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Sul regionale delle 7,05

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Massimo Bianco

pubblicato il 2017-12-24 01:53:53


Camminava ondeggiando sul ciglio della strada, imbottito di alcool e droghe. Nei pressi della stazione ebbe un conato e si piegò a rimettere. Quando si rincamminò stava ancora male ma si era fatto più lucido. Pensò alla sua grigia esistenza e la giudicò indegna di essere vissuta. Si sentiva solo e incompreso. Aveva pregato tanto, chiedendo aiuto al Signore di tutto cuore, ma anche Dio sembrava averlo abbandonato. D’altronde cosa aveva fatto di buono nella vita per meritarne l’aiuto? Ci pensò su. Si sforzò davvero di trovare un qualcosa per cui fosse valsa la pena di essere venuto al mondo e di restarvi, ma non ci riuscì.

Gli vennero in mente Frank Capra e il grande Jimmy Stewart di “La vita è meravigliosa”. Aveva amato molto quel film, ma ora il ricordo gli infondeva tristezza. Si sentiva un fallito. Pensava che nessuno avrebbe fatto caso alla sua morte e che nulla sulla Terra sarebbe cambiato in peggio se non fosse nato. E al contrario del film, non ci sarebbero stati angeli senza le ali a fargli cambiare idea, mostrandogli quali eventi negativi si sarebbero verificati senza la sua esistenza.

Incespicò e, recuperato l’equilibrio, si guardò intorno, sorpreso. Senza accorgersene era entrato in stazione e aveva camminato lungo i binari, lasciandosi alle spalle pensilina e marciapiede. Era come se la sua psiche volesse trascinarlo via e farlo ricominciare altrove. Ma gli sarebbe servito trasferirsi? Non c’erano luoghi in cui andare, per lui: nessuno può sfuggire a se stesso.

Intanto albeggiava, l’inizio di una giornata inutile come le precedenti. Udì il fischio di un treno in partenza, si voltò e scorse la luce del locomotore farsi lentamente più vicina. Allora dal fondo della mente gli sorse un pensiero: perché non ora? E poco dopo si gettò sotto al convoglio.

 

Come ogni mattina, migliaia di pendolari e viaggiatori occasionali si recavano in stazione. Lara e Miriam, giovani studentesse universitarie savonesi iscritte a Genova e impegnate con l’ultimo esame della sessione estiva. L’azzimato quarantaquattrenne ingegner Canevari, giudice popolare presso la corte d’appello. La matura casalinga Anna Cerone e la professoressa d’inglese in pensione Maria Pia D’Aliesio, spinte dalle loro frustrazioni allo shopping compulsivo. Due impiegati di altrettante ditte di Genova Sampierdarena, uno sui trenta, scattante e baffuto, col quotidiano in mano, l’altro prossimo alla pensione, lento, basso e grasso. Uno snello senegalese che batteva ogni giorno le spiagge rivierasche con le sue carabattole. Due quattordicenni a zonzo, il primo biondissimo e minuto, il secondo bruno, già alto e atletico. Poi altri ancora, tanti altri.

E infine c’era Isaia Mollo, semi occupato e bamboccione, così era di moda definire la gente come lui, che nel capoluogo avrebbe avuto l’ennesimo colloquio di lavoro, ma si sentiva troppo avvilito per tirarsi giù dal letto. Quando la sveglia suonò, aprì gli occhi a fatica, la spense borbottando insonnolito, si girò dall’altra parte e poco dopo si riaddormentò, finché…

“Isaia, tesoro, ma non dovevi uscire presto stamani?”

“Mmf, cosa? Ah, lasciami in pace mamma, per favore.”

“Ma come! Chi dorme non piglia pesci, Isaia, io proprio non ti capisco, alzati e falla finita.”

“Va bene, va bene, ora mi alzo.”

Farla finita, proprio così, ma non come l’intende lei. Suicidio. Perché mi sento sempre così… stanco? Stanco di vivere, sì. Suicidio. Una parola che non oso pronunciare ad alta voce e quasi neppure pensare, ma mi affiora sempre più sovente in superficie. Da tempo ormai ci medito sopra.

