cosa bellissima. Il racconto è buono, specialmente sul finale, anche se naturalmente hai scritto di meglio e io ho apprezzato maggiormente altre tue storie, come “il cuore nero di Lucca” ad esempio, o l'ultimo che pubblicasti su neteditor prima della dipartita del sito (mi sfugge il nome però).
Ho letto il racconto da tablet e ho rilevato un'alternanza sia di grandezza che di diversità dei caratteri usati in alcune parti (inizia ad esempio da “Tu sei davvero nescio, belin, nessuno ci si arrischia. Mai!”) spesso sono più grandi altre volte più piccoli. Forse è un problema della lettura dal tablet non so, ma in alcuni punti è fastidioso. Ciao Max.

Massimo Bianco il 2018-01-10 19:28:31
Ti ringrazio dell'apprezamento Gerardo, che "Il cuore nero di Lucca" sia migliore non ci piove e lo stesso dicasi per l'ultimo nedetitoriano, che in effetti più ci penso e più mi convince. Siccome però è appunto recentissimo, mi sa che passeranno anni prima che lo riproponga. A ogni modo quando lo avevi commentato avevi scritto di aver letto la prima parte e che ti era piaciuta ma che non facevi in tempo a leggerlo tutto prima della chiusura di Neteditor e che quindi mi avresti espresso il tuo giudizio per e-mail. Considero quindi questo tuo riferimento positivo come il parere promessomi su quel racconto. Quanto al problema dei caratteri: ho avuto la pessima idea di usare un carattere diverso, il "Verdana", anziché quello solito per l'ultima parte del racconto, cioè quella in cui parlo io in prima persona. Dico pessima perché forse è questo che ha causato il problema, non so, fattosta che, quando ho pubblicato, tutto il racconto mi è stranamente apparso con caratteri variabili e ogni mio tentativo di correzione non è stato molto felice perchè ha peggiorato le cose mutando anche le dimensioni. Alla fine ho lasciato perdere e come è venuto è venuto. Scusami. Già che ci siamo ne approfitto per avvisarti che se tu, anziché infilare un tuo commento alla voce prevista, cioè in cima allo spazio commenti dove appare il tuo avatar e la scritta "SCRIVI UN COMMENTO", lo infili sotto quello di un altro dove c'è scritto "PARTECIPA A QUESTA DISCUSSIONE" come hai fatto qui inserendolo incollato alla mia risposta a Grifabio, non arriva all'autore del racconto (in questo caso io) l'avviso che gli è stato fatto un nuovo commento, quindi magari prestaci attenzione, in futuro Ciao

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-07 10:53:42

Grazie, Massimo per questo contributo veramente speciale per Filò. Alla raccolta mancano molto racconti di mare e di montagna, per essere completa e rappresentare - e chissà, magari un giorno presentarsi a - il BelPaese (al netto della politica, ovviamente). Questa storia e la tua ottima attualizzazione metanarrativa s\'inseriscono poi, a livello personale, in una grande tradizione come l\'Odissea ma sopratutto in quella che adoro e venero degli orrori marini che parte da Coleridge e prosegue con Melville, William Hope Hodgson, Poe, Robert Howard, Dennis Wheatley e l\'immortale Lovecraft, of course per arrivare al Bencley di Abissi e dello Squalo. Ho trovato la tua storia al livello di questa tradizione, ed ho detto tutto. Speriamo ora di trovare amiche e amici della Val d\'Aosta, del Trentino e della Dorsale Appenninica che ci mandino testi inerenti, e speriamo anche in altri di mare, Isole e Arcipelaghi e quanto bell\'altro. Abbi gioia

Massimo Bianco il 2018-01-07 11:28:45
Ciao Mauro sono lieto che il racconto ti sia piaciuto, doppiamente lieto, anzi, dato che deriva da una tua iniziativa. Vivendo io in una regione molto strettamente legata al mare e con pochissimo entroterra, non potevo che rifarmi a una leggenda marinara. Nel libro da cui l'ho, è il caso di dirlo, ripescata, della decina di leggende liguri riportate tutte a parte due erano in qualche maniera marinare e una di quelle uniche due riguarda un'isola (la Gallinara) e quindi in fin dei conti non esula dal mare neppure lei. Di tutte però questa è quella che io ho trovato più originale e affascinante, l'unica che mi ha davvero stuzzicato per trasformarla in un mio racconto, se nel libro non ci fosse stata forse avrei rinunciato all'iniziativa. E già che ci siamo, visto che sei venuto qui a trovarmi, mi domandavo se non sarebbe opportuno 1) che per una quesitone di razionalità anche tu mettessi in calce alla tua pagina di presentazione dell'iniziativa il link di ciascuno dei racconti partecipanti in modo che chi vi entra li possa trovare raggruppati per andrseli a leggere. 2) che il richiamo, il link, sulla home page all'iniziativa portasse alla pagina della tua presentazione, anzichè alla pagina della narrativa di gruppo, perchè poco alla volta i filòracconti verranno sparpagliati e inoltre sprofonderanno via via che i vari utenti inseriranno nuove iniziative di gruppo come hai ad esempio già fatto te inserendo il (magnifico) racconto di Buzzati e chi facesse il link troverebbe tutt'altro che filò. I miei complimenti per la bella iniziativa e di nuovo ciao.

