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Il misterioso evento di Tunguska

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2017-12-28 09:49:06


Il misterioso evento di Tunguska

 

Era il mio sogno, lavorare per la rivista pseudoscientifica (molto pseudo e poco scientifica, per i suoi detrattori) “Verità celate”. Rivista che iniziai a sfogliare con avidità fin da ragazzino, attratto da teorie, forse un po’ fantascientifiche, sui misteri archeologici o d’altro genere di questa nostra Terra.

E quando fui assunto in pianta stabile, dopo un lungo tirocinio da pubblicista, come giornalista; decisi di festeggiare l’evento con una vera bomba termonucleare: la soluzione del misterioso evento di Tunguska… Boom!

 

Ma proseguiamo per gradi, partendo dall’inizio.

Da quando, ancora studente liceale, dopo aver letto un articolo molto particolareggiato sull’evento di Tunguska, iniziai a pormi e porre domande; elaborando ipotesi a getto continuo, senza mai giungere a una conclusione che potesse soddisfare la mia e l’altrui curiosità.

 

Per cercare di svelare l’arcano, oltre ad interpellare i massimi esperti della materia, lessi tutto quello che in più un secolo era stato scritto sull’evento; ricavandone, invero, ben poco.

Il mistero era sempre lì, non esistevano ipotesi inattaccabili, ognuna di esse mostrava uno o più punti deboli; per me, un invito a proseguire nella ricerca di una teoria condivisibile, in virtù di prove inconfutabili.

Vagavo nella nebbia più profonda, senza la minima idea di cosa avesse potuto provocare quell’immane strage di conifere nella taiga.

Finché una sera, navigando in Internet, mi capitò sott’occhio il trafiletto di un anziano ricercatore russo, che diceva di sapere cosa fosse realmente accaduto il 30 giugno 1908 a Tunguska e di essere pronto, dietro congruo pagamento, a dire il vero di una somma neanche troppo alta, a fornire prova documentale di ciò che andava affermando.

Il rischio della bufala, dell’imbroglio, era insito nella richiesta di denaro. Ma il sesto senso del giornalista mi spinse a osare, nonostante il nome del professore, Boris Cacciapalloski, facendo il paio con la richiesta dell’obolo, invitasse a girare al largo dal soggetto ch’odorava di fregatura.

 

L’ottantaquattrenne Boris Cacciapalloscki, sopravviveva in un modesto appartamento all’interno di un palazzone popolare alla periferia di Mosca. “Possibile che sia questo l’uomo che disvelerà il mistero?” pensai, osservando l’anziano dalla barba incolta che stringeva nella mano destra un bicchiere di vodka, affondato dentro una poltrona sfondata e lercia come il maglione e i pantaloni grigi che indossava. “Mi sa che ho fatto un viaggio a vuoto”, conclusi deluso, ripensando al denaro speso per il biglietto aereo e l’albergo.

Tenendo ben stretto almeno l’obolo - cinquecento euro - necessario per far cantare l’oracolo, cercai il modo per disimpegnarmi elegantemente.

«Ha portato il denaro?» la voce rauca e cavernosa del professore interruppe la mia riflessione.

«L’ho qui!» risposi, indicando la tasca interna della giacca.

Il professore s’illuminò, posò il bicchiere sul tavolino. «Pagare moneta, vedere cammello», disse, tirandosi su. Poi mi fissò nello sguardo. «Non è così che funziona?» mi chiese ironicamente.

«Prima, vorrei vedere almeno una gobba», replicai a tono.

Il professore iniziò a ridere e tossire. «Mi pare giusto», commentò con voce catarrosa mentre si alzava, per aprire uno stipetto accanto alla poltrona.

Ne trasse una cassetta di legno, la posò sul tavolino e, sprofondando nuovamente dentro la poltrona, esclamò: «Si accomodi!» indicando quella davanti a lui.

Attese che mi accomodassi, poi prese il bicchiere e sorseggiò quel che rimaneva della vodka. «Si è fatto un’opinione, sull’evento di Tunguska?» mi chiese, posando il bicchiere vuoto accanto alla scatola di legno.

«A dire il vero, me ne son fatte più d’una, ma nessuna convincente fino in fondo», risposi, osservando incuriosito la cassetta.