Da quanto? Da quando Agnese mi ha lasciato, forse? Ma non è stata lei la causa. In Agnese non credevo sul serio, perché in fondo al cuore sapevo che era soltanto un’egoista. Voleva rimodellarmi a sua immagine e somiglianza perché amava solo se stessa e mi vedeva come una sua appendice. Ho cercato di venirle incontro e accontentarla il più possibile, perché l’amavo e m’illudevo, ma non poteva durare. No, non è dipeso da lei. Non solo, almeno.

È stato qualche settimana dopo, quando la compagnia teatrale si è sciolta, alla fine della scorsa estate. Colpa di Paolo e Marina. Gli è mancata la volontà di andare avanti, gli altri li hanno seguiti a ruota e io e Sergio non ce la siamo sentita di rifondare il gruppo un’altra volta. Due fallimenti erano già troppi. Tuttavia ormai la sentivo come la mia compagnia, mia. Mi aveva riempito le giornate e m’aveva illuso. Ancora, sì, io m’illudo sempre, qualsiasi cosa faccia. È il mio difetto principale, perché rende più amari i risvegli. Ma il teatro per me era più d’un hobby. Recitavamo bene e avevamo ottenuto eloquenti successi locali. Perciò ci avevo costruito sopra castelli in aria. La compagnia era uno sfogo. La mia vita ne era stata riempita per dieci anni e quando tutto è finito essa all’improvviso mi è parsa vuota.

Suicidarmi, morire. Da quel giorno ci penso di continuo. Mi sento inutile. Se morissi, forse Paolo e Marina si pentirebbero d’avermi sfasciato la compagnia, scaricandomi all’inizio delle prove e lasciandomi col sedere per terra con la commedia. Forse allora si sentirebbero in colpa…

Se almeno mia madre mi lasciasse in pace. So cosa pensa di me, quanto mi disprezza e come si vergogna con amiche e conoscenti di doversi tenere in casa un figlio non più giovane ma ancora scapolo e semi occupato. E che rabbia quando per insultarmi m’invecchia!

“Hai trentotto anni, cosa aspetti a trovarti un lavoro serio?”

“Trentasette, mamma.”

“Ma ormai vai per i trentotto.”

“Ma finché non li compio ne ho trentasette, accidenti.”

E ora che trentotto li ho compiuti, arrotonda a quaranta, si vede che trentanove gli suona male. Forse è solo da quando ho cominciato a pensare ai quarant’anni che ho preso a meditarci seriamente, al suicidio. Prima in fondo era un pensiero ricorrente ma capzioso. Quaranta anni, tempo di bilanci. Sono un buono a nulla, ha ragione lei. Un figlio incapace di completare gli studi, di trovare un impiego decente – faccio la maschera part time in una multisala – di sfondare col teatro e di crearsi una famiglia. Per giunta perdo i capelli e tendo a ingrassare e così spelacchiato e in carne a Agnese non piacevo più. E mia madre non perde occasione per umiliarmi:

“Oggi, Isaia,” – Isaia mi hanno chiamato, vi rendete conto? Isaia Mollo, che nome del cavolo – “Ho visto da lontano la Lucia e mi sono affrettata a cambiare marciapiede, perché quando m’incontra si ferma a raccontarmi i trionfi di suo figlio e pare lo faccia apposta, perché sa che io invece sono stata sfortunata. Quando la smetterai di farmi vergognare?”

Tiene solo a far bella figura con le amiche, in definitiva. Ma crede davvero che io sia orgoglioso di me stesso? Ah, mi farà venire l’ulcera. Se almeno risponderle infuriato servisse a qualcosa!

“Anche con gli amici e le donne fai così? Per forza che nessuno ti sopporta. Anziché prendertela con me, esci e trovati una fidanzata.” Ecco, infatti, quale è stata la sua risposta alle mie urla.

E dove la trovo se non conosco ragazze libere, a parte Valentina, che è una buona amica e basta? E poi io vado d’accordissimo coi miei amici. Mi verrebbe voglia di metterle le mani addosso, ma mi trattengo. Meglio rivolgere su me stesso questa mia rabbia e farla finita una volta per tutte. Allora si pentirà di avermi angustiato. Ormai ho deciso. Devo solo stabilire come farlo.

