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Pirati nel Mar Ligure, oggi

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Massimo Bianco

pubblicato il 2017-12-14 09:35:53


In una calda serata del luglio 1657 la popolazione della città di Campeche festeggiava con danze, canti, scoppi di mortaretti, una processione e una messa di ringraziamento l’uccisione del feroce e crudele pirata Olonese, che aveva a lungo seminato il terrore nel mar dei Caraibi. Era tuttavia solo una grande illusione perché, travestito da soldato spagnolo, il nerboruto e largo di spalle François Nau(d), francese di Les Sables d’Olonne nel Poitou e perciò noto come l’Olonese, si godeva indisturbato le celebrazioni per la sua morte.
Sorpreso da un violento fortunale e trascinato con la sua nave fino ad arenarsi su una spiaggia di fronte alla piazzaforte caraibica, Naud era stato costretto a ingaggiare un’impari battaglia con i soldati della guarnigione, vedendo i compagni cadere a uno a uno. Circondato infine dalla compagine nemica, affondò la spada nel ventre di un nemico, venendo irrorato da capo a piedi da uno zampillo di sangue, per poi essere a sua volta ferito in maniera leggera. Guidato allora dall’istinto, gridò e si lasciò crollare a terra come se l’affondo l’avesse trapassato e l’armigero iberico esultò del proprio trionfo senza l’accortezza di accertarsi che il pirata fosse davvero defunto e assestargli, in caso contrario, il colpo di grazia.
Più tardi, rimasto solo sul campo di battaglia, il filibustiere si rialzò, raccolse le armi e le vesti di un caduto e si recò in città sotto mentite spoglie. François Nau(d) detto l’Olonese sfruttò allora i giorni di licenza concessi in premio agli uomini della piazzaforte per aggirarsi indisturbato, mentre la ferita, fortunatamente non infettatasi, già iniziava a guarire. Cercando di farsi notare il meno possibile, trascorse tre giorni senza essere riconosciuto e nel frattempo contattò un gruppo di schiavi, promettendo di liberarli in cambio del loro aiuto. Ottenutone l’assenso, s’introdusse nottetempo nell’edificio in cui dormivano, ne uccise i guardiani e li fece fuggire. Infine partì con loro verso la Tortuga su una piccola imbarcazione.
Alla Tortuga la sua miracolosa riapparizione spinse una ventina di fratelli della costa a dichiarargli fedeltà. Insieme a costoro e agli ex schiavi, formò quindi un nuovo equipaggio col quale riprendere il mare in direzione di Cuba.
Navigavano da una settimana con la piccola e inadatta imbarcazione acquistata alla base di partenza, quando all’orizzonte apparve un grosso peschereccio. I pirati l’assaltarono col favore delle tenebre di una notte senza luna. I pescatori furono sgominati nel giro di pochi minuti e i superstiti sbudellati uno a uno da Naud in persona e gettati in mare. Ora l’Olonese era contento, disponeva di uomini in gamba e ben temprati e di un più grande battello.
E alcune settimane dopo gli giunse una succosa notizia: il governatore dell’Avana aveva allestito una piccola fregata, con dieci bocche da fuoco e ottanta uomini d’equipaggio incaricati di catturare i feroci avventurieri. Costui era tanto certo della facile realizzazione del proposito, che aveva perfino già mandato a bordo il boia per impiccarli seduta stante dopo la loro resa. Impossessarsi di una nave da guerra, pensò allora François Naud, avrebbe rappresentato un decisivo passo avanti nella sua carriera di filibustiere…

 

 

…Chiamato dalla madre per la cena, il diciassettenne William Stella interruppe la lettura del libro sui pirati, una recente spettacolarizzazione romanzata ispirata a un classico italiano degli anni ‘50, e rimase qualche momento a sognare a occhi aperti. Dotato di fantasia sfrenata e di grande capacità d’immedesimazione, s’immergeva con estrema facilità nelle avventure dei personaggi di cui leggeva per studio o per diletto.
Di volta in volta era stato Alessandro il macedone alla conquista di un immenso impero; Robin Hood in lotta coi fedeli compagni contro il perfido sceriffo di Nottingham; Bartolomeo Colleoni, capitano di ventura nell’Italia quattrocentesca e mille altri personaggi. La sua precedente lettura era stata il Don Chisciotte della Mancia e per un’intera settimana si era immaginato in viaggio cavalleresco per le terre di Spagna.

Tuttavia, mai nessuno prima l’aveva affascinato tanto quanto l’Olonese e i vari Morgan, Capitan Kidd, Ravenau De Lussan o Barbanera, forse anche perché condizionato dalla recente visione del nuovo Johnny Depp Capitan Sparrow in Pirati dei Caraibi. Così, appena terminato il pasto, si ributtò a divorare il libro e non si fermò finché non l’ebbe terminato, intorno alle tre di notte.

