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Vent'anni di matrimonio

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Massimo Bianco

pubblicato il 2017-12-08 02:02:31


Pietro torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e rivolge un ciao svogliato alla moglie Elena, indaffarata in cucina. Il figlio diciassettenne è chiuso in camera sua a combinare chissà cosa e non si fa vivo. Pietro si cambia, accende la televisione del salotto e si spaparanza in poltrona in attesa della cena. Alto, asciutto e appena brizzolato, a quarantacinque anni è ancora un bell’uomo.
Appena è pronto in tavola si trasferisce in cucina e accende pure lì la tv, giusto in tempo per il telegiornale. Suo figlio arriva, un cenno di saluto al padre e prende posto, dalle cuffie proviene il brusio di una qualche cantante di musica pop. La consorte mette i piatti in tavola in silenzio e altrettanto in silenzio i tre mangiano.
Sono ormai al termine quando squilla il telefono. Elena va a rispondere. È un’amica con cui attacca a chiacchierare. Frattanto il figlio torna in camera, in attesa d’incontrarsi con gli amici e Pietro si rimette davanti allo schermo: la fine del tg, le previsioni del tempo, poi Affari tuoi.
Terminata la telefonata Elena dà una rapida passata ai piatti prima di infilarli nella lavastoviglie, dove è già in attesa il vasellame del pranzo. Pietro sfoglia la guida tv senza trovare nulla d’interessante. Su Rete 4 andrà però in onda Lo chiamavano Trinità. È il film più trasmesso della storia televisiva italiana, un quarto di secolo in programmazione continua, ma in fondo, perché no? Le peripezie di Terence Hill Trinità e Bud Spencer Bambino non lo stancano mai. Nel frattempo la moglie segue la telenovela preferita sull’altro apparecchio e poi si trasferisce nello studiolo, dove va on line, su facebook. Non ci si schioderà fin oltre la mezzanotte. Pietro scuote la testa, incomprensivo: come si può passare metà della propria esistenza in modo così vuoto? Quindi torna a dedicarsi all’intensa occupazione di guardare la tv.
Più tardi il ragazzo sbuca dal suo privè, pronto a uscire. Saluta distrattamente i genitori e ne riceve saluti altrettanto distratti: un grugnito dal padre e il consueto “non fare tardi mi raccomando” della madre. Pietro continua a concentrarsi sul film mentre Elena chatta e, presume il marito, si sfoga commentando la giornata con amici del web. Hanno appena festeggiato i vent’anni di matrimonio.
 

 

Mario torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e saluta l’amico e coinquilino Gregorio, intento a cucinare. Lo snello e di media statura Gregorio lavora part time come segretario di un prestigioso studio legale civilista, ha tempo libero in abbondanza e lo spirito della casalinga. Da lunedì a venerdì cucina lui, mentre nei fine settimana per giustizia tocca a Mario e ciò significa che in quell’abitazione si mangia molto meglio nei giorni infrasettimanali.
In attesa della cena Mario si accomoda davanti alla tele, le mani sulla pancia prominente. Il solito programma a quiz, il tg, quindi a tavola, dove i due si raccontano le rispettive giornate, infine ancora la tv. Dapprima si sintonizza sul sempreverde Lo chiamavano Trinità, poi però Gregorio arriva e brontola. Mario va allora alla ricerca di un programma che soddisfi entrambi.
Più tardi un’atipica musichetta annuncia l’arrivo di una e-mail sull’ipad di Gregorio, il quale si alza di scatto e si chiude a chiave in camera: della sua seconda attività il locatario non deve impicciarsi. Sapendo per esperienza che l’amico resterà indaffarato per un po’, Mario afferra il telecomando e torna su Rete 4. Sarà pure stravisto e pacchiano, ma preferisce il buon vecchio Trinità.
Mario è stato sposato ma, fallito il matrimonio dopo appena un lustro, per fortuna senza figli, in seguito ha preferito rimanere libero. Non è stato facile per lui riprendersi dalla delusione.
Niente nozze, invece, alle spalle di Gregorio, ma sporadici incontri disimpegnati. Ha un’idiosincrasia per il concetto stesso di matrimonio fin dalla separazione dei genitori, dopo una serie di reciproci tradimenti culminati con l’abbandono del padre, quando aveva appena nove anni.
Rincasando un pomeriggio insieme alla nonna aveva sentito i genitori urlare:
“Brutto stronzo bastardo, sei solo un maledetto stronzo.”
Non era certo la prima volta che i due si rimbeccavano in malo modo, ma prima di allora non aveva mai sentito sua madre pronunciare simili parolacce e ne fu sbigottito.
“Oh, finiscila, cazzo, credi di essere priva di responsabilità tu eh, pura come un giglio, vero?” Aveva intanto risposto il vocione paterno.
“Cosa vorresti dire? Porcherie non ne faccio, io! E comunque vedremo cose ne penserà il giudice, anche riguardo al bambino, per intanto vattene.”
A quel punto nonna e nipote erano entrati in casa, facendolo rumorosamente per attirare l'attenzione e fingendo nel contempo spensieratezza come se non avessero udito nulla, ma Gregorio, pur non comprendendo la situazione, aveva un groppo in gola. E la mattina successiva suo padre era uscito di casa per non farvi più rientro.
“Tesoro, mamma e papà non vanno più d’accordo e hanno deciso di abitare ognuno per conto proprio, sono cose che succedono, devi cercare di capire.” Gli aveva spiegato la madre quel lontano giorno.
“È per... è stata colpa mia? Starò sempre buonissimo d'ora in poi, ve lo giuro.”
“Tu non c'entri nulla, te l'assicuro, sono questioni tra adulti, tuo padre... ah, non importa... ne riparleremo quando sarai più grande, va bene? Ora non me la sento.”
“E a me non mi volete più?” Aveva chiesto infine il piccolo Gregorio, preoccupato.
“Ma no amore, cosa dici, ti vorremo anzi ancora più bene, vedrai. Regali doppi, a Natale.”
Allora lui aveva storto la bocca. Non era certo la mercificazione delle feste a poterlo ricompensare.
Gregorio crebbe sballottato da un genitore all’altro, ma vivendo in prevalenza con la madre e col patrigno – mal sopportato da quest’ultimo – perché all’epoca gli affidamenti congiunti erano una rarità. Non sa perdonare i genitori e gli addossa tutti i suoi problemi giovanili. Genitori ai suoi occhi colpevoli entrambi, anche se ciascuno dei due allora vedeva solo l'evangelica pagliuzza nell'occhio dell'altro. Tant’è che ora gli interessa solo il sesso e non sarebbe mai disposto a legarsi a una persona che a suo vedere prima o poi potrebbe tradirlo.
Per la compagnia in fondo si bastano l’un l’altro. Ogni tanto trascorrono una serata con amici comuni, ma di rado, perché dopo i quaranta anni non è più come quando si era ragazzi. Ciascuno ha la propria vita, con impegni e problemi vari e la volontà di frequentarsi con costanza viene meno. Così in mancanza di donne escono in coppia. A volte qualcuno li scambia per gay e i due ci ridono sopra. Ma se anche lo fossimo? Chiede poi Mario, ammutolendo le controparti. Stupidi borghesi bigotti, pensa quindi. La loro, insomma, è una solida e ormai ventennale amicizia.