Eccomi in stazione… come mai questi ritardi indeterminati sulla linea per Genova? Boh, non voglio sapere, ma non mi dispiacerebbe se mi evitassero il colloquio. Non voglio andarci. Non ne posso più di rifiuti, non ne posso più di nulla. Perire, subito, oggi stesso, sì, anche qui in stazione, sotto un treno, perché no? È il modo più sicuro per non soffrire e restare ucciso sul colpo…

“Allora, si può sapere dove deve andare?”

“Eh?”

“Si è messo in coda, vorrà un biglietto, no?”

“Oh, mi scusi. Brignole, andata e ritorno.”

“Ecco a lei.”

“Grazie.”

Il mio treno c’è ancora. Tutto pieno, ovviamente. Andiamo avanti, verso il fondo… ah, ecco un posto, mmf, mi sento già stanco… Ho quarant’anni, quaranta… quasi. E ancora senz’arte né parte. Ma perché non parte? I discorsi intorno a me… Un suicida? Oh mamma, un uomo si è suicidato gettandosi sotto un treno. E quei commenti: la gente si lamenta, chiacchiera, che indifferenza!

 

Lara, l’esaminanda, cominciava ad agitarsi. Si alzava, sbirciava fuori dal finestrino, si risedeva, si guardava intorno e già una volta l’amica l’aveva invitata a calmarsi.

Alla sua sinistra Anna Cerone e Maria Pia D’Aliesio chiacchieravano senza pause.

“Il mondo è diventato proprio invivibile, Anna cara, omicidi, rapine, attentati, suicidi.”

“Chissà poi perché quel poveretto si sarà ammazzato?”

“Gli sarà capitato un contrattempo e al giorno d’oggi si fa presto a farsi prendere dallo sconforto, pensa che tre anni fa la nipote di Trudy, la mia ex collega di matematica, la conosci vero?”

“Non è la moglie del tizio che l’anno scorso è stato colto da un ictus allo spettacolo di lirica?”

“Proprio lei. Una scena incredibile, nel bel mezzo di un acuto del tenore. Sulle prime i vicini di posto credevano che stesse esprimendo platealmente la sua insoddisfazione per lo spettacolo. Beh, sua nipote, pensa, tentò d’uccidersi con dell’insetticida contro scarafaggi e formiche perché…”

“Con un insetticida hai detto? Oh questa è bella, non la sapevo, trattarsi da scarafaggio, che orrore. Io invece so di uno che si è ammazzato provocando apposta un corto circuito. Ha infilato un cacciavite nella presa ed è rimasto fulminato all’istante, pensa te.”

In quel momento a Lara squillò il telefonino.

“Sì, ciao… no guarda, siamo in ritardo di brutto, ho paura che non riusciamo a incontrarci al bar prima dell’appello… sì pare che un tizio si è gettato sotto il treno… proprio… se non si decidono finisce che ci perdiamo l’esame… va bene… ciao.”

Sbuffò frustrata. L’uomo vicino al finestrino leggeva placidamente il giornale. Il tipo incravattato e in spezzato Armani seduto di fronte a lei pareva interessato solo a guardarla e non le toglieva gli occhi di dosso. Quanto a Miriam, da quando si erano sedute non aveva più né aperto bocca né interrotto il ripasso. Era assorta nello studio. Lara diede una sbirciata per vedere quale capitolo stesse ripassando. E ancora quello sguardo puntato su di lei, oh ma basta!

“Mi sa che qui non si parte.” Sbottò a voce alta, non osando rimproveri diretti a Giacca Armani.

“Una bella rottura. Ma quel coglione si doveva gettare sotto il treno proprio oggi? Io tra un po’ devo essere in tribunale.” Commentò costui, cioè l’ingegner Canevari, a cui con ogni evidenza non pareva vero di scambiare due parole con quella bella ragazza.

Lei lo guardò irritata ma pur contenta di non essere la sola contrariata dal ritardo. Lo vide allentarsi il colletto della cravatta. Come potessero gli uomini sopportare giacca e cravatta in piena estate le pareva un mistero insondabile. “Caldo, vero? Non ha scopo tenerci fermi qui a sudare.”

“Colpa della burocrazia, ragazza mia. Tu sei giovane. Sei una studentessa universitaria, vero? Ancora non conosci il mondo. La burocrazia è la piaga del paese. Bastava che qualcuno ordinasse di togliere di mezzo il cadavere e facesse ripartire i convogli e invece eccoci tutti bloccati.”

