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Bravi, violenti ragazzi

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Massimo Bianco

pubblicato il 2017-12-17 16:08:32


Prima parte. Bravi, violenti ragazzi (già apparsa su Neteditor).

I ragazzi erano riuniti nella sede del “Grifone fans club da battaglia” nel centro storico di Genova, in Via San Luca. Dovevano organizzare le coreografie e i combattimenti per la successiva domenica di campionato, quando il Genoa avrebbe giocato in casa della Lazio.

Quell’anno entrambe le squadre si erano dimostrate mediocri ed erano impelagate nella lotta per non retrocedere. Per fortuna ci pensavano gli ultras a tenere alto l’onore delle rispettive società. Nel campionato che li riguardava di persona, infatti, a sette giornate dal termine i fans club di Genoa e Lazio lottavano per lo scudetto parallelo, appaiati in terza posizione, staccati di cinque lunghezze dai guerrieri al vertice, i temibili e spietati Atalanta fauns, e di appena due dagli Inter constrictors, per giunta avendo ancora entrambi a disposizione lo scontro diretto con la capolista. Non sarebbe stato facile agguantare i bergamaschi, molto rafforzatisi rispetto alle stagioni precedenti grazie all'ingaggio di una banda di teppisti della Val Brembana e avvantaggiati da facili impegni contro l'ultima e la penultima in classifica, se tuttavia avessero superato l'ostacolo Lazio avrebbero potuto ancora aspirare allo scudetto stagione 2042-2043.

I Grifoni, ultras del Genoa e campioni in carica, avevano testa, cuore e fegato a sufficienza per puntare di nuovo allo scudetto. Inoltre sapevano infierire su ogni avversario in difficoltà in maniera così crudele da rasentare addirittura l’arte con la A maiuscola. Le nullità che ogni domenica calcavano il “campo verde”, cioè il tradizionale rettangolo di gioco in erba, e infangavano i colori del Genoa, moltiplicavano nei ragazzi le energie e la rabbia da scaricare sul loro terreno di gioco, il cosiddetto “campo grigio”, le gradinate in cemento.

Il match di andata tra le due bande metropolitane organizzate era stato intenso, sofferto e combattuto, con oltre un terzo dei lottatori schierati costretti all’abbandono prima del termine. Alla fine era stato dichiarato il pareggio, l’unico subito dal Genoa nel corso del girone di andata, e adesso, dopo un’infinita serie di proclami, entrambe le formazioni attendevano con ansia il giorno della resa dei conti.

In quel momento i ragazzi stavano discutendo sulla tattica migliore da utilizzare in battaglia.

“Le Aquile Lazio attaccano sempre sulle linee centrali.” – disse il biondo e robusto Gran Grifone Sergio Papa, il capo, anzi, il Papa, com’era ormai noto in tutta Italia in sostituzione del titolo ufficiale, a riprova del suo prestigio. – “Applicando la tattica a tenaglia li metteremo in difficoltà.”

“Basta che le ali siano capaci di reggere la spinta.” Commentò uno del gruppo, alto e asciutto, volgendo significativamente lo sguardo verso il tizio mingherlino al suo fianco.

Il commento accese una sequela di discussioni, perché Costantino Remaggi, nome di battaglia Res Bellica, il piccoletto chiamato in causa, punto sul vivo, si offese e rispose per le rime:

“Ma porca miseria, è troppo comodo scaricarmi le responsabilità, la sconfitta di domenica deriva da un errore tattico e comunque statisticamente doveva capitare, dopo tanti risultati utili consecutivi.”

“E poi tu e Sparviero non avete saputo eliminare vessillo e striscioni avversari, Mani di Pietra. Così ci avete fatto perdere sei punti e ci avete costretto a distogliere altre forze.” Puntualizzò un altro.

Pietro Corigliano, detto Mani di Pietra, orgoglioso ex pugile dilettante, non apprezzò il commento:

“Che cazzo dici, Cosa!” – il vice capo, un bestione largo e solido come un armadio, si chiamava Jack Allemani e Cosa era il suo nome di battaglia, in omaggio al personaggio dei Fantastici 4 – “ Se ci allontanavamo per levare gli striscioni come volevi vi travolgevano.”

“Piuttosto” – Aggiunse inviperito l'altro chiamato in causa, Sparviero – “se voialtri non vi facevate distrarre dagli striscioni insultanti e non lasciavate gli altri soli sul passante…”.

“Adesso basta, ragazzi, OK? Acqua passata. Ascoltiamo cosa dicono in tv.” Intervenne a quel punto con autorevolezza il Papa Sergio, vedendo che la discussione era diventata sterile.

Teleultracalcio, l’unica emittente telernet, tra quelle dedicate al calcio ventiquattro ore su ventiquattro, con egual spazio concesso al torneo giocato dai calciatori e a quello combattuto dagli ultras, stava mandando in onda proprio un servizio sulle squadre liguri.

L’attenzione di tutti si concentrò allora sullo schermo web ultrapiatto fissato a una parete. Mostrava immagini tratte dal recente derby della lanterna. Dapprima si trattò di normali azioni di gioco, culminanti nel gol della vittoria sampdoriana, che provocò tra i ragazzi un fremito d’ira così intenso da scuotere i vetri del locale. Dal vivo, impegnati com’erano in una concitata fase di guerra, si erano accorti del gol solo per l’urlo di gioia dei “tribunini”, il danaroso e molle pubblico pagante che assisteva al doppio spettacolo.