 

 

Il giorno dopo Pietro saluta la moglie con un bacio sulla guancia e si reca al lavoro. L’appesantita Elena si affaccia alla finestra e lo guarda allontanarsi. Sul volto grassoccio le appare un’espressione di disgusto. Lei sa. Rughe di tribolazione le increspano i lineamenti. Come può fingere con tanta gelida indifferenza? - Si domanda.- E perché è cambiato così? Nonostante tutto lei invece lo ama ancora. Tuttavia oramai ne ha abbastanza, non è più disposta a soffrire per quell’uomo. Amore e odio, forse. Ha già mosso i primi passi necessari per ottenere il divorzio, ma lui ancora lo ignora. Una lacrima solitaria le cola lungo quella stessa guancia che ha appena ricevuto il bacio. Sospira mentre il solito pensiero prende forma: vent’anni della sua vita gettati nel cassonetto.

 

 

In ufficio Pietro dedica l’intera giornata alle scartoffie. Alle 17 in punto squilla il telefono, lui guarda l’ora e s’affretta a sollevare la cornetta.
“Sì, buona sera dottoressa, mi dica.”
In realtà si tratta dell’amante, ma utilizza il solito sotterfugio per non far scoprire ciò che peraltro tra i colleghi è il segreto di Pulcinella. Appena conclusa la conversazione avvisa la moglie, assai scocciata, che farà tardi al lavoro. Un imprevisto da risolvere quel pomeriggio per poi discuterne durante una noiosa cena di lavoro e in un’assemblea serale in ufficio.
“Riunioni straordinarie di continuo, ultimamente, cazzo. La crisi economica, sai com’è.” Conclude.
Poco dopo, nella stessa azienda in cui lavora Pietro ma nell’ufficio a fianco, pure Mario riceve una chiamata. È Gregorio. Avverte che dovrà arrangiarsi con la cena, perché ha rimorchiato un ragazza niente male e intende portarla a pasteggiare fuori per poi concludere la serata in un locale.
“Ok, divertiti allora e domani mi racconti.” Lo congeda il vecchio sodale.

 

 

Il giorno dopo a tavola Gregorio gli descrive divertito un incontro casuale avvenuto al ristorante:
“…Quel tuo collega che m’hai presentato l’anno scorso, Pietro non so cosa, insieme a una gran gnocca. Si comportava come se fossero semplici conoscenti, ma l’ho capito benissimo quali rapporti passano tra loro. E non t’immagini il suo imbarazzo quando m’ha visto.”
“Me l’immagino benissimo, invece. Sarà già la sua terza amante, eppure fa sempre lo gnorri.”
In proposito Gregorio è curioso e chiede informazioni. Non è da lui, a ogni modo Mario non ha remore a riferire. D’altronde è perfettamente in grado di ricostruire gli eventi, perché con le donnine di turno Pietro si comporta sempre alla stessa maniera. Abiti assai più eleganti del solito, cene in quel locale di classe mai frequentato dai conoscenti suoi e della moglie e poi trasferimento negli uffici vuoti dopo la chiusura, per una presunta riunione. Così, se se la consorte si insospettisse o avesse bisogno di chiedergli qualcosa e chiamasse il posto di lavoro ce lo troverebbe. Sarebbe perfino capace di far rispondere l’amante, naturalmente nelle vesti di solerte segretaria!
“Ed è uno di quelli che ci aveva scambiato per gay.” – conclude Mario – “Lui considera assurdo il nostro modo di vivere, ma davvero la sua esistenza è più sensata della nostra? Chi glielo fa fare a inventarsi mille sotterfugi? Per vivere così perché non dirlo chiaro e tondo alla moglie e separarsi?”
“Un po’ è per abitudine e un po’ per salvare le apparenze, a costo di negare l’evidenza. Ci tengono, chissà perché. Quand’ero bambino mia madre litigava di continuo, ma s’atteggiava a moglie felice e incredibilmente qualche sua amica li credeva sul serio la coppia ideale. E tu sei buffa quando cerchi di nasconderlo alla gente che ci vede litigare per qualsiasi cosa o niente…
Grande Vasco!”
“Fin quando tutto è andato in frantumi, allora sarà rimasto solo da raccogliere i cocci, immagino.”
“Proprio così, ma perché trascinati dagli eventi, altrimenti so che nonostante tutto avrebbero evitato di ricorrere al giudice, preferendo rendere la vita impossibile a sé e chi gli stava intorno, anche per convenienza economica.”
“Mm, sì Greg, credo che tu abbia ragione, così il quadro è completo: lui non concederebbe mai il divorzio per poi dover pagare gli alimenti e forse lei pure preferisce lo status quo all’incertezza.”