“Un giorno vengono giù le linee elettriche, un altro scioperano e quando tutto sembra a posto vengono perfino ad ammazzarsi sui binari e così anche stasera dovrò trattenermi in ufficio oltre l’orario consueto.” Esclamò allora il pendolare grasso e basso prossimo alla pensione.

“Alla faccia del progresso. Quando all’università ci andavo io, venti, venticinque anni fa, i treni erano molto più puntuali di oggi.” Aggiunse l’ingegner Canevari.

Il senegalese, ignorando ancora i motivi del ritardo, chiese spiegazioni nel suo italiano stentato.

“Qualcuno si è gettato, op, sotto un treno… Sì, hai capito, è morto, perché fai quella faccia, non si suicida nessuno dalle tue parti? È terribile, certo, ma ogni giorno ce n’è una.” Spiegò l’obeso.

Lara lo fissò, disturbata dalla sua freddezza e l’ingegnere le rivolse un sorriso tanto insistente quanto ammiccante. La giovane se ne accorse ed emise un profondo sospiro.

Poi la sua attenzione fu attratta da un uomo all’altro lato del corridoietto, che fissava i passeggeri con aria così sconvolta da incuterle disagio. I suoi immensi e magnifici occhi grigio celesti lo inquadrarono incuriositi. Questi aveva occhiaie profonde, i non molti capelli spettinati e una barba di due o tre giorni. Indossava una giacca a doppio petto blu economica e stazzonata, una camicia bianca a rigoni rossi non intonata, blu jeans sdruciti e un paio di mocassini che avevano conosciuto tempi migliori, da uno dei quali si vedeva spuntare, grazie alla gamba destra accavallata, un calzino arancio e verde assai liso. Distolto infine lo sguardo, la studentessa si rivolse all’amica, ancora impegnata col ripasso, esprimendole tutta la propria preoccupazione.

“Chissà, forse se ci perdiamo l’appello è meglio, Lara, non mi sento preparata.” Rispose costei.

“Ma non dire sciocchezze Miriam, ormai ne saprai più del professore.”

“Non è vero, non ricordo più niente, ho una fifa nera. Non so se essere dispiaciuta del ritardo o contenta, perché così almeno ho una scusa per rinviare l’esame e studiare un altro po’.”

Udendola, il baffuto trentenne interruppe la lettura del giornale, la fissò un momento e sentenziò:

“Se uno non ha proprio niente di meglio da fare che uccidersi, potrebbe almeno farlo in casa propria dove non disturba nessuno, chissà quanti qui ci perdiamo la giornata a causa sua.”

“Per arrivare a tanto doveva soffrir molto, forse un male incurabile.” Provò a dire Lara, dispiaciuta.

“Cazzi suoi, chi se ne frega, diavolo, non è comunque una buona ragione per inguaiare gli altri.”

“E io che sono stato incastrato in un processo come giudice popolare? M’aspetteranno per iniziare? Sarà ammesso il ritardo? E nel mio studio? Già mi fan sprecare un mucchio di tempo, ci manca solo che non partecipando non risulti giustificato neppure lì. Che casino, forse dovrei prendere l’auto.”

“E se andassimo in auto pure noi?” Suggerì Lara all’amica.

“Intanto che siamo a casa, recuperiamo chiavi e auto e partiamo passa mezz’ora. Oltretutto in autostrada a quest’ora intorno a Genova c’è traffico e arriveremmo tardi lo stesso.”

“Potrei darvi uno strappo io, ragazze, ho parcheggiato nel piazzale.”

“Non occorre, grazie.” Avrà avuto venti e passa anni più di lei, ma che voleva! Iniziava a odiarlo.

All’improvviso si udirono rumori e voci concitate alle loro spalle. Tutti allora si voltarono a guardare. Il giovane africano dava in smanie sul fondo della carrozza.

“Perché ‘sti negri e arabi di merda non se ne stanno sui loro alberi a mangiar banane, invece di venir da noi a piantar grane?” Sbottò il trentenne baffuto, mentre l’ingegnere approvava con la testa.

A quelle parole le studentesse si agitarono sconcertate e altrettanto fece, da dietro un quotidiano, un passeggero con occhiali fotocromatici, capelli assai lunghi trattenuti da un fermacapelli blu e una t-shirt blu con stampati tanti Titti inseguiti da un Silvestro.

