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IL BACCO DI MICHELANGELO

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2017-12-08 20:00:45


             
"...bisognava avere le seste negli occhi e non  in mano, perché le mani operano, e l’occhio giudica”
(Vasari, Vite –Michelangelo-, vol. III, p. 270).

                  

                                                              "DUMQUE SENEX PUER"  
(il giovane, il nuovo è strettamente collegato con il vecchio, l'anziano)
motto rinascimentale dalla medaglia di Galeotto Ferreo Orsini, che unisce un serpente a una vela.

“ La grandezza d’animo è il non essere disposti a tollerare la prepotenza altrui “.       
Aristotele

                                              

 

"Davicte cholla fromba e io chol larco": rapido schizzo per il David di bronzo ordinato dalla Signoria il 12 agosto 1502 per il Maréchal de Gié e, dopo la sua disgrazia, consegnato al tesoriere reale Florimond Robertet e ora al Museo del Louvre.
 David, giovanissimo, sta eretto in profilo a sinistra, col piede destro sulla testa di Golia a destra si legge: "Davicte cholla fromba e io chol larco". Più sotto: "Michelagniolo", firma autografo con un disegno stilizzato di arco.

                      

 

"I' son pregion; ma se pietà anchor serba
l'arco tuo saldo, et qualchuna saetta,
fa di te et di me, signor, vendetta."

Francesco Petrarca, "Canzoniere".

 





EROS APPISOLATO 
5 SETTEMBRE 1496, ORE 5.00. ROMA. PALAZZO DELLA CANCELLERIA.

Una mano mi afferra per le spalle e vorrebbe scuotermi, ma io sono già sveglio.
« Maestro, destatevi, c’è stato un incredibile ritrovamento alla tomba degli Octavii!       
Un sarcofago romano del III secolo dopo cristo!      
Venite, è straordinario!»  
« Un momento, Valentino.     
Fatemi dare una sciacquata gelida, un tozzo di pane e un po’ di latte, e sono da voi, in carne e barba.      
Vi chiedo un favore, Borghese — gli dissi, stirando verso l’alto le braccia, fino a toccare il basso soffitto: — state zitto per i prossimi dieci minuti, di primo mattino amo il silenzio.»      
Valentino Borghese, lo sbirro privato del Cardinale Riario di S. Giorgio: com’è entrato nella mia vita, costui?   
Ah, già! Dimenticavo la divertente e appassionante faccenda del Cupido Addormentato e la mania dell’antiquariato che hanno questi lazzaroni di ricchi prelati, un po’ nobili e un po’ banchieri. 
Era una gelida giornata di Gennaio, all’inizio di quest’anno.
Mi entra in bottega Lorenzo Popolano, il quale, dopo la cacciata dei potenti cugini della gloriosa famiglia de Medici, per motivi d’interesse politico, si atteggia a democratico e vicino alla gente comune.
Povero Lorenzo! Le tue ossa, chissà le matte risate che si fanno, mio Capitano!
Ma come tutti i tuoi parenti, o Magnifico, anche quelli del ramo cadetto e privi della classe della tua squisita personalità, se ne intendono un poco d’arte figurativa.       
Stavo lavorando al Cupido Addormentato, un soggetto affascinante.

 

                                                                                


Cosa c’è di più delicato e struggente che guardare il tuo amante di sfuggita, appena fatto all’amore, dimenarsi dolcemente per il languore del piacere?    
Che cosa c’è di più intrigante del pensiero che anche un possente dio come Eros ha bisogno di riposarsi dopo le sue incessanti fatiche di copula per il mondo?       
Sempre pronto a risvegliarsi, però, quando meno lo aspettiamo.
Dicevo, Lorenzo Popolano, rimase incantato dall’opera e mi propose un metodo per guadagnarci molti pezzi d’oro.   
Lo sa Dio, quanto per noi artisti, sradicati e miserabili, questo mezzo vile e velenoso è necessario per campare.   
« Maestro, fate in modo che questo Cupido sembri essere interrato da qualche secolo, e lo rivendiamo a Roma a un nobile o ad un alto prelato dalla borsa gonfia,come pezzo antico, come un reperto di scavi archeologici.
Se riuscite nella contraffazione, posso farvi avere fino a trenta ducati, tutti in una volta!»     
Io, una somma simile, in ventuno anni di vita, non l’avevo mai vista.
« E sia, Lorenzo, e sia.»   
Tramite un losco faccendiere, un intermediario, dal pretenzioso nome di Baldassarre del Milanese, la statua venne spedita a Roma al Cardinale Riario di San Giorgio.  
L’importante dignitario ecclesiastico fu ben abbindolato: il “pezzo antico” fu venduto per ben duecento ducati! Trenta n’arrivarono a me, e il resto se lo spartirono Lorenzo e il maneggione lombardo, a mia insaputa.
Così fu per un po’ di tempo, poi Satana fa le pentole, ma non i coperchi, e a me non piace essere preso per i fondelli.
Misi in giro delle voci da far giungere all’orecchio del Cardinale: dicerie insistenti sull’origine “fiorentina” della sua anticaglia.     
« Maestro, avanti, andiamo, il cavallo è pronto! Non è bene far aspettare Sua Eminenza.»     
─ Il solito molesto leccaculo: chi troppo s’inchina mostra il sedere! — «Un momento, Valentino, sto pisciando! Lasciatemi in pace, voi e la Vostra Eminenza!»       
Ed ecco arrivare questo scagnozzo di Valentino Borghese.
Lo sgherro zelante non ci mise molto a risalire a me, in quanto autore del Cupido. In breve, capitò nel mio studio, con il pretesto di farmi eseguire dei lavori.      
Io gli risposi che al momento, non avevo sottomano nessun’opera pronta, e, con abilità, accennai ad un certo Eros appisolato che avevo fatto spedire a Roma, per essere venduto al migliore offerente.
Lo sbirro del Cardinale, a quel punto, si era rivelato per il servo qual era e di chi lo era.  
Aveva buttato le carte in tavola e mi aveva spiegato la truffa operata da quei due mascalzoni di Lorenzo e Baldassarre.       
La statua era stata, addirittura, esibita in pubblico, e sai che bella figura per il Cardinale, quando girarono le voci che il “ pezzo romano antico “ era in realtà opera di Messer Michelangiolo da Firenze.      
Il Riario, in ogni modo, non solo non era adirato con me, ma m’invitò a soggiornare presso il suo Palazzo della Cancelleria, “per studiare le belle e proporzionate forme degli artisti antichi, a vantaggio delle opere d’edificazione cattolica contemporanea”,ome recitava la lettera che mi spedì.
Il tutto condito con vitto, alloggio e un compenso adeguato a un giovane maestro in cerca d’affermazione.       
Non potevo rifiutare.      
A Firenze, la situazione era insostenibile.
Quell’invasato fanatico del Savonarola, il frate Nero, odiava a tal punto l’arte antica, da rifiutare una somma consistente offerta da un mercante veneziano che intendeva acquistare tutte le opere destinate dal suo esaltato furore, a bruciare nella pubblica piazza.      
In quel momento, infatti, l’esaltato religioso deteneva anche un certo potere temporale sulla municipalità fiorentina.   
Il 25 giugno 1496 ero a Roma, presso l’Accademia del Riario.
Visitai immediatamente, per tutta la giornata, la sua collezione d’antichità, senza che il Cardinale perdesse tempo ad esaminare le mie lettere di presentazione, di cui mi aveva fornito Lorenzo di Pierfrancesco de Medici.      
Lo avevo conquistato, con il mio Cupido.
Il Cardinale mi espose il suo ambizioso piano di lavoro.  
Con il Palazzo della Cancelleria, il Riario, voleva creare un’Accademia delle Belle Arti.
L’Istituzione avrebbe dovuto contenere tutti i reperti della romanità che venivano in quei giorni mirabili, scavati e ammirati con stupore in tutto il suolo italico. 
Quei meravigliosi capolavori, sarebbero stati studiati e copiati e, in un secondo tempo, disponibili alla vista del popolo tutto, in apposite sale di museo.  
Io sono dalla sua parte, sognando insieme con lui quel meraviglioso progetto di lavoro.    
Lorenzo Popolano andò a nascondersi in qualche buco e gli sbirri pontifici, si fecero restituire dal Baldassare tutto il maltolto.       
Immagino, a giudicare dalle affilatissime armi da taglio,( che questo sbirro nasconde male sotto le vesti e il mantello), non proprio con le buone maniere.
Mi portarono indietro la statua e qualche ducato in più.
Ora, ho avuto un’offerta, non trascurabile, da parte di un signorotto di provincia, tale Cesare Borgia, una ghigna da brigante, poco raccomandabile.
Vedrò il da farsi.     
« Eccomi, Valentino, sono pronto.» 
« Andiamo Messer Michelangelo, si fa tardi!   
Sono circa venti minuti a cavallo per arrivare alla Via Trionfale, dove è stato ritrovato quel sarcofago.  
Il Cardinale ci aspetta, con impazienza.»  
« L’hai già detto, Borghese, basta: detesto le ripetizioni.   
Una gran persona, un certo Lorenzo, mi ha insegnato il motto preferito
dall’imperatore Augusto: Festina Lente, affrettati lentamente Valentino, e non mi scocciare. 
E ora, via, andiamo.»       
 