 

 

Sono trascorsi quattro giorni dalla sua ultima avventura erotica, quando Pietro decide di ripetere l’esperienza. Avvisa la propria metà ufficiale fin da mezzogiorno. L’ennesimo incontro per discutere il modo di reagire alla crisi, così si giustifica, con ben scarsa fantasia. Per la cena si arrangerà con qualche panino preso nel bar all’angolo.
Stavolta Elena non se la prende e sorride, benché amaro: e bravo il fedifrago, vada pure a godere. In capo a cinque minuti invia una e-mail. <> C’è scritto.
Rispettando la tradizione, Pietro porta la donna prima a cena e quindi in ufficio. Appena chiude l’uscio lei gli getta le braccia al collo. È una bella ragazza alta e lungochiomata e avrà un quindici anni meno di lui. Si appartano nella saletta d’attesa, dove si sta assai comodi.
Intanto Elena è appena entrata nel vicino centro commerciale, aperto fino alle 24. Visiterà parecchi negozi e farà un sacco di acquisti. È decisa a farsi notare.

 

 

Gregorio esce avvolto in un pesante cappotto. Sono i primi di novembre e la sera comincia a far freddo. Percorre mani in tasca le strade silenziose e procede a passo sicuro verso la meta. Una volta giunto, suona il citofono dell’interno due e il portone si apre automaticamente. Sa che in quel condominio è una vecchia abitudine di quasi tutti gli inquilini. L’apertura automatica resta in funzione ventiquattrore su ventiquattro ed è più comodo far così che usare le chiavi.
Gregorio entra nell’androne senza che in strada nessuno gli presti attenzione. Guarda l’ora, sono le 22,30. Sale la rampa di scale e si ferma davanti a una porta. Per forzarla gli occorrono pochi secondi. Estrae la pistola di tasca, infila il silenziatore e, arma in pugno, si avvia lungo il corridoio.
Dopo qualche passo giunge davanti a due porte, poste esattamente una di fronte all’altra. Tende le orecchie… da una delle stanze ode provenire un gemito eccitato. Tutto come previsto. Un attimo dopo spalanca il battente e accende l’illuminazione centrale. Ed ecco il povero stronzo e l’amichetta, una biondona dalle lunghe gambe, abbarbicati sul divano.
Pietro si volta sorpreso e batte le palpebre, abbagliato dalla luce improvvisa. Cerca di distinguere la sagoma che si staglia dinanzi all’ingresso. Chi sarà? Mai nessuno disturba in ufficio a quell’ora. Non fa però neppure in tempo a pronunciare una parola, perché una pallottola gli penetra nel cervello attraverso la fronte, uccidendolo all’istante. La bionda è gravata dal corpo dell’amante, trasformato all’improvviso in un peso morto, e non capisce. Apre la bocca, ma ne esce solo un flebile lamento. Un attimo ancora e s’accascia esanime, con un foro sopra il seno.
Gregorio s’avvicina e spara il colpo di grazia, quindi si volta e se ne va. È stato un lavoro rapido e pulito, come piace a lui. Giunto sul marciapiede privo di telecamere s’incammina con andatura tranquilla, certo di non attirare l’attenzione. Ma se anche qualcuno lo dovesse ricordare, come potrebbe descriverlo, imbacuccato com’è per difendersi dal freddo pungente?
Sorride mentre si allontana, pensando a questa seconda attività, il suo vero lavoro. È stata davvero una buona serata di “shopping”. Si sente riconoscente nei confronti di Mario. Rispetto al solito, le informazioni da lui involontariamente fornite gli hanno parecchio semplificato il compito.
Odia i rovina famiglie, li odia dal profondo del cuore fin dal giorno in cui si sfasciò la sua, trentatré anni prima, condizionandogli l’intera esistenza. Ama invece il proprio mestiere, ma non l’usuale definizione di killer professionista adoperata per indicarlo. In fondo non ha legami con organizzazioni criminali e si è specializzato. Accetta, infatti, un unico genere d’incarico: i casi di tradimento. No, pensa soddisfatto, non chiamatemi killer professionista, chiamatemi divorzista.

 

Fine. Massimo Bianco, 25/8/11 (con alcune correzioni del dicembre 2017)

N.B.: se il racconto vi è piaciuto e avreste voglia di andare avanti nella lettura con un seguito e approfondimento della storia, io l'ho scritto e qui in calce, tra i commenti ricevuti e le mie risposte, l'ho anche inserito e potete perciò trovarlo, con un evidenziazione iniziale in grassetto. Andate a vedere, il secondo racconto s'intitola:

"Gregorio Santi, professione divorzista." Buona lettura

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2017-12-08 15:54:51
bello tutto dalla descrizione dell'infelice percorso di vita di tutti e quattro i protagonisti, al finale a sorpresa con la chicca della sorpresissima all'ultima riga: il killer divorzista proprio non me lo sarei aspetto. Piaciuto. Ciao Massimo

Massimo Bianco il 2017-12-08 16:24:29
Grazie Giancarlo, sono leito del tuo apprezzamento. Mi sono ispirato al fatto che in Liguria oltre il 50% dei matrimoni finisce con la seprazione e il divorzio, recordi italiano. Tra parentesi Gregorio era un personaggio che mi era piaciuto molto, tanto che a suo tempo avevo scritto un seguito interamente dedicato a lui, non intendo riproporlo su P.i.a.f. perchè non mi pare il caso di rimettere proprio tutto, ma magari se a qualcuno interessa posso aggiungerlo in calce in commento con editor avanzato, visto che ora esiste questa funzione. Ci penso un attimo su e poi magari provvedo. Ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Roberta il 2017-12-08 17:48:16
Ciao Massimo, il racconto 'è ben costruito e con un interessante finale a sorpresa. In effetti il personaggio di Pietro è odioso, ma naturalmente nella vita reale le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere e ci si augura di non incorrere nel castigamatti di turno (magari anche Pietro ha avuto un'infanzia difficile con qualche trauma che lo ha portato a diventare un gran bastardo ehehehe).

