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L'acchiappasassi.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Elisabeth

pubblicato il 2018-01-01 15:22:25


(riposto, anche con piacere, questo racconto su richiesta dell'autore G.Colosio che voleva rileggerlo dato che era su net).

 

Quando ero piccola giocavo con cinque sassi. Li sceglievo nel campo.

Dovevano essere lisci con una sola sporgenza sulla superficie in modo che stessero in rilievo rispetto al terreno e la mano ci potesse fare presa. Dovevano essere sufficientemente piccoli da stare racchiusi tutti quanti nel pugno. Seduta sul marciapiede, all' ombra di qualche tettoia in estate, ne gettavo uno sul selciato e procedevo nel gioco. Lanciavo il secondo sasso per aria e in velocità raccoglievo quello a terra e anche il secondo nel suo ritorno verso il basso. Poi, due in aria e tre in mano, così via, fino a cinque. Se il sasso cadeva, ricominciavo. Allenavo la concentrazione, un colpo d'occhio al suolo e uno al cielo, questione di equilibrio mentale, prefiggendomi nuovi traguardi da superare: una sporgenza dell'asfalto, quattro  in aria contemporaneamente o ad occhi chiusi. Ero un'acchiappasassi.

 Nel quartiere dove la mia famiglia si era trasferita da poco, i ragazzi non mi rivolgevano la parola, guardandomi con curiosità. Mesi dopo mi fu spiegato il perché: il mio corpo lungo, i tratti del viso, i capelli biondi e la pelle lattea fecero credere per molto che non parlassi l'italiano e che venissi da chissà quale paese del nord. Del resto mio padre e mia madre non avevano socializzato con nessuno dei nuovi condomini e io frequentavo una scuola fuori quartiere.

La prima amicizia che ebbi fu quella di Bobby. Quando tornava nel palazzo mi scansava per entrare nel portone, sulla soglia di pietra c'ero io con i miei cinque sassi. Si soffermava ogni volta qualche secondo in più a guardare il mio gioco e, intanto, guardava me. Abitava al primo piano, io al terzo, si chiamava Roberto, ma per tutti era Bobby e, anche se aveva quindici anni, quattro più di me, si tirava dietro l'aria da uomo vissuto che hanno tutti quelli che camminano sul filo del rasoio che separa il lecito dal reato.

La volta che si decise a rivolgermi la parola non lo fece con la voce, ma con i gesti.

 Si fermò sotto al colonnato e frugandosi nella tasca tirò fuori una grossa sigaretta, l'accese. Pima mi soffiò il fumo in faccia, poi me la offrì allungando il braccio.

-Non fumo..., risposi. Strabuzzò gli occhi. -Ah ma allora lo parli l'italiano...

In fondo c'era voluto poco: un pomeriggio qualunque e una sigaretta di hashish che però si finì lui da solo, mentre osservava i sassolini che volavano in aria. Da quel giorno si tratteneva sempre un po' di più dinanzi al portone, o sul marciapiede in mezzo alla polvere. Provò anche ad acchiappare sassi, ma non era abile quanto me.

Ero felice. Finalmente qualcosa di nuovo era accaduto e aveva ragione mamma, bisognava solo aspettare i tempi naturali di integrazione. Pronunciò quelle parole mentre pelava le patate sul tavolo di cucina e quando dissi che il mio amico era Bobby, il coltello le trinciò il pollice.

Mi fu vietato di frequentarlo. Bobby era l'ultimo di tre fratelli e loro vivevano nella casa circondariale di Sollicciano, Bobby li andava a trovare una volta al mese con la madre.

Lo frequentati ugualmente; uno, perché una bambina che vive in solitudine impara presto a prendere decisioni da sola, due, perché Bobby era un tipo interessante.

Iniziai ad uscire con lui di nascosto. Mi portava sull' argine incolto dell'Arno, dicendomi di sedere sull' erba e di fischiare forte se vedevo fermarsi qualche auto della polizia. Lui varcava l'argine e spariva poco più in là, con il paleo secco che gli dava alle ginocchia.