“Ah, di extracomunitari e suicidi un tempo non se ne vedevano. E poi il suicidio è peccato mortale e quell’uomo finirà di sicuro all’inferno.” Fu invece la perla di saggezza offerta da Anna Cerone.

“Oh, meno male, guardate, stiamo partendo.”

“Era l’ora. Scioperi, disservizi, sporcizia, bisognerebbe licenziare tutti i ferrovieri e sostituirli con qualcuno che voglia lavorare sul serio. Se arrivo tardi in tribunale querelo le ferrovie, parola mia.”

“Sono efficienti in tutta Europa tranne che da noi, io le affiderei ai tedeschi.” Aggiunse il capellone.

“Ehi, chissà se riusciamo a vedere il morto.” Esclamò il ragazzino biondo come uno scandinavo.

“Sì, dai.” Rise l’amico, affacciandosi al finestrino, irresistibilmente attratto dal macabro spettacolo.

“Ehi, eccolo!” Si entusiasmò il biondino.

“Guarda che figata, il cadavere è senza testa.”

“Con quel lenzuolo non si capiva mica.”

“Era senza testa ti dico, ne sono sicurissimo.”

“Non fate così ragazzi, un uomo soffriva ed è morto per questo, non dovreste riderci sopra, non sta bene. Non è giusto restare indifferenti di fronte ai dolori altrui, almeno voi, che siete ancora così giovani.” Intervenne una signora anziana ma giovanile seduta di fianco ai quattordicenni, volgendo al contempo uno sguardo carico di riprovazione sugli altri passeggeri.

Il biondino la guardò con aria a un tempo incerta e canzonatoria e fece spallucce senza dir nulla. I due adolescenti si risedettero per discutere più a bassa voce l’eccitante novità, salvo poi annoiarsene e cambiar argomento. Altri si zittirono e presto il volume del chiacchiericcio s’attenuò fino a essere sovrastato dal frastuono del treno in movimento. Il regionale trascinava con sé tutti i passeggeri.

Alla seconda fermata il trentenne baffuto s’affacciò al finestrino, scorse il collega a cui aveva tenuto il posto e prese a sbracciarsi per richiamarne l’attenzione.

“Come mai questo ritardo?” Chiese quest’ultimo quando si fu accomodato al suo fianco.

“Oh niente, uno sfigato s’è buttato sotto il treno.”

 

Ascolto trasecolato i discorsi dei passeggeri intorno a me. Oh niente, uno sfigato si è buttato sotto il treno? Ma come niente! Un essere umano è morto, morto. Lo capiscono o no? Un’esistenza intera, gioie e dolori, legami, amicizie, successi e delusioni, tutto è cancellato per sempre e non gliene importa niente a nessuno. Per costoro è solo una seccatura se non addirittura motivo di divertimento. Mi verrebbe da urlare e insultare tutti, ma me ne vergogno. E poi capisco che forse sarebbe così pure per me, se fossi in pace con me stesso. In un altro momento avrei partecipato ai discorsi con la medesima indifferenza. Credo sia inevitabile. È la psiche umana. Siamo troppo presi da noi stessi, troppo egoisti, è una forma d’autodifesa. Lo sono anch’io che mi crogiolo da mesi nel mio dolore, io che so pensare solo a quanto sono sfortunato e a quanto il mondo è contro di me…

Avrei voluto parlare con quello sconosciuto, sapere, capire. Magari ci saremmo potuti aiutare a vicenda. Già, dovrei smetterla di chiudermi in me stesso: sabato Valentina era preoccupata per me, me ne rendo conto solo ora. Sperava che mi confidassi e l’ho ignorata, preso com’ero a compatirmi e a crogiolarmi nel mio dolore. Ma stasera la chiamerò. Ho bisogno di parlare liberamente con chi mi può capire. Ho bisogno di due coccole, metaforiche, ma pur sempre coccole. Poi chiamerò anche Sergio. Quanto a mia madre, d’ora in poi dica pure ciò che vuole, chi se ne frega…