Massimo Bianco il 2017-12-08 19:45:40
Grazie Roberta, sono molto lieto che questo racconto, ciò quello che su Neteditor mi "sdoganò", ricevendo una montagna di commenti quando fino ad allora nessuno o quasi mi filava, ti sia piaciuto, ci sono affezionato. Ciao.

Roberta il 2017-12-09 14:42:42
Io su neteditor non l'avevo letto, e a dire il vero mi è rimasta la curiosità di sapere di più su Gregorio e sul movente dell'omicidio, insomma mi manca qualcosa, non mi convince il fatto che abbia iniziato così a fare il serial killer, senza una motivazione personale. Così quando ho letto il seguito (che più che un seguito mi sembra quasi un approfondimento) ho trovato le risposte ai miei dubbi. Quindi, il seguito per me non solo è degno di essere postato in home, ma anzi è utile se non necessario a chiarire le idee sul personaggio di Gregorio. E poi, non credo proprio che dovresti preoccuparyti di "!intasare la home" con i tuoi scritti, anzi!

Massimo Bianco il 2017-12-10 01:41:51

Ti ringrazio del parere sul seguito del racconto, (tra parentesi, si intitolava: "Gregorio Santi, professione divorzista.") che secondo me lo si apprezza al meglio proprio leggendolo subito di seguito a "Vent\'anni di matrimonio" (mentre su Neteditor lo avevo scritto e pubblicato più di 6 mesi dopo), mi fa certamente piacere sentire che tu lo ritenga degno di essere riproposto, non l'ho fatto perchè mi è parsa necessaria una cernita: su Neteditor avevo 80 scritti e se qui, oltre a proporne di nuovi, come tra un po' di settimane comincerò a fare, e non avendo, già lo so, la pazienza di spalmarli lungo un anno o più come sarebbe logico, riproponendoli finirei per prevaricare gli altri utenti con la mia presenza, facendo uscire i loro testi più in fretta dalla home page, e non mi pare corretto e poi già così sono il terzo autore più attivo e ammetto che la cosa un poco mi imbarazza, ecco perchè ho deciso di selezionare limitandomi a quelli che io ritengo migliori (sapendo che in proposito potrei anche avere torto: ammetto, ad esempio, che sulle prime non tenevo "Vent\'anni di matrimonio" in grande considerazione, fu il suo websuccesso a farmi mutare parere), poi, per carità, nulla mi vieta in futuro di cambiare idea e proporre in futuro scritti esclusi in prima battuta, ma ora come ora sono per il no. E comunque il seguito o approfondimento che dir si voglia di Vent\'anni di matrimonio sta bene qui, a mio parere. Ciao Roberta.


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2017-12-08 19:54:17

Ok ecco qua il seguito del racconto "Vent'anni di matrimonio", scritto anni addieto. Non intendo riproporlo in home page per non intasare il sito coi miei scritti, ma se a qualcuno interessasse leggerlo può farlo qua, buona lettura.

 

Gregorio Santi attendeva da quasi due ore, nascosto sul tetto di fronte al Palazzo della Regione, anchilosato per l’immobilità forzata. Non era una mattinata fredda per essere fine novembre, però per evitare impacci indossava abiti leggeri e il vento lo intirizziva.
Sapeva che l’assessore regionale Tartaglia non poteva mancare, perchè in quei giorni si decideva l’approvazione del piano edilizio a cui si dedicava da anni, una grossa speculazione contestatissima dagli ambientalisti e da un’ampia fetta dell’opinione pubblica. L’operazione muoveva ingenti interessi e c’era chi lo accusava perfino di collusione con la ‘ndrangheta, nonostante le sue recenti prese di posizione antimafia. Perciò aveva deciso di farlo saltare in aria mentre entrava nell’edificio pubblico: voleva far credere a un delitto politico di stampo mafioso.

Mancavano pochi minuti alle otto quando notò una donna a braccetto con un uomo. Perplesso per l’aria familiare della coppia, puntò il binocolo su di loro. Sì, li conosceva entrambi. Lui, Vincenzo Repetto, era un vecchio amico e non c’era nulla di strano a vederlo lì, ci lavorava, infatti, da diversi anni. Trovava semmai anomala la presenza femminile. Cosa ci faceva a cento chilometri da casa sua in compagnia di Vincenzo? Ignorava che si conoscessero. La osservò percorrere l’arteria e poi fermarsi davanti all’accesso riservato agli impiegati, baciare il partner appassionatamente e andarsene per la sua strada. Per la rabbia strinse i pugni così forte da far sbiancare le nocche e si fece sfuggire un’imprecazione assai scurrile.
Quando però, venti minuti dopo, all’imbocco della strada apparve finalmente l’auto blu, scordò ogni sofferenza e qualsivoglia fonte di distrazione e avvicinò l’indice al pulsante d’innesco.

