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QUALCOSA ERA SUCCESSO di Dino Buzzati

"L'APOSTROFO" Narrativa di gruppo Tranci di letteratura fresca per conversazioni di qualità

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2018-01-01 07:41:22




Qualcosa era successo di Dino Buzzati
Voce narrante, regia fonoimagolitweb (mediante Pinnacle) di Mauro Banfi

 
Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima stazione d'arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per giunta.
Ma come il treno le passò davanti lei non guardò dalla nostra parte (eppure era là ad aspettare forse da un'ora) bensì teneva la testa voltata indietro badando a un uomo che arrivava di corsa dal fondo della via e urlava qualcosa che noi naturalmente non potemmo udire: come se accorresse a precipizio per avvertire la donna di un pericolo. Ma fu un attimo: la scena volò via, ed ecco io mi chiedevo quale affanno potesse essere giunto, per mezzo di quell'uomo, alla ragazza venuta a contemplarci. E stavo per addormentarmi al ritmico dondolio della vettura quando per caso - certamente si trattava di una pura e semplice combinazione - notai un contadino in piedi su un muretto che chiamava chiamava verso la campagna facendosi delle mani portavoce. Fu anche questa volta un attimo perché il direttissimo filava eppure feci in tempo a vedere sei sette persone che accorrevano attraverso i prati, le coltivazioni, l'erba medica, non importa se la calpestavano, doveva essere una cosa assai importante. Venivano da diverse direzioni chi da una casa, chi dal buco di una siepe chi da un filare di viti o che so io, diretti tutti al muriccioio con sopra il giovane chiamante. Correvano, accidenti se correvano, si sarebbero detti spaventati da qualche avvertimento repentino che li incuriosiva terribilmente, togliendo loro la pace della vita. Ma fu un attimo, ripeto, un baleno, non ci fu tempo per altre osservazioni.
Che strano, pensai, in pochi chilometri già due casi di gente che riceve una improvvisa notizia, così almeno presumevo. Ora, vagamente suggestionato, scrutavo la campagna, le strade, i paeselli, le fattorie, con presentimenti ed inquietudini.
Forse dipendeva da questo speciale stato d'animo, ma più osservavo la gente, contadini, carradori, eccetera, più mi sembrava che ci fosse dappertutto una inconsueta animazione. Ma sì, perché quell'andirivieni nei cortili, quelle donne affannate, quei carri, quel bestiame? Dovunque era lo stesso. A motivo della velocità era impossibile distinguere bene eppure avrei giurato che fosse la medesima causa dovunque. Forse che nella zona si celebravan sagre? Che gli uomini si disponessero a raggiungere il mercato? Ma il treno andava e le campagne erano tutte in fermento, a giudicare dalla confusione. E allora misi in rapporto la donna del passaggio a livello, il giovane sul muretto, il viavai dei contadini: qualche cosa era successo e noi sul treno non ne sapevamo niente.
Guardai i compagni di viaggio, quelli dello scompartimento, quelli in piedi nel corridoio. Essi non si erano accorti. Sembravano tranquilli e una signora di fronte a me sui sessant'anni stava per prender sonno. O invece sospettavano? Sì, sì, anche loro erano inquieti, uno per uno, e non osavano parlare. Più di una volta li sorpresi, volgendo gli occhi repentini, guatare fuori. Specialmente la signora sonnolenta, proprio lei, sbirciava tra le palpebre e poi subito mi controllava se mai l'avessi smascherata. Ma di che avevano paura?
Napoli. Qui di solito il treno si ferma. Non oggi il direttissimo. Sfilarono rasente a noi le vecchie case e nei cortili oscuri vedemmo finestre illuminate e in quelle stanze - fu un attimo - uomini e donne chini a fare involti e chiudere valige, così pareva. Oppure mi ingannavo ed erano tutte fantasie?
Si preparavano a partire. Per dove? Non una notizia fausta dunque elettrizzava città e campagne. Una minaccia, un pericolo, un avvertimento di malora. Poi mi dicevo: ma se ci fosse un grosso guaio, avrebbero pure fatto fermare il treno; e il treno invece trovava tutto in ordine, sempre segnali di via libera, scambi perfetti, come per un viaggio inaugurale.