Il professore vide dove andava a cadere il mio sguardo; annuì, staccò il busto dallo schienale della poltrona e, battendo con i polpastrelli sul coperchio, affermò: «Quello che c’è qua dentro… la convincerà!» Poi riappoggiò la schiena alla poltrona e aggiunse: «Ma del resto del cammello, parleremo dopo. Prima le mostrerò la gobba.»

«Solitamente i giornalisti registrano le interviste. Lei, non lo fa?» mi chiese poi, notando la mia assoluta immobilità.

«Glielo stavo per chiedere, la ringrazio», risposi, traendo il piccolo registratore dalla tasca esterna della giacca. Lo accesi e, dopo averlo posato sul tavolino, lo invitai a iniziare, dicendo: «Quando vuole».

«Nell’estate del millenovecentosessanta, l’università di Mosca organizzò una spedizione scientifica a Tunguska; dodici ricercatori dotati degli strumenti necessari per le opportune verifiche si recarono in loco. Il consiglio decise di affidare la guida della spedizione al suo miglior docente», esordì. E tacendosi subito dopo, mi fissò nello sguardo.

Capendo dove volesse andare a parare, esclamai: «Lei!»

«Io!» confermò inorgoglito il professore. «In un mese effettuammo rilievi sul terreno, le radici, i fusti e gli aghi degli abeti cresciuti nella taiga attorno all’epicentro dell’esplosione. Oltre ad ascoltare dalla viva voce di un anziano che lo visse, la descrizione dell’evento; e dai cacciatori che penetravano la taiga in profondità, strane e fantasiose storie. Una volta tornati a Mosca, impiegammo più di tre mesi per elaborare la mole di dati raccolti; dati che finirono per innescare nuove domande… senza peraltro riuscire a venire a capo dell’enigma», concluse sconfortato.

«Dunque, la missione scientifica si rivelò un fallimento completo…» provai a interloquire. Prontamente interrotto dalla voce cavernosa del professore: «Non per me… non per me!»

Tossì, prese la bottiglia di vodka posata a terra accanto al bracciolo della poltrona, riempì il bicchiere fino all’orlo e lo rovesciò in gola in un amen, lasciandomi basito: sentivo le mie budella bruciare in vece sua.

Posò il bicchiere, si schiarì la voce e riprese il filo del discorso: «Passai l’autunno, l’inverno e l’intera primavera a studiare la relazione della spedizione. Chiedendomi da dove fosse arrivato quel fungo che, diramandosi sottoterra, partendo dall’epicentro dell’esplosione aveva invaso gran parte della taiga, infestando le radici di numerosi abeti. E da lì, risalendo lungo il tronco, provocava abnormi accrescimenti ai soggetti infettati».

«I funghi nel sottosuolo di una foresta si sviluppano naturalmente, non dovrebbero rappresentare un enigma», mi sovvenne istintivamente.

Suscitando il suo sarcasmo. «Forse non ha ben compreso: non sto parlando di quei piccoli funghi saporiti che trova sul menù dei migliori ristoranti… ma del fungo più grande mai scoperto nel sottosuolo della taiga siberiana!»

«Ho capito, avete scoperto un fungo da guinness!» sbottai spazientito. «Ma non vedo il nesso tra una forma di vita sotterranea e un immane esplosione a dieci o quindici chilometri dal suolo, che piegò gli alberi senza scalfire il terreno sottostante.»

«Le posso garantire che, quando avrò finito, vedrà ben più che un semplice nesso tra un fungo e un tronco», ribatté criptico, grattandosi il mento.

«Ok! Devo ammettere che sa come stimolare la curiosità nei suoi interlocutori… Vada avanti!» lo esortai, ripromettendomi di non interromperlo più.

«Non ora!» proruppe a muso duro il professore, lasciandomi basito. Riempì nuovamente il bicchiere, ingollò la vodka come fosse acqua fresca, sorrise sodisfatto e concluse seccamente: «Ora sì!»

Trasse un lungo respiro, tossì violentemente poi riprese il filo del discorso: «Analizzando i miceli del fungo, scoprimmo che apparteneva ad una specie sconosciuta. Allora, per comprendere l’interazione tra l’albero e il fungo, mettemmo a dimora dentro un vaso un abete di poche settimane e gli sotterrammo accanto un singolo micelio.