LEDA E IL CIGNO
 

Albeggia.
L’aria di primo mattino è frizzantina; il mio giubbotto, frusto e logoro, mi tiene, comunque, il corpo ben caldo. 
Rapidamente spronati, i robusti cavalli ci portano dal centro di Roma verso la periferia, lungo l’antica Via Trionfale, in aperta campagna.
Ad attenderci, nella zona degli scavi, ci sono due brutti ceffi, il Cagno e il Grifo, due altri sbirri pontifici, degni complici e assistenti del mio angelo custode, il Valentino, impostomi come molesta compagnia dal Cardinale, “ a tutela della sicurezza del suo genio, Maestro.”   
« Presto, Sua Eminenza ci attende» .
C’incamminiamo, alla luce delle torce, in quanto la luminosità dell’aurora non è ancora sufficiente, lungo un viottolo lastricato alla romana, al termine del quale, davanti ad un muricciolo seminterrato in tufo, mi attende il Riario. 
« Buona giornata, Sua Eminenza.»   
 M’inchino a baciare il grosso rubino, incastonato nell’anello cardinalizio.
« Buon giorno anche a voi, Messere. Vi aspettavo con impazienza. Venite… vedrete… una scoperta che ha del miracoloso!» 
Raffaele Riario, nominato cardinale di San Giorgio da suo zio, Papa Sisto IV Della Rovere, si dice che abbia finanziato la costruzione del suo imponente Palazzo della Cancelleria, con il frutto di una favolosa vincita a dadi, rimasta leggendaria nella Città Eterna.    
Sulla cinquantina, ben portati, l’uomo, tendente all’obesità, è ancora aitante e disinvolto nei movimenti.
Lo osservo infilarsi, con insospettata agilità, dentro il varco che conduce alla zona cimiteriale, appena scoperta.    
Osservo anche, però, una strana e gelida ombra di severità mista a preoccupazione, impressa sui duri lineamenti del volto.     
La scena del ritrovamento è emozionante e inquietante, nello stesso momento.
Il sarcofago è di marmo traslucido. I muratori hanno appena finito di dissotterrarlo e, con scope di saggina, stanno finendo di ripulirne le fiancate.
Il coperchio superiore è rotto e sbrecciato.       
«Parlate, parlate ad alta voce, Messer Michelangiolo, descrivetemi questa meraviglia strappata al Tempo vorace, ammaestrateci col vostro sapiente stupore.»   
« Certo, Eminenza. Allora, il sepolcro è stato saccheggiato dai ladri, vedete, è evidente, il sigillo superiore è stato rotto a colpi di piccone.     
« Barbari, sciacalli ! » urla il Riario. 
«E’ vero.» Mi affaccio a indagare il contenuto dell’interno della tomba.
«Come potete notare, dei poveri resti del defunto, non resta quasi più nulla, se non un brandello di tunica femminile.    
Questo indizio fa pensare alla presenza nella sepoltura di una nobile donna di famiglia patrizia…i ladri e il Tempo, il più spietato e inesorabile dei malandrini, hanno eclissato il prezioso contenuto.»    
« Sicuro, Maestro, così è stato. Avanti, procedete, ci state illuminando con le vostre magistrali intuizioni.»      
« Vediamo, il lato frontale è stato corroso dall’umidità e dall’usura temporale, così come il fianco laterale destro e, purtroppo, anche il bordo posteriore…però…presto…si ripulisca per bene la fiancata a sinistra!
E luce, più luce! Portate delle torce! 
Questa sabbietta fa ben sperare: questo tipo di minerale riesce a conservare le figure delle immagini scolpite in rilevo, così care ai nostri antenati.»
« Avanti, intervenite con rapidità!   
Intima il Riario ai muratori e agli sbirri pontifici presenti in luogo.
Subito, il gruppo d’operai si dà da fare con scope e badili, e grosse fiaccole sono poste intorno al luogo.  

                       

La luce rosata dell’Alba, illumina il lavoro di pulizia degli addetti e io sento crescere dentro di me, un subbuglio d’emozioni e di gioiose vibrazioni.
«Ecco, Maestro, appaiono delle figure, spiegatemi, ve ne prego, spiegatemi…»
«Come pensavo Eminenza, sono figure in rilievo su scannellature irregolari. Meravigliose, senz’altro!  
Ecco, in alto da sinistra, un motivo ricorrente sui sarcofagi degli antichi romani: Eros con la fiaccola rovesciata, l’Eros funebre che accompagna i deceduti, nell’ultima stazione della loro esistenza.   