Giunto nella piazza poco movimentata, il bersaglio scese dalla vettura alla solita altezza e da lì, mentre l’autista già si allontanava, s’avviò verso l’ingresso, districandosi come ogni mattina tra due macchine parcheggiate, fiero e impettito malgrado il fisico sgraziato. Nella sua arroganza Domenico Tartaglia si considerava un’intoccabile e tale dovette ritenersi fino all’ultimo. Quando, infatti, una delle auto in sosta saltò in aria, era così vicino all’epicentro della deflagrazione da morire all’istante. Nei pressi non c’era nessun altro, altrimenti Gregorio, coscienzioso, avrebbe rinviato l’attentato ad altra occasione. Centro al primo tentativo, invece: un lavoro rapido e pulito, come piaceva a lui. Abbandonò il tetto seguendo la via di fuga preventivata, mentre nella strada sottostante si scatenava il caos, e un quarto d’ora dopo era già in viaggio verso casa.

L’esecutore seguì il telegiornale della sera. Proprio come si era aspettato, tutti riconducevano l’omicidio alla vita pubblica dell’uomo politico. Soltanto lui e la mandante conoscevano il vero movente. Cinquanta anni, sposato e con due figli di tredici e sedici anni, già ricco di famiglia e ormai localmente onnipotente, Domenico Tartaglia tradiva la moglie con qualunque bella donna incontrasse, sicuro che se costei avesse chiesto il divorzio ne sarebbe uscita con le ossa rotte. Beh, pensò con soddisfazione il suo assassino, ora non la tradirà mai più.

Certo che era davvero strana la vita. Da ragazzino Gregorio mai avrebbe immaginato di diventare un killer professionista, e il migliore sulla piazza, per giunta. D’altronde non si sentiva propriamente tale. Non essendo legato a organizzazioni criminali e accettando solo casi d’infedeltà, preferiva pensare a sé stesso col termine di “divorzista”. Tanto più che la sua attività di facciata era quella di segretario in un grande e prestigioso studio legale, nel quale si occupava proprio degli incartamenti sui casi di divorzio.

Tutto era cominciato dieci anni prima. Fino ad allora la sua era stata un’esistenza relativamente ordinaria. Figlio di genitori separati, evento all’epoca poco usuale ma destinato col tempo a divenire norma, nonostante il trauma si era diplomato in ragioneria per poi iscriversi a giurisprudenza, senza peraltro laurearsi. Era quindi seguito un anno di servizio militare nei carabinieri. Terminato il periodo di leva non aveva rinnovato la ferma e si era impiegato part time nello studio legale. Autentiche relazioni amorose non ne aveva però mai avute. Gregorio non credeva nell’amore e nei rapporti di coppia. Traumatizzato dalla separazione e dalla conseguente battaglia legale affrontata dai genitori, aveva giurato a sé stesso che nessuna donna sarebbe mai seriamente entrata nella sua vita e aveva mantenuto l’impegno, evitando rigorosamente ogni risvolto sentimentale. E se proprio devi sfogare gli istinti naturali, ironizzava in proposito, bastano un paio di biglietti da venti nel portafogli e vai, molto meno di quanto costerebbe una fidanzata. Per giunta le frequenti rotture tra persone di sua conoscenza contribuivano a rafforzarne le convinzioni.

L’evento che gli avrebbe totalmente cambiato l’esistenza era iniziato come un caso di divorzio qualsiasi. Il suo studio legale difendeva la moglie. Costei tradiva il coniuge da anni, ma grazie all’abile sfruttamento di un cavillo giuridico e a un stupidaggine commessa dal padre in pubblico in un momento di rabbia, l’avvocato era riuscito a farle vincere la causa in prima istanza, ottenendole l’affidamento esclusivo del figlio di nove anni, la stessa età di Gregorio all’epoca in cui era andato in crisi il matrimonio dei suoi genitori.

Gregorio ricordava ancora bene il mattino in cui il marito si era presentato, disperato, nello studio, gridando che la sua vita era finita, che suo figlio per lui era tutto e che non potevano fargli questo. Quella notte il tranquillo impiegato aveva pensato alla propria infanzia travagliata, al bambino e al padre cornuto e mazziato e non aveva chiuso occhio.

Il giorno dopo si era offerto di incontrare la moglie per convincerla a più miti consigli ma poi, posto di fronte alla sua intransigenza, aveva perso il controllo e l’aveva colpita con un pesante posacenere di onice, uccidendola sul colpo. Per fortuna per l’ora del delitto l’ex marito aveva un alibi di ferro e nessuno aveva scoperto il coinvolgimento personale di Gregorio e così, malgrado gli inevitabili sospetti gravanti sul coniuge, l’avevano fatta franca, ormai complici, entrambi. Per aiutare quel poveraccio aveva commesso un omicidio, ma non ne era pentito. Odiava troppo dal profondo del cuore i rovina famiglie per dispiacersi davvero del proprio atto inconsulto. In fondo già da bambino aveva mille volte fantasticato di assassinare patrigno e matrigna per far tornare insieme i suoi. Inoltre almeno altrettante volte da adulto aveva desiderato la morte di clienti dello studio legale o dei loro coniugi. Così era diventato un sicario specializzato, rinunciando al tempo pieno in ufficio.

Una volta concluso il notiziario, trascorse il resto della serata a far zapping, troppo pensieroso per concentrarsi sui programmi. Non era il delitto appena commesso a preoccuparlo. Da quattro mesi e mezzo viveva solo, dopo aver condiviso l’appartamento col suo miglior amico per oltre due lustri, cioè da quando costui si era separato dalla moglie ed era stato costretto a traslocare. Poi l’amico in questione, di nome Mario, aveva conosciuto una donna e circa sei mesi dopo era andato a conviverci, eccitato come un bambino davanti alla torta di compleanno, dopo un decennio trascorso a giurare che non ci sarebbe più ricascato. E da quattro mesi e mezzo Gregorio Santi soffriva di solitudine. Forse non ancora per molto però, meditò con amarezza davanti alla tv.