Un giovane al mio fianco, con l'aria di sgranchirsi, si era alzato in piedi. In realtà voleva vedere meglio e si curvava sopra di me per essere più vicino al vetro. Fuori, le campagne, il sole, le strade bianche e sulle strade carriaggi, camion, gruppi di gente a piedi, lunghe carovane come quelle che traggono ai santuari nel giorno del patrono. Ma erano tanti, sempre più folti man mano che il treno si avvicinava al nord. E tutti avevano la stessa direzione, scendevano verso mezzogiorno, fuggivano il pericolo mentre noi gli si andava direttamente incontro, a velocità pazza ci precipitavamo verso la guerra, la rivoluzione, la pestilenza, il fuoco, che cosa poteva esserci mai? Non lo avremmo saputo che fra cinque ore, al momento dell'arrivo, e forse sarebbe stato troppo tardi.
Nessuno diceva niente. Nessuno voleva essere il primo a cedere. Ciascuno forse dubitava di sé, come facevo io, nell'incertezza se tutto quell'allarme fosse reale o semplicemente un'idea pazza, allucinazione, uno di quei pensieri assurdi che infatti nascono in treno quando si è un poco stanchi. La signora di fronte trasse un sospiro, simulando di essersi svegliata, e come chi uscendo dal sonno leva gli sguardi meccanicamente, così lei alzo le pupille fissandole, quasi per caso, alla maniglia del segnale d'allarme. E anche noi tutti guardammo l'ordigno, con l'identico pensiero. Ma nessuno parlò o ebbe l'audacia di rompere il silenzio o semplicemente osò chiedere agli altri se avessero notato, fuori, qualche cosa di allarmante.
Ora le strade formicolavano di veicoli e gente, tutti in cammino verso il sud. Rigurgitanti i treni che ci venivano incontro. Pieni di stupore gli sguardi di coloro che da terra ci vedevano passare, volando con tanta fretta al settentrione. E zeppe le stazioni. Qualcuno ci faceva cenno, altri ci urlavano delle frasi di cui si percepivano soltanto le vocali come echi di montagna.
La signora di fronte prese a fissarmi. Con le mani piene di gioielli cincischiava nervosamente un fazzo1etto e intanto i suoi sguardi supplicavano: parlassi, finalmente, li sollevassi da quel silenzio, pronunciassi la domanda che tutti si aspettavano come una grazia e nessuno per primo osava fare.
Ecco un'altra città. Come il treno, entrando nella stazione, rallentò un poco, due tre si alzarono non resistendo alla speranza che il macchinista fermasse. Invece si passò, fragoroso turbine, lungo le banchine dove una folla inquieta si accalcava anelando a un convoglio che partisse, tra caotici mucchi di bagagli. Un ragazzino tentò di rincorrerci con un pacco di giornali e ne sventolava uno che aveva un grande titolo nero in prima pagina. Allora con un gesto repentino, la signora di fronte a me si sporse in fuori, riuscì ad abbrancare il foglio ma il vento della corsa glielo strappò via. Tra le dita restò un brandello. Mi accorsi che le sue mani tremavano nell'atto di spiegarlo. Era un pezzetto triangolare. Si leggeva la testata e del gran titolo solo quattro lettere. IONE, si leggeva. Nient'altro. Sul verso, indifferenti notizie di cronaca.
Senza parole, la signora alzò un poco il frammento affinché tutti lo potessero vedere. Ma tutti avevamo già guardato. E si finse di non farci caso. Crescendo la paura, più forte in ciascuno si faceva quel ritegno. Verso una cosa che finisce in IONE noi correvamo come pazzi, e doveva essere spaventosa se, alla notizia, popolazioni intere si erano date a immediata fuga. Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del Paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell'esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!
Mancavano due ore. Tra due ore, all'arrivo, avremmo saputo la comune sorte. Due ore, un'ora e mezzo, un'ora, già scendeva il buio. Vedemmo di lontano i lumi della sospirata nostra città e il loro immobile splendore riverberante un giallo alone in cielo ci ridiede un fiato di coraggio. La locomotiva emise un fischio, le ruote strepitarono sul labirinto degli scambi. La stazione, la curva nera delle tettoie, le lam- pade, i cartelli, tutto era a posto come il solito.
Ma, orrore!, il direttissimo ancora andava e vidi che la stazione era deserta, vuote e nude le banchine, non una figura umana per quanto si cercasse. Il treno si fermava finalmente. Corremmo giù per i marciapiedi, verso l'uscita, alla caccia di qualche nostro simile. Mi parve di intravedere, nell'angolo a destra in fondo, un po' in penombra, un ferroviere col suo berrettuccio che si eclissava da una porta, come terrorizzato. Che cosa era successo? In città non avremmo più trovato un'anima? Finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido.
" Aiuto! Aiuto! " urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati.