Il giorno dopo fantasticava ancora sulle avventure dei pirati, rileggendo pure qualche passo per meglio imprimersi nella mente le loro gesta, quando ricevette una telefonata dal suo amico Mattia Vigna. E quando questi gli propose di raggiungerlo l’indomani per farsi un giro sullo yacht acquistato dal padre in primavera, William venne folgorato da un’idea.

 

 

Farsi cavaliere errante, ed andarsene per il mondo, con le sue armi e il suo cavallo, in cerca d’avventure, esercitandosi in tutte le virtù…

 

Il mattino successivo, terminata la colazione nel bar di proprietà dei genitori, attraversò di gran carriera gli ottocenteschi portici savonesi di Via Paleocapa e arrivò in darsena, dove si mise alla ricerca del Dalia, il magnifico ventuno metri a bordo del quale l’amico l’attendeva, ansioso di mostrargli quanto già fosse bravo a condurre benché ancor privo di patente nautica.

William Stella e Mattia Vigna si conoscevano fin da quando i genitori li avevano iscritti seienni nella scuola calcio della società La Torretta, di cui ben presto erano diventati autentiche colonne, in qualità di trequartista l’uno e di centrocampista l’altro. Da allora William, spinto al calcio dal padre e dai fratelli maggiori e Mattia, mosso invece solo dalla passione, erano diventati compagni inseparabili di gioco, di studio e di divertimenti.

Se William poteva dirsi benestante grazie al bar assai ben avviato in centro, Mattia Vigna era addirittura ricco di famiglia. Figlio di due dentisti e nipote d’un notaio, il quasi diciassettenne Mattia viveva in una splendida villa sui 500 metri quadri più giardino ai Piani di Celle.

I suoi genitori sarebbero rimasti negli Stati Uniti per tutto luglio e lui si sentiva libero di fare ciò che gli pareva. Certo, gli rimaneva pur sempre tra i piedi la sorella ventunenne, alle cui attenzioni era stato affidato, ma i suoi vecchi erano dei poveri illusi se pensavano sul serio che lei avrebbe potuto tenerlo a freno. Oltretutto la sorellona usciva da poco tempo con un nuovo ragazzo e aveva altro per la testa che star dietro a un moccioso. Quanto alla nonna, da quando era rimasta vedova non stava più molto bene e si limitava a invitarlo a pranzo la domenica.

Per William, la cui sciolta parlantina avrebbe convinto un esquimese ad acquistare un impianto per la produzione di neve artificiale, fu quindi perfino facile coinvolgere l’amico nell’impresa piratesca. Due giorni dopo il Dalia, nel frattempo ribattezzato con tanto di pennello “Folgore”, fu pronto a salpare. Agli ordini dei due, proclamatisi, dopo inevitabili discussioni sui diritti di precedenza, capitano e secondo di bordo, in qualità l’uno d’ideatore del piano e l’altro di proprietario del naviglio, c’erano ben sei ragazzi, compagni di scuola o di squadra della coppia. Alle 9 si sollevò il ponte levatoio all’ingresso del porto, dinanzi alla medioevale Torretta, ultima vestigia delle antiche mura cittadine, e gli intrepidi filibustieri si misero in viaggio.

William era un bel ragazzo, alto di statura, ben piantato e dai tratti del viso dolci. Aveva intensi occhi neri sormontati da ciglia femminee, sopracciglia sottili e arcuate e corti capelli scuri. Invece Mattia aveva un volto vagamente disarmonico e una conformazione fisica bassa e massiccia, vacui occhi grigio celeste, sopracciglia cespugliose e una zazzera bionda tenuta di regola nascosta sotto l’onnipresente berrettino da baseball. Quest’ultimo, convinto all’impresa dalla speranza di conquistarsi i suoi cinque minuti di celebrità, aveva contribuito procurando pure abiti adatti per tutti: pantaloni neri aderenti, fusciacche vivacemente colorate, abbondanti camicie bianche a maniche lunghe e bandane. Inoltre per buon peso William si era sistemato una benda sull’occhio sinistro. Ufficialmente i due non rispondevano più al proprio nome e cognome, ma erano François l’Olonese e il suo braccio destro Michele il Basco.

Quanto agli allegri compagnucci, la sorpresa principale era la presenza del castano e pallido Genzian Kuci, albanese immigrato ancora bimbetto in Liguria con la famiglia, di media statura ma dotato di un fisico solido e possente da torello. Grazie alla sua forte personalità era da ritenere a tutti gli effetti un loro pari. Gli altri invece si limitavano per lo più ad andare a ruota dei caporioni. E così Genzian fu eletto d’ufficio quartiermastro, mentre i restanti cinque rimasero marinai semplici.