                                                                 

 

A seguire una pianta d’alloro, l’albero della rinascita, emblema dell’energia cosmica in perpetua rigenerazione.
Proseguendo verso destra, notiamo il cipresso, antico simbolo d’eternità, per il persistere sempreverde del suo fogliame e la longevità del suo tronco, stillante una resina incorruttibile.
Gli alberi ci ricordano il ciclo naturale della vita, dalle radici sepolte nella fertile, nera terra; alla propulsione dei rami alle foglie e ai frutti, fino all’ascensione all’energia solare e al ritorno della luce verso il suolo e la vegetazione.      
Ed ecco, dal basso, sempre da sinistra, un’ala d’uccello e…un’immagine di donna…stupenda! Fenomenale, Eminenza, questa è l’effigie del mito di Leda e il Cigno, ancora un altro “ bacio degli dei”!»
«Maestro, correggetemi se sbaglio, ma questa scena ricorda un coito, un amplesso bestiale tra una donna e un enorme uccello!      »
Così osserva il Riario, un po’ affascinato e un po’ con quell’espressione dura e severa che ho osservato in precedenza. Intorno a lui, anche i muratori e gli sgherri, sghignazzano e fanno cenni volgari con le mani, roteando gli occhi, come se si trovassero in un bordello.
«Ma non capite, Eminenza, questa non è pornografia da bettola; è iconografiamistica, è la figurazione del volo dell’anima umana, di fronte al gran salto, nel momento fatale dell’estremo passaggio.»    
«Ci aiuti a capire, Maestro, perché faccio molta fatica»     
« Come lei sa, i romani scolpivano frequentemente, sulle pareti dei loro
sepolcri gli amori dei loro dei e, in particolare, come nel nostro caso, i rapporti adulterini di Giove Massimo, con le donne mortali. 
Qui, il dio si tramuta in cigno, per possedere carnalmente Leda, una bellissima donna che si stava lavando in un lago, ad insaputa di sua moglie Giunone.      
Ma se credete che questa sia una scena da lupanare, vi sbagliate di grosso.
In questo caso, le immagini servono la memoria, da richiamo all’anima dell’uomo,spaventata dalla sua fragilità e dall’essere effimera, e non la borsa di un turpe magnaccia.     
Per i nostri avi, morire significava essere amati da un dio, e partecipare, per mezzo dell’unione estatica con il divino, alla beatitudine senza tempo.
Quest’estasi è rappresentata da un amplesso, ma, chiaramente, ha solo un nobilevalore simbolico: il bacio degli dei! 
Le figure possono essere di natura sessuale, solo per esprimere l’intensità e il potere mistico di quel contatto memorabile col divino.       
Sua Eccellenza, siamo stati fortunati, i ladri hanno portato via l’oro e i gioielli, ma non hanno compreso il valore, senza prezzo calcolabile, di questa contemplazione figurativa del divino.       
Dobbiamo brindare! Si porti del vino!     
Il popolo, vedrà se non è vero, sarà entusiasta di questa scoperta: arricchirà il suo spirito e porterà serenità e speranza alla sua anima.»
«Maestro, si calmi e cerchiamo di ragionare! Mi deve spiegare meglio, che cosa c’è di moralmente costruttivo in questa diabolica e rivoltante oscenità?
Messer Michelangiolo, non scordi che noi abbiamo sulle nostre spalle la
responsabilità di educare innumerevoli innocenti e poveri di spirito.
Come posso insegnare a un bambino o a un’ingenua vergine che il coito con un cigno è un evento voluto da Dio?    
Come possono ritenere più istruttivo un accoppiamento animalesco rispetto all’Ave Maria, alla Santa Messa o al Pater Noster? Non mi è proprio chiaro, Maestro, e, se devo dire la verità, sto cominciando anche a stufarmi di non comprendere.       »
Tutta la meraviglia e la gioia creativa che avevo sperimentato fino a quel momento, si stavano mutando in un sentimento sordo e doloroso di rabbia e di frustrazione.       
Quell’alto prelato, davanti ai miei occhi, si stava trasformando in un altro uomo, intollerante, fanatico e dispotico.     
«Messer Riario, come potete pretendere di intendere l’arte antica, se non avete la benché minima intenzione di rinunciare ai vostri stolti pregiudizi religiosi! La vostra mente è chiusa come un guscio di noce!
Sappiate che la dottrina di Santa Romana Chiesa, non è l’unica e la sola che ci aiuti ad affrontare la nostra fragile condizione umana di fugacità.
Voi insegnate che viviamo per soffrire, e questo dolore, se ben sopportato, secondo i riti e le regole della nostra santa religione, ci conduce alla consolazione di un sereno Aldilà, governato da Nostro Signore Gesù Cristo. 
Ebbene, per i nostri gloriosi antenati di Roma, le cose non stavano così.
Vi siete chiesto come mai questo popolo era così intrepido e valoroso?
Quegli uomini non avevano paura di morire in battaglia, al servizio delle loro legioni.    
Non temevano di solcare i mari più lontani e tempestosi: anche s’erano contadini e pastori.    
Non si arrendevano di fronte a montagne invalicabili o a deserti infuocati e senza fine; e li percorrevano e li esploravano, anche se provenivano dalla sponda di un fiume paludoso .
Non esitavano a commerciare e a stringere contatti con ogni genere di tribù barbarica, popolo cannibale o primitivo.  
Erano in grado d’imparare dai sacerdoti d’ogni culto o iniziazione misterica e di assimilare le tecniche d’ogni scienziato o artigiano straniero.
Sapete da dove gli veniva l’apertura mentale tenace, la curiosità insaziabile?
Da una semplice e quasi ovvia intuizione: la morte, il momento del compimento del Fato, è un’esperienza di trasformazione, come tutte le altre sperimentazioni personali di vita che hanno preceduto quel momento.
Non si parla di un’astratta quanto non provata esperienza d’oltretomba extracorporea,ma di una concreta prova nell’Aldiquà, nell’adesso e ora e qui.
Riuscite a spostare, almeno solo per curiosità intellettuale, la vostra consueta prospettiva mentale?
Riuscite ad immaginare un tipo di persona così forte da non cercare la nera Signora con la falce, ma nemmeno così vile da temerla?
Potete concepire un individuo così intrepido, capace d’aspettarla con vivo interesse…sì, e con il desiderio di chi vuol conoscere e gustare un’esperienza unica e irripetibile, in cui sarà inesorabilmente trasfigurato in un’altra dimensione eterna?       
Capite, non vile timore o rassegnazione ma voglia, gusto, coraggioso interesse, entusiasmo!     
Ecco perché il possente Eros ha la fiaccola capovolta.       
Ecco il perché del coito del dio con la donna mortale, che conduce al passaggio nell'Eternità.    
Senza il “ divino orgasmo” non ci si può ricongiungere con la fonte divina, non si può ritornare al Grande Uno che ci ha generato nel molteplice.
Eros è il demone, il dio, il potere occulto che allenta e infrange le catene che tengono la nostra anima legata all’attaccamento del corpo e alla materia bruta e inerte; la sua magia le permette di librarsi in volo, in viaggio con l’energia cosmica.       
