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FILO': La borda dell'argine vicino a Po

"L'APOSTROFO" Narrativa di gruppo Progetti editoriali digitali e non

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2017-12-14 20:30:27


                           AUTORI VARI (AA. VV.) PRESENTANO: FILÒ
               http://www.paroleintornoalfalo.it/lettura.php?testi_id=406

 

                                                

C
'erano una volta un panettiere, Gino, e sua moglie, Simona, che vivevano sereni poiché avevano un pingue conto corrente in banca.
Avevano un pezzo di terra e beni e la loro agiatezza aumentava di anno in anno.
Ma i guai arrivano per tutti e infatti capitò loro una sventura dopo l’altra, tanto che tutta la loro ricchezza poco a poco svanì e infine si ritrovarono a possedere a malapena, gravati da un' ipoteca, il forno e il negozio di panetteria nel quale vivevano.
Il prestinaio era in difficoltà e pieno di debiti, non riusciva a dormire e passava tutte le notti ad agitarsi e rivoltarsi in preda all’ansia.

 

Una mattina s'alzò prima dell'alba, uscì all'aperto, sperando che l’aria fresca potesse sollevargli un poco il morale.
Una lieve foschia rendeva impalpabili i suoi passi sul terreno.
Mentre passeggiava sull’argine vicino all’Olona, che conduceva a Po, sentì che qualcosa si muoveva nell’acqua del torbido affluente.
Si voltò e vide una donna bellissima venire fuori dal canale.

 

                                             

Con esili mani delicate scostava dalle spalle i capelli color dell’oro, così lunghi che le ricadevano setosi lungo l’affusolato corpo chiaro.
Lui capì subito che era la Borda dell’argine vicino a Po.
L’aveva imparato da bambino dagli anziani del paese: era un fantasma di donna, una strega, una fata arrabbiata, nessuno lo sapeva di preciso.
Ma era malvagia.
Infatti stava cantando una sinistra nenia: 

“Ninna nanna, la Borda

lega i bei bambini con una corda.

Con una corda e con una cordicella,

lega i bei bambini e poi li stringe,

con una corda e con un legaccio,

lega i bei bambini e poi li ammazza.”

 

Per lo spavento non sapeva nemmeno se scappare via o restare fermo, ma poi lei parlò, e con voce dolcissima lo chiamò per nome e gli domandò perché fosse così triste.
Dapprima il panettiere non aveva voce, ma quando la sentì parlare così gentilmente si fece coraggio e le raccontò che un tempo era stato ricco e felice, ma adesso era così povero che non sapeva più come fare.

«Non ti preoccupare», disse la Borda, «ti farò ricco e gioioso come non sei mai stato; devi soltanto promettermi che mi darai quel che è appena nato in casa tua e che farai per una sola volta l’amore con me, ora.»
Detto questo la donna si sdraiò per terra con le cosce aperte e senza pensarci troppo, Gino si calò le braghe e le mutande ed entrò nel suo corpo sinuoso.

«Ma sì, na’ sciacquada na’ lavada par neanche adoperato, occhio non vede e cuore non duole; e poi che mai può essere quella nascita», pensava mentre faceva l'amore con lei, «se non un cagnolino o un cucciolo di gattino?» e le promise quel che voleva.
Raggiunto l’orgasmo la Borda scivolò via sott’acqua e svanì e il panettiere, sentendosi molto meglio e rinfrancato tornò in fretta al negozio, ma non era ancora giunto alla porta che Simona lo abbracciò con impeto:
«Gino ho fatto il test di gravidanza: aspettiamo un bimbo!»

