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L’atto della creazione poetica ne Il dottor Zivago di Boris Pasternak

"VIRGOLETTE" Saggistica Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

di Roberta

pubblicato il 2018-01-02 17:06:39


Ho passato questi ultimi, gelidi giorni dell’anno a leggere Il dottor Zivago. Avevo visto tre o quattro volte il film, e forse anche di più, abbandonando però la lettura del romanzo dopo i primi capitoli: forse per colpa della traduzione,  mi era sembrato troppo lento e noioso. Una sera mi è capitato, cambiando canale, di finire di nuovo sul film con Omar Sharif e Julie Christie. Sono andata a prendere il romanzo dallo scaffale della libreria dove l’avevo riposto e l’ho ripreso dal punto in cui l’avevo lasciato: la festa di Natale in cui Lara spara a Komarovskij.

La storia è nota: Jurij Zivago, richiamato in guerra, lascia la moglie Tonja e il figlio per andare al fronte, dove conosce Lara, che aveva già intravisto a Mosca in un’occasione particolare, e che si trovava al fronte come crocerossina nella speranza di rintracciare il marito, Pasha Antipov. Inizia la rivoluzione e Zivago, tornato a Mosca, ne riparte con la famiglia per rifugiarsi nella tenuta di Varykino, vicino a Jurjatin, dove incontrerà di nuovo Lara. Zivago verrà poi rapito dai partigiani e costretto a lavorare per loro come medico per più di due anni. Riuscirà poi a fuggire e a ritrovare, ormai esausto e delirante, Lara, dalla quale apprenderà che Tonja, il figlio e il suocero sono stati esiliati a Parigi. Non li rivedrà mai più, mentre con Lara condividerà ancora qualche mese, nel gelido inverno a Varykino.

È a questo punto che si colloca la scena del film in cui Jurij, incapace di dormire, si alza e guarda dai vetri ghiacciati l’immensa pianura coperta di neve. Sente ululare i lupi, esce al freddo e li guarda; questi si allontanano e lui rientra in casa, si siede alla scrivania e inizia a scrivere. Lara si sveglia, si alza, trova i fogli sparsi sul tavolo e legge: è una poesia per lei. “Questa non sono io”, dice. Ma lui indica il foglio con la dedica.

 

 

Era l’una di notte, quando Lara, che fino a quel momento aveva finto di dormire, si assopì realmente. La biancheria fresca, ricamata, splendeva pulita, stirata, su lei, su Katen’ka e nel letto. Anche in quegli anni lei trovava il modo di inamidarla.

Un silenzio beato, colmo di felicità, che alitava dolcemente di vita, circondava Jurij Andreevic. La luce della lampada cadeva con un giallo pacato sul biancore dei fogli e con un riflesso dorato galleggiava sulla superficie dell’inchiostro, all’interno del calamaio. Fuori dalla finestra stava l’azzurra notte invernale, di gelo. Jurij Andreevic passò nella stanza accanto, fredda e non illuminata, da cui si vedeva meglio l’esterno, e guardò dalla finestra. La luce della luna piena fasciava la radura nevosa con una vischiosità tattile d’albume o di biacca. La sontuosità della notte di gelo era indescrivibile. La pace era scesa nel suo animo. Tornò nella stanza illuminata e calda, e si mise a scrivere”.

Nel romanzo, proprio a questo punto, ci viene offerta una sorprendente descrizione del lavoro dell'artista:

[…] Dopo due o tre strofe composte di getto e alcune similitudini che quasi lo sorpresero, il lavoro s’impossessò di lui e avvertì l’avvicinarsi di ciò che si chiama ispirazione. Il rapporto di forze che presiede alla creazione pare in questo caso capovolgersi: la priorità non è più dell’uomo o dello stato d’animo che egli cerca di rendere, ma del linguaggio con cui vuole esprimerlo. Il linguaggio, dal quale nascono e del quale si rivestono il significato e la bellezza, comincia a pensare e a parlare da sé, per conto dell’uomo, e diventa tutto musica, non nel senso di un’esteriore risonanza fonetica, ma in quello dell’impetuosità e potenza del suo flusso interiore. Allora, simile alla massa irruente di un fiume che col suo scorrere leviga le pietre del fondo e fa girare le ruote dei mulini, il linguaggio che si effonde va creando da sé, con la forza delle sue leggi, procedendo nel suo corso, il metro e la rima e mille altre forme e rapporti più importanti, finora non colti, non indagati, senza nome.

In quei momenti Jurij Andreevic sentiva che non era lui a compiere il lavoro essenziale, ma qualcosa di più grande di lui, al di sopra di lui, lo guidava […]. Lui era soltanto un’occasione, un punto d’appoggio perché essa potesse mettersi in movimento.

Si liberava così dei risentimenti; la scontentezza di sé, la sensazione della propria nullità per un momento lo abbandonavano.