Infine le immagini tornarono nello studio, dove quattro opinionisti discussero dapprima sul match tradizionale e poi, finalmente, del loro derby.

“Ha destato clamore l’inattesa e pesante sconfitta dei lanciatissimi ultras grifoni del Genoa per 15 a 6.” – Disse il conduttore – “Cosa ne pensate di questo crollo? Il Genoa ha un pacchetto di spinta di potenza impressionante e veniva da uno score positivo di otto vittorie consecutive, di cui ben cinque da tre punti, e pareva ormai lanciato verso la vetta della classifica. Il crollo verticale della formazione ha colto un po’ tutti alla sprovvista.”

“Beh, sai benissimo anche tu che i derby fanno storia a sé e se ciò è valido per le partite verdi tanto più lo è per le grigie” – Rispose uno degli opinionisti, un noto scrittore web ligure ultrasettantenne dai lunghi e ormai radi capelli bianchi. – “Perdere un derby grigio è considerato ignominioso da ogni ultras, mentre un successo basta a rivalutare la stagione. Spesso proprio le formazioni più deboli riescono a quadruplicare le energie quando si trovano a combattere contro gli odiati cugini ed è proprio quanto è successo domenica. E poi gli ultras del Doria potenzialmente sono all’altezza del Genoa. Quest’anno ho seguito sovente i Pirati e posso assicurare che quanto a preparazione atletica, coraggio e capacità strategiche non sono secondi a nessuno. Quanto a mio parere gli manca è la necessaria furia agonistica e un pizzico di cattiveria. Quei lupi di mare hanno cuore e fegato da vendere, ma non sanno infierire sugli avversari, ecco perché navigano a metà classifica…”

A quel punto, mentre i commentatori continuavano a parlare, andarono in onda altre immagini della domenica precedente, incentrate stavolta sugli scontri tra le tifoserie.

Dapprima i ragazzi si rallegrarono rivedendo La Cosa, con indosso il suo famoso abito arancione finto roccioso, prendere i nemici a pugni e conquistare posizioni su posizioni al comando del proprio reparto. Le scene successive furono però seguite in un mesto silenzio, sporadicamente interrotto da mugolii di vergogna. Esse mostravano la rotta del 98’. Gli incontri-scontri sugli spalti iniziavano ufficialmente un quarto d’ora prima del fischio d’inizio della partita tradizionale. Siccome erano assai dispendiosi, ogni 40 minuti c’era un intervallo, in cui le posizioni dovevano essere rigorosamente mantenute, pena pesanti penalità e squalifiche. I combattimenti riprendevano alla fine di ogni tempo verde e terminavano 40 minuti dopo il triplice fischio finale, quando una sirena ordinava l’immediata sospensione delle ostilità. Dunque il match grigio durava in totale due ore.

Al 98’ gli ultras della Sampdoria, in un impeto di rabbia furibonda, avevano travolto l’ala destra Genoana lasciando sul campo ben dodici avversari. Era stato l’inizio del crollo.

I ragazzi ora dovettero guardare alcuni nemici, tra cui il vice capitano sampdoriano Olonese, un figuro dagli occhi spiritati, sospingere indietro una mezza dozzina di ragazzi, travolgerli e calpestarli mentre procedevano accanitamente in avanti.

Subito dopo Res Bellica, il piccolo karateca ed ex calciatore al comando dell’ala destra, ammirò sé stesso mentre, insieme ad alcuni compagni, si lanciava nella calca armato di randello gommato per aggredire un plotone di energumeni avversari. Gli occhi gli brillavano mentre si rivedeva schizzare in avanti a piedi uniti e spianare un bestione che pareva forte come un toro, per poi rimettersi immediatamente in guardia e, intanto che quello cercava ancora faticosamente di rialzarsi in piedi, stenderlo a mano nuda con un preciso colpo di taglio alla base del collo. Nelle riprese si rivolgeva quindi, rapido come un furetto, all’antagonista successivo, accoppandolo con una secca randellata sulla tempia, mentre questi si trovava avvinghiato a uno degli altri guerrieri. Infine il gruppetto di Costantino veniva a sua volta travolto dalla pressione sampdoriana mentre lui stesso subiva una percossa al fianco con una mazza da baseball, per fortuna senza essere preso in pieno perché, nonostante gli abiti imbottiti, un colpo del genere avrebbe potuto causare seri danni.

Le telecamere si concentrarono quindi sul Papa. Sergio era stato impegnato a combattere coi suoi uomini al centro degli spalti, menando gran fendenti e seminando il panico tra i nemici. Aveva però dovuto interrompere l’azione per trattenere l’impeto dei nuovi avversari e così, preso tra due fuochi, era stato abbattuto da una violenta sprangata alla schiena dal Gran Lupo di mare in persona, comandante in capo dei Pirati, che si era quindi scagliato su di lui mentre era ancora disteso a terra, mettendolo definitivamente fuori gioco.