Gino restò impietrito come se fosse stato colpito da un fulmine; capì subito che la Borda l’aveva ingannato.
In principio Simona pensava che Gino era stato colpito dalla notizia, ma quando notò che si era messo a letto vicino a lei con sguardo mesto gli chiede: «Perché sei così triste, non è bellissimo pensare al nostro bambino?»
Allora Gino prese coraggio e, omettendo il suo tradimento le raccontò quel che gli era accaduto e la promessa fatta alla Borda.
Simona era figlia di Carla, una strega della lanca, e sapeva che quello che era accaduto a Gino era vero.
«A che ci servono fortuna e ricchezza, Gino!», gridò Simona disperata, «se devo perdere il mio bambino? Ma che possiamo farci? Non si può spezzare un giuramento con la Borda, ci ucciderebbe tra mille tormenti!»
                                                                                        

Intanto nel negozio del prestinaio tornò la fortuna.
Ogni sua iniziativa commerciale aveva successo, i clienti affluivano in bottega a centinaia e il conto in banca risaliva vertiginosamente.
Ben presto divenne ricco come non era mai stato prima.
Ma non riusciva a godersi la sua fortuna.
Il patto che aveva fatto con la Borda lo tormentava, non voleva più passeggiare vicino all’argine per paura che la Borda venisse fuori a reclamare il suo debito.
E naturalmente, passati sei anni dall’incontro con la Borda, non permetteva nemmeno al suo primogenito, Tony, di avvicinarsi all’acqua.

 «Sta in guardia!», gli diceva, «se tocchi l'acqua, vien fuori una mano che ti afferra e ti tira giù.» Ma gli anni passavano l'uno dopo l'altro, e, siccome la Borda non si faceva vedere, Gino cominciò a tranquillarsi e a dimenticare.

Quando il ragazzo fu abbastanza grande, decise di fare l’infermiere professionale a andò a scuola a imparare il mestiere.
Finito l'apprendistato, quando ormai era un infermiere provetto, s’innamorò di una bella dottoressa specializzata in cardiologia del suo reparto.
Il suo sentimento fu presto ricambiato e in i due si sposarono, e vivevano tranquilli e felici, amandosi con tutto il cuore.

                                               

Un giorno Tony, il giovane infermiere figlio di Gino e Simona, mentre si recava al lavoro per cominciare il turno di notte ebbe un incidente stradale.
Per evitare un grosso capriolo che gli aveva traversato la strada come un lampo, finì fuori strada e la sua automobile si ribaltò vicino all’argine sull’Olona che portava a Po.
Lui non poteva saperlo, ma quello era il canale dove suo padre aveva incontrato la Borda.
Uscì dall’auto capottata quasi illeso.

Aveva solo un piccolo ma profondo taglio sulla fronte, e dopo essersi medicato si avvicinò all’Olona e affondò le mani in acqua per lavarle dal sangue.
E nello stesso momento in cui immerse le mani nell’acqua, la Borda venne fuori ridendo, lo strinse con le braccia verdi di alghe e grondanti e lo trascinò giù così velocemente che le onde della corrente si richiusero subiro sulle loro teste.

 

Quando si fece sera e Tony non aveva fatto ritorno, Lara, la moglie cardiologa si fece ansiosa.
Uscì per cercarlo e, ricordando quante volte suo padre Gino gli aveva detto di stare alla larga dal canale (non aveva mai condiviso quella strana superstizione), ebbe un presentimento.
Cominciò a perlustrare il tratto di argine che suo marito percorreva per andare in Ospedale e si spaventò.
Riconobbe l’auto capovolta di suo marito sulla sponda, e non ebbe più dubbi.
Cominciò a urlare, a piangere e a torcersi le mani, chiamandolo per nome ripetutamente, ma fu tutto inutile.
Andò sull’altra sponda del canale e chiamò forte anche da lì, maledicendo la sfortuna dal profondo del cuore, ma non ci fu risposta.
La bruna superficie dell’Olona era liscia e ferma come uno specchio nella luce del tramonto e il riflesso della luna era tutto ciò che si vedeva.