In virtù del vincolo d’Eros, gli dei immortali assumono l’aspetto di mortali, e gli esseri umani amati, come Leda, riflesso della nostra anima, sopravvivono alla morte perché vivono “sepolti” nel cuore dei loro divini amanti, gli dei.      
Non bisogna temere l’esperienza della trasfigurazione: un dio desiderato e amante ci prenderà per mano e ci trarrà in salvo per sempre.
Ognuno di noi deve prepararsi a quell’emozionante appuntamento, e deve addestrarsi ad affrontare quell’evento senza eguali.  
L’amato dal dio deve liberarsi della “pelle morta” del suo egoismo e della vecchia e trascorsa vita quotidiana terrena e offrirla con gioia al divino amante come un trofeo, un inestimabile gioiello di passione e spontaneo sacrificio, un simbolo di rinnovamento e autotrasformazione attraverso l’apparente fine mortale.   
Attraverso la dura prova del decesso, la bruttezza e la grossolanità dell’uomo materiale e superficiale si lacerano, e dalla crisalide fuoriesce l’uomo interno, spirituale, puro come un diamante, leggero e aggraziato come una farfalla colorata, dopo essersi liberato della vecchia, morta spoglia, come sanno fare le sagge serpi, strofinandosi tra le pietre.»
Un solitario applauso risuona nella cavità del luogo sepolcrale.
« Bene, Maestro: un’istruttiva lezioncina non richiesta; e sia, ma ora ascoltate, tocca a me parlare ed educare.» 
Il commento beffardo è del Cardinale.     
Intorno a lui, si stringono i tre poliziotti pontifici, sguainando da sotto i mantelli dei pesanti manganelli di legno massiccio.
Ecco il vero volto del Potere!   
Altro che il raffinato e disinvolto collezionista di sculture e pitture, aperto e liberale     verso le arti figurative!    
« Caro il mio spaccamarmo da strapazzo, come ben sapete, io sono stato incaricato dal Sommo pontefice di pascolare il cristiano gregge delle povere pecore del Signore, questo popolo così incline alla confusione e all’errore.
Questa gente non è un’entità astratta come le vostre fantasticherie neoplatoniche, Messere.  
Ci sono i bambini, le donne timide e svenevoli e una moltitudine anonima d’esseri simil umani, rigurgitante vizio e ignoranza da tutti i pori.
Che cosa volete che possano capire delle vostre teorie, da infatuato lettore di Platone?  
Come possono risolvere i loro impellenti bisogni?    
Hanno bisogno di riempire lo stomaco con un tozzo di pane e un bicchiere di vino, per stordire le sofferenze della dura lotta per la sopravvivenza che devono sostenere ogni santo giorno.   
Per riempire il vuoto doloroso della loro anima ci vuole l’oro delle casse dello Stato Pontificio e la ferrea disciplina della nostra Santa Organizzazione: ripetitive preghiere e monotoni rituali, premi di consolazione in un Paradiso ultraterreno, dogmi al di là d’ogni ragionevole dubbio e fede assoluta nell’operato, di noi umili servi della vigna del Signore.   
Pane, vino e un militante apparato di sogni e illusioni a buon mercato: ecco di che cosa hanno bisogno i concreti esseri umani!     
Che cosa volete che ci capiscano in quegli osceni geroglifici pornografici, se non il trovare un pretesto per andare a zoccole o stuprare qualche ignara giovane, in un vicolo scuro?»  
«Sua Eminenza, io contesto questa visione falsa e riduttiva!
La bellezza del corpo umano è frutto della grandezza di Dio, e non si può glorificare Dio senza mostrarla con il sacro mezzo delle immagini!
Inoltre, il popolo non è così brutale e infantile, come lo dipingete!» 
«Capitano Borghese, volete provvedere affinché questo miserabile sminuzzamarmi impari le norme elementari del galateo?    
Ad ascoltare con pazienza e ad attendere il suo turno per conferire, solo quando avrò il piacere d’interrogarlo?  
In men che si dica, lo sbirro e i suoi due lugubri assistenti, mi piombano addosso, e possono finalmente liberare la loro autentica vocazione artistica: massacrare di botte un uomo solo e disarmato.»     
« Mi raccomando Capitano, niente mazzate alla testa, alle braccia e alle mani.
Costui può essere, con la sua arte squisita, ancora di una qualche utilità al Santo Padre. Cerchiamo di non incorrere nelle sue sante ire.»    
Una randellata mi prende in pieno ventre, e altre due bastonate, arrivano secche sulla schiena.   
Scivolo in basso, senza un lamento, e resto lì, disteso a terra, a contemplare intontito il sereno volto della Leda, con il fiato rotto dal male di fitte accecanti alle coste del tronco.      
In quel momento, la dolce figura strappata all’oblio del Tempo, mi passa un’emozione che non scorderò mai più, fin che campo: l’unico conforto, il solo sostegno possibile, per noi artisti e per ogni uomo dotato di un minimo di sensibilità, è trovare rifugio e nutrimento nei sentimenti che ci fornisce la nostra personale immaginazione.
« Ora mi sembrate più sereno, Maestro: possiamo riprendere il discorso.
Vedete, viviamo in tempi cupi. I vostri amici umanisti parlano di giorni splendidi, in cui si riscopre la spiritualità e il valore morale dell’antichità, greca e romana.
Proclamano entusiasti che tutta l’umanità è proiettata verso situazioni più consone e favorevoli alla realizzazione del potenziale umano.
Quell’altro eretico caro a voi seguaci neoplatonici di Lorenzo il Magnifico, Pico della Mirandola, asserisce in una sua opera che questa Rinascenza è cominciata l’undici novembre millequattrocentodiciassette, quando il cardinale Ottone Colonna divenne papa col nome di Martino V, ponendo fine, dopo trentanove anni di divisioni e guerre intestine, allo scisma d’Occidente.    
Quello sciagurato di Martino decise di porre l’allora vagante Soglio Pontificio a Firenze, sentenziando ingenuamente che la città del Giglio era il luogo più gradevole e bello della terra.    
E allora sovrani, cardinali, ambasciatori, ricchi mercanti d’ogni tipo di merce arrivarono a Firenze da ogni dove, e subito prese a circolare e a moltiplicarsi una gran quantità di denaro.  
Il vostro Rinascimento, Michelangelo, nacque in quei giorni, nei quali fede, politica ed economia fiorente riuscirono a cancellare dalla mente degli uomini guerre, epidemie e disastri d’ogni genere, che si erano susseguiti prima per secoli.»       
«Sì, Cardinale, me lo raccontava mio padre quand’ero piccino» Michelangelo osa ancora interrompere l’alto prelato « qualunque uomo viveva e respirava in quel momento storico si sentiva speciale e soprattutto gli artisti, che si sentivano allettati e rincorsi da chi contava nella società. La loro fantasia cominciò a non porsi più limiti, ed essi osavano l’inosabile, rasentando la perfezione. Ser Filippo Brunelleschi fece sorgere dal nulla la più bella cupola che occhi umani abbiano mai visto e i grandi Donatello, Luca della Robbia e Masaccio regalarono al mondo i loro capolavori eterni…»  
«Già, come voi osate ancora interrompermi, lo pagherete caro l’insistere in questo atteggiamento. 