L’atto della creazione poetica è inizialmente descritto come qualcosa che s’impadronisce dell’artista e lo guida, producendo in lui uno stato d’esaltazione prima, un effetto liberatorio e pacificatore poi. Nell’estrema precarietà della situazione, isolato in mezzo al nulla in un luogo non sicuro, in pericolo, nella consapevolezza di una separazione imminente, Zivago trova nella scrittura la pace e la felicità.

Nel film, dicevamo, Lara si sveglia, trova i fogli sparsi sul tavolo e legge. “Questa non sono io”, dice. Nel romanzo, però, si intuisce che la poesia possa essere quella collocata in fondo al corpo del testo insieme ad altre e intitolata Il vento.  

Io sono già morto e tu vivi ancora.

E il vento, con gemiti e pianto,

fa oscillare il bosco e la dacia.

E non per proprio conto ogni pino,

ma tutti insieme gli alberi

nella loro distesa sconfinata,

come armature di velieri

sulla superficie d’una baia.

E non per tracotanza

o per vano furore,

ma per trovare nell’angoscia le parole

d’un canto di culla per te.

 

Non è propriamente una dedica in cui Lara si possa riconoscere o meno: forse la poesia del film esiste solo nell'immaginario del regista.  

Ma ecco che, la sera del giorno dopo, tutto ciò che era stato scritto sotto l’impeto dell’ispirazione viene ridiscusso, svalutato, e il narratore interviene non più solo per descrivere: qui entra in gioco la riflessione. Zivago è poeta, come lo era Pasternak: le riflessioni sono palesemente frutto dell’esperienza dell’autore.

 

Venne la sera. Come la vigilia, Zivago accese la lampada sulla scrivania […].

Quello che aveva scritto durante la notte si divideva in due gruppi. Le vecchie cose, ricopiate nella nuova redazione, erano scritte ordinatamente, in bella calligrafia. Le nuove erano invece buttate giù in fretta, con abbreviazioni, segni, sgorbi illeggibili.

Decifrandole, provò la consueta delusione. La notte prima quegli abbozzi lo avevano indotto alle lacrime e alcune parti riuscite colmato di meraviglia. Ora proprio quelle lo deludevano e amareggiavano per le troppo evidenti forzature.

Per tutta la vita aveva sognato un’originalità sobria, smussata, irriconoscibile all’esterno, nascosta sotto il velo di una forma ovvia e consueta; per tutta la vita aveva mirato all’elaborazione di quel linguaggio semplice e discreto, in virtù del quale lettore e ascoltatore s’impadroniscono del contenuto senza accorgersi del modo in cui lo assimilano. Tutta la vita aveva cercato uno stile inavvertito che non attirasse l’attenzione, e fu spaventato di constatare quanto fosse ancora lontano da quell’ideale.

Negli abbozzi della notte aveva voluto esprimere, con mezzi che per la loro elementarità confinavano col balbettio e la suggestione di una ninnananna, il proprio stato d’animo fatto d’amore e di paura, d’angoscia e di coraggio, in modo che esso si comunicasse di per sé, quasi indipendentemente dalle parole.

Ora, esaminando quei tentativi, trovò ch’erano privi di un contenuto organico capace di dare una coesione ai versi che parevano sgretolarsi. Cancellando via via quel che aveva scritto, prese a verseggiare sullo stesso tono lirico la leggenda di Egorij il Coraggioso. Cominciò dall’ampio pentametro che concede piena libertà: ma la sonorità, indipendente dal contenuto, propria di quel metro, lo irritò con la sua falsa eufonia retorica. Abbandonò quel metro enfatico con la cesura, costringendo le parole nei confini del tetrametro, come chi scrive in prosa lottando contro la verbosità. Scrivere divenne più difficile e più attraente. Il lavoro procedette più vivo, e tuttavia vi entrava ancora un’eccessiva facondia. Si costrinse a una versificazione ancora più breve. Nel trimetro le parole entravano a fatica. Svanirono le ultime tracce di sonnolenza, si rianimò, s’infervorò, l’angusta metrica suggeriva da sé le parole. Gli oggetti appena nominati cominciavano a delinearsi sul serio nella cornice della memoria. Sentiva il passo del cavallo, che camminava sulla superficie della poesia, come l’ambio del cavallo in una delle ballate di Chopin. Georgij il Vittorioso galoppava per le sconfinate distese della steppa: lo vedeva, da tergo, allontanarsi, rimpicciolire. Scriveva con fretta febbrile, riuscendo appena a trascrivere le parole e i versi che gli nascevano tutte a proposito e al loro posto.

 

Quell’atto creativo, che ci era stato descritto come una sorta d’intervento dall’alto, da parte di una potenza sovrumana che s’impossessa del poeta, si trasforma ora in qualcosa di tutt’altro che spontaneo. Prima c’è l’ispirazione, l’saltazione, lo sgorgare del torrente che fa girare le ruote dei mulini, ora intervengono la tecnica, il labor limae, il tentativo mai soddisfatto di evitare la forzatura, l’enfasi, la retorica, la verbosità, alla ricerca di quella “originalità sobria, smussata, irriconoscibile all’esterno, nascosta sotto il velo di una forma ovvia e consueta”, di quel “linguaggio semplice e discreto, in virtù del quale lettore e ascoltatore s’impadroniscono del contenuto senza accorgersi del modo in cui lo assimilano.”