Tutto ciò era accaduto sotto lo sguardo compiaciuto dei poliziotti in tenuta antisommossa. Costoro si limitavano ad assicurarsi che i combattenti rispettassero le regole e non cercassero di scavalcare le transenne per andare a disturbare il pubblico pagante, evento peraltro rarissimo. Erano poi liberi di fare il tifo per l’una o l’altra banda e commentavano ad alta voce con tono professionale le fasi salienti degli scontri.

Ma come si era giunti a un tale stato delle cose? All’origine di tutto c’era, forse, la progressiva iper tecnologizzazione e disumanizzazione della guerra che, allontanando per sempre l’era gloriosa dei singolar tenzoni, vanificava la naturale aggressività umana, costringendola a cercare altri sbocchi. E il calcio si era dimostrato la valvola di sfogo ideale.

La violenza negli stadi italiani ha una lunga storia. Forse a detenere l’onore del più remoto scontro documentato nel Bel Paese è un Juventus Genoa del 1905: un’invasione di campo costrinse, a quanto pare, alla sospensione della partita. Successivamente gli incidenti si ripeterono sempre più sovente. Un evento particolarmente grave si registrò nel gennaio 1914, al termine della partita Spes Livorno – Pisa Sporting club. Dopo un’iniziale sassaiola, tra le due tifoserie si verificò addirittura uno scambio di pistolettate.

Poi, via, via che il calcio divenne sport di massa, teppismo e scontri s’intensificarono in maniera esponenziale. Migliaia di ragazzi scelsero quel luogo d’incontro e aggregazione per scaricare le proprie frustrazioni contro gli avversari e le stesse forze dell’ordine. A quel tempo non si riusciva più ad arginare i teppisti e migliaia di poliziotti presidiavano, quasi in assetto di guerra, ogni impianto, non solo di serie A ma perfino delle categorie minori. Atti di vandalismo si verificavano nelle zone limitrofe agli stadi già nelle ore precedenti alle partite e proseguivano dopo gli incontri. Molti appassionati non osavano più portare mogli e figli a vedere la squadra del cuore per paura di coinvolgerli in incidenti. Ogni tanto il governo dava un giro di vite, garantendo brevi periodi di calma relativa, ma alla lunga non c’erano tornelli che tenessero, prima o poi le violenze degli ultras tornavano a prevalere.

La grande innovazione risaliva a una quindicina d’anni prima, nel corso del terzo decennio del nuovo millennio. Fu l’allora presidente del consiglio, il discusso magnate tv Pier Silvano Garlasconi, a partorire l’idea geniale. Perché, si chiese, non regolamentare le violenze negli stadi, in modo da convogliarle affinché nessun innocente vi restasse coinvolto e lo Stato risparmiasse sulle spese? Le sue emittenti avrebbero inoltre avuto un nuovo appassionante spettacolo da trasmettere.

Una volta convinta l’opinione pubblica, superata la scontata e ottusa resistenza dell’opposizione e trascorso il necessario periodo di sperimentazione, si arrivò alla regolamentazione che vige ancora ai giorni nostri. Sarebbero stati dunque disputati due campionati paralleli. A quello tradizionale 11 contro 11, giocato sul rettangolo verde dal cui colore avrebbe preso il nome, se ne sarebbe aggiunto un secondo, detto “grigio”, per la tinta prevalente sulle gradinate in cemento.

Ciascuna banda di ultras avrebbe avuto a disposizione rose di 150-200 guerrieri da cui estrarre le formazioni che avrebbero combattuto i vari match. Gli scontri si sarebbero svolti in zone degli spalti appositamente attrezzate e a prova di danneggiamenti, dove i guerrieri avrebbero lottato a mani nude o usando armi contundenti accuratamente calibrate per limitare i danni. Al punteggio finale avrebbero contribuito sia i successi conseguiti in battaglia sia i risultati ottenuti nella preparazione delle coreografie e nella difesa del proprio vessillo. Alla fine sarebbero stati assegnati 3 punti in caso di vittoria larga, cioè avendo totalizzato più del doppio del punteggio raggiunto dagli avversari, due punti per le vittorie di stretta misura, uno per il pareggio e ovviamente zero in caso di sconfitta. Sarebbero state inoltre comminate squalifiche e penalizzazioni in caso di irregolarità.

Il sistema funzionò egregiamente. Con l’avvento del campionato ultras, i ragazzi più facinorosi presero a sfogarsi negli stadi, trasformando la mera violenza in sport e arte. In Italia non si verificarono quasi più né violenze, né atti di vandalismo gratuito né tensioni sociali, le città divennero molto più vivibili e calò perfino il tasso di criminalità. Gli incontri venivano trasmessi in diretta tv e chi desiderava godersi lo spettacolo dal vivo aveva a disposizione zone appositamente delimitate per il pubblico pacifico, assolutamente sicure, da cui si potevano seguire senza rischi sia gli incontri sia gli scontri.

E il successo fu così enorme che il sistema prese a diffondersi nel mondo. Dopo il buon esito del recente torneo europeo, si meditava perfino di organizzare i primi campionati mondiali paralleli a quelli ufficiali. Gli italiani potevamo andar fieri della grande innovazione da loro conseguita.

Intanto in sede il video si restrinse e si oscurò. Sergio aveva interrotto la connessione. Questi aveva la spalla destra ancora fasciata e dolorante, ma stringeva indomito i denti, ben deciso a partecipare ugualmente al match successivo. Era dunque giunto il momento di terminare il piano strategico e studiare le vie di fuga e d’attacco dell’Olimpico.