                                                        

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-01 07:56:58

Ma no, dai, perdonate quel senza rimedio, retaggio del mio grottesco decadentismo giovanile: non siamo avvinti e vinti definitivamente dal niccianesimo compiuto. Eccovi qualche rimedio: - i racconti brevi, la cultura Weird, Dino Buzzati. - \"Dopo Nietzsche\" di Giorgio Colli, edizioni Adelphi. La migliore resa dei conti con il Baffone e il nichilismo compiuto. - Il logo di Parole Intorno Al Falò. - \"Il libro rosso\" di Carl Gustav Jung, dove scoprirete che Dio non è morto. - Questo aforisma della Principessa Leila Organa di Star Wars, che ha lasciato il suo corpo alla Terra per far tornare la sua Forza nelle stelle: \"La speranza è come l’alba. Se ci credi solo quando la puoi vedere non supererai mai la notte\". - questa lirica del grande Giovanni Raboni:

Niente può rovinarmela la festa del mattino, quando il sole che dà fiato alla sua raucedine ridesta a dolori e crimini la città che amo e nel cuore la felicità d’esserle ancora complice. S’arresta a questo confine la potestà di numeri e fantasmi, qui la cresta sbrindellata alza la vita e tace l’arcangelo del rimorso. È la luce la mia morfina. Su, mi dico, datti da fare, mostra di che sei capace, ficca mani e naso dove riluce come un tesoro l’ovvietà dei fatti.

Buon anno, amiche e amici di P.I.A.F., che la Forza e il lungimirante e circolare Giano siano con voi.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
il 2018-01-01 09:00:47

Che racconto, mi è piaciuto al punto tale che l'ho letto due volte e me lo ricorderò questo racconto stupendo letto alle 8 di mattino del primo giorno del 2018. Credevo di aver letto tutto di Buzzati, possibile che mi sia dimenticato di questa chicca' Andrò a riguardare nei libri dei suoi racconti...bravo mauro, molto bello anche il video...piaciuto moltissimo. Buon Anno...a te, agli autori di PIAF e al nuovo sito. ciaociao

Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-01 10:10:05

Buon anno, Giacomo, nel racconto Buzzati scrive: «e tutti avevano la stessa direzione, scendevano verso mezzogiorno, fuggivano il pericolo mentre noi gli si andava direttamente incontro, a velocità pazza ci precipitavamo verso la guerra, la rivoluzione, la pestilenza, il fuoco, che cosa poteva esserci mai?» Negli adorabili \"racconti neri\" di Buzzati gli esseri umani percorrono queste ineluttabili vie al contrario verso l\'ignoto...e il racconto breve mi pare la forma d\'arte più adatta ad esprimere il nostro sconcerto per un\'attualità che tende sempre di più verso il nichilismo legalizzato e la confusione istituzionale - e sarà il futuro prossimo venturo del nostro miserabile Paese -. Non so bene, sinceramente, come se ne possa uscire da questa confusione, forse narrando e leggendo in compagnia di buone amiche e cari amici. Abbi gioia


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Elisabeth il 2018-01-01 15:49:28
Mauro, questa è una meraviglia: voce, immagini, un lettore bravissimo in questo omaggio a Buzzati. Un viaggio (popolare) con le giuste pause in cui si è in tempo ad osservare, un viaggio per giunta in corsa senza possibilità di arresto prima, verso la fine o la solitudine umana, forse il peggiore dei mali. Ascoltarlo è stata una emozione. Buon anno e Grazie!

Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-01 18:07:21
Grazie, Elisabeth: come King è un maestro nell'ingrassare i suoi testi con le paure dei lettori così Buzzati è magistrale nel rendere denso il racconto con le paure dei PERSONAGGI della sua narrazione.
Questo viaggio verso il nulla, il tutto o il qualcosa avviene tutto nella mente del protagonista e, quel geniale urlo finale - uno dei finali più belli della letteratura italiana - è qualcosa di reale, di percepito, d'immaginato?
Strepitosa ambiguità: tutto avviene dentro o fuori o in una misteriosa zona intermedia?
Mi è sembrato bello iniziare l'anno sotto questo segno della confusione, della paura, del caos subliminale: temo sia il nostro futuro prossimo venturo che possiamo solo narrare e per il quale, come Buzzati, non ho rimedi pratici ma solo antidoti creativi antinichilisti e antipessimisti, come questo.
Abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Vecchio Mara il 2018-01-01 18:37:42
è la prima volta che invece di leggere mi metto ad ascoltare un racconto.... voce e immagini hanno saputa creare la giusta tensione, mi pareva di essere lì, a bordo di quel teno in corsa... verso cosa? La fine di tutto? Un nuovo inizio? Dall'urlo finale che risuona nel vuoto di una stazione deserta, ognuno tragga le proprie conclusioni. Tutto bello, racconto, voce e video, Bravissimo! Piaciuto molto. Ciao Mauro..

Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-01 18:45:19
Grazie Giancarlo,
quella del videoracconto è un'arte ancora neonata e suscettibile di innovazioni e miglioramenti:un'opera d'arte totale che unisce molte arti.
Per il prossimo anno ne ho in programma altri due, in fase di realizzazione "Eppure battono alla porta", un altro capolavoro stile Usher di Buzzati e una mia opera "La casa sopra l'albero" ispirata a King.
Grazie del sostegno e del gradimento e dell'amicizia.
A rileggerci a presto, abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2018-01-08 17:06:38
Molto bello questo racconto. Il viaggio diretto, senza fermate, diretto verso un luogo deserto e angosciante, potrebbe essere la metafora della vita e della morte. C'è però la fuga di tutti i personaggi all'esterno del treno e soprattutto quell'indizio del frammento di giornale con la scritta IONE che fanno pensare a un evento terribile, misterioso, indecifrabile, di fronte al quale tutti rimangono immobili, incapaci di reagire, fingendo di non sapere. Ahimè, quante volte nella storia la maggioranza delle persone ha lasciato che accadesse l'irreparabile anche se i presagi erano eloquenti. I racconti surreali di Buzzati sono molto affascinanti, e questo è uno dei miei preferiti.

Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-08 21:00:08

Bellissime riflessioni, Roberta: credo che quelli da te sapientemente espressi siano i sentimenti che accompagneranno il nostro futuro prossimo venturo, ai quali dovremo aggiungere quello che resta della forza e della chiarezza dei nostri valori personali e dei nostri simboli individuali.

Comincia l'era della confusione: buon anno e abbi gioia


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
BigTony il 2018-01-11 09:41:22
Un bel racconto che non conoscevo, arricchito dalla videonarrazione davvero efficace. C'è un grande simbolismo in questa storia: la potente figura del convoglio che viaggia attraverso il paese e divide il fuori dal dentro, disegnando un microcosmo, quello del treno, nel quale si delineano paure, ipocrisie e particolarismi inquietanti. Fa riflettere. Davvero un bel leggere-udire-guardare, Mauro.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-01-11 18:50:22

Ciao. Ho preferito sentire il racconto, più che leggerlo, per provare una diversa modalità di fruizione - anche se pare proprio che gli audiolibri da noi non abbiano successo.

Secondo me c'è un tratto immanente, attuale, nelle storie di Buzzati che però diventa anche trascendente.