Bobby era  bello, almeno secondo i miei gusti. Aveva capelli neri  che gli scendevano sugli occhi anch'essi scuri e aveva già le braccia robuste  come un uomo. Quando aveva finito di lavorare, come diceva lui,  scendevamo a mettere i piedi nel fiume. Giocavamo con l'acqua, poi con le schiene sul terreno guardavamo il cielo. Si diceva che una nuvola somigliava alla faccia di un cane, un'altra a una biscia e un'altra ancora a qualcosa che non sapevamo dire.

Nei momenti di silenzio lui chiedeva: -Ce li hai i sassi?

Sorridendo, frugavo nelle tasche e li lanciavo per aria. Non so cosa ci trovasse Bobby in me, forse a piacergli era l'idea di avere una persona diversa dal suo solito giro che tenesse a lui.

Di  certo io, in lui, vedevo solo una cosa: il mio amico Bobby.

Un pomeriggio d'estate, da sotto il mio terrazzo mi fece cenno con la mano di scendere.

Mi affacciavo spesso al terrazzo per vedere se Bobby era poggiato alla ringhiera del suo, due piani sotto, o se stesse ad aspettarmi nel cortile. L'avevo capito ch'era un cercaguai, ma non era una questione rilevante per me. Lo consideravo per come lo vedevo: un ragazzo scaltro e con un'animo grande. Mi presentò al gruppo che frequentava quando non era con me. Pronunciò il mio nome specificando "lei è una a posto ". Rimasi incollata al suo braccio, sotto gli sguardi di tutti. Una ragazza mi puntò addosso il suo viso sfrontato, poi si voltò verso quello che doveva essere il suo ragazzo e gli leccò  la bocca. Voleva spaventarmi con quel gesto, farmi capire che ero tra grandi, ma la solitudine mi aveva insegnato a non avere paura di niente; quando il tempo si dilatava forzatamente la mia mente era obbligata a gestirlo con nuove invenzioni, mostri usciti dalla fantasia, peggiori di qualsiasi ragazza sfrontata e benché fossi più giovane di lei, il mio sguardo non virò.

Bobby non mi trattava esattamente come la sua ragazza, ma si capiva che mi voleva bene. Non ero io a essere rispettata dal gruppo, ma quel suo sentimento incomprensibile agli altri.

A mia madre dissi che ero stata alla parrocchia del Sacro Cuore a iscrivermi al corso di catechesi per la Santa cresima. A mio padre non dissi nulla, tanto lui le domande non le faceva.

Era già passato un anno e in molti avevano capito che l'italiano lo parlavo, ma siccome si era sparsa la voce che ero amica di Bobby, non mi rivolgevano la parola lo stesso.

Passò l'estate con nessuna vacanza al mare, poi arrivò  il vento di autunno e, infine,  l'inverno che mi obbligava a rimanere in casa, tranne in rare occasioni. Bobby mi mancava e, a volte, pensavo che se fosse abitato al piano sotto al mio, avrei potuto inventarmi un alfabeto in codice per comunicare con lui dal pavimento della mia camera. Coi sassi ci giocavo sul pianerottolo di casa e quando avvertivo aprirsi e chiudersi la porta del primo piano mi affacciavo al corrimano delle scale e guardavo giù. Se era Bobby, mi faceva un saluto con la mano e restavamo così. Fermi, a guardarci. Mi faceva l'occhiolino, poi lo sentivo oltrepassare il portone.

Contando i giorni di primavera lo vidi più volte.

Dopo, tornò l'estate e insieme ad essa, tornò a casa uno dei fratelli di Bobby.

Alcune settimane dopo il suo rientro qualcosa tra me e Bobby cambiò.

Mi ero accorta che se io sedevo davanti al portone a giocare coi sassi, lui stava dentro, a orari fissi e un via vai di facce bianche come fantasmi entrava ed usciva. Mi metteva a disagio il fratello di Bobby, aveva le braccia cosparse di cicatrici e mi guardava male, secondo me considerandomi una rompiscatole.

Lo dissi a Bobby. Mi spiegò che le cicatrici erano come sfregi sul calendario a contare i giorni verso la libertà e  che dovevo lasciarlo perdere, anzi meglio che io non gli rivolgessi neppure la parola.