Quando Sergio Papa diede finalmente il rompete le righe, Res Bellica si fece accompagnare dagli amici in un ipermercato automatico in funzione ventiquattro ore su ventiquattro. Doveva fare la spesa per sua madre, troppo ammalata per provvedere da sé. Una volta visionati i prodotti, battuti alla consolle e inviati a domicilio con consegna web istantanea, lui, La Cosa e Mani di Pietra decisero di rilassarsi un paio d’ore al vicino pub, chiacchierando e bevendo birra e whisky.

“Sai Jack” – raccontò Mani di Pietra, in vena di confidenze, dopo aver trangugiato il terzo beveraggio – “io non ho mai saputo cosa volevo davvero dalla vita. Credo proprio di essere un buono a nulla. Da bambino sognavo di andare all’università e diventare medico. Invece non sono nemmeno riuscito a finire le superiori. Non riesco a terminare nessuna delle attività che comincio. Quando a diciannove anni ho smesso la scuola, avevo accumulato tre bocciature ed ero odiato da tutti i professori.”

“Che ti frega, Pietro. Adesso ai medici il lavoro glielo procuri, sei nel campo ugualmente, no?” Rispose La Cosa, ridacchiando.

“Non scherzare, per favore, Jack. Certo, tu hai ragione, non mi posso lamentare. Sono stato anzi fortunato e già non vedo l’ora di tornare a menar le mani. Volevo solo dire che… ecco, senti, io non ho mai ottenuto successi nella vita, da nessuna parte. Nemmeno come pugile ero un granché…”

“Ma se hai vinto undici incontri.”

“Sì, ma l’ultimo anno ne ho persi tre dei cinque disputati e il mio ultimo incontro l’ho vinto solo perché combattevo in casa, ma ne ho prese un sacco e dopo il verdetto sono uscito tra i fischi. Troppi sacrifici, vita troppo dura, non avevo sufficiente forza di volontà. Ho il pugno pesante, lo sai anche tu, e volendo avrei potuto essere un numero uno, ma non avevo le palle per fare carriera. Non ci credevo più e ormai erano più le botte che prendevo di quelle che davo. Il mio destino era di diventare un pugile suonato, come in quel vecchio film a episodi, hai presente, con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. La mia è sempre stata una vita di merda.”

“Ma non è vero, dai, dopotutto anche qui prendiamo tante botte, eppure non ti tiri mai indietro.”

“Ed è tutto merito vostro. Proprio questo volevo dire. Sono felice di avere trovato qui gente con le palle quadrate, come te, ecco. È grazie a voi se mi sento bene e ho finalmente trovato la mia strada.”

“Ha ragione, Jack, anch’io devo ringraziare tutti voi e il Papa per avermi voluto.” – Interloquì Res Bellica. – “Quando giocavo a calcio ero pieno di illusioni. Poi mi ruppi i legamenti e dovetti rinunciare ai miei sogni, un lavoro decente dopo la scuola non riuscivo a trovarlo e io, beh…”

Per nascondere il disagio Jack si mise a ridere sgangheratamente, interrompendolo.

“Ehi, ma mi volete proprio mettere in imbarazzo voi due, stasera?” – Commentò poi. – “Siamo qui per fare bisboccia, non per piangerci addosso. Forza, il prossimo giro l’offro io! Baristaa.”

Erano ancora lì a bere e a discorrere quando notarono tre ragazze sui diciotto vent’anni intente ad osservarli da lontano, a occhi spalancati. Accortasi di aver attirato la loro attenzione, una delle tre, una brunetta coi capelli tagliati cortissimi, alla maschietta, piccola di statura e rotondetta ma assai graziosa, si fece allora coraggio e s’avvicinò al tavolo per chiedere gli autografi. Jack La Cosa Allemani l’accolse con un sorriso soddisfatto.

“Stasera si rimorchia, ragazzi.” Sussurrò poi, piegandosi un momento verso gli amici.

Per tutta risposta Pietro sorrise a trentadue denti, già pregustando le gioie del sesso, Res invece si dimostrò assai meno entusiasta, perché tali avventurette gli causavano disagio.

A prima vista le loro esistenze apparivano limitate, perché sembrava esistere solo il club, per il quale scatenavano violenze inaudite, ma in realtà non erano solo brutali picchiatori. Jack Allemani era semmai un allegrone, sfrontato ed estroverso. Costantino Remaggi e Pietro Corigliano invece erano persone tranquille, timide e gentili. Tutti e tre erano dei bravi ragazzi ma nessuno, vedendoli scatenarsi sugli spalti, dove si trasfiguravano, se lo sarebbe potuto immaginare.