La sera successiva telefonò a Mario. Questi lamentava le recenti assenze della compagna, oberata di lavoro, ma a parte ciò gli andava tutto bene. Insieme a lei, diceva, si sentiva felice.
“E senti un po’, di Vincenzo ne sai più nulla?” La buttò lì Gregorio dopo qualche minuto.
Enzino? Sì, ci siamo incontrati per caso a una festa tre settimane fa. Perché?”
“Mah, così, curiosità. È da tanto tempo che l’ho perso di vista, mi chiedevo cosa faceva.”
Lavora ancora in regione ed è il solito scapolone impenitente, che passa da una donna all’altra. Ormai sta sempre nel capoluogo, non torna quasi mai a casa, per questo non lo vediamo mai. L’altro giorno è sceso solo perché sua madre doveva essere operata.”
E il farfallone aveva approfittato della visita per posarsi su un altro fiore.

 

Due settimane sono trascorse dalla spiacevole scoperta, settimane d’incertezza, in cui non se l’è sentita di riferir nulla a Mario. Gregorio esce di casa intorno alle otto e trenta del mattino e un quarto d’ora dopo è già appostato presso l’abitazione della fedifraga. Ha deciso di agire di persona. Per la prima volta in vita sua ucciderà per motivi personali. È proprio vero che l’amore non esiste, pensa mentre attende dinanzi all’abitazione del bersaglio. È solo un pio desiderio, un’utopia, per questo se ne parla tanto al cinema, nei libri e nelle canzoni. Se davvero esistesse, se fosse un fatto normale, non occorrerebbe idealizzarlo così. Quante volte invece la gente parla d’amore quando è soltanto infatuazione, se non addirittura semplice attrazione fisica? Sempre che già in partenza non fossero relazioni d’interesse, ovviamente. Ed ecco così che i matrimoni finiscono oppure vanno avanti solo per inerzia. Ah, l’amore, il vocabolo più abusato al mondo.

Nei giorni precedenti ha scrupolosamente studiato le abitudini della vittima e sa come agire. Intanto la tresca è andata avanti e il giorno precedente al telefono Mario si è lamentato della recente freddezza della compagna. Di certo avrà qualche preoccupazione, gli ha detto, ma perché non si confida? Gregorio si è affrettato a rassicurarlo, temendo però che la tipa sia prossima a scaricarlo, contemporaneamente ha deciso di rompere gli indugi e passare all’azione.

Il postino entra puntuale nel portone alle 9,30, infila la posta nelle cassette delle lettere e se ne va, senza incrociare inquilini. Soddisfatto, Gregorio scende dall’auto rubata e un minuto dopo è all’ingresso, vestito da portalettere – abito procurato anni prima e conservato in soffitta per ogni evenienza: è sempre stato un uomo previdente – e, indossando il casco da motociclista proprio come ogni mattina d’inverno fa il funzionario autentico, citofona all’interno 6.

“Raccomandata per lei da firmare, signora.” Annuncia camuffando la voce.
Ah, può aspettare un po’?Due minuti e scendo.
“Non si disturbi signora, infilo la posta nelle buche e in capo a un minuto salgo io.”
§Non ha neppure bisogno di farsi aprire, perché provvede già lei d’istinto. Non gli sarebbero comunque occorsi più di cinque secondi per avere la meglio su quella semplice serratura. È appena entrato nell’androne quando un’anziana ingobbita esce dall’ascensore.
“Chissà se c’è posta per me stamani? Mi chiamo Minetti.” Chiede con voce chioccia.
“Minetti? Non ho presente, signora, ormai ho infilato tutto nelle buche.” Risponde tranquillo lui.
“Ma lei non è il solito postino o sbaglio?”
“Oggi si è preso un giorno di permesso.” Spiega mentre già si avvia verso le scale.
Mentre l’inquilina si sofferma davanti alla cassetta della posta, lui s’inerpica fino al secondo piano, dove un uscio è socchiuso in sua attesa. Chi mai diffiderebbe del portalettere? Entra in casa e si richiude la porta dietro le spalle. La donna sbuca da una stanza, lo riconosce e si ferma, sorpresa.
“Non sei un amico di Mario, tu? Non sapevo che lavorassi alle poste, credevo… ehi ma… mmf.”

Commesso l’omicidio, Gregorio estrae dalla borsa delle lettere abiti civili e il necessario per una nuova rapida correzione del proprio aspetto e in cambio ci infila la tenuta professionale. Quindi gira con calma l’appartamento mettendolo scientemente a soqquadro. Prende tutti gli oggetti preziosi di piccole dimensioni che trova e infila pure quelli nella borsa. Infine se ne va, senza incontrare anima viva. In tutto ha impiegato meno di mezz’ora.

Quando il cadavere viene trovato, legato e strettamente imbavagliato ma senza ferite visibili, e scattano le indagini, interrogando i vicini di casa emerge l’incontro tra l’inquilina e il presunto postino. Inoltre un testimone ha visto quest’ultimo scendere da una macchina. I due purtroppo non sanno descriverlo con precisione. Ricordano soltanto un uomo in divisa verde blu e casco, di statura media e gli occhiali da vista. Occhiali finti, ma questo non possono immaginarselo.

Autopsia e indagini portano via sei giorni, poi giunge finalmente l’autorizzazione alle esequie. È stato ritenuto un omicidio per rapina. Il ladro è entrato travestito, l’ha legata e imbavagliata ma ha stretto troppo il panno, impedendole di respirare sia dalla bocca sia dal naso e causandone la morte per soffocamento.

Al funerale c’è anche il signor farfallone, il quale si guarda bene dal rivelare la reale motivazione della sua presenza. Mentitore nato, ufficialmente è lì per stare vicino al caro vecchio amico nel tragico momento. Gregorio lo ucciderebbe volentieri. Rubare la donna a un amico gli pare la peggiore nefandezza. Comporterebbe però troppi rischi e almeno per ora preferisce astenersi.