Mi pare incredibile, eppure non sono più desideroso di morire. Conta solo vivere, il più a lungo possibile, ora lo so. Tirare avanti e pazientare. Se c’è tempo, tempo a sufficienza, tutto passa. Non sarà questo mondo di merda ad averla vinta! Ogni problema si risolverà… o forse no, ma mi adatterò, mi abituerò, con o senza una donna, con o senza un lavoro soddisfacente. Dopotutto un tetto sopra la testa ce l’ho e la sera posso sempre sedermi sul balcone a guardar volare le rondini. Parrà stupido, ma mi piace ammirare il volo delle rondini…

E avrei voglia di una vacanza con gli amici, dopo così tanti anni senza muovermi. Mi piacerebbe andare in Spagna, dove non sono mai stato. Deve essere bellissima. Barcellona, Siviglia, Madrid, Toledo. Risparmierò per potermici recare. E dovrà pur andarmi bene, prima o poi, anche col teatro. In fondo non sarà impossibile ricominciare. Potrei parlarne con Sergio. Organizzare insieme un corso? Comunque non arrendermi. Ma sì, potremmo davvero organizzare un corso, forze nuove ed entusiaste. Strano, non ci avevo mai pensato prima.

Non morirò per far soffrire chi mi vuole davvero bene, come Valentina, Sergio o mio padre e diventare invece oggetto dell’indifferenza e ironia altrui. Già m’immagino quelle due arpie a bordo del regionale. “Conosci la signora Mollo? Pensa che suo figlio…” Due frasi di circostanza e poi via con altri vuoti discorsi, come se nulla fosse. No, per carità.

Conta solo essere vivi e agire, pensare, leggere, ammirare le rondini. Quando di te rimane solo polvere, gli altri ti lasciano indietro, perduto nei meandri dello spazio tempo. È inevitabile, prima o poi, ma perché affrettare i tempi? Oltretutto per me che non sono credente c’è solo questa esistenza e devo tenermela stretta, perché dopo c’è solo il nulla. Qualcosa di buono prima o poi dovrà pur accadere, no? Ed è davvero strano, a pensarci: se per me ora la vita è meravigliosa lo devo in toto a quel poveraccio. Se non si fosse ucciso, a quest’ora, forse…

 

Era metà pomeriggio quando Isaia Mollo risalì in treno per tornare a Savona. Attraversando le carrozze notò le mature pettegole dell’andata infilare una montagna di pacchetti nel portabagagli. Nello scomparto successivo distinse pure l’uomo in Armani diretto al tribunale: sembrava assai irritato. Isaia tirò dritto, deciso a tenersi il più lontano possibile da quelle spiacevoli persone.

Si accomodò un paio di vagoni più avanti. Poco dopo gli sedettero casualmente a fianco le due studentesse. Chiacchieravano allegre, felici dell’esame superato con successo. Avevano un’aria vitale e chissà perché gli venne da salutarle come se le conoscesse.

 

All’andata Lara era rimasta colpita da quell’uomo e lo riconobbe. Lo trovò però diverso, più sereno e disteso. Pareva ringiovanito. Le poche ore trascorse l’avevano trasfigurato. D’istinto Lara gli sorrise amichevolmente, prima di riprendere la conversazione con l’amica.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2017-12-24 09:55:21
Beh, direi che nell'indifferenza generale che provoca il suicidio di un essere umano (specchio di questa società dove ognuno pensa solo al benessere personale, e gli altri che se ne vadano a morire un po' più in là per non disturbare) Isaia ha trovato il suo angelo, Che qui, a differenza del film, non ha bisogno di parlare per convincerlo che la vita, se non meravigliosa, è comunque migliore di una morte che non interessa nessuno e che viene derubricata come il solito incaglio quotidiano che provoca i perenni ritardi che affliggono le ferrovie del bel paese, gli basta mostrarsi, oltre che senza ali, senza la testa, ghigliottinata dalle ruote del treno. Un racconto di Natale dal gusto dolce-amaro, Piaciuto molto. Buon Natale, Massimo.