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Vecchio Mara il 2018-01-07 13:14:11
hai trovato un modo molto originale per rinverdire la leggenda, facendola passare come una specie di intervista, anche se non è tecnicamente esatto chiamare intervista l'incontro immaginario fra l'autore e l''unico superstite del leggendario naufragio che ha dato vita a questo bel racconto. Piaciuto il tuo contributo all'iniziativa messa in piedi da Mauro. Ciao Massimo.

Massimo Bianco il 2018-01-07 18:02:06
Ti ringrazio dell'apprezzamento. In effetti il mio proposito, mettendo mano a questa iniziativa, era di tirarne fuori un risultato il meno scontato possibile, qualcosa insomma che fosse comunque "mio", pur trattandosi di un qualcosa di già esistente, altrimenti il piacere di dedicarmici sarebbe venuto meno. Tra parentesi nella leggenda originaria i marinai che incontrano gli spiriti del mare sono due e riescono non solo a salvarsi per raccontare la loro storia ma anche a riportare la barca in porto. Ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2018-01-07 20:03:16

Un racconto carino, sicuramente ben narrato ma che, secondo me, dà il suo meglio nel debrayage finale che dà un certo senso di realtà al tutto, contestualizza la vicenda raccontata e, come è già stato detto nei commenti precedenti, fornisce quel tocco di creepypasta. 

E non è assolutamente una cosa negativa, per quanto siano (spesso giustamente) criticate/snobbate le creepypasta. Perché se ben scritte, risultano letture che fanno il loro sporco lavoro.

Insomma, un racconto semplice e lineare che fa il suo dovere e che bene si inserisce nel mosaico e nella filosofia delliniziativa che è Filò.

Ciao, Max!

 

Massimo Bianco il 2018-01-07 20:44:09
Ok, sono andato a vedere cosa esattamente sia la creepypasta, che in passato vi avevo (te e rubrus) sentito citare ma che ignoravo ancora cosa fosse e prendo atto con interesse che a quanto pare all'incirca ho scritto una creepypasta, wow. Oltretutto la parte conclusiva del racconto che lo rende tale è quella che io preferisco, quella in cui c'è più di mio. Ben lieto quindi che sia anche quella che ti è piaciuta di più. Grazie per il commento, ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Colosio Giacomo il 2018-01-07 20:22:20

Massimo, non puoi sapere quanto mi riguarda questo racconto, e quanto mi è piaciuto...l'ho letto in un soffio, l'ho divorato. Ora ti spiego anche il motivo: vado a pescare spesso verso la Corsica, a partire dall'Elba. Capo Fieno si trova dall'altra parte, a ponente diciamo, nelle acque territoriali di Ajiaccio, ma ho sentito parlare anche di un'isola, o isolotto o scoglio del fieno, e quindi siamo lì, in quelle zone. Io in mare ne ho viste di tutte, anche animali impressionanti, da quelli belli e docili come tartarughe e foche monache, a squali e orche...un giorno davanti alla barca ha fatto un balzo improvviso una manta enorme...ti manca il fiato. Io non credo alle leggende, ovviamente, però gran rispetto, eccome...il mare è il mare, non vuole eroi. Quindi meglio evitare certe zone perché le leggende hanno sempre qualche fondamento, certo non quello di animali tanto strani, ma insomma... per finire ti racconto questa: un gruppo di pescatori miei amici, professionisti che andavano a pescare in quelle zone con una grossa zaccarena, che forse voi chiamate cianciola, o lampera, mi dissero se volevo andare con loro e buttarmi con le bombole in una zona in alto mare nella quale, segnata su un loro carteggio tramandato di padre in figlio, c'è una specie di pozzo nel mare, con acqua calda esageratamente. indovina un po' cosa gli ho detto? manco per il ca...come si dice all'Elba, via....ahahahah...mi viene da star male solo a pensarci. Ciaociao, e bravo, bel racconto.

Massimo Bianco il 2018-01-07 20:52:55

Bene, bene, allora direi che questo tuo commento conferma che Capo Fieno dovrebbe proprio essere Capo de Feno che, tra parentesi, è il luogo che appare nella foto di copertina (da dove manca, perchè non ci è entrata, una torre solitaria che sorge in cima al promontorio). Sapendo quanto tu sia uomo di mare, legato all'isola d'Elba, non lontana dalla Corsica, immaginavo, in effetti, che il racconto avesse buone possibilità di suscitare il tuo interesse. Lieto del tuo apprezzamento ti ringrazio del commento, ciao.