 

 

La fortuna va disponendo dei nostri casi meglio di quanto potremmo desiderare. Ecco lì, infatti… trenta o più smisurati giganti, ai quali intendo dar battaglia…

 

Dopo aver girovagato alcune ore qua e là lungo la riviera ligure in un mare limpidissimo sotto il cielo blu, la prima preda prescelta fu uno yacht più piccolo del loro, un dodici metri, trasformato per l’occasione dalla fervida fantasia di William in un possente tre alberi, carico dell’oro delle Americhe. Partito dal porticciolo di Finale Ligure, fu incrociato un miglio marino al largo, di fronte all’abitato di Borgio Verezzi.
“Cosa ne dici di quella barca, Mattia?” Chiese il capitano.
“Direi che è perfetta, Willy. È ferma all’ancora completamente isolata, un bersaglio facile.”
“Bene, bene, domani tutti parleranno dei misteriosi pirati del mar Ligure. Non vedo l’ora.”
Richiamarono l’attenzione dei proprietari, un piccolo imprenditore torinese sessantenne con la moglie, intenti l’uno a pescare e l’altra a prendere il sole, e accostarono l’imbarcazione con una scusa. Quindi, sotto lo sguardo dapprima perplesso e poi scioccato dei due, sei di loro, guidati da William e Genzian, salirono a bordo al grido di “All’arrembaggio, miei prodi.” Per parte sua Mattia restò a bordo, forse perché ancora unico in grado di pilotare, e si limitò a esibire un fucile dal ponte della Folgore.

William in persona, con l’espressione truce e la benda sull’occhio, si piazzò dinanzi ai torinesi, seguito da Genzian. I due ragazzi erano armati con le altre due armi da fuoco che si erano procurati: uno dei fucili da caccia sottratti al signor Stella e la rivoltella regolarmente detenuta da un secondo genitore. Alle loro spalle uno dei giovani marinai, il piccolo e riccioluto Gabriele Rosetta, riprendeva con la webcam, intendendo Stella e Vigna riversare il tutto su internet.

William s’inchinò platealmente di fronte ai torinesi fingendo di scappellarsi e disse:

“Buon giorno egregi signori. Io sono il pirata Olonese e questo galeone è requisito in nome dei fratelli della costa e della corona d’Inghilterra.”

L’uomo guardò a occhi sbarrati prima l’uno, dal fare a un tempo arrogante e sornione, e poi l’altro, che pur sorridendo gli puntava addosso il fucile. Sua moglie appariva chiaramente terrorizzata, lui però si sentiva più che altro incredulo. Che assurdità era mai quella? Erano armati, eppure doveva per forza trattarsi di uno scherzo, come poteva essere diversamente? Di fronte a sé aveva senza ombra di dubbio dei semplici adolescenti. In particolare quello armato di cinepresa pareva quasi un bambino. Cosa significava dunque tutta quella sceneggiata?

“Dico, ma siete ammattiti? Cosa diavolo avete in mente?” Chiese infine, facendosi coraggio.

“Faccia silenzio. Non mi costringa a darla in pasto ai pescecani.” Rispose William, freddo e deciso.

L’uomo, convinto di aver a che fare con dei pazzi più dall’incongrua risposta che dalla situazione in sé stessa, ritenne opportuno obbedire e non aprire più bocca. Quel ragazzo, uscito di sicuro da un ospedale psichiatrico, poteva essere pericoloso per davvero.

Ottenuta l’attenzione, William Stella si divertì un mondo a spiegare per filo e per segno con aria truce i propri presunti propositi, mentre l’uomo lo ascoltava farneticare con crescente inquietudine.

“…E voi cani spagnoli scoprirete presto la nostra forza. Noi corsari metteremo a ferro e fuoco il mar dei Caraibi e poi assalteremo la nuova Maracaibo.” Concluse infine il neo Olonese, soddisfatto.

Genzian Kuci nel frattempo si era incaricato di legare le mani dietro la schiena ai torinesi, senza peraltro stringere troppo, mentre gli amici ficcavano il naso un po’ ovunque. In tutto si trattennero a bordo una ventina di minuti, nel corso dei quali misero a soqquadro l’imbarcazione e fecero un bel po’ di danni, mettendo anche fuori uso cellulari e ricetrasmittente. Rubacchiarono a mo’ di trofeo qualche oggettino e finalmente se ne andarono.

“Forza ragazzi, rotta verso la Tortuga.” Esclamò ad alta voce William l’Olonese, ben compreso nella parte, mentre risaliva sulla Folgore.
“Come scusa?” Chiese il Quartiermastro Genzian, assai dubbioso.
“La Tortuga era il covo dei pirati nei Caraibi, è famosa.” Gli spiegò il più colto Mattia.
“Ah, ok, ho capito. E dov’è che andiamo, allora?”
“Alla Gallinara, Genzian. Sarà quella la nostra Tortuga.” Concluse William, mentre gli occhi già s’illuminavano all’idea, riferendosi all’isoletta ligure al largo di Albenga, guarda caso dalla forma che ricorda la silouette di una tartaruga, in spagnolo, per l’appunto, tortuga.
“Io veramente stasera dovrei tornare a casa.” Obbiettò Gabriele.
“Sciocchezze Lele. Chiama i tuoi genitori e digli che stanotte resti a dormire in porto sulla barca di Mattia.”
“Ma non so se me lo permetteranno.”
“Nel caso passameli. Ci penso io a convincerli, sta tranquillo.”
“Alla Tortuga dunque, miei prodi.” Confermò quindi Mattia il Basco, in qualità di proprietario.