Seguii il consiglio di Bobby per alcuni giorni, poi la curiosità mi spinse a capire cosa teneva in quel vaso di terracotta nel vano scale del palazzo. Lo avevano messo lì i condomini per abbellire l'ingresso: era un vaso alto quasi quanto me e aveva il suo coperchio, ricordava gli orci dei contadini per conservare l'olio, mia zia che viveva in campagna ne aveva uno ereditato dalla famiglia di mio padre. Aspettai di sentire i passi del fratello di Bobby salire fino al primo piano e la porta di casa chiudersi.

Sollevai il coperchio e calai il mio corpo fino al fondo. In mezzo a giornali pressati gli uni sugli altri trovai un sacchetto di farina. Il fratello di Bobby usava la farina per fare cosa?

Rientrai in casa e la posai sul tavolo. La faccia di mio padre si contrasse.

-dove l'hai trovata?

-chi te l'ha data?

-qualcuno ti ha visto prenderla?

-eri da sola?

Non aveva attitudine a fare domande mio padre, ma mi tempestò di interrogativi senza darmi il tempo di rispondere, girava intorno al tavolo imprecando.

-È solo un pacco di farina, non lo vedi?

Mi ordinò di correre a metterlo dove l'avevo trovato e disse che non era farina, ma almeno un chilo di eroina.

Chiamare i carabinieri ci avrebbe reso impossibile continuare a vivere nel quartiere. Mia madre piangeva.

-Corri a rimetterla dove l'hai trovata!

Mi mandava avanti, mio padre, in quei pochi gradini che ci avrebbero messo al sicuro, ma anche me stessa allo sbaraglio se, dinanzi al primo piano, il fratello di Bobby avesse aperto la porta.

Ero una acchiappasassi, capace di misurarmi con le pietre in volo, dedita a spingere la mente in luoghi inaccessibili, forgiata dal senso di isolamento che allena a salvarsi da soli.

Con la porta del bagno chiusa a chiave e mio padre che urlava dietro, svuotai il contenuto del sacco tirando più volte lo scarico dell'acqua. Immaginai le carpe in Arno nuotare in un pulviscolo bianco.

Al fratello di Bobby, i pesci più grossi, lo accoltellarono due giorni dopo fuori dal cancello.

Bobby piangeva e diceva che avrebbe scovato quel bastardo che aveva voluto fottere la vita a suo fratello, che era morto e nessuno lo avrebbe restituito a sua madre. A volte stava in silenzio per ore e quando gli chiedevo come stesse lui alzava le spalle.

Nel gruppo chiacchieravano che Bobby doveva prendere il posto di suo fratello, poi guardavano me che stavo ancora lì a rompere le palle, l'hashish non lo volevo fumare e l'eroina non mi voleva entrare in vena.

-Ma c'è da fidarsi di questa qui?

Bobby continuava a ribadire -Lei è una a posto.

Baciai Bobby dietro l'argine mentre dal mangianastri i Led Zeppelin si riavvolgevano, indicandoci come fare per raggiungere il paradiso.

Lui non mi considerava la sua ragazza e io, pur trovandolo bello, non lo vedevo come il mio ragazzo, ma lo baciai perchè ero in cerca di perdono. Era il peso silenzioso della colpa che mi divorava. Era un mostro più grande di qualunque mostro avessero partorito i miei pensieri.

Bobby non se lo aspettava, ma accolse quel mio bacio improvvisato e siccome lui aveva esperienza in quel senso e io no, spinse anche il suo corpo sopra il mio. Fu la mia prima volta. In tasca non avevo piú i sassi.

Bobby mi accarezzò i capelli, si ricompose i pantaloni e disse che in fondo tra di noi doveva andare a quel modo, ma che lui doveva trovare chi aveva fregato la roba a suo fratello e stritolargli il collo, sicché non aveva tempo per l'amore.

Volevo dire a Bobby che ero io, ma che non l'avevo fatto apposta.

Non mi uscì nessuna parola.