In verità dico a voi e a quello stordito bamboccio di Martino Quinto che c’è una Realtà, molto più reale di queste abbaglianti astruserie da eruditi.
Per esempio, ci sono eserciti stranieri che premono ai confini per predare e razziare le inestimabili ricchezze dello Stato della Chiesa.
Inoltre, ogni giorno, la bestiale violenza di banditi, ladri, maghi e truffatori, o quella dei signorotti locali, muniti di formidabili piccoli eserciti, esperti in ogni genere d’estorsione, ricatto e omicidio, ci minacciano dall’interno.   
E ancora, tanto per non avere mai pace, dilaga la corruzione, l’intrigo, la simonia, la prostituzione ad ogni livello.   
Non parliamo poi delle carestie, delle alluvioni, delle rivolte nel contado, delle epidemie.
Voi credete di poter risolvere questi complessi e tragici problemi con gli scalpelli, i pennelli e le piume d’oca, intinte nell’inchiostro ?    
Pazzi! Illusi! Sognatori! Il troppo leggere vi ha dato alla testa come un vino cattivo!       
Avete mai visto un bimbo morire di peste nera! O di malaria?
Siete a conoscenza di quei corsari Turchi che vengono da Oriente, per attaccare i nostri villaggi sulle coste marine, scuoiare gli uomini come maiali e sequestrare le donne e i bambini, per rivenderli sui loro mercati come bestie da macello o da monta, dopo averli ripetutamente stuprati?
Le conoscete le bande di briganti nostrani, che si nascondono come belve feroci nelle foreste, nei valichi montani, come dietro il muro di un caseggiato o i tendaggi di casa, per compiere le stesse scellerate azioni dei corsari Turchi, ai danni dei loro stessi concittadini?
Ricordate il vostro amico fraterno Giuliano de Medici, sgozzato davanti all’altare, durante la Santissima Comunione, dai congiurati della famiglia Pazzi?     
Questo è il vostro tanto celebrato Aldiqua, un mondo crudele e senza misericordia, per niente e per nessuno. 
Come potete non vederne l’orrore?  
Se sapeste che cosa vedo tutto il giorno e cosa non sento, nell’esercizio delle mie sacre funzioni! 
Genitori che vendono i propri figli per compenso, a fini di libidine, incesti per consolidare i propri fondi terrieri; e torture, vendette, sicari, spie…l’usura che ipocritamente, si accompagna alla rispettabile liberalità del buon borghese.      
E mi voglio fermare con quest’elenco dell’inferno quotidiano! 
Voi mi esaltate “ il bacio degli dei”? 
Che cosa può una fantasia da bimbi contro tutto questo Male, contro tutta questa riuscitissima fabbrica di Satana?
»       
«Nostro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato di tornare ad essere come i bambini!»
Il Riario in persona mi salta addosso e mi sferra un calcio in bocca. 
Con un cenno, ferma il nuovo assalto dei suoi cani da guardia.
Il sangue mi cola nella gola, e tossisco violentemente.       
«Tacete! Non osate più parlare fino a quando non sarete interrogato!
Anzi, vi comunico che, d’ora in poi, non ho più nessun’intenzione di starvi a sentire. I metodi di conversazione di questi tre valenti ufficiali della Santa Inquisizione, li avete appena assaggiati; lascio a voi la scelta, se continuare o no, nella loro conoscenza.»    
Riprende imperterrito la sua farneticante predica.    
«A questo scopo il popolo deve essere unito e pronto a combattere per difendere la Santa Chiesa del Signore!
Per essere un sol uomo deve essere umile e sottomesso; e non confuso e frastornato da fantasie non controllate da noi vicari di Cristo.
Alla gente non serve una gran quantità di raffigurazioni artistiche.
Come ben prevedeva il santo Concilio di Nicea, sono sufficienti una manciata di scene tradizionali, collegate a precise date del calendario e alle fondamentali tappe temporali della vita del popolo.
Ad esempio: la Natività e l’Adorazione, la Crocefissione e la Deposizione conqualche stazione del Calvario e la pietà della Madre del Cristo; qualche Resurrezione e rare Assunzioni in cielo.  
A questo punto, Messer artistucolo, ricapitoliamo, per la vostra educazione, alcuni fatti essenziali:
primo fatto: se volete lavorare per me e non campare come un miserabile pezzente, con le unghie sporche di marmo e di colore, dovete imparare a tacere e ad obbedire alle disposizioni di Santa Romana Chiesa, cattolica e apostolica.      
Secondo fatto: in caso affermativo, avete sette, dico, sette ore di tempo, per ricopiare i disegni di questo maledetto sarcofago, per i vostri studi sulle belle forme.     
Trascorse le quali, senza possibilità di deroghe o ritardi, l’antico sepolcro sarà occultato nei sotterranei vaticani, da dove, a causa dell’oscenità del soggetto, non lo rivedrete mai più, né voi, né il vostro immaginario popolo di rinascenti visitatori.       
Terzo e ultimo fatto: il nostro comune progetto d’allestimento di un’Accademia delle Belle Arti, aperta a tutta la gente, prosegue senza dubbio.
Ora che avete inteso il segreto intendimento che la anima, vale a dire la lucida disciplina del Tribunale del Sant’Uffizio a cui collaboro, avete anche compreso che m’incaricherò personalmente di discriminare tra le opere destinate alla vista del popolo e le oscenità diaboliche, le quali saranno nascoste ed eliminate nelle segrete vaticane.
 Valentino, ora passatemi il mantello.»     
« Subito, Sua Eminenza.»
«Vi saluto, Maestro: scusatemi se sono stato un po’ brusco nei modi, ma mi avete proprio fatto infuriare!    
In conclusione, a voi la scelta: la fame e la miseria o l’oro e il potere di Santa Romana Chiesa, cattolica e apostolica.     
Buon lavoro, arrivederci, e a risentirci, quando avrete un po’ affinato il pensiero e il linguaggio.»     
Detto questo, il Cardinale picchiatore, dopo aver confabulato con i suoi servi, se ne va dal varco del muro.     
Il respiro mi sta tornando normale, ma lo stomaco è ancora sottosopra, per il sangue colato e il terribile colpo di maglio assestatomi dal Valentino.
I tre sgherri mi aiutano a sedermi contro il muro e mi danno da bere dell’acqua da un otre.   
Il Valentino mi porge una cartella, contenente dei fogli da disegno e della mina per tracciare segni e disegni.  
«Allora, Maestro, avete intenzione di continuare il lavoro?» mi sussurra con divertita perfidia, il servo ignorante.
Povera nullità d’uomo, forte con i deboli e debole con i forti.  
Il capolavoro che ho di fronte merita comunque ogni umiliazione.   
Mi sistemo contro il muro, fradicio d’umidità, e comincio a disegnare.
« Bene, vedo che siete sceso a più miti consigli. Eccovi il compenso, Maestro.
Detto questo, mi butta con malagrazia, sulle gambe, una piccola borsa di pelle, ricolma di monete tintinnanti. 
Oro e sangue, ecco la ricetta degli eredi di San Pietro, per dialogare con chi non la pensa come loro.     
«Vi prego di rilasciami regolare ricevuta del vostro avvenuto compenso, Michelangelo».