I torinesi guardarono impotenti lo yacht di quegli squinternati allontanarsi verso ponente, con ancora nelle orecchie l’ultima frase udita e cioè il “forza ragazzi, rotta verso la Tortuga”. Poco dopo si liberarono e tornarono in fretta e furia in porto a denunciare l’aggressione, giungendo dai carabinieri a metà pomeriggio.

L’ossuto brigadiere di Finale che li ascoltò, faticò non poco a prestar fede al racconto. Di primo acchito aveva addirittura pensato che i tipi dessero i numeri, talmente assurda gli pareva la storia. Tanto più poiché, come provvide a verificare, non risultavano registrate imbarcazioni col nome di Folgore. Siccome però i due apparivano sconvolti, si lasciò convincere ad accompagnarli in porto, dove in effetti costatò danni all’imbarcazione. Qualcosa era dunque accaduto, sempre che i gianduia non avessero fatto tutto da sé in preda a un raptus, non poté fare a meno di sospettare. A ogni modo il brigadiere avrebbe dovuto effettuare qualche indagine. Intendeva tuttavia meditarci sopra bene e occuparsene sul serio soltanto a partire dall’indomani, con calma e soprattutto con prudenza. Nel frattempo zitto e mosca, onde evitare di trasformarsi nello zimbello della caserma.

A fugare ogni dubbio, in serata giunse però una nuova denuncia. Era accaduto poco prima del tramonto, a una famiglia bresciana. Stavolta di trattava di marito e moglie quarantacinquenni con figlia adolescente, ma la descrizione degli eventi era analoga, benché condita dall'evidente attrazione subìta dalla ragazzina nei confronti del capobanda autonominatosi Olonese.

Nel corso della mattinata successiva, dal porto di Savona partiva il traghetto per visitare il santuario dei cetacei. Il mar Ligure, forse perché più profondo rispetto alla media del Mediterraneo, attira da sempre molti di questi grandi e fascinosi mammiferi, tanto che in quelle acque si possono, pare, incontrare perfino capodogli.

Un gruppo di circa trenta quaranta turisti era già assiepato in attesa quando, puntuale all’appuntamento con l’imbarco, giunse Dennis Lavagna con la sorellina e i genitori. Al contrario della quasi totalità dei partecipanti alla gita, la famiglia Lavagna viveva in città. Era stato lui, da sempre affascinato dai cetacei, a convincere i familiari alla gita.

Dennis aveva sorprendenti occhi verde smeraldo e teneva i capelli, castano chiari, piuttosto lunghi, trattenuti sulla nuca da un ampio fermacapelli. Era il padre a farglieli portare così, sulla base dei propri gusti. Il ragazzo tuttavia non era per nulla dispiaciuto di tale look, di cui si era anzi appropriato con piacere. Aveva quattordici anni, ma essendo assai minuto per la sua età e avendo per giunta un bel faccino ancora fanciullesco, ne dimostrava un buon paio di meno. Del resto neppure la sua riccioluta e graziosissima sorellina Lucia pareva già di nove anni.

Appena aprirono i portelli, Dennis s’intrufolò con agilità ed entusiasmo in mezzo alla folla e fu tra i primi a salire a bordo. Si trovò così un posto di osservazione privilegiato in prima fila. I familiari si accomodarono invece più centralmente, in terza fila. Appena partiti l’adolescente si concentrò sul mare circostante, ben deciso a non perdersi alcuna apparizione. Assai meno paziente, la bambina prese a gironzolare annoiata.

Dopo un’ora circa di navigazione, non furono però balene o delfini a incrociare il loro percorso, ma un altro genere di mammifero, bipede e assai meno adattato all’ambiente marino. La piccola mangiucchiava distratta una merendina in piedi sul ponte e il fratello osservava col binocolo davanti a sé, quando alcuni botti secchi fecero sobbalzare entrambi. Sorpreso, Dennis si guardò intorno e alla sua destra vide uno yacht puntare dritto verso di loro.

 

I novelli pirati stavolta avevano scelto un bersaglio più ambizioso. Nonostante il loro video fosse già cliccatissimo, le imprese del giorno precedente a quanto pareva non avevano suscitato l’interesse dei mass media, almeno a giudicare dal silenzio dei giornali radio locali sull’argomento. Non convinto, mentre gli amici giocavano agli esploratori sulla Gallinara, di prima mattina William si era recato con Gabriele Rosetta in gommone ad Albenga e aveva acquistato speranzoso il Secolo XIX, ma con sua somma delusione non se ne faceva cenno neppure lì. Ormai che c’erano era parso però loro inutile affrettarsi alla “Tortuga”. Passeggiavano meditabondi per il turrito e fascinoso borgo medioevale, quando William aveva avuto la pensata di assaltare un traghetto carico di turisti, nella convinzione di far finalmente parlare di tutti loro, donando così la fama a se stesso e rendendo di nuovo celebre il nome del grande Naud l’Olonese.