D’altra parte era proprio quella valvola di sfogo a permettergli di restare brave persone, ripeteva sempre a sé stesso Res bellica, l’esperto in statistiche del gruppo. Altrimenti, costretti a reprimere la loro aggressività latente, sarebbero stati da tempo sopraffatti dalle proprie frustrazioni. Oltretutto, grazie all'interesse mediatico sviluppatosi, i combattenti migliori guadagnavano piuttosto bene. Come lui amava sempre ripetere, il calcio gli aveva salvato la vita. Era, infatti, convinto che se non si fosse fatto coinvolgere nelle attività degli ultras sarebbe diventato un disadattato e sarebbe finito in galera. Così invece tutti loro, grazie al Grifone e, ovviamente, alle indubbie capacità che li contraddistinguevano, erano amati, invidiati e riveriti: erano finalmente diventati qualcuno. Alla faccia dei soliti benpensanti ipocriti, giornalisti antiquati o sociologi mediocri che, lui lo sapeva bene, criticavano, contestavano, ma sotto, sotto erano soltanto frustrati e invidiosi, perché troppo deboli o vili o vecchi per scaricarsi in maniera sana come loro. E poi in fondo non se la prendevano con gli innocenti, ma solo con chi perseguiva la loro medesima scelta di vita.

E domenica, come promisero i tre all’unisono per farsi belli con le neo arrivate, gliela avrebbero fatta vedere agli aquilotti Laziali. Sarebbe stata una battaglia indimenticabile, da commemorare a memoria futura negli annali del calcio grigio.


 

Seconda parte. Noi, ultras combattenti (mai proposta su Neteditor).

 

Davanti allo stadio gremito per la sfida ultras di cartello e dopo la tradizionale sfilata in costume lungo i fori imperiali, guidata dal Papa abbigliato con il suo famoso manto papale da parata in mezzo ai fans inneggianti e alle ragazzine entusiaste, le prime due frazioni dell'incontro grigio erano terminate sul risultato di 7 A 7. L'incontro verde si era invece già concluso con l'ennesima ignominiosa sconfitta genoana, per 2 a 0. Cominciava ora il terzo, decisivo, tempo grigio. Dei centoquarantaquattro titolari, settantadue per parte, ne erano già usciti di scena venticinque.

“Forza, ragazzi, è tempo di distruzione.” Tuonò La Cosa, partendo come sua abitudine lancia, anzi, spranga (gommata) in resta all’assalto.

I primi a entrare nella mischia dietro a La Cosa furono Sparviero, Res, Mani di Pietra, L’Incredibile Franz, Poiana, una delle cinque sole donne nella formazione titolare, in gamba più della maggioranza degli uomini, e Condor, membro noto per la sua cattiveria. Li seguivano da presso Nibbio, un vivace nuovo entrato, acquistato durante la campagna acquisti di rinforzo di gennaio, Rinoceronte, vestito come il grigio pachiderma super criminale della Marvel Comics, compreso un copricapo duro e bicornuto, ammesso come sua arma personale dalla federazione, e i tre fratelli Cretesi, così chiamati perché come nomi di battaglia usavano quelli di Talos, il gigante di bronzo, la cui imbottitura sotto la divisa rossoblu era dipinta proprio a ricordare la lega metallica, Minosse, adeguatamente incoronato, e Minotauro, con la testa ricoperta da una maschera di toro, valida anch'essa come arma, tra le cui corna campeggiava la berretta del Genoa.

Giunto in mezzo agli avversari, Res riconobbe Commodo, uno dei giovani laziali più quotati, già in odore di luogotenenza, e si esibì in una perfetta tecnica di Kung fu, atterrandogli sullo stomaco. Nello stesso momento Rinoceronte e Minotauro caricarono a testa bassa un laziale ciascuno e gli si avvinghiarono. Poco più avanti anche La Cosa si era invischiata in una serie di corpo a corpo, spalleggiato da Sparviero e Mani di Pietra, che agitavano vorticosamente sopra le loro teste nodosi randelli, gommati ma pur sempre duri e pericolosi. Grazie alla protezione fornitagli dal caschetto da ciclista, resistette a un colpo di sbieco e quindi travolse col suo peso l’ultras che lo aveva colpito, un mastodontico colosso più obeso che muscoloso, assestandogli un terribile colpo Zinedine Zidane, tecnica così chiamata da un famoso calciatore francese di trentacinque anni prima, passato alla storia per aver steso un avversario con una testata nella finale del campionato mondiale. L’energumeno buttò fuori il respiro mentre gli occhi quasi gli uscivano dalle orbite. Ormai lo aveva in pugno. Mani di Pietra fu però a sua volta aggredito e presto si trovò separato dai compagni. Poi un manganello gli si abbatté sulla testa, facendolo cadere in ginocchio. I Cretesi intanto rintuzzavano un affondo laziale assestando colpi devastanti, affiancati da un Rinoceronte impegnato allo spasimo a pugni e cornate... Lottare, lottare e lottare e non pensare a null’altro, il tempo delle tattiche era terminato, oramai contava solo la forza bruta.
Nel giro dei dieci minuti successivi quella divenne la zona fulcro in cui si concentrarono gli scontri. Una dozzina di genoani, al comando di Ivan il terribile, e una quindicina di laziali, guidati da Hitler e dal suo luogotenente Goebbels, accorsero da varie parti per dar man forte agli uni e agli altri e la lotta divenne furibonda. Un poco più tardi, mentre l’orizzonte degli eventi si spostava lentamente verso la metà campo laziale, Res, Talos e Poiana unirono le forze e isolarono Allocco e Civetta – i bianco celesti prediligevano i nomi dei rapaci notturni – attaccandoli con violenza.

Il Civetta fu liquidato in capo a pochi secondi grazie a una precisa serie di colpi.