«In meno di una settimana il fungo aveva invaso radici e fusto della pianticella, gonfiandola a dismisura. Sconcertati, provammo a praticare un foro nel tronco. Cosa fosse quella melassa verdastra e maleodorante che uscì copiosa dalla ferita, cercammo di comprenderlo osservandola al microscopio.

«Guardando le cellule stupefatti, ci chiedevamo che ci faceva una materia, simile a quella cerebrale, dentro un albero. “Forma non significa sostanza. Il fungo che ha invaso il tronco ha liquefatto il midollo modificando la disposizione delle cellule… tutto qui, non c’è nessun mistero da scoprire. E’ solo marciume radicale che ha infestato l’albero”, tagliò corto il professor Gasperoski, ponendo fine ad ogni fantasiosa ipotesi.

«Così, ce ne tornammo a Mosca portando con noi una mole di materiale inutile, che finì ben presto dimenticato su qualche scaffale dell’archivio, per lasciar spazio ad altre e più premianti ricerche che finirono con l’assorbire interamente le energie dei ricercatori… Di tutti, ma non le mie! Che affascinato da quel che avevo visto e udito laggiù, portai a casa coppia delle relazioni con l’intenzione di proseguire nella ricerca».

«Le prove di ciò che va affermando, sarebbero le relazioni della spedizione scientifica?» gli chiesi, indicando la scatola di legno.

«Anche… ma non solo» rispose il professore. Poi, posando il palmo della mano destra sopra la cassetta, proseguì: «C’è anche il fantastico racconto di un cacciatore, oltre alle fotografie che scattai personalmente quando tornai a Tunguska».

«Mi era parso di capire che l’università avesse deciso di chiuderla lì. Come riuscì a convincerli a finanziare una nuova ricerca in loco?» domandai.

«Non ci riuscii», rispose imbrunendosi. «Ma non potevo lasciare le cose a metà. Dovevo assolutamente tornare laggiù, per verificare il racconto del cacciatore.»

«Devo essermi perso qualcosa… quale racconto?» mi sovvenne.

«Un racconto che mi tormentava la mente, e che mi spinse, l’estate seguente, a recarmi laggiù a mie spese, senza informare la direzione, per risolvere il mistero… oppure per mettermi l’animo in pace dopo aver tentato anche l’impossibile», rispose corrugando la fronte.

«Ma cosa c’era di così sconvolgente nel racconto del cacciatore, da spingerla a mettere a rischio anche la carriera pur di tornare a Tunguska?» gli chiesi ancora, sempre più preso dalla storia.

«Vladimir Princeski, così si chiamava il cacciatore cinquantenne che incontrai in un villaggio a una quarantina di chilometri da Tunguska», esordì, gettando lo sguardo lontano. Poi si accarezzò il mento e proseguì: «Vladimir era solito cacciare nella taiga; partiva dal villaggio all’alba e vi faceva ritorno dopo due o tre giorni. Non aveva certo paura di trascorrere la notte nella foresta, né di affrontare gli animali che l’abitavano. Eppure, un mattino lo videro tornare al villaggio con lo sguardo agghiacciato, spiegando che aveva visto un mostro uscire da un tronco che si era squarciato davanti ai suoi occhi.»

«Una storia inverosimile, forse messa in piedi per spaventare i giovani del villaggio e impedir loro d’invadere il suo territorio di caccia», provai a ipotizzare.

Il professore annuì. «Sì, al momento lo pensai anch’io. Ma quando seppi che da quel giorno non mise più un piede nella foresta, dovetti ricredermi.»

«Beh, magari le lunghe e solitarie notti dentro la foresta, avevano innescato un cortocircuito mentale… A volte basta un rumore strano, mai udito prima, in condizioni particolari, per condurre un uomo alla follia», insistetti, elaborando un’altra tesi.

«Può succedere», confermò il professore. Prima di cassare anche la seconda ipotesi: «Ma non era il caso di Vladimir, glielo assicuro!»

«Se non è così, cosa vide realmente Vladimir nella foresta?» mi rassegnai a chiedergli.

«Un essere alieno!» fu la lapidaria risposta del professore, che mi fece sobbalzare sulla poltrona.