Pensai che sarei andata all' inferno, a dispetto di quello che continuavano a cantare i Led Zeppelin.

Erano  molti anni fa.

-----

I sassi li tengo ancora sul mobile di sala, per ricordarmi.

Del quartiere dove sono cresciuta, di tutte le decisioni che ho preso quando ero bambina, con i miei compagni mostruosi di giochi che però non sapevano raccogliere al volo i sassi lanciati per aria. Neanche Bobby sapeva.

Stanno lì, per ricordarmi che devo ancora fare la santa cresima e di Bobby, che si fece quindici anni di prigione per aver colpito a sangue un ragazzo  del quartiere e mentre lo pestava con una spranga, ad ogni calata, gli urlava "questa è per mio fratello".

Li guardo e lascio che ci cada sopra la polvere.

 

 

( al mio amico Bobby, morto due settimane fa per immunodeficienza acquisita)

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L'AUTORE Elisabeth

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Sono una raccontastorie. Nelle librerie: "Il Vento si è calmato", Bolis edizioni, 2018. "Luce", Clownbianco edizioni, 2018

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il 2018-01-01 16:13:58

Bello...piaciuto ancor più che la prima volta. C'è di tutto in questo racconto: un velo di nostalgia, introspezione, storie di periferia, crudeltà, ingenuità...insomma, una storia di vita credibile e che incolla il lettore al testo. Chissà se l'hai preso dallo stesso file di Net; allora non mi ero accorto di un refuso, ed in genere a me non sfuggono( quelli degli altri, i miei sì)...mi riferisco alla 27esima riga: Lo frequentati...è scappata una t in più. Brava Elisabeth, bel racconto davvero, e poi quel modo di scrivere in prima persona quanto mi piace, pare tutto più vero...ciaociao.

Elisabeth il 2018-01-30 15:54:36

Grazie, sono lieta che anche rileggendolo a distanza di tempo ti sia piaciuto. 


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Vecchio Mara il 2018-01-03 18:24:06
uno spaccato di vita di periferia in un quartiere problematico. Bobby si è rovinato la vita per vendicare il fratello, E per questo, in un certo qual modo l'ha rovinata anche alla ragazza, Ma il padre di lei, che è disposto a mandarla allo sbaraglio spingendola ad andare a rimettere l'eroina nel vaso per salvare una fattispecie di rapporto di buon vicinato delinquenziale, lo trovo spregevole,. Piaciuto molto. Ciao Elisabeth

Elisabeth il 2018-01-30 15:55:52

Sì, è uno spaccato di vita di periferia in questo caso, con i suoi pro e i suoi contro.Grazie per la lettura e il commento.


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
BigTony il 2018-01-09 11:08:38
Ciao Beth. Credo questo di essermelo perso, forse l'avevi pubblicato su Net nel periodo in cui io non entravo più. Comunque è davvero una bella storia. È una di quelle storie che ti prendono dalla prima all'ultima parola. Nostalgica, anche perché si parla di tempi che ci sembrano lontanissimi, quando eravamo capaci di vivere (oggi sembrerebbe follia) liberi da gadget tecnologici e bastavano cinque sassi per giocare, anche da soli. Sono rimasto scandalizzato (come Giancarlo) dal comportamento vile e spregevole del padre della ragazza, ma devo dire che (da padre a mia volta) non avrei condiviso nemmeno l'amicizia con il "bel tenebroso" che di tenebroso ha ben poco ma di delinquente molto. Ovviamente la protagonista è appena adolescente e anche abbastanza ingenua da non considerare quali conseguenze potrebbero avere per lei certe frequentazioni. Fortunatamente poi, le circostanze faranno in modo che le loro strade si dividano, pur se lei ne porterà comunque il peso nell'animo. Resta un certo romantico ricordo di quello che è stato, ma sappiamo che i ricordi sono sempre più belli della realtà.

Elisabeth il 2018-01-30 15:57:58

Era un racconto postato su net e l'ho riproposto qui.  I cinque sassi hanno in loro tutta una tecnica e una magia anche, in quegli anni molti bambini ci giocavano. Grazie per la tua lettura.


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