Quelli erano gli anni del boom e dell'emigrazione di massa, nonchè gli anni in cui l'Italia entrava, definitivamente, nel presente (industrializzato). Noi non siamo più quell''Italia, e quindi questo specifico aspetto, secondo me, non è più immediato, o almeno viene letto in una prospettiva storica. Dall'altra parte e allo stesso tempo siamo gli eredi di quell'Italia - ora più terziaria che industrializzata - e quindi il racconto dice qualcosa anche a noi, come in fondo si suppone debano fare i classici. A mio parere la morale del racconto è - come si evince dal paragone tra i treni e la vita - è che la vita è qualcosa che accade mentre stai facendo altro cercando di illuderti che sia proprio "quell'altro" la "vita" - illusione destinata a essere infranta. Il protagonista e gli altri viaggiatori corrono - nella direzione sbagliata - e intanto al di fuori della loro tranquilla (in apparenza) esistenza, protetta dal treno come da un bozzolo di metallo, accade qualcosa di contrario e fondamentale. Essi non solo non vedono quel qualcosa - solo il protagonista lo intuisce - ma soprattutto non vogliono vederlo. Man mano che l'evidenza della minaccia senza nome si palesa essi si rifugiano nella negazione e non parlano neppure tra loro, come se il far finta che non sia successo nulla possa essere davvero risolutivo. Ma il treno, che, ripeto, va nel senso contario rispetto alla salvezza, procede ineluttabile. Il protagonista e i passeggeri, che in fondo sono coloro che hanno costruito quel treno, sono alla fine costretti a prendere atto, anche se tutto nel racconto lascia intuire che è troppo tardi, che "qualcosa è successo". Poi possiamo divertirci a calare nuovamente questa parabola (a mio parere Buzzati sta parlando della condizione umana, nè più nè meno) in un contesto concreto: noi lo faremo pensando al nostro mondo e/o alla nostra condizione individuale, altri ad altro. Ma intanto il treno continua a correre. Per ora.  

Mauro Banfi il Moscone il 2018-01-12 20:27:57

                               



                                                     1967 - Dino Buzzati, "L'urlo"





Ciao Roberto e buon anno in compagnia della nostra passione. Ottime le tue riflessioni e quelle soprarrivate degli altri amici. Buzzati ha nobilitato questa rubrica "tranci", a cui tengo molto e che non era partita granchè con il Grande Inquisitore. Capire racconti come questo rende inutile frequentare qualsiasi ridicola scuola di scrittura. Tutto normale e quotidiano tranne un elemento alieno: quell'attesa della catastrofe senza nome - creata dalla mente/psiche del protagonista o reale, in progress? - che conferisce progressivamente una fisionomia sinistra alla storia. Il dialogo è assente e c'è solo una battuta "Aiuto! Aiuto!" nello strepitoso finale, che secondo me ha dato il via a tutto il processo creativo del racconto - un procedimento all'inverso che se non erro anche tu hai usato in certi tuoi racconti -. Diversi anni dopo la sua pubblicazione, Buzzati dipinse - era valente anche in quest'arte, oltre che come alpinista - nel 1967 il quadro che correda il racconto sia nel video che nel sito. Per tutti i lettori è la raffigurazione di quel finale. Ora chiedo a tutti i partecipanti alla disanima del racconto: che cosa rappresenta quell'urlo? Ha qualche parentela con quello celebre di Munch, espressionista? Per me, che definisco questa pittura come "impressionismo pop", la chiave del finale sta tutta nel comprendere come Stephen King alimenti i suoi testi con le paure del lettore, e per questo necessita di centinaia di pagine e di saghe quotidiane lunghe e intrecciate, così Buzzati alimenta i suoi racconti con le paure dei suoi personaggi.

La faccenda interessante è che col procedimento di King scattano identificazioni e con quello di Buzzati "straniamenti". Dino opera una sottile e squisita arte dell'ambiguità: quella donna è la sopravissuta a una catastrofe nucleare, a un attacco del terrorismo casuale - ai tempi di Buzzati non esisteva - o è una povera psicotica scappata da un reparto psichiatrico o da una famiglia oppressiva? Miriadi di possibilità non comprese e maldigerite che producono paura e confusione, questa è la cifra del racconto e dell'intuizione profetica di Buzzati. Perchè, non è questo lo stigma del nostro tempo? Abbi gioia


Rubrus il 2018-01-13 09:32:32
Be', King "concretizza" là dove Buzzati astrae, il che spiega, a mio parere, perchè King scriva soprattutto romanzi e Buzzati soprattutto racconti che spesso sembrano parabole. Le parabole non possono essere troppo lunghe.

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