«Intende, una forma di vita proveniente da… da… da dove?» domandai incredulo, balbettando, non trovando il coraggio di completare la frase.

«Da un altro mondo!» completò il professore in vece mia.

«Un incontro ravvicinato con un’entità aliena nel fitto della foresta… incredibile», dissi fra me, cercando d’immaginare l’evento.

«Già, un racconto davvero incredibile», concordò il professore. Aggiungendo subito dopo: «Ma vero!»

«Ma cosa le raccontò Vladimir?» domandai.

Il professore soddisfece prontamente la mia curiosità. «Vladimir mi disse che, poco prima del tramonto, mentre ispezionava un anfratto nel quale intendeva trascorrere la notte, spaventato da un rumore lacerante alle sue spalle, si girò di scatto e rimase pietrificato. Il tronco di un grande abete si era squarciato orizzontalmente, una ferita che lui quantificò in circa due metri, dalla quale uscì un essere viscido dalle forme vagamente antropomorfe. L’essere, una volta all’esterno sembrò correre verso di lui, ma dopo pochi metri si disfece, collassando su sé stesso senza emettere nemmeno un gemito, lasciando sul terreno una melassa verde.

«Ripresosi dallo spavento, Vladimir guardò dentro il tronco vuoto; ma mentre cercava di capire cosa diavolo stesse accadendo, udì un altro schianto lacerante simile al primo; allora, senza stare a pensarci su, corse a perdifiato senza più girarsi fin quando non uscì dalla foresta.»

«Melassa verde… simile a quella che uscì dal tronco quando lo foraste» osservai, rammentandomi di ciò che mi aveva raccontato poc’anzi.

«Esatto!» esclamò il professore.

A quel punto ritenni logico chiedergli: «Vladimir riuscì a descrivere le sembianze dell’essere?»

«Ci provò con un disegno… e devo ammettere che ci riuscì abbastanza bene», rispose il professore, sorridendo sotto i baffi.

«Scommetto che il disegno sta lì dentro», replicai, indicando la famosa cassetta.

«E’ parte del cammello!» confermò in tono ironico il professore.

«Già, il cammello… Con il disegno di un cacciatore potrei farci al massimo un quadretto da appendere in ufficio, ma non potrei mai esibirlo come prova certa del contatto alieno», ribattei a tono.

«C’è anche una foto», buttò lì con noncuranza il professore.

«Ora vorrebbe farmi credere che Vladimir, in quei pochi attimi, nonostante il terrore riuscì a prendere la macchina fotografica e immortalare l’immagine dell’essere?» domandai in tono alterato: la faccenda stava assumendo le sembianze di una grossa bufala.

«Non lui. Io fotografai un alieno, quando tornai a Tunguska», rispose pacato, illuminandosi mentre apriva la cassetta.

«La posso vedere?» chiesi incredulo, allungando la mano.

Il professore annuì. Prese la fotografia dalla cassetta e, guardandola, rammentò: «Vladimir mi spiegò che avendo udito degli strani scricchiolii passando accanto al tronco, osservandolo notò uno strano rigonfiamento che, partendo dal colletto, s’irradiava fino a circa due metri; ma non se ne preoccupò e iniziò a sistemare il giaciglio per la notte. Così, quando tornai a Tunguska, mi concentrai sugli abeti cresciuti a dismisura; misurando giornalmente la circonferenza, partendo dal colletto, fin dove potevo arrivare. E quando uno di quelli sotto osservazione iniziò a gonfiarsi, mi appostai nelle vicinanze con la macchina fotografica.

«Trascorsi l’intera giornata nascosto, e al tramonto la mia pazienza fu premiata. Il tronco si squarciò davanti ai miei occhi e l’essere uscì allo scoperto. Per contrastare l’oscurità della foresta avevo messo il flash; così, quando scattai la fotografia, l’essere che sembrava voler andare da tutt’altra parte si girò e corse verso di me; ma dopo pochi passi iniziò a collassare su se stesso e si sciolse davanti al mio sguardo atterrito. Allora ricaricai la macchina e scattai un’altra foto», concluse, passandomi la prima fotografia mentre prendeva l’altra dalla cassetta.

«Mah! E’ in bianco e nero!» esclamai deluso.