“E ora resti tu, uccellaccio.” Rise l’enorme Talos, mentre immobilizzava un braccio di Allocco.

Poiana, autentica Walkiria, dal fisico solidissimo, bloccò l’altro e a quel punto fu facile per Res assalirlo senza che questi potesse reagire.

Un cazzotto, due, tre. Allocco urlava e rimbalzava avanti e indietro sotto gli urti, tenuto sempre saldamente dagli altri due. Era una vera goduria.

“Forza, dai colpisci, bravo così, che figata.” Incitava Poiana.

“Va bene, ci siamo divertiti abbastanza.” – Commentò infine Res, assestando il colpo risolutivo che fece perdere conoscenza ad Allocco. – “Questo per un mese non gioca più.”

“Andiamo, allora, gli altri si sono allontanati.” Esclamò Poiana, chiaramente sovreccitata.

Res le rivolse un’occhiata. La ragazza, alta e soda, possente e formosa, i capelli tagliati cortissimi, quasi quanto quelli dei maschi, ma con in più una crestina punk, era una bella ragazza, che sprizzava vitalità da tutti i pori e Res non era certo così insensibile da non apprezzarla esteticamente. Una compagna d’arme coi fiocchi, in ogni senso, non poté fare a meno di pensare.

“Un istante solo. L’altro uccellaccio si sta riprendendo.” Avvisò poi, ritrovando la concentrazione.

“A quello ci penso io.” – Intervenne Talos. – “Voi andate avanti, vi raggiungo subito.”

“Ok, non stare a perderci troppo tempo dietro, però.” Rispose Res, già incamminandosi, mentre il robusto e sorridente compagno iniziava a colpire Civetta che, rimasto ormai privo della sua maschera da rapace notturno, mostrava un'espressione del tutto inebetita sul volto tumefatto.

Poco dopo i due incapparono in un corpo privo di sensi.
“Ehi, ma quello non è L’incredibile Franz?”
Res si avvicinò e lo tastò con delicatezza. “È messo male, cazzo.” Disse poi.
“Sarà meglio spostarlo in un punto più tranquillo e approntare le prime cure.” Aggiunse Poiana.
In quel momento sopraggiunsero Talos, Minotauro e Jack Allemani, mentre un gruppo di laziali si avvicinava a sua volta. Talos teneva in mano la maschera grigia e cornuta di Rinoceronte.
“L'ho trovata abbandonata qua dietro. Di lui nessuna traccia.” Spiegò preoccupato.
Gli altri lo fissarono sgomenti. Il loro indomito compagno non avrebbe mai rinunciato alla sua arma copricapo, se fosse stato ancora in grado di lottare. Doveva essergli successo qualcosa di grave.
“Dobbiamo cercarlo.” Esclamò Res, ancora accovacciato accanto a Franz.
“No. E non statevene lì impalati.” – Intervenne La Cosa. – “Non c’è tempo per i soccorsi, vendichiamoli e impediamo ai Laziali di recuperare metri fino all’arrivo degli altri, forza!”

Senza ulteriore indugio, tutti e cinque si gettarono nuovamente nella mischia.

Per alcuni minuti i genoani mantennero saldamente le posizioni finché, dal lato della vecchia pista d’atletica sotto al loro settore, sopraggiunsero, dopo avere respinto e disperso il reparto di Massimino il Trace, un bruto gigantesco, i restanti genoani guidati dal Papa e da Ivan il Terribile raggruppati.

Il Papa marciava in testa alla truppa, sicuro di sé e sprizzando da ogni poro il proprio ascendente. Res lo vide infierire su un avversario, sorridere crudelmente mentre lo guardava urlare di dolore, colpirlo ancora e poi gettarlo di lato privo di sensi e riprendere la marcia. E dietro a lui, trascinata dalla sua volontà ferrea, l’intera banda procedeva inarrestabile.

Grazie a quest’ultima riunificazione delle forze, la Lazio crollò definitivamente, lo stesso Rapace Imperatore Hitler perse i sensi, sconfitto in un breve corpo a corpo dal Papa in persona e i grifoni poterono avanzare velocemente attraverso la metà campo avversaria fino a conquistare il vessillo bianco-celeste. Quando la sirena interruppe i combattimenti, la vittoria aveva senza dubbio alcuno arriso ai colori del Genoa.


 

In sede, il pomeriggio successivo, fecero il conto dei danni, che stavolta erano stati così ingenti da rasentare la vittoria di Pirro. Pietro Corigliano Mani di pietra aveva una commozione cerebrale, si era fatturato la mascella, sei costole e altre ossa varie, inoltre aveva subito una preoccupante emorragia interna. L’indomani avrebbe dovuto esser operato chirurgicamente, per cui la sua stagione era finita. Avrebbero dunque dovuto procedere all’elezione di un nuovo luogotenente che lo sostituisse almeno fino a fine campionato. Pietro era un guerriero di notorietà internazionale, tra i papabili per la convocazione in azzurro, nel caso fosse stato organizzato il mondiale parallelo come pareva. La serietà del suo infortunio faceva quindi rumore. Inoltre anche Nibbio sarebbe finito sotto i ferri per via dei colpi ricevuti nei minuti finali. E di feriti ce n’erano stati parecchi altri. Erano K.O. ben trenta ragazzi, tra cui atleti popolari come l’Incredibile Franz e il cretese Minosse.