                                                              
Lara chiamò il 118, ma, mentre arrivavano gli aiuti, non lasciò l’argine.
Camminava intorno al canale, senza fermarsi un attimo.
Rapidamente quando le pareva di avvertire qualche movimento e lentamente quando scrutava l’acqua.
In certi momenti urlava a gran voce il nome del marito, in altri si lamentava e bestemmiava di rabbia e visto che gli aiuti tardavano (non riuscivano a trovare la strada, l’avevano richiamata ma il suo cellulare era scarico), allo stremo delle forze, si coricò sull’erba e si addormentò per un attimo.
Immediatamente si ritrovò in un sogno.

Si arrampicava spaventata fra enormi dirupi; spine e rovi le laceravano i piedi, la pioggia le batteva in faccia e il vento le scompigliava i lunghi capelli. Quando fu in cima però, tutto cambiava: il cielo era azzurro, l'aria tepida, e in mezzo a un lieve declivio erboso ricoperto di fiori c’era una piccola capanna. Lei arrivava alla capanna e apriva la porta; là dentro era seduta una vecchia coi capelli bianchi, che le sorrideva in modo amichevole.
In quel momento la povera donna si svegliò.
Il sole era già sorto.
Gli aiuti non erano arrivati e intorno a lei tutto era silenzio.
Forse svenne, forse stremata si riaddormentò e continuò a sognare.
S'arrampicò ancora a fatica su per il monte, e tutto era proprio com'era apparso prima, e dovette ancora affrontare le spine e i rovi e il vento e la grandine.
Nonostante la dura prova, tenne duro e trovò che tutto era come l’aveva visto in sogno; il cielo azzurro, il prato in fiore, la piccola capanna, la vecchia dai capelli bianchi.
«Vieni, mia cara Lara» disse la vecchia « e siedi accanto a me. Vedo che sei tanto infelice e lo sei stata di certo con intensità per trovare la mia capanna solitaria».
Sentendo quelle parole gentili la giovane dottoressa prese a singhiozzare, ma subito si ricompose e le raccontò tutta la storia.
«Non preoccuparti» disse la vecchia « io posso aiutarti. Prendi questo pettine dorato.
Aspetta fino alla prossima luna piena e poi recati nel canale, siedi sulla riva e pettina i tuoi lunghi capelli neri. Dopo averlo fatto, sdraiati lì a resta a vedere che cosa succede».
Lara si svegliò e si riprese.
Finalmente incontrò le forze dell’ordine, raccontò l’accaduto e cominciarono le ricerche, ma Tony o il suo corpo non venne ritrovato.
Tornata a casa, mentre si spogliava piangendo per la grave perdita, cadde dai suoi pantaloni un pettine d’oro.

                                                                                  

Il sorriso tornò sul volto e si mise a letto per riposare, tenendo in mano il pettine.
Al mattino cercò sul calendario il prossimo plenilunio e contava i giorni, che passano troppo lenti.
Infine una sera la luna piena spuntò tra gli alberi e lei andò al canale, sedette sulla riva erbosa e cominciò a pettinarsi i capelli con il pettine dorato.
Fatto ciò, poggiò il pettine e si stese.
Quasi subito l’acqua s’increspò e ribollì, un’onda si levò abbattendosi sull’argine e quando l’acqua si fu ritirata, il pettine era svanito.
Nello stesso istante la superficie dell’acqua si aprì ed emerse la testa di Tony che angosciato guardava la moglie, ma lei lo vide solo per un secondo, perché un’altra onda arrivò ad affondarlo giù. Quando infine l’acqua tornò ferma, non vide più nulla eccetto il riflesso della luna piena.

                                                                
                                                                   

 

Lara non sapeva nuotare, voleva tuffarsi ma aveva paura e alla fine ritornò a casa disperata.
Eppure dentro di lei sentiva che la salvezza di Tony poteva venire solo dal sogno, e si mise subito sotto le coperte a dormire.
Ben presto fece ancora lo stesso sogno, e così ancora una volta partì per andare nella piccola capanna in mezzo al prato di montagna in fiore.
Questa volta la vecchia le donò un flauto dorato.