Subito prima della funzione, Mario gli rivela con le lacrime agli occhi di non voler più restare in quell’appartamento, a causa dei ricordi troppi dolorosi.
§“Vorrei tornare ad abitare con te, se non ti disturba troppo.” Conclude.
“Ci mancherebbe, la mia è anche casa tua ormai, lo sai.” Risponde Gregorio, sincero.
Non importandogli nulla della defunta, nel corso del servizio funebre può permettersi di osservare l’amico con attenzione. Mario sembra davvero inconsolabile. Meglio così, gli viene da pensare. Ricorda bene i primi tempi della loro convivenza. Incapace di accettare la fine del proprio matrimonio, aveva perso fiducia nel suo prossimo e aveva impiegato anni, prima di ritrovare un equilibrio stabile. Con un pizzico di fortuna stavolta invece non saprà mai che l’amata gli metteva le corna e che il loro meraviglioso amore era già finito. Così una volta ripresosi vivrà dei bei ricordi. Sarà addolorato, certo, eppur anche sereno al pensiero degli undici splendidi mesi trascorsi insieme. Meglio questo di una nuova amara disillusione, pondera.

Giunto il momento di trasferirsi al cimitero, gli chiedono il favore di accompagnare in auto un’amica della defunta, Giada, una donna spigliata e attraente. L’aveva già incontrata in una precedente occasione, ma non aveva avuto modo di approfondire la conoscenza. In pratica di lei sa solo che ha trentasei anni, è parrucchiera e s’è lasciata alcuni mesi prima col fidanzato. Durante i venti e passa minuti di percorso in mezzo al traffico, dapprima si limitano alle solite frasi di circostanza, poi però finiscono per entrare maggiormente nel personale. Anche al cimitero continuano a conversare imperterriti, disinteressandosi della tumulazione.

“Ok, io allora me ne torno a casa.” S’accomiata infine lei.
“Abiti in centro? Ti accompagno.”
“Non è il caso che ti disturbi. La fermata è proprio qui di fronte, prendo l’autobus.”
“Ma ci mancherebbe, non mi è di nessun disturbo, tanto per stamani ormai non lavoro più.”
“E che lavoro fai, se non sono indiscreta?” Chiede lei quando già si sono avviati in macchina.
“Io sono divorzista.” Risponde lui con un ironico sorriso.
“Ah, sei avvocato, dunque.”
“No, non proprio, sono solo segretario in uno studio legale, ma mi occupo sempre di divorzi e a modo mio anch’io do una mano a risolvere i casi di tradimento.”
“Posso offrirti un caffè per sdebitarmi?” Gli chiede con un sorriso una volta giunti sottocasa.
“Ma non sei in debito, è stato un piacere per me accompagnarti.”
“Tuttavia un caffè non me lo puoi rifiutare…”

 

Gregorio è nel proprio alloggio, pensa a Giada e ha paura. Ne è attratto come mai prima gli era accaduto e proprio per questo è spaventato. Diffida delle donne, della vita di coppia e dei sentimenti in genere. Pensa che facendo sul serio andrebbe incontro a mille delusioni e fregature, proprio come, senza il suo intervento, sarebbe successo a Mario. No, no, per carità, chi glielo farebbe fare?

Eppure, anche se fatica ad ammetterlo perfino con se stesso, nel profondo del cuore vorrebbe provare l’esperienza. A quarantatre anni non ha mai avuto una storia seria, è rimasto solo tutta la vita, convinto di stare bene così, e ora non sa prendere una decisione. E poi saprebbe amare?

Gregorio si porta le mani al volto, abbattuto. Ecco l’autentico perché delle sue paure. Il dubbio di non sapere amare. Di non essere più in grado di provare sentimenti profondi. Di essere incapace di condurre una relazione e perciò di non poter essere amato. Di sente così vuoto dentro, così gelido. No, meglio lasciar perdere, medita. D’impulso cancella il numero di telefono appena ricevuto.
E poi parte la nota musichetta, la colonna sonora del nero anni ’70 Milano calibro nove. È arrivato un messaggio sull’ipad. Sa già cosa indica quella suoneria. L’uomo che gli fa da tramite coi clienti gli propone un nuovo contratto. Gregorio tergiversa, per la prima volta non è colto dalla consueta eccitazione al pensiero di tornare alla sua vera attività. Dopo tutto non è più giovanissimo, ha quarantatre anni. Invecchiando si diventa imprecisi, si dimenticano le cose, riflette. Non potrà continuare per sempre a fare il killer professionista, prima o poi commetterebbe un errore fatale e finirebbe in galera.

Avendo inoltre eseguito ben ventitre lavori su commissione, ha parecchi soldi da parte. Forse dovrebbe decidersi a ritirarsi dall’attività. Sì, dovrà farlo, prima o poi, comprende. Lo sguardo gli cade allora sul telefono fisso. Il numero di Giada è in memoria pure lì. Beh, decide infine, c’è tempo per cancellarlo, c’è tempo per tutto. Poi va finalmente a leggersi il messaggio sull’ipad.

FINE, Massimo Bianco

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Ellebi il 2017-12-09 14:52:43
E' ottimo da ogni punto di vista, e non è soltanto un breve racconto noir, infatti ciò che lo rende tale è solo l'insolito finale, ma un racconto che parla efficacemente soprattutto dei figli delle famiglie disintegrate a causa dei divorzi. Complimenti doppi Massimo. (Fra l'altro a questo racconto sarebbe possibile cambiare il finale senza minimamente toccare la struttura portante) un saluto

Massimo Bianco il 2017-12-10 01:52:57

Grazie dell\'appezzamento, Ellebi, il parere degli altri è sempre utile e questo racconto, dovunque lo abbia proposto, è sempre stato molto apprezzato (ricordo una sola voce prevalentemente critica contro, finora, più o meno sulle 25-30 del tutto positive o quasi): un buon testo, dunque, anche più di quel che il suo autore riteneva lì per lì. Stimo molti dei miei commentatori abituali come persone e come competenti a dire la propria con cognizione di causa: chi mi legge da tanto non si è mai fatto problemi a criticarmi quando non era convinto, e proprio per questo motivo sono ben disposto a credere alla qualità di uno scritto quando i complimenti sono generali, anche se poi l\'ultima parola deve restare sempre a me.