Ma, soprattutto, il povero Rinoceronte era spirato in ospedale alcune ore dopo la fine della partita a causa della gravità delle ferite riportate in combattimento. Non era la prima volta che accadeva l'irreparabile, in precedenza quell'anno erano già morti cinque ultras, ma lui era il primo grifone caduto nelle ultime tre stagioni e ne furono tutti addolorati. Per giunta anche un laziale era rimasto ucciso nei combattimenti di quel giorno, perciò le polemiche parevano inevitabili.

Quando infine Pietro Mani di Pietra, le cui condizioni erano andate via via aggravandosi, la notte successiva all'operazione cadde in coma, i suoi amici non fecero quasi neppure in tempo a disperarsene, perché subito i benpensanti ne approfittarono per chiedere a gran voce l'abolizione del campionato grigio e stavolta con ragionevoli possibilità di trovare sponda tra le autorità competenti.

“Ipocrisie, sono tutte solo fottute ipocrisie” – gridarono in coro i ragazzi, furibondi – “non ci dobbiamo lasciare intimidire, dobbiamo reagire.”

E così, il mattino dei funerali, Sergio Papa, che non poteva sopportare simili atteggiamenti, ribadì il concetto con chiarezza, al termine della messa celebrata nella cattedrale di Genova dall’arcivescovo in persona, davanti alle telecamere delle emittenti di tutta Europa e alle migliaia di persone che riempivano all’inverosimile la chiesa e il sagrato:

“Non era forse peggio quando i soliti stronzi si scaricavano correndo come pazzi in auto, ubriachi, mettendo a repentaglio la vita di tanti innocenti? Non era peggio quando qualcuno rapinava una tabaccheria e faceva fuori il proprietario per quattro soldi? Non era peggio quando le bande di ragazzi sudamericani aggredivano e picchiavano vecchi e bambini per le strade? Oggi tali situazioni non si verificano più. Noi ultras non coinvolgiamo mai degli innocenti. Chiunque partecipi agli scontri sa a cosa sta andando incontro. Rinoceronte è morto col sorriso sulle labbra e Mani di Pietra ha un'espressione serena sul volto, venite pure a vederlo, se non ci credete. Questa è la nostra personale scelta di vita e merita rispetto. Noi non siamo gente qualunque, siamo i gloriosi ultras combattenti dei Grifoni. Non dimenticatevelo mai, voi che ci state ascoltando, comodamente seduti nelle vostre poltrone. Signori e signore, giù il cappello dinanzi a tutti noi, Ultras Combattenti.”

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2017-12-17 16:42:59
bello! l'ho letto tutto d'un fiato. Un campionato parallelo, che alla fine si rivela una valvola di sfogo contro la violenza urbana. Bella idea e ottima pure la scelta dei nomi di battaglia. Chissamai che tra pochi anni, visto come vanno le cose, non si debba davvero cercare il modo di incanalare la rabbia dentro veri e propri campionati della violenza. Piaciuto molto. Ciao Massimo P.S. forse c'è un refuso: il (n) sede il video,

Massimo Bianco il 2017-12-17 21:31:53
Ti ringrazio per l'apprezzamento, Giancarlo,è bello sapere che, come dici, sul web si riesce e leggere tutto d'un fiato, vuol dire che funziona ed è adatto al web malgrado la lunghezza. E in effetti visto che altre maniere per tenere sotto controllo le violenze negli stadi e altrove, tipo i Black Block... Hai ragione, quello che segnali è un refuso, provvedo subito a correggerlo, è un mistero come dopo anche decine di letture continuino a restarne.

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BigTony il 2017-12-19 11:09:54
Ho iniziato a leggerlo e sono arrivato fino in fondo, nonostante la mia prima repulsione dovuta al soggetto (lo ammetto, il mondo del calcio e tutto ciò che lo circonda mi causano l'orticaria), e solo per l'autore che merita ampia fiducia, e alla fine devo ammettere che ne sono rimasto abbastanza soddisfatto. In fondo si tratta di un soggetto che al calcio si ispira solamente, per svilupparsi in un ambito molto più fantasioso. Ho apprezzato i richiami al mondo del fumetto supereroistico. Hai immaginato un sistema per incanalare e controllare tutto ciò che di violento e deteriore circonda il calcio e ne è venuto fuori qualcosa di, ripeto, molto fantasioso. Raccontato col tuo stile e quindi ben leggibile e godibile. Un caro saluto.

Massimo Bianco il 2017-12-19 12:17:04
Grazie per la fiducia, allora, che mi fa onore. In effetti qui di calcio in realtà non si parla quasi. Come è giusto, secondo me, anche perchè per gli stessi ultras più violenti secondo me il calcio, per quanto ne facciano una religione, è soltanto una scusa pre riunirsi e sfogare le proprie frustrazioni. Fantasioso, sì, indubbiamente, inoltre godibile, dici, e ne sono lieto. Ciao.