“Andiamo Lele, si torna a bordo. Vedrai che bello scherzo combiniamo stavolta.” Aveva annunciato con allegria. Ciò detto si era incamminato di buon passo, senza neppure prendersi il disturbo di verificare se il compagno lo stesse seguendo.

A Gabriele non era restato quindi che trotterellargli dietro, vagamente preoccupato. Conosceva l’amico a sufficienza per sapere che quando si comportava così non prometteva nulla di buono.

 

 

Poiché le cose umane…non sono eterne…

venne il momento del suo termine quando egli meno se l’aspettava…

 

Per convincere il comandante del traghetto a fermarsi, i giovani filibustieri spararono alcuni colpi di fucile sulla fiancata, quindi accostarono l’imbarcazione. Dennis si sporse dal suo posto e fissò gli assalitori con tanto d’occhi. Conosceva di vista alcuni di quei ragazzi. Due di loro li aveva incrociati sovente nei corridoi della sua scuola e ne sapeva il nome, inoltre gli pareva di ricordarne pure un terzo, anche se di quest’ultimo era meno certo. Avevano appena terminato il terzo anno e lui, primino, non aveva mai rivolto loro la parola. Erano però considerati tra ragazzi i più tosti dell’istituto e gli sarebbe piaciuto farci amicizia. In compenso ne conosceva un quarto relativamente bene: Genzian frequentava come lui la palestra di karatè. Malgrado fosse più grande, muscoloso e forte di lui, talvolta l’istruttore li aveva uniti per svolgere qualche esercizio. Spesso avevano scambiato qualche parola e lo aveva trovato simpatico, nonostante fosse poco loquace e tendesse un po’ troppo a tirarsela e a provocare il prossimo. Dennis d’altronde era estroverso, arguto e sfrontato e si rapportava bene quasi con chiunque. In effetti i due erano in rapporti abbastanza amichevoli.

Incuriosito e divertito dal comportamento di quei ragazzi, d’impulso prese la cinepresa che si era portato dietro per filmare i cetacei e anziché i delfini riprese loro.

Come al solito due della banda restarono di guardia a bordo. Gli altri sei invece balzarono con agilità sul traghetto, esibendo facce truci d’ordinanza e sparando perfino un paio di colpi in aria. Un impulso, quest’ultimo, rivelatasi però subito sbagliato, perché stavolta l’atto scatenò un’improvvisa ondata di panico. Grida di paura si alzarono da vari punti del traghetto e alcuni turisti cominciarono a correre a casaccio.

Dennis cercò di farsi largo per raggiungere la sorellina e prenderla per mano, ma la calca glielo impedì e con sgomento, qualche attimo dopo, vide la bambina cadere a terra, travolta e calpestata da alcune persone in fuga. Impallidì e accorse spaventato, mentre da un’altra direzione arrivavano anche i suoi genitori, e la trovò esanime al suolo, che pareva morta.

“Oh no, no!” singhiozzò disperato, mentre alle sue spalle la madre, sconvolta, lanciava un urlo atroce. Poi Dennis alzò lo sguardo e aggiunse, con le lacrime agli occhi:

“Giuro che questa me la pagate, razza di stronzi, e chi se ne frega se passo per spione.”

Nel frattempo gli assalitori, presi alla sprovvista dalla reazione della gente alla loro bravata, si stavano spaventando quasi più degli assaliti. In mezzo a un tale casino si sarebbe potuto verificare qualsiasi guaio, compresero scioccati. Parendogli la situazione oramai ingestibile, dopo qualche attimo d’indecisione William, Mattia e Genzian stabilirono quasi all’unisono di battere in ritirata. Risalirono mogi mogi a bordo della Folgore insieme ai compagni e si allontanarono in fretta e furia, diretti al loro covo.

 

I carabinieri, coordinati dall’ossuto brigadiere finalese Benattini, ormai sapevano tutto dei delinquenti, indemoniati aggressori di almeno tre imbarcazioni lungo la costa ligure, come testimoniavano i filmati oramai a diffusione virarle presenti su internet. Grazie alla preziosa testimonianza del giovane Dennis Lavagna, avevano nome, cognome e indirizzo di alcuni dei partecipanti alle azioni criminose. Possedevano inoltre foto e immagini dell’imbarcazione stessa. E messi a confronto i dati del Dalia, appartenente alla famiglia di uno dei responsabili, con le riprese fatte al Folgore, non ebbero alcun dubbio di trovarsi di fronte al medesimo cabinato. E anche grazie a ciò, quando alcune ore dopo giunse alla guardia costiera la segnalazione di uno yacht indebitamente attraccato presso l’isola Gallinara, proprietà privata a cui era vietato l’accesso, lo identificarono con facilità.