Rubrus il 2018-01-08 12:07:32
Ciao e buon anno. In parte condivido l'opinione di Monidol. E' un racconto discreto, ma secondo me la vicenda va un po' più attualizzata. L'aspetto più interessante è quello evidenziato da Samuele: "oggi, XXI secolo è possibile ancora parlare di awe o tutto quello che ci è concesso sarà, se ci va bene, un selfie col mostro?" Ecco, secondo me, ampliato un po', anche se per il momento non saprei dire come, il racconto ne guadagnerebbe, anche se va detto che le leggende non possono, per definizione, discostarsi troppo dal modello.

Massimo Bianco il 2018-01-10 19:46:01

Buon anno anche a te. A parte che mi sfugge (scusa) cosa avresti inteso dire laddove leggo la parola "awe", un refuso, immagino, secondo me anche nel nuovo millennio le superstizioni reggono. E poi quanti sosterrebbero che la stessa fede in Dio è una superstizione? Meglio dunque tralasciare la questione. Ti dirò comunque che avevo avuto l'idea di far fare a Samuele una foto dei mostri (non un selfie, ovviamente), ma poi ho deciso di lasciar perdere, meglio presumere che il suo e-phone si sia perduto in mare.



Attualizzato, ampliato? In proposito concordo con la tua frase "non saprei dire come": la leggenda è quella e non vedo cosa avrei potuto aggiungervi o attualizzarvi. E poi in effetti ho già aggiunto: tutta la seconda parte in cui io intervengo in prima persona è un ampliamento inteso proprio allo scopo di attualizzare l'argomento rendendono, tra parentesi, proprio come dice Mauro, metanarrativo.



 



N.B.: volevo avvisarti che quando metti i commenti in "PARTECIPA ALLA DISCUSSIONE" anziché in alto dove appare il tuo avatar e la frase "SCRIVI UN COMMENTO", il commento stesso non viene segnalato all'autore del racconto via e-mail. Forse se non stai rispondendo a un commento altrui, ad esempio mio, ma ne stai inserendo uno del tutto nuovo sarebbe preferibile che lo mettessi appunto su "SCRIVI UN COMMENTO." In proposito ti rimando anche a quanto ho scritto a Gerardo Spirito.



Grazie per la visita, ciao.


Rubrus il 2018-01-11 10:28:40
Ciao. In questo momento non mi è apparsa la dicitura "scrivi un commento", ma forse è giusto così. Comunque. Per "awe" intendo il timore reverenziale verso l'ignoto, il fantastico. Forse è quello cui oggi assistiamo: non tanto la perdita della fantasia - anzi, la nostra epoca è molto, forse troppo irrazionale - quanto la sua volgarizzazione. (o "mercificazione" o "perdita del senso del sacro"). Insomma, oggi non soltanto il nostro Samuele avrebbe la hybris di sfidare gli dei (che è un po' una costante in questo tipo di storie: il giovane trascura gli ammonimenti dei vecchi e viene punito per la sua avventatezza) , ma non li riconosce neanche più come dei. La sua reazione - paradossale, ma in un racconto ci sta - potrebbe essere davvero quella di farsi un selfie con la creatura. Pensa a Jack Black in "King Kong" di Jackson: per tutto il film l'unica cosa che gli interessa è far diventare il mostro protagonista di uno spettacolo cinematografico - il proprio. Il cinema (nel film di Jackson) diventa quindi la forma del mito, ma - e proprio perchè il cinema è anche commercio - nello stesso tempo cessa di essere mito. La sacralità viene recuperata attraverso il rapporto "personale" che la Darrow allaccia col gorilla e soprattutto con la morte (epica) dello stesso, che lo riporta "fuori da questo mondo", ma senza più possibilità di ritorno e contatto. La morte del mito si trova peraltro in tantissime opere, nel corso dei secoli, trattata in modi differenti: da "Don Chischiotte" (e il tema del disinganno) a "Il fantasma di Canterville" e così via, a seconda delle epoche. L'idea del video che riprende la creatura, peraltro, mi pare molto interessante. Che cosa succederebbe, dopo? Diverrebbe la prova positivista dell'esistenza degli dei ,oppure verrebbe presa per l'ennesima fake news indistinguibile dalle altre (filmati di alieni, creature mitologiche, spettri riempiono la rete). Ed è forse proprio questo camuffamento a permettere al mito di vivere, o sopravvivere, oggi?

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BigTony il 2018-01-08 13:55:36
Massimo, gran bel racconto, adattissimo a FILÒ e veramente ricco di elementi fantastici. Certo, il mare è da sempre fonte ispiratrice di miti e leggende, come e forse più di tutti i luoghi aspri e nascosti, come i boschi e le montagne. Hai saputo ispirarti ad una leggenda vera e nello stesso tempo dargli un tocco assolutamente personale. Bellissimo lavoro, complimenti.

Massimo Bianco il 2018-01-10 19:56:35
Ciao Antonio, ti ringrazio. Sono molto contento che il racconto (il mio primo nuovo su questo sito) ti sia piaciuto.

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