Il modo in cui Pasternak esprime il lavoro della rielaborazione poetica, tutto teso a un risultato finale che deve rendere l’impressione di un’estrema naturalezza, ricorda molto il concetto di sprezzatura, coniato da Baldassarre Castiglione ne Il Cortegiano:

 

«Trovo una regula universalissima, […]: e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericolosissimo scolgio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e si dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi… Da questo io credo che derivi assai la grazia: perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima meraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. Però si po dire quella essere vera arte, che non pare essere arte; né più in altro si ha da poner studio che nel nasconderla; perché, se è scoperta, leva in tutto il credito e fa l’omo poco estimato.»

(Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione)

 

Più avanti ci imbattiamo ancora con qualcosa che riguarda la creazione poetica, ma che ne tocca il contenuto, o meglio l’oggetto. Dopo la separazione da Lara, partita con la figlia insieme a Komarovskij, che promette di portarle in salvo perché, dopo l’arresto di Antipov, sono in pericolo di vita, Jurij, lasciando credere a Lara che l’avrebbe seguita dopo poco, rimane solo nella grande casa di Varykino.

 

 

Preso dalla disperazione, nella consapevolezza che non rivedrà mai più Lara, si adagia su una poltrona e si versa da bere. Ed ecco che cosa accade:

 

Beveva e scriveva cose dedicate a lei, ma la donna dei suoi versi e dei suoi appunti, mano a mano che aumentavano le cancellature e le correzioni, si allontanava sempre più dalla sua vera immagine originaria, dalla viva mamma di Katen’ka in viaggio.

Apportava queste modifiche partendo da un bisogno di precisione e di vigore espressivo, ma anche per un certo suo ritegno interiore, che non gli permetteva di palesare troppo quello che aveva personalmente provato, quello che era avvenuto, senza nulla d’inventato, per non ferire e non toccare i diretti protagonisti degli avvenimenti. Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile. Non che in questo vi fosse una sua premeditazione: quella apertura veniva da sola come una consolazione offertagli da lei in viaggio, come un suo saluto da lontano, come un’apparizione in sogno o il contatto della sua mano sulla fronte. E lui amava quell’impronta nobilitante sui suoi versi. Insieme a questo lamento su Lara, finiva di buttar giù quei suoi scarabocchi scritti in epoche diverse sui più svariati temi, sulla natura e sulla vita d’ogni giorno. Come gli era sempre successo anche prima, mentre lavorava lo assaliva un tumulto di pensieri sulla vita dell’individuo e su quella della società.

 

È un bisogno di precisione che lo spinge a modificare i versi dedicati a Lara, ma quella precisione non va nel senso della vera Lara, bensì corrisponde all’immagine interiore. Allo stesso tempo, un certo riserbo o forse una paura di sporcare, rovinare l’immagine di lei con la propria sofferenza, depura la poesia da ogni dolore personale e da ogni accenno alla disperazione; al posto di quel dolore, compare “una pacata apertura” che gli viene offerta proprio dall’immagine, ancora interiore, di lei in viaggio, che lo saluta e lo benedice. Cosa ne sia di Lara in realtà non sappiamo: forse s’illude, in quelle prime ore di viaggio, che Juij la raggiunga, forse ha un presagio di ciò che avverrà, forse lo ricaccia indietro.

Non si rivedranno mai più, almeno da vivi, ma dopo la morte di Zivago Lara, tornata a Mosca proprio in quei giorni, si dedicherà, insieme al fratellastro di Jurij, a riordinarne i manoscritti.

 

 

 

 

 

 

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Ellebi il 2018-01-04 21:33:16
Il Dottor Zivago è uno dei grandi romanzi russi e quando lo lessi mi lasciò una profonda impressione, che ancora provo quando, anche indirettamente, si fa riferimento ad esso. Credo sia merito anche del film... che anch'io ho visto più volte e che a mio avviso ben interpreta il romanzo, tanto che io li associo a un'unica opera (a due mani). Il tuo piccolo saggio fa riferimento a una parte, probabilmente molto autobiografica, che parla della creazione artistica o poetica, la cui disamina mi trova d'accordo e ho apprezzato. Un saluto

Roberta il 2018-01-06 17:17:49
Sì, è un grande romanzo che affronta temi diversi e che ha subito la censura perché letto come una critica alla rivoluzione; in effetti ne mette in luce le grandi contraddizioni, in particolare quando il narratore dice che alla distruzione di tutto ciò che c'era prima è seguita una fase caotica, sanguinaria e insensata, in cui sembrava che nessuno avesse un'idea chiara di cosa costruire sulle macerie di ciò che era stato eliminato. Io ne ho isolato solo un aspetto, probabilmente non il più importante.
Ciao e grazie

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