                          

 

Eseguo la mia firma sul pezzo di pergamena e il Valentino si sofferma e commenta:
«Siete originale anche nella firma, Messere: la “elle” e la “o” finali del vostro nome, sembrano tendersi, trasformarsi in una corda e nella freccia di un arco pronta a scoccare. E poi, accanto, che cosa avete disegnato? E’ un compasso, un sestante per misurare le proporzioni? O è il trapano a corda che usate voi scultori?»   
«I' son pregion; ma se pietà anchor serba 
l'arco tuo saldo, et qualchuna saetta,
fa di te et di me, signor, vendetta.    
Davide con la fionda e io con l’arco»
Michelangelo termina il sonetto del Petrarca a causa del violento ceffone che s’abbatte sul suo naso.     
«State attento a non cercare rogne, Messere, che noi siamo qua per grattarvele!»       
Le lacrime mi rigano le guance, mentre, muto e sanguinante, inizio a ricopiare, dall’alto a sinistra, Eros con la fiaccola capovolta.     
       
IL SOGNO DEL BACCO EBBRO E DEL SATIRO FURTIVO

Terminato il calco del disegno del sarcofago, sempre seguito a debita distanza dalle tre guardie pontificie, lascio la tomba degli Octavii e ritorno al palazzo della Cancelleria.     
Sotto il mantello, oltre alla pregiata cartelletta con le figure ricopiate, nascondo un’originale di maschera funeraria romana, che ho sottratto da un angolo buio, non visto dai tre maneschi bravi del Cardinale.
Senza esitazioni, raccolgo in un fagotto tutti i miei scarsi effetti personali, e salto giù dalla finestra, nei giardini di quella farsa d’Accademia del Riario.      
Raggiungo un alto muro di confine, lo scalo e risalto giù dall’altra parte, rischiando più volte di spezzarmi l’osso del collo.     
Corro a rifugiarmi nella vicina villa di un mio caro amico, il facoltoso banchiere Jacopo Galli, in relazione da tempo con la famiglia de Medici e mio fervente ammiratore.     
Come prevedevo, Jacopo mi accoglie senza fare domande, e vedendomi stravolto dalla fatica e dal dolore delle botte ricevute, dà ordine alla servitù di curarmi e mettermi a riposo. Viene dato ordine di preparare un gran letto a baldacchino, posto in una decoratissima stanza, piena di dipinti e di sculture, in un locale della sua vasta villa.
Prima di lasciarmi andare al necessario ristoro, fa in tempo a dirmi, molto opportunamente:     
«Sbaglio, o avete fatto conoscenza dei metodi di conversazione della Santa Inquisizione? No, dal furore celato nei vostri occhi, vedo che non mi sbaglio.»
Quale piacere ritrovare un simile amico, dopo tutte le brutture e le scelleratezze che mi sono grandinate sulla schiena e nella mia misera anima.
Mi spoglio e mi lavo del sangue rappreso, medicato delle ferite con pomate e unguenti.
Sono rifocillato e dissetato, rivestito con abiti comodi e puliti.
Infine, esaurito d’ogni energia, sono accompagnato da Jacopo sul letto, e aiutato ad infilarmi sotto le coltri, leggere e fresche di bucato; e con tenerezza, invitato ad entrare in un sonno rigeneratore.
Una volta uscito il mio angelo consolatore, prima di prendere sonno, estraggo dalla sacca sdrucita, la maschera rubata e la rigiro tra le mani.
Un simbolo della divina dimensione senza spazio e senza tempo.     
Era appoggiata lievemente, da un caro o da un vicino del morto, sul volto della donna defunta, a significare l’avvenuto contatto tra due, in apparenza, opposte entità, l’essere umano mortale e il dio, eterno.
Era l’inizio del viaggio cosmico, in altre emanazioni d’energia spirituale, in altri vasti regni dell’anima universale.    

 

                                                                    

 