In breve due motovedette della guardia costiera e un motoscafo dei carabinieri fecero rotta verso la Gallinara. Lì giunte, le forze dell’ordine sequestrarono lo yacht, recuperarono il maltolto e trassero in arresto gli abbattutissimi pirati. Una pila alta così di capi d’accusa pendeva sulle loro teste.
Il giorno successivo i signori Stella, i signori Kuci, i Rosetta e gli altri familiari presenti in città poterono incontrare i loro figli e dirgli cosa pensavano della loro genialata. E il giorno ancora successivo anche i Vigna rientrarono, come si può ben immaginare assai arrabbiati e sconvolti, dagli Stati Uniti. Brutti momenti attendevano i prodi fratelli della costa.
E a William intanto rimordeva la coscienza. Si era talmente divertito nel corso dell’avventura! Ora invece il ricordo lo angustiava. Ah, se solo non fosse successo nulla, pensava. Svegliarmi domattina e scoprire che l’incidente alla bambina è stato solo un brutto sogno. E invece ormai era fatta, non si poteva tornare indietro e cancellare l’errore. L’adolescente stava male dentro.
Per fortuna, col sollievo non solo suo e dei familiari ma anche dei milioni di spettatori che avevano seguito gli eventi attraverso i tg, quell’ultimo pomeriggio la piccola, graziosa Lucia Lavagna riprese finalmente conoscenza, dopo essere stata a lungo in bilico tra la vita e la morte. Aprì gli occhi. Volse quindi lo sguardo tutto intorno a sé, lo fissò infine sui genitori e sul fratello e gli sorrise. Poco dopo si riaddormentò, ma il suo non era più un sonno comatoso e alcune ore dopo poté essere dichiarata fuori pericolo. Così per i novelli pirati venne meno il rischio di essere imputati per omicidio.
Quarantotto ore dopo William Stella, in qualità di ideatore e dunque principale responsabile degli eventi, inviò a nome di tutti le più sincere scuse alla famiglia Lavagna.
In proposito aveva ancora bene in mente le parole pronunciate dal brigadiere Benattini. Questi alla fine aveva compreso di non trovarsi dinanzi a dei criminali ma soltanto a nove immaturi stupidoni, benché non privi d’intelligenza. E così, quando William si era difeso, sostenendo di essere vittima di un equivoco perché loro stavano solamente scherzando, gli aveva risposto nella seguente maniera:
“Vedi, noi non siamo unici al mondo, ragazzo mio. Non possiamo pretendere di fare tutto quello che ci passa per la mente. Qualunque azione intraprendiamo avrà sempre conseguenze su qualcuno, che potrei essere io, tu stesso o chiunque altro. E alcune di queste conseguenze potrebbero rivelarsi tragiche. Occorre responsabilità. Se quella bambina fosse morta, sarebbe stata interamente colpa tua e l’avresti portata sulla coscienza per tutta la vita, ricordatelo.”
Quel carabiniere aveva ragione, ora lo capiva. Non era stato animato da cattive intenzioni, tuttavia si era divertito a spese altrui come se il suo prossimo non contasse. Sì, era stato davvero stupido e incosciente a far avventurare tutti in quella folle impresa, spiegò per lettera, contrito e addolorato, ai signori Lavagna, ma non sarebbe accaduto mai più.
E per il resto se la sarebbero vista giudici e avvocati in tribunale.

 

                                                  Massimo Bianco 18/12/10, con correzioni ultimate il 30/8/11. Fine.

 

N.B. Il prologo deriva da un vecchio libro di Mario Monti intitolato “I Pirati” mentre i titoli dei vari paragrafi sono passi del “Don Chisciotte” di Cervantes.

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Claudio Di Trapani il 2017-12-14 13:04:39
Un piacevole racconto anche per me. Scorrevole e significativo di un certo modo di vivere a scapito degli altri. La ramanzina finale io l'avrei tolta, mi sembra scontata. Ah, c'è una virgola che dovresti aggiungere: "come (,) scusa? Chiese il..." altrimenti, si fa fatica a capire il senso di quella domanda. Saluti Claudio

Vecchio Mara il 2017-12-14 13:53:01

ragazzetti immaturi che per gioco rischiano di mettere in pericolo, oltre alla loro, l\'altrui vita. Oggigiorno se ne leggono di imprese stupide concepite magari più per postare le loro bravate sui social che per reale divertimento. Questi tuoi ragazzini (ho letto che il racconto è del 2010) anche se il loro fu un modo incosciente di immergersi in un racconto di pirati, sono l\'esempio lampante di un nuovo modo per raggiungere l\'agognato quarto d\'ora di celebrità, un modo che è andato vi via peggiorando, arrivando ai giorni nostri a perdere persino la vita per farsi un selfie da postare sui social, in bilico sulla cuspide di un grattacielo. Il racconto mi è piaciuto perché pur essendo frutto di fantasia, i fatti potrebbero benissimo accadere nella sconvolgente realtà di questo nostro tempo che vive in bilico tra il reale e il virtuale (Anche se non c\'entra mi piace citare come follia di questo nostro tempo ibrido: un tempo: virtu-ale,.La moneta virtuale: Bitcoin che ad oggi vale più di 16000 dollari! Cose da pazzi!) Ciao Massimo.