«Questo potevamo permetterci ai tempi dell’unione Sovietica… Ora, nemmeno più quello, purtroppo», commentò con amaro sarcasmo.

Osservai la fotografia, sgranata e poco chiara: più che vedere, s’intuiva il tronco squarciato e una figura simile ad un uomo obeso, privo della testa. «Non si vedono i particolari della figura, solo i contorni rimandano a una forma antropomorfa», constatai, mostrandomi deluso. Aggiungendo: “Posso vedere l’altra?»

Il professore me la porse. «Qui si nota solo una macchia chiara sul fondo scuro», commentai, scuotendo il capo.

«La macchia chiara, è l’essere liquefatto», mi relazionò il professore.

«L’avevo capito!» replicai deluso, restituendogli la fotografia.

«Ma, mi dica: a quasi cinquant’anni dal suo incontro ravvicinato con l’alieno, si è fatto un’idea su quel che accadde a Tunguska?» domandai, prima di decidere se pagare il cammello oppure andarmene a mani vuote.

«Secondo lei?» iniziò chiedendomi. Aggiungendo subito dopo: «Quando tornai, carico di entusiasmo, e mostrai la foto ai colleghi, iniziarono a pormi e porsi domande. Fino a quando il professor Ivanov, noto nell’ambiente universitario come esperto fotografo, derubricò l’immagine a un riflesso solare. Un semplice gioco di luce del sole al tramonto che, infiltrandosi tra i rami, aveva impresso il negativo, secondo lui. Da lì in avanti, il tono irridente dei colleghi mi convinse a tenere per me ogni ipotesi o nuova scoperta.

«Tunguska era diventata la mia ossessione. Ogni estate, finché le mie scarse finanze me lo permisero, tornai a esplorare la foresta; a scattare fotografie a tronchi rigonfi completamente svuotati al loro interno, schiantati al suolo mesi o anni prima, senza più riuscire a cogliere l’attimo del distacco dell’alieno dal ventre ligneo».

Fece una pausa, indicò la cassetta di legno e mi disse: «Se le interessano, le fotografie dei tronchi svuotati le trova qui».

«Beh, se devo essere sincero, non è che le fotografie di tronchi marci rappresentino una gran prova», risposi in tono deluso. Riflettei un attimo, poi gli chiesi: «Non è riuscito a fotografare nient’altro d’interessante, durante il suo lungo peregrinare nella taiga?»

«Una specie di mano, in rapida decomposizione, sarebbe stato qualcosa di abbastanza interessante, secondo lei?» replicò il professore, mostrandosi stranamente abbattuto. E quando gli chiesi di mostrarmi la fotografia, compresi il motivo del suo atteggiamento.

«La fortuna non fu dalla mia parte. La vecchia macchina fotografica aveva smesso di funzionare il giorno prima. Così, quando analizzando un tronco squarciato ancora in piedi, compresi che l’alieno doveva averlo abbandonato da poco… non potei fare altro che cercare le tracce del suo passaggio esplorando il sottobosco.

«Una ventina di metri più avanti, la melassa verde dall’odore pungente confermò che l’alieno si era decomposto, dopo aver deambulato nella foresta per qualche metro in più del primo avvistamento. Ma c’era qualcosa di strano in mezzo quel liquido verdastro, una formazione giallastra in rapida decomposizione. Allora presi un ramo da terra e la feci rotolare fuori dalla melassa. “Ecco la prova!” esultai commosso, osservando quella specie di mano dotata di tre lunghe e affilate dita. Posai lo zaino aperto a terra e, aiutandomi con il ramo, la feci scivolare all’interno. Poi corsi al villaggio: dovevo trovare al più presto qualcuno che avesse una macchina fotografica o, in subordine, dei testimoni che potessero confermare il ritrovamento. Ma quando aprii lo zaino, vi trovai solo qualche fibra di cellulosa mischiata a un po’ di melassa verde.»

«E così, alla fine del suo lungo peregrinare non le rimase in mano nessuna prova, niente di tangibile da poter esibire in ambito scientifico», tirai le somme, deluso quanto, se non più del professore.