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Colosio Giacomo il 2017-12-19 13:36:05

L'età ( mia) avanza e forse posso sbagliarmi ma su PR mi pare che tu li avessi pubblicati entrambi...non ricordavo troppo bene per filo e per segno la trama, sapevo solo che si trattava di ultras del calcio, sport che mi appassiona molto avendolo anche praticato. Che dire, me li sono bevuti entrambi e, forse proprio per il tema trattato, li ritengo "unici" nel panorama letterario web. Quindi da me un applauso, come credo di averti tributato su PR, forse uncio, anche per la lunghezza che a quei tempi era aborrita( vedi taglio web, origine di molti mali). Ciaociao, complimenti vivissimi e Buon natale a te, Massimo.

Massimo Bianco il 2017-12-19 22:51:57

No, non sbagli, però hai ragione solo in parte. Ti spiego. Su Net come su PR il racconto terminava con quella che qui invece è la fine della prima parte. Su Neteditor mi ero fermato lì perché Rubrus era stato l'unico (!) a commentarlo, su PR invece un po' di interesse c'era stato e avevo così pubblicato una seconda parte lunghissima, oltre seimila parole, più lunga di com'è ora qui il racconto intero (poco meno di cinquemila), al punto che avevo dovuto dividerla in due puntate (per cui su PR gli scritti sul tema erano e sono addirittura 3): decisamente troppo lunga. Nelle scorse settimane, infatti, quando ho pensato di riproporre questo racconto e l'ho riletto, ho trovato il finale monco, però aggiungere seimila parole non mi andava, anche perchè rileggendolo mi ha fatto la stessa impressione che mi fecero gli episodi 2 e 3 di Matrix rispetto al primo film (che mi era piaciuto molto): troppe battaglie fini a se stesse e troppe situazioni inutili: se da quei due film successivi al Matrix originale ne avessero ricavato uno solo avrebbero ottenuto un risultato artistico migliore. E allora ho deciso di rifare "Noi, Ultras combattenti" radicalmente. Il secondo racconto iniziava con il viaggio in treno verso Roma, che qui ho eliminato totalmente, poi proseguiva con la parata ai Fori imperiali, che qui ho solo citato, poi proseguiva ancora con i primi due tempi della battaglia, di cui qui ho solo riportato il risultato (per giunta cambiandolo). Ho quindi ripreso la storia dall'inizio del terzo tempo, ma in origine Pietro Mani di pietra non finiva in coma destinato, probabilmente, a morire, chi invece moriva insieme a Rinoceronte era un altro personaggio minore. Col senno di poi però a mio parere l'efficacia drammatica della storia richiedeva che fosse uno dei protagonisti a cadere vittima delgi scontri, e così ho rifatto anche il finale della battaglia. Insomma quello che leggi qui ora è molto diverso da ciò che leggesti allora. Ciò detto ti ringrazio della visita e dell'apprezzamento.



P.S. Una nota curiosa, già che ci siamo: stramente su PR il primo episodio è in assoluto il mio racconto di gran lunga più visualizzato, a oggi ha addiruttura superato le 7000 letture, quando lì tutti gli altri miei racconti (e anche quelli di Neteditor) si fermano (o fermavano) più o meno a 2 o 3000, un vero mistero per me, l'unica spiegazione che mi do è che qualche utlras di una squadra di club importante vi sia incappato per caso, lo abbia apprezzato e lo abbia segnalato ai colleghi. Ciao.


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Rubrus il 2017-12-19 19:39:45
Inevitabile pensare a Rollerball, il film degli anni '80 con James Caan, molto prima che Kathy Bates gli fracassasse i piedi (i remake non li prendo in considerazione). Ricordo di averlo visto su net ma di non averlo commentato perchè a leggere i racconti sul calcio faccio fatica. Il racconto, però, parla in realtà dell'istinto alla violenza, ineliminabile negli esseri umani e con il quale lo sport gioca a nasconderello. Sappiamo che il calcio storico era molto più violento di qualunque sport attuale e che, ancor prima, già ai tempi degli antichi Romani, gli scontri tra tifoserie erano all'ordine del giorno. Poi il calcio si è sublimato, ma l'istinto alla violenza rispunta fuori. E' un racconto pragmatico che prende atto di questo fatto e del modo in cui questa ipotetica società distopica lo gestisce. Tra l'altro ci fornisce anche un punto di vista "interno" che direi plausibile.

Massimo Bianco il 2017-12-19 23:05:17
In realtà ti sbagli, il racconto che non avevi commentato si intitola "Il calciatore migliore è quello orfano", che parla di intemperanze dei genitori durante una partita di calcio giovanile ma che non intendo riproporre. Questo invece tu eri stato addirittura l'unico a commentarlo (e quindi te ne ringrazio di nuovo) almeno fino a quattro mesi e mezzo dopo, quando lo riproposi uguale dopo aver cancellato il precedente. E anche lì citasti Rollerball, ma ecco qui il tuo commento originale, che ho conservato (che ci vuoi fare, io mi affeziono ai commenti che ricevo): "Ottimo racconto, ben pensato e ben scritto. Interessante anche l'analisi del fascino perverso dello scontro fisico, vis a vis. Inevitabile ricordare Rollerball, ma il brano ha una sua dignitosa ed attuale autonomia. Piaciuto molto." Come vedi quindi allora lo avevi pure apprezzato appieno. E sono molto lieto di ritrovarti qui oggi, a distanza di ben sei anni abbondanti. Ciao.

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