Massimo Bianco il 2017-12-24 11:11:13
Questo mio racconto mi pareva tra i più adatti a essere proposto a Natale, perché pur essendo ambietato in estate, nello spirito è molto natalizio. Ovviamente ho un po' estremizzato le reazioni dei passeggeri, che però purtroppo restano comuqnue piuttosto realistiche, mi sa. E alle volte la voglia di vivere può riaffacciarsi nelle maniere più inaspettate. E' tra i miei preferiti, sono molto lieto che sia piaciuto anche a te. Ricambio.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Colosio Giacomo il 2017-12-24 17:54:22

Bel racconto, Massimo, molto piaciuto., Un racconto nelle mie corde, anche come stile narrativo, staccato ma non troppo, laconico, essenziale, ma anche corredato di particolari che proiettano il lettore su quel treno, sia come luogo che nei pensieri e nei dialoghi dei passeggeri. E poi il tema del suicidio mi ha sempre colpito, interessato... ho scritto anch'io qualcosa in merito. Sì, devo dire che anche se la stagione è quella estiva in effetti il clima natalizio in parte lo si può percepire. Ho letto la tua risposta al commento di Giancarlo e posso confermarti che anch'io per certi miei racconti ho delle preferenze, e guarda un po' non a caso sono i migliori, quelli che sono venuti meglio anche nella narrazione. Quel che voglio dire è che lo scrittore è il primo a sapere se un racconto è buono, o così così...questo è buono, lo confermo. Ciaociao...e Buon Natale.

Massimo Bianco il 2017-12-24 20:43:59

Speriamo tu abbai ragione, Giacomo, perchè per P.i.a.f. sto selezionando i racconti in base alle mie preferenze, quindi devo augurarmi di saper davvero scegliere il mio meglio senza lasciar fuori dei pezzi forti. In effetti in genere i miei gusti sembrano coincidere con quelli dei lettori, ma ci sono eccezioni, ammetto ad esempio che sulle prime "Vent'anni di matrimonio" non mi convinceva, ma sia su PR sia soprattutto su Net era piaciuto molto e così ho finito per rivalutarlo. Tra parentesi questo, che sta nella mia personale top ten, su PR non c'è. Con "Sul regionale...", per il cui tuo apprezzamento sono molto lieto, ho concluso l'inserimento del mio materiale più vecchio, quello che avevo più urgenza di riproporre. Per il 2018 ho ancora diversi altri racconti a disposizione da riproporre, ma lo farò con più calma, alternandoli a scritti nuovi e inediti, a partire dal mio contributo all'iniziativa Filò, che intendo proporre domenica 7 gennaio. E nel frattempo buon natale anche a te e, mi porto già avanti, buon anno.


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2017-12-31 14:34:56
Un ottimo racconto, caro Max, una bellissima storia che tratta in maniera esemplare una questione (e alcune direttamente derivate da essa) molto delicata e affatto semplice da affrontare. Tutto molto ben fatto: dalla narrazione interiore del protagonista, alle sue relazioni con le altre persone, passando per le conversazioni vuote e di circostanza fra i pendolari, nonché quel breve finale che indica un flebile raggio di sole che, finalmente, fa capolino nel cupo ammasso di nubi nere che ha avvolto la vita di Isaia per lungo, troppo tempo. P.S.: ricontrolla "una soltanto un'egoista" verso l'inizio, quando si parla di Agnese. Rinnovo i miei complimenti, una storia davvero molto bella. Ciao, Max!

Massimo Bianco il 2018-01-07 00:51:36
Ciao Peppe, ti ringrazio dei complimenti. Ah, questi benedetti refusi che saltano sempre fuori. Provvederò a eliminare quel "uno" di troppo.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Elisabeth il 2017-12-31 17:01:36
Mi sa che è proprio così che vanno a finire le cose, quando tutto va di fretta e corre, chi si ferma (anche sotto a un treno) non viene scusato, nemmeno pianto. Il rigo che hai usato, a tratti ironico e veloce, mette davvero in evidenza la tragicità dell'evento in sé, e soprattutto delle reazioni a catena dei protagonisti. Il tutto, sul finale, apre uno spiraglio di possibilità umana nei sorrisi scambiati tra Isaia e Lara. Buon anno.

Massimo Bianco il 2018-01-07 01:14:51

Ah, presi dal vortice delle nostre esistenze finiamo presto per lasciarci indietro e rimpicciolire coloro che scompaiono, se non sono stati strettamente legati alle nostre esistenze e talvolta, ahi, forse, perfino se lo sono stati (o sembrati?). Grazie della visita, Elisabeth, buon anno anche a te.


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