«Purtroppo, andò così» confermò in un sospiro di delusione. «Ma le fibre di cellulosa rimaste nello zaino, mi permisero di comprendere il meccanismo riproduttivo dell’essere. E partendo da lì, di formulare una teoria su come e perché una civiltà aliena avesse scelto la tundra come punto di sbarco su un pianeta sconosciuto.»

L’argomentare del professore m’intrigava assai; pendendo dalle sue labbra lo invitai a proseguire.

«Iniziamo col dire che le fibre di cellulosa, che il fungo assorbiva invadendo il legno, dovevano servire a formare l’esoscheletro necessario a sorreggere la melassa verde: questo lo compresi analizzando le fibre vegetali, il resto, venne di conseguenza.» Indicò il cielo oltre la finestra. «Lassù, in qualche remoto angolo di universo, il mondo vegetale deve essere evoluto ad un livello tale da potersi permettere di compiere viaggi interstellari, per andare alla conquista di nuovi mondi da colonizzare.»

«Intende dire che circa cento anni fa, una razza aliena tentò di colonizzare la Terra?» gli chiesi, sconcertato da quello che andava affermando.

«Intendo dire che ancora ci sta provando!» affermò con decisione il professore. Poi, notando l’incredulità farsi largo nel mio sguardo, spazientito aggiunse, con aspro sarcasmo: «Se mi lascia il tempo d’argomentare, forse riuscirò a convincere pure la mente, si presume acuta, di un giornalista!»

«Vada avanti, l’ascolto» lo esortai, incupendomi.

«Mi scusi, non intendevo offenderla. Ma l’essere giudicato ancor prima d’aver esposto le mie ragioni, mi manda in bestia», ribatté, moderando il tono.

«La comprendo, non si preoccupi», replicai, mettendomi all’ascolto.

Il professore annuì soddisfatto. «Analizzando le fibre di cellulosa, notai che il liquido verde le aveva imbibite da un solo lato. Questo mi portò a concludere che la parte giallastra, simile a quella che si mostrò di primo acchito al mio sguardo durante l’incontro ravvicinato con l’alieno, era la faccia esterna del contenitore della melassa verde, sostanza estremamente corrosiva per la cellulosa, che in pochi secondi sciolse l’esoscheletro ligneo e uscì allo scoperto.

«Tirando le somme, mi rammentai di ciò che mi disse lo sciamano del villaggio anni prima, mentre mi apprestavo ad addentrarmi nella foresta: “Stai attento, al tramontar del sole, gli spiriti della foresta che vagano tra gli abeti alla ricerca della perduta testa… potrebbero impadronirsi della tua”. Al momento l’avvertimento del vecchio saggio mi fece sorridere. Ma ora, dopo quello che avevo visto e toccato con mano, le parole dello sciamano mi aiutarono a mettere insieme le tessere del puzzle.»

«Alieni privi di testa, questa poi è troppo grossa! Una favola nera per spaventare i bambini…» sbottai. Poi, già che c’ero presi la palla al balzo e ne approfittai per ricambiare la stoccata ricevuta poc’anzi: «O per vecchi professori in cerca di effimera gloria!» Stavo per aggiungere: “O di qualche dollaro americano”, ma all’ultimo riuscii a contenere la frase sulla punta della lingua. C’ero già andato giù un po’ troppo pesante; allora, serrando le labbra, rimasi in attesa di una sua reazione… che non arrivò.

Sorprendendomi, il professore non colse, o probabilmente finse di non cogliere, ritenendo concluso alla pari lo scambio di cortesie. «Lei crede? Allora mi dica: cosa abbiamo noi qua dentro?» mi chiese, battendo l’indice contro la fronte.

«La materia grigia, il cervello!» risposi prontamente.

Il professore sorrise. «Esatto. Per questo non possiamo fare a meno di questa pesante appendice del corpo. Ma se, per ipotesi, il cervello si trovasse da tutt’altra parte, la scatola cranica sarebbe soltanto una scatola vuota, un inutile e ingombrante orpello.»

Il discernere del professore mi destabilizzò, riflettei un attimo poi gli chiesi: «E dove sarebbe sito il cervello negli alieni?»

«E’ stato relativamente semplice mettere il cervello umano, che pesa mediamente un chilo e trecento grammi, dentro a una testa proporzionata con il resto del corpo…» iniziò ad argomentare il professore. Poi, notando il mio sguardo stranirsi, esclamò: «Mi segue?»