Le orbite vuote, la bocca spalancata con la lingua che sorregge il labbro superiore, conferendo al calco una smorfia enigmatica e spaventosa; il naso animalesco e grossolano, in una parola: orrido.    
Infine, l’insieme del manufatto è incorniciato da una massa di barba e capelli, irsuti e arruffati, incolti e selvaggi.    
Questa raccapricciante rappresentazione, sgradevole, in apparenza, a vedersi, in realtà è intrigante, in quanto rivela, - nascondendo la rivelazione nel grottesco e nel bizzarro- la riuscita aderenza tra l’anima mortale e quella cosmica.   
Ecco, così mi comporterò anch’io, d’ora in avanti.   
Mi nasconderò in questi assurdi costumi sociali che mi circondano, e in queste violente e autoritarie imposizioni poliziesche cattoliche che mi assediano, per divulgare a me stesso, al popolo tutto e all’umanità intera, la forza delle Immagini che provengono dagli dei.
Mi servirò dell’oro e del potere di quest’ipocrita, quanto dittatoriale Stato Pontificio che ha completamente rinnegato gli insegnamenti di rispetto, di povertà e d’amore del suo fondatore, per forgiare con le mani e il mio talento, un invito irresistibile ad amare e a mantenere, per sempre, in vita la sacra Immaginazione e la libera conoscenza, rispettosa di quell’altrui.     
Mi sdraio, prepotente il sonno sta arrivando.   
Mi appoggio, delicatamente, sul volto la maschera.  
Siamo verso Mezzogiorno.      
Sento il suono della risacca: intorno a me, ritmicamente, danzano le onde sul bagnasciuga.    
Sono seduto sulla sabbia, dorata e finissima, e un bel sole intiepidisce le mie spalle.       
Contemplo un cielo azzurro come la pietra del lapislazzuli.
Da lontano, scorgo un bagliore accecante, come un raggio solare che rimbalza su di un blocco di marmo di Carrara.       
Qualcosa sta venendo da me.   
Vorrei scappare, ma quello splendore m’inchioda sulla spiaggia.
Sento lacrimarmi gli occhi e un freddo, intenso brivido percorre la mia spina dorsale, fino ad elettrizzare i folti riccioli della mia barba.
Mi sento nello stesso tempo, atterrito e ammaliato, come mi capitava in passato, all’Ospedale degli Agostiniani di Santo Spirito, a Firenze.
A notte fonda, compivo studi anatomici sui cadaveri dei poveri cristi rimasti senza beni e senza nessuno che aveva provveduto alla loro cristiana sepoltura.  
Mentre a lume di candela, nell’allucinante solitudine di quel macabro obitorio, tagliavo e scorticavo pezzi di corpi umani, per ricopiarli e proporli, un giorno, in un’opera d'armoniosa e ammirevole proporzione, avvertii quest’emozione: un misto d’orrore e di serena e stupefatta curiosità.
Un travolgente desiderio di conoscere, di rendere eterno, bello, splendente, il friabile potenziale umano, s’impadroniva di me.
La figura s’avvicina…è un Bacco, o meglio, io lo so, è Dioniso stesso in Persona: mi guarda in tralice da sopra una coppa di vino, levata in alto con la mano destra, per essere offerta alle mie labbra.   
Le sue membra sono possenti, come quelle di un pugilatore o di un guerriero, ma le sue movenze sono lente e molli: cadenze portatrici di una grazia speciale, tutta ancheggiante e femminile.
Assaggio a sorsi il suo dolce vino profumato e mi sento invadere da una profonda gioia, lancinante e quieta allo stesso tempo.      
Il suo sguardo è bieco e lascivo.       
Il dio mi prende la testa, con le sue mani vigorose e mi bacia la fronte.
Improvvisa, inattesa, prende a cadere una pioggia d’estate, tiepida, musicale nella sua soffice caduta sulla sabbia. 
Cade su di me e dentro di me, come un respiro vaporoso: inspira dal cielo sulla terra ed espira nel senso contrario.   
Vedo un giardino, in una splendida villa, quella del mio amico Jacopo.
Ci sono nuvole grigie sopra i cespugli ben curati, nembi che spillano trasparenti gocce che lavano le foglie; neri insetti escono dalla scura terra, imbevuta d’acquae…vicino ad una vasca dove guizzano pesci color smeraldo, c’è una statua, monca dell’avambraccio destro.

                                                       

 

E’ sempre di Dioniso, il quale, con la mano sinistra alzata, mi mostra una pelle screziata di leopardo, un involucro abbandonato recante un volto, il mio viso! Con le orbite vuote e un’agghiacciante espressione mimica della bocca! Sembra la digrignante ghigna di un deceduto per morte violenta…
Da dietro il dio, sbuca fuori, come una lepre saltellante, un piccolo satiro che mordicchia un grappolo d’uva.
Ha l’espressione di un monello che ha appena rubato quegli acini rossi da un filare, a un vignaiolo.

 

                                                                                          

 

Prende la pelle scorticata dalla mano sinistra di Dioniso e me la porge esclamando:
«Tieni Michelangiolo, questo è l’angoscioso simbolo della tua dolorosa trasfigurazione: non temere il cambiamento! Non rimanere uguale a te stesso! Muori e divieni!      
Nell’atroce sofferenza dello squartamento della disciplina è riposta la magia del frutto della vita che dà gioia e conforto!   
Tu sai e puoi trarre la vita dalla morte, il divino splendore dalla bruta materia! Non temere gli uomini che adorano un solo dio!
Noi siamo e saremo con te, per sempre, al di là dello spazio e del tempo
».
Detto questo, svanirono entrambi all’orizzonte, sotto la carezzevole pioggia estiva.       

LA BEFFA DEL GIARDINO, A VILLA GALLI. 

Alcuni anni dopo, un agiato mercante dell’alta borghesia romana, rilevò da Jacopo Galli, con il quale aveva molti affari in comune, un terreno, su cui edificare un palazzo.   
L’anno dopo, mentre si cominciava a scavare per porne le fondamenta, fu fatta una strabiliante scoperta: una statua antica, appartenente, probabilmente, all’epoca imperiale, del dio della vite e del vino, uno stupendo Bacco incoronato d’edera, seguito da un fedele satiro, scolpito nell’atto di divorare furtivamente un grappolo d’uva.     
Una volta dissepolta e ripulita per bene, l’opera si rivelò di squisita fattura, liscia e perfettamente rifinita.      
Aveva solo una grave lacuna: mancava del pene e di tutto l’avambraccio destro, al posto del quale fuoriusciva un esile perno in metallo.
Il ricco commerciante regalò la scultura, con eccelso spirito di magnificenza, al socio in affari, il banchiere Jacopo Galli.
La statua venne, con estrema cautela, trasportata nel giardino di Villa Galli, celebre museo all’aria aperta di reperti e ritrovamenti archeologici, ed esposta accanto ad un antico sarcofago, d’epoca romana, raffigurante la tragica gara tra il dio Apollo e il flautista Marsia.
Intorno a questi ammirevoli monumenti, facevano da contorno formelle, busti incompleti d’Ercole e Sfingi marmoree.    

                        

 