P.S Mi scuso con Claudio e con l'autore, per sbaglio ho postato il commento sotto quello di Claudio, scusate ancora


Massimo Bianco il 2017-12-14 19:16:39
Ok, non c'è problema, vuol dire che rispondo qui a entrambi, Claudio e Giancarlo. D'altronde non ho molto da aggiungere a quanto avete detto voi, solo ringraziarvi e confermare che effettivamente oggi può accadere di tutto, nel 2011 quando lo avevo postato per la prima qualcuno, pur apprezzandolo, lo aveva trovato poco verosimile, ma più passano gli anni e più mi pare che qualcosa del genere possa davvero verificarsi, prima o poi. E vedrò di aggiungere quella virgola. Ciao a tutti e due.

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Colosio Giacomo il 2017-12-14 15:28:37

Bella narrazione, non ne sbagli una Massimo...ho avuto modo di constatarlo rileggendo forse per la terza volta questo brano, sicuramente su Net, forse anche su PR ma non ne sono sicuro. Sui Cetacei, anche Capodogli, del golfo di genova ma anche più basso, vicino all'Elba, posso garantire io...ne ho visti parecchi in 40 e più anni. Ciaociao.

Massimo Bianco il 2017-12-14 19:20:52
Eh, ne sbaglio di colpi, invece, anche se non credo di aver mai scritto schifezze, ma tieni presente che qui ripropongo solo il meglio o almeno ciò che reputo tale. Si, lo avevi commentato anche su PR, eri stato il primo a farlo. Savona è proprio al baricentro del Santuario dei cetacei e qui in città c'è il progetto di un museo-acquario virtuale che li mostri, sperando che non passino secoli per la realizzazione. Grazie per la visita. Ciao.

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Rubrus il 2017-12-14 16:43:17

Non ricordo se di là l\'avevo commentato. Vabbè, fa lo stesso. Segno dei tempi moderni è - oggi ancor più che nel 2011, data dell\'ultima revisione - il \"esisto se sono su you tube\", Come immaginerai il pistolotto carbinieresco non è nelle mie corde, non nel merito, ma nel metodo. Forse non il protagonista, che ha un pochino più di testa sulle spalle, mi farebbe piacere pensare grazie alle letture, ma secondo me gli altri, conoscendo un po\' i tipi, sarebbero invogliati a fare esattamente l\'opposto, dopo averlo sentito. A parte questo storia di una \"bravata\" finita, una volta tanto, non tragicamente, il che per te è un po\' insolito, ma va bene così. \"Scherzare\" in senso transitivo credevo si usasse solo in Lombardia. PS. la foto è Bergeggi, vero?

Massimo Bianco il 2017-12-14 19:30:07

La mia buona memoria mi permette di dire che questo, Roberto, è uno dei due unici miei scritti (l'altro era un racconto sul calcio che non riproporrò) su un totale di ottanta che tu non hai mai commentato su Neteditor (e quindi forse non per caso appari qui per la prima volta su un mio racconto). Sì, ribadisco, più passano gli anni e più una storia del genere diventa verosimile. Poi beh, sai com'è, non posso sempre ammonticchiare cadaveri, diventererei scontato. L'isola dell'immagine è proprio l'isola Gallinara citata nel testo, che un poco ci assomiglia all'isolotto di Bergeggi ma ha in più quella sporgenza sulla destra che la fa sembrare una tartaruga. La Gallinara sta più a ovest di Bergeggi, all'incirca di fronte ad Albenga o tutt'al più Alassio. Grazie per visita e commento, ciao.


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Ellebi il 2017-12-15 15:14:15
E' più inverosimile il racconto iniziale citato che non la stramba avventura dei ragazzi da te raccontata. Non è infatti possibile che un noto pirata scampi alla morte perché non si è controllato che sia morto veramente, impossibile. L'avventura dei ragazzi invece si, non so dal punto di vista tecnico, cioè, in mare con battelli e barche, ma da un punto di vista generale e ideologico si, i ragazzi adolescenti, infatti, sono talmente facilmente influenzabili che possono davvero combinarne di tutti i colori. E la loro cattiveria e crudeltà supera il verosimile. Dirò solo che sono adoperati proficuamente dal terrorismo internazionale. Aggiungo invece che c'è un grande romanzo di Golding (che fu premio Nobel) che illustra bene quanto suddetto, e che forse, seppur lontanamente, questa goliardia da te raccontata, un minimo deve a "Il Signore delle mosche" che invece è una avventura sconvolgente di adolescenti poco più di bambini. Un saluto