«La seguo… a fatica, ma la seguo», risposi.

«Prima di decomporsi, l’alieno era alto all’incirca due metri, per un peso stimato di almeno cento chilogrammi. Di cui, il dieci per cento rappresentato dall’esoscheletro, e il resto… dalle cellule cerebrali contenute al suo interno», concluse, stupefacendomi una volta di più.

«Mi faccia capire: secondo lei, l’alieno è solo cervello ed esoscheletro?» domandai sconcertato.

«Sì!» fu la lapidaria risposta del professore.

«Niente visceri al suo interno?» chiesi ancora.

«No!» rispose. Aggiungendo subito dopo, usando un tono ironico, un altro particolare: «E, non dovendo ingurgitare cibo o perdere tempo in inutili arzigogolati discorsi fini a se stessi… nemmeno di un inutile apparato boccale.»

«E come si sarebbe nutrito, questo fantomatico essere, tutto cervello e niente chiacchiere?» replicai a tono.

«Appartenendo in modo ambiguo al regno vegetale: gli studiosi tendono a classificare i funghi in un regno a parte. Assorbendo il nutrimento dalla terra, parassitando organismi in decomposizione, presumo… E se devo ipotizzare il modo, direi infilzando le lunghe e affilate dita nel terreno», rispose, come se stesse parlando della cosa più naturale di questo mondo.

Riflettei a lungo, mentre il professore, gongolando, ingollava l’ennesimo bicchiere di vodka. «Se non ho capito male, il fungo che prospera sotto la taiga sarebbe la materia cerebrale dell’alieno che, penetrando attraverso le radici, cannibalizza gli abeti per costruirsi l’esoscheletro, armatura indispensabile per sopportare la gravità terrestre», ipotizzai alla fine.

«Esatto!» esclamò il professore.

«Ma se è così, perché appena usciti allo scoperto si dissolvono? Non mi sembra logico», mi chiesi, riflettendo a voce alta.

«Ho una mia teoria per spiegare questa specie di suicidio programmato», annunciò il professore, sorprendendomi.

«Suicidio programmato?» ripetei.

«Ora le spiego partendo dall’inizio, da quando gli alieni decisero di colonizzare la terra», rispose, iniziando ad esporre la sua stupefacente teoria. «Da qualche parte ci deve essere un mondo dominato dalla specie vegetale… Precisamente da un fungo le cui cellule, del tutto simili a quelle cerebrali, dopo aver conquistato il sottosuolo del pianeta, vennero allo scoperto. Usando come veicolo per risalire in superfice la cellulosa presente nei tronchi degli alberi, il fungo si divise dando forma a milioni di individui che comunicavano telepaticamente tra di loro. Individui che, come le piante, possono vivere centinaia, se non addirittura migliaia di anni.

«Non saprei dirle come, quando e perché gli alieni vegetali decisero di colonizzare altri pianeti. Quello che mi sento d’affermare è che, dopo aver costruito un’astronave alimentata da una fonte di energia nucleare dalla potenza inusitata, in grado di esplorare per anni, forse addirittura per secoli lo spazio profondo, raggiunsero la Terra e, prima di lasciarla per proseguire nell’esplorazione di nuovi mondi, innestarono nel sottosuolo il fungo che avrebbe dato inizio alla colonizzazione.

«Ma durante la manovra per lasciare l’atmosfera terrestre, accadde qualcosa d’imprevisto, che fece esplodere l’astronave in volo, a circa dieci chilometri d’altezza, e provocò l’evento di Tunguska. L’esplosione, probabilmente del reattore nucleare, liberò l’energia pari a dieci, quindici megatoni; una potenza mostruosa, terrificante. Un inferno in cielo la cui onda d’urto fu più che sufficiente ad abbattere sessanta, ottanta milioni di alberi su una superficie di 2150 chilometri quadrati. Qualcosa d’incredibile, di mai visto, né prima, né dopo!

«Il fungo alieno, sepolto sotto la taiga, sopravvisse e iniziò a espandersi, andando in cerca delle radici per risalire in superficie; ma l’atmosfera terrestre e la composizione della cellulosa degli alberi, simile ma non uguale a quella