Fu fissata una data per l’inaugurazione della scultura dissepolta: una gran visita, aperta a tutti gli abitanti della Città Eterna.      
In Roma, difatti, già si favoleggiava, in tutti gli ambienti sociali, sul rinvenimento e sulla bellezza inestimabile del reperto ritrovato.       
Si prevedeva, quindi, l’afflusso di una notevole massa di persone.
Il gran giorno venne, e, come previsto, una folla era assiepata fuori del giardino di Villa Galli, tanto che si dovette rimpinguare il servizio d’ordine delle guardie del municipio di Roma, con manipoli di soldati dell’esercito pontificio.
Fu introdotto nei giardini della Villa, solo un certo numero scelto ed invitato di popolani e d’intenditori d’arte figurativa.
Quando la statua del dio fu scoperta, enorme fu l’ammirazione.       
Fu chiamato alla ribalta Jacopo Galli, per tenere un discorso di spiegazione sul ritrovamento e il senso figurativo di quell’opera degna d’ammirazione.
Jacopo, aiutato dalla servitù, salì sui bordi della vasca dei pesci, e iniziò a parlare:       
«Donne e uomini del popolo, collezionisti e amanti dell’arte d’ogni ceto e condizione di nascita: attraverso il Tempo consumatore d’ogni cosa, ecco oggi giungere a noi, un fulgido esempio dell’immaginazione e della perizia tecnica dei nostri antichi padri. 
Ammiratelo, il dio della gioia, dal volto lieto e dagli occhi rapinosi e lussuriosi; c’invita a brindare con lui, alla nostra vita e alla nostra salute!»
Ad un cenno di Jacopo, degli inservienti presero a distribuire agli astanti delle coppe ricolme di vino color rubino, trasportate su vassoi luccicanti, di metallo.
Un mormorio d’approvazione si levò dai presenti.   
«Alla tua salute, Jacopo! Evviva il nostro Mecenate!»      
«Grazie, grazie…amiche e amici. Riprendiamo il discorso…come vi dicevo il dio…»       
All’improvviso, si sentirono provenire dal cancello d’entrata del giardino, dei passi cadenzati in stile militare, uniti al clangore delle armi che battevano sul cuoio degli stivali dei soldati.
«Gli sbirri del Papa! I soldati della Santa Inquisizione!» 
Le grida si levarono insieme ai fischi e ai boati di disapprovazione e di rabbia.
Il banchiere Galli, con ampi cenni delle braccia, invitò tutti alla calma, alla fermezza e al silenzio, aiutato dai servi e dai presenti più dotati di sangue freddo.       
Davanti a lui, impettito nella sua alta uniforme cardinalizia, marciava con piglio da conquistatore attraverso il giardino, Raffaele Riario, protetto e circondato da suoi sgherri: il Borghese, il Cagno e il Grifo.
Fermi, che nessuno si muova! Sentiamo cosa vogliono da noi ! urlò Jacopo, con tutto il fiato dei suoi polmoni. 
Finalmente, tornò il silenzio e il Cardinale cominciò a parlare:
«Come coadiutore del Tribunale del Sant’Uffizio di Santa Romana Chiesa, istituito da Sua Santità, per la tutela del gregge cattolico, sono qui, in sua rappresentanza, per requisire questa satanica e lasciva opera antica, in quanto possibile causa di sedizione e pervertimento delle oneste coscienze dei cristiani di Roma.
»     
La rabbia e la contrarietà scoppiarono allora nel giardino, con il levarsi d’insulti d’ogni genere, e già qualcuno dei presenti, più temerario, stava per sguainare dal fodero il pugnale, per caricare il reggimento dell’Inquisitore.
Ancora una volta, Jacopo, con agilità, dovette arrampicarsi sull’alto basamento della fontana, e da lì, in pericolante equilibrio, sgolarsi in direzione del tafferuglio.       
«State fermi, non cedete alle provocazioni di quest’arrogante! 
Il sangue non deve scorrere in questo sacro luogo, dedicato all’arte e alla bellezza!
State in silenzio! Ora tutto sarà chiarito!»
Fu solo grazie al carisma, conquistato da Jacopo con la sua risoluzione d’animo, che il disordine si placò e tornò un’apparente quiete.
Rivolto al Cardinale, Jacopo riprese il discorso:       
«Cardinale Riario, in conformità a quella Legge che tutela le scoperte
archeologiche, da voi promulgata, quest’opera deve essere requisita per la sua indecenza.       
Inoltre deve essere occultata, se non distrutta, nei sotterranei vaticani, in quanto lesiva della pubblica morale cattolica.»     
«Così sarà fatto, caro banchiere Galli. Vorreste forse impedirmelo?»
«E’ quello che mi accingo a fare Sua Eminenza!»     
Jacopo cominciò a battere forte le mani, e, come per incanto, dal sarcofago prospiciente al Bacco, recante in effigie la tragica gara tra il dio Apollo e il mortale Marsia, ecco sbucare fuori, con la sua tipica barba e il familiare giubbotto nero, frusto e mal ridotto, l’atletica figura di Messer Michelangiolo, insigne scultore e pittore di Firenze.

                          

Il Maestro reggeva nelle mani, l’avambraccio destro mancante, completo di mano, del Bacco ebbro, e il suo pene di marmo. 
Con pochi passi si portò nei pressi dell’opera, infilò il pezzo di marmo sul perno dell’avambraccio; poi incollò con uno speciale mastice il pene  sul pube monco della statua ed ecco là! Ora il Bacco era finito!  
La mano, con le dita affusolate, era delicatamente piegata al polso, e reggeva la  riproduzione di una sobria coppa di legno.      
Sembrava invitare ogni creatura vivente ad un brindisi universale, ad un cosmico augurio di gioia, di salute e di riuscita pace interiore.       
Dopo il primo mormorio di sorpresa, s’alzarono degli ululati d’entusiasmo, da parte della gente convenuta sul luogo.     
« Evviva Jacopo Galli!     
 Evviva il Bacco!      
 Lunga vita a Messer Michelangiolo! »
Il Riario aveva le gote infuocate per la rabbia e per la vergogna, dello stesso colore delle sue vesti cardinalizie.      
Jacopo berciò ancora, dalla sommità della fontana.
«Cardinale, andatevene da questo luogo, alla svelta! Vi siete coperto di ridicolo! Voi, lo disonorate, con la vostra infame presenza.    
L’opera non è antica ma proprietà e creazione del maestro d’arti figurative, Messer Michelangiolo Buonarroti, e situata nel giardino della mia Villa.      
Inutile ricordarvi chi sono, e quanto denaro ho prestato a Sua Santità il Papa, e quanto oro aspetto ancora di ritorno dal Soglio Pontificio.
E non crediate, inoltre, di spaventarmi con questa buffonesca combriccola d’armigeri da strapazzo della Santa Inquisizione!
Vi prego di uscire immediatamente dal giardino, per la vostra stessa protezione, o mi vedrò costretto ad informare, alcune mie e vostre altolocate conoscenze, situate nei posti di comando delle leve del Potere di questa Città Eterna!    
Fuori di qui, eminenza dei miei coglioni! Siete persona non grata!»
Dai partecipanti arrivarono, a supportare il grintoso quanto determinato discorso, risate, beffe e ingiurie pesantissime, rivolte all’Inquisitore e ai suoi cani da guardia.       
Deriso e sbeffeggiato, il gruppo d’armati, fu letteralmente sospinto fuori dei confini del giardino, e una volta fuori della Villa, dovette ritirarsi in modo frettoloso e disordinato, incalzato dalla folla che attendeva fuori della Villa, al corrente dei memorabili avvenimenti di quella giornata.
Jacopo Galli e Messer Michelangiolo, furono portati in trionfo per tutta Roma fino a notte inoltrata, dove i festeggiamenti continuarono al lume delle fiaccole, tra canti, risate, mangiate e bevute in allegria.
In onore del dio della vite e della gioia.

           

                                                                

 

                                                        - il capolavoro di Michelangelo è al Museo del Bargello, a Firenze -

 


 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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