Massimo Bianco il 2017-12-17 01:09:48

Beh, sono lieto di sentirtelo dire, anche perché la prima parte, che sia oppure no inverosimile (non sembra in effetti molto sensata), come accennavo nella nota finale non è farina del mio sacco, anche malgrado la mia rielaborazione "I pochi pirati scampati alla tempesta e al massacro affermavano di averlo visto cadere sotto una sciabolata" dice il testo originale. E incredibilmente tutti accettano l'affermazione sulla parola e ne festeggiano la dipartita. Situazione quindi ancora più inverosmile di come l'ho aggiustata io, dato che nella mia versione per lo meno prendono per buono ciò che sostiene un soldato spagnolo, invece di accettare, molto più assurdamente, la parola dei compagni dell'Olonese! Comunque ti dirò che più che pensare a "Il signore delle mosche", che effettivamente lessi qualche anno prima di scrivere il racconto, io vedo il protagonista William Stella un po' come un moderno Tom Sawyer, sperando che Mark Twain non si rivolti nella tomba nel vedermi scrivere una cosa del genere. Grazie per la visita, ciao.


Rubrus il 2017-12-17 09:13:09
Oh be', il fatto che appaia inverosimile non è un difetto, ma un pregio. Il ragazzo cade vittima delle dinamiche del gruppo perchè non riesce a vedere bene che sono dei delinquenti, così come non riesce ad avere abbastanza senso critico da distinguere tra inverosimiglianze nella narrazione. Per lui è tutto uguale, ma riesce ad uscirne all'ultimo momento. I suoi compagnucci invece no. Forse perchè lui ha letto avventure libresche, i suoi sodali si sono sciroppati, al massimo, video su youtube. Se vogliamo, è il lato B della storia di Don Chisciotte. Come se il personaggio di Cervantes, nelle sue allucinazioni, avesse accoppato qualcuno, o rischiato di farlo, invece di venir, il più delle volte, bastonato.

Massimo Bianco il 2017-12-17 15:02:24

Beh, devo dire con sincerità che hai ragione ma che la tua disamina sul prologo va oltre le mie intenzioni, a quanto scrivi non avevo pensato, semplicmente non mi era parso il caso di stravolgere il testo originale per renderlo del tutto sensato, visto che non è mio ma di questo Mario Monti (semplice omonimo dell'ex presidente del consiglio) e avevo deciso che così com'era poteva andar bene. William Stella in effetti l'ho inteso come un bravo ragazzo un po' troppo ingenuo ed entusiasta, meno stinchi di santo invece i compagni che approfittano delle situazioni ideate dalla sua grande fantasia per combinare casini, rubacchiare, eccetera. Ciao.



P.S. Tra parentesi, lo dico a te ma un po' a tutti quelli che hanno commentato: ho ammucchiato scritti perché tenevo entro quest'anno a crearmi qui un catalogo base dei miei racconti più vecchi, ma non voglio togliere spazio a nessuno in home page: ne metto ancora uno oggi (vecchia peraltro solo la prima parte, perché la seconda che ho aggiunto non è mai apparsa su Neteditor: quella già edita mi pareva incompleta e qualcuno, ricordo, lo aveva anche rilevato), un altro domenica prossima, vigilia di Natale, poi per quest'anno stop e l'anno prossimo diraderò parecchio gli inserimenti di materiale vecchio per alternarlo con scritti nuovi, a partite da una saggio già pronto.


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BigTony il 2017-12-17 11:24:04
Un racconto che mi è piaciuto molto, narrato con uno stile tra lo scanzonato e il serio, ottimamente scandito dalle citazioni del Don Chisciotte. Un'avventura folle, che nelle intenzioni dei ragazzi doveva essere solo divertente ma che poteva trasformarsi in autentica tragedia. Apre una riflessione sui ragazzi di "buona famiglia" che, nella realtà, sono (ahimè) spesso protagonisti di spiacevoli cronache a fosche tinte. Nella vita vera, ciò che queste bande di bravi ragazzi commette è spesso ben più riprovevole dell'episodio da te narrato, che ha in fondo una forte spinta dal mondo della fantasia letteraria e non dall'intolleranza e dalla depravazione. La morale del brigadiere potrebbe apparire superflua, dal momento che i fatti parlano da soli, ma non mi dispiace perché secondo me è ben inserita nel contesto e realistica. Bravo Max.

Massimo Bianco il 2017-12-17 14:55:36
Ti ringrazio Antonio, per aver riproposto il tuo bel commento, oltretutto per me irrecuperabile, perchè proprio quando lo hai inviato l'admin stava sistemando il filtro per non riceve commenti propri sulla mail, sono stato insomma sfortunato. Io considero tutti i commenti dei doni e francamente mi scoccia assai quando li perdo, non so bene qui come è andata, non ricordo se ti avevo risposto o no, anche se a me pare di sì, ma quando ho visto che risposta mia non ce n'era, mentre tentavo di ringraziarti devo invece aver cliccato per sbaglio la voce CANCELLA IN QUANTO... Sono uno stupido. Ciao.

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