 

                                                                         


«Aspetta fino alla prossima luna piena» le disse, «e porta con te il flauto nel canale.
Siedi sulla sponda e suona una bella melodia e, dopo averlo fatto, sdraiati sull’erba e sta a vedere cosa capita».
La giovane cardiologa ritrovò al mattino, sul comodino, un piccolo flauto dorato.
Quand’era ragazzina a scuola l’aveva studiato e sapeva come suonarlo.
E quella sera stessa,(la luna sembrava ancora piena) Lara fece tutto come la vecchia le aveva detto.
Suonò una melodia e non appena depose il flauto sull’erba, l’acqua si sollevò verso la riva, lo ghermì e lo trascinò via sul fondo.
Un attimo dopo, l’acqua s’increspò e ribollì e apparvero la testa e il busto di Tony.
Lara provò ancora disperatamente a raggiungerlo dalla riva, ma quando le loro mani stavano per toccarsi, le onde lo riportarono a fondo e ancora una volta la dottoressa si ritrovò da sola sull’argine.
«Così mi si spezzerà il cuore!» urlava alla luna.
«Riuscire a vedere Tony per la seconda volta, solo per perderlo di nuovo, è troppo crudele da sopportare.» E piangeva, povera, cara Lara.
Tornata a casa decise di non arrendersi e tornò a sognare.
E per la terza volta si recò alla montagna e la vecchia nella capanna la consolò.
«Non cedere, mia cara. Non tutto è perduto. Aspetta la prossima luna piena e porta questi ferri da maglia dorati al canale.
Siediti sulla riva a sferruzzare e quando avrai fatto un cuore a uncinetto, sta a vedere che cosa succede».
Il mattino dopo i ferri d'oro erano sul divano in salotto.​

                                                                     

Lara aspettò fremente un mese e poi ancora, per la terza volta, fece esattamente come le era stato detto.
 

 

                                                 

Finito il cuore a uncinetto e posatolo sulla riva l’acqua s’increspò e ribollì e inondò la riva con più violenza che mai e una grande onda si sollevò portando con sé la testa, le braccia e infine l’intero corpo di Tony verso la riva e lui si lanciò verso l’argine, s’aggrappò alle mani di Lara e insieme fuggirono sul sentiero, verso casa.
Ma alle loro spalle in un gran trambusto un’enorme quantità d’acqua si sollevò dal canale.
Si abbatté con terribile forza sulla riva e sul prato inseguendo la coppia che scappava e travolgendo alberi e cespugli.
La Borda, inferocita, scatenava contro di loro un'alluvione!
Lara terrorizzata, temendo per lo loro vite, invocò la vecchia della capanna sul monte e subito lei e suo marito furono trasformati in due ranocchie.

 

                           
 

L’acqua che li sommerse non riuscì ad annegarli, però li separò gettandoli in luoghi lontani.
Quando le acque si ritirarono i due piccoli animali furono sul suolo asciutto, sani e salvi, ma nessuno sapeva dove fosse l’altro ed entrambi si ritrovarono sull’argine, a un chilometro di distanza.
Disperati cominciarono a chiamarsi e ne venne fuori un gracidio.
Entrambi si mossero sul sentiero del canale verso quel cra-cra.
All’improvviso in mezzo a loro si levò nella foschia una figura femminile che tendeva loro la mano, tenendo nell'altra un bastone magico.

                                                                               

 

«Venite a me, figli miei. Sono Carla, la strega della lanca, tua nonna Tony.