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90Peppe90 il 2017-12-09 18:04:50

Un maestro non solo del noir, caro Max, ma anche delle storie che intrecciano vicende di personaggi apparentemente slegati tra loro in modo sapiente, creando un ritmo narrativo molto serrato e tiene costantemente viva l\'attenzione del lettore, parola dopo parola, dall\'inizio alla fine, qualunque sia la lunghezza del brano.

Gran parte del racconto trasmette un senso di vuoto e monotonia devastante, assoluto e incurabile, che pervade le vite dei protagonisti in maniera irrimediabile, tanto da spingerli all\'omicidio, forse unico modo definitivo, per loro, di risolvere, o quantomeno combattere e contrastare, simili situazioni e stati d\'animo.

Bello l\'approfondimento psicologico di tutti, in particolare di Gregorio e del suo background storico che viene ripreso e ulteriormente analizzato nel secondo racconto, ancora più strettamente noir del primo, degnissimo seguito (anche se ho preferito, di poco forse, il primo) e che si conclude con un flebile, debolissimo fascio di luce che trova un minuscolo pertugio nel fittissimo banco di tenebre che avvolge la narrazione tutta e, nello specifico, l\'esistenza di Gregorio.

Un timidissimo raggio che rischia di essere coperto nuovamente e forse, allora, chissà se potrà esserci ancora speranza.

Insomma, un gran leggere. Un caro saluto e a presto, Max!

Massimo Bianco il 2017-12-10 02:03:57
Ti ringrazio Peppe della tua bella analisi. E sono inoltre lieto di vedere che hai avuto voglia di leggerti anche il seguito (in effetti più noir del precedente), la migliore prova di apprezzamento, direi, anche perché se presi singolarmente i due racconti non sono molto lunghi, uniti superano le 5000 parole. Ciao.

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BigTony il 2017-12-11 11:02:37
Ho letto non solo questo racconto, ma pure l'altro che hai postato come commento. Trovo entrambe le storie buone, in particolar modo sotto il profilo dell'analisi psicologica dei personaggi. Secondo me dovresti pubblicare anche il secondo sotto forma di racconto vero e proprio, non capisco i problemi che ti fai di intasare il sito. Se ci sono buoni racconti vale la pena di pubblicarli anche qui, che importa se stavano già su Net? Magari non tutti insieme, ma anche uno a settimana non credo sia eccessivo.

Massimo Bianco il 2017-12-14 00:56:37

Ti ringrazio per la visita, sono lieto di questo tuo doppio apprezzamento. mi sa che alle volte noi autori web ci facciamo condizionare un po\' troppo dai commenti, ricevuti. Circa "Vent\'anni di matrimonio" cominciai a rendermi conto che era molto riuscito solo con la inaspettata valanga di commenti entusiastici che ricevette, "Gregorio Santi, professione divorzista" fu invece assai snobbato e questo mi portò a trascurarlo. Bisogna stare attenti a non farsi condizionare da queste cose, ma talvolta forse è inevitabile. Tuttavia dopo aver deciso di riproporre i miei scritti, sapendo che soprattutto i più vecchi molti non li conoscevano, una scelta dovevo farla, recuperarli tutti e 80 continua a parermi troppo (del resto qui c'è anche chi non vuole riproporre nulla, come Rubrus, che a mio parere sbaglia), per forza di cose devo quindi selezionare il meglio e, certo, il rischio è di selezionare ciò che io per qualche motivo ritengo il meglio ma che non necessariamente il meglio è. A ogni modo "Gregorio Santi, professione divorzista" ormai resta qui, e in fondo mi pare una buona collocazione, perchè permette a chi ha apprezzato il precedente di trovarlo con facilità. In quanto agli altri, ho deciso di proporne uno oggi, giovedì (insieme a un vecchio saggio), uno domenica e uno domenica prossima vigilia di Natale (tutti e due, specie il primo, piuttosto originali, almeno credo), poi per quest'anno ho chiuso e a gennaio ripartirò dopo l'epifania con un saggio inedito a cui mi sono dedicato, a sprazzi, per ben sei mesi e che ho appena terminato. Ciao Tony.


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Paolo Guastone il 2018-01-19 14:10:47
Lucido, cinico e disincantato. Ed anche triste, se vogliamo. Esistenze in frantumi, matrimoni che naufragano sotto le onde della routine. Finale veramente a sorpresa. Scritto bene, come al solito. Ah, a proposito: quest'anno saranno 20 anni di matrimonio anche per me.....

Massimo Bianco il 2018-01-21 19:00:29
Intanto sono lieto di vedere che hai scovato il nuovo sito di scrittura creato per sostituire l'appena seppellito (senza rimpianti, P.i.a.f. per me è assai più bello) Neteditor e che sei dei nostri. Poi ti ringrazio del tuo bel commento. Come avrai notato mi sto ricostruendo un catalogo di base, un mio "best", ma per ora selezionato solo tra i miei racconti più vecchi e quindi meno noti agli utenti di P.i.a.f.: non volendone inserire in continuazione, quelli scritti tra il 2014 e il 2017 li lascerò a riposo ancora a lungo prima di riproporli. 20 anni di matrimonio anche per te: auguri, ogni riferimento al mio racconto è puramente casuale, giusto? Ah, ah, ciao.

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