La mia Simona non ti ha mai parlato dei miei poteri?
Io ho guidato la tua cara Lara nei sogni e le ho mostrato come sconfiggere la potente Borda.
Ma solo grazie alla sua volontà e al grande amore che nutre nei tuoi confronti è stato possibile liberarti dall’abisso di fango nel canale, la casa della Borda.
Venite, lasciate che vi abbracci.»
E mentre Tony e Lara saltellavano verso la strega Carla si trasformavano recuperando le sembianze umane.
Si abbracciarono forte, prendendo di mezzo anche la magica vecchina che benedicendoli sfumò come un vapore nella bruma, augurando loro la gioia.
«Grazie Carla» le urlarono Tony e Lara nella nebbia, piangendo.
Poi si baciarono più forte che mai.

 

                                           
                                                               - Abbiate gioia, figli miei! -

 

A mia nonna Laura

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Claudio Di Trapani il 2017-12-14 21:52:58
Una bellissima storia, caro Mauro. Una di quelle favole d'altri tempi. E averla letta nella stagione invernale assume un sapore ancora migliore. E poi è scritta anche splendidamente. Due refusi: "... tua nonna (virgola) Tony" e "... lasciate che (v)i abbracci" Salutone Claudio

Mauro Banfi il Moscone il 2017-12-15 07:31:35
Grazie, Claudio, prendo nota e appena ho tempo correggo. Approfitto per comunicare a ogni mio lettore che ogni sua eventuale segnalazione di refusi o sviste di vario tipo contenute nei miei brani è sempre ben accetta, nello sprito del chiaroscuro critico che forma il nostro Codice Etico e Regolamento.
Abbi gioia, Claudione

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
BigTony il 2017-12-15 13:45:55
Ricordo questa bellissima storia, Mauro. Una storia d'amore e magia in cui hai saputo miscelare elementi antichi e moderni, narrandola magistralmente da par tuo.

Mauro Banfi il Moscone il 2017-12-15 18:42:08
Grazie, Tony, del commento e della tua come sempre memorabile partecipazione a Filò, abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Colosio Giacomo il 2017-12-15 15:45:56

Santa Polenta, direbbe mia nonna Teresa, che storia. Mi ha trascinato dall'inizio alla fine come se fossi in un "gorgo" del Po.

Se la storia fa parte delle tradizioni e tu l'hai messa nero su bianco, bravo, è stata scritta assai bene; se invece è tutta farina del tuo sacco, allora applausi anche per la fantasia. Leggendola, non ho potuto fare a meno di pensare al Po, avendo fatto due volte con una barchetta di alluminio il suo corso da Cremona a Venezia, un'avventura indimenticabile. Gli uccelli che ho visto lì non immaginavo nemmeno che potessero vivere, da noi. I miei due figli a distanza di trent'anni ne parlano ancora quando facciamo qualche festa in famiglia. Bravo mauro, gran bel post, oltretutto azzeccato anche nelle immagini...proprio perché è una gran storia e merita di essere perfetta ti segnalo l'unico refuso rimasto: alla sesta riga hai scritto: ...sollevargli in ( un ) poco il morale.

Ciaociao.

Mauro Banfi il Moscone il 2017-12-15 18:47:19
Grazie, Giacomo, e ben arrivato su PIAF. Io abito a un chilometro da Po, e la mia vita è stata segnata da questo strano Fato di abitare smepre vicino a fiumi: l'Adda, il TIcino e ora il Po. C'è della magia nella vita e ho cercato di metterla in questa storia.
Dalle nostre parti la Borda - un tipo di strega/ninfa acquatica che appare un pò in tutta la Piana Padana - è sinonimo di tante situzioni: la Sfiga, quando uno finisce con la macchina nel fosso - te se andaa a truà la Borda? -, la Sessualità femminile - chela lì lè na bella Borda - le forze elementali legati all'umidità, alla nebbia, alle zone umide padane.
Tutta una mitologia fantastica sedimentata in secoli di storie e immaginazione: affascinante.
Abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
monidol il 2017-12-18 16:02:18
Essi, questa storia la ricordo molto bene. Che anche noi del Nord ci abbiamo le Sirene! Riletta con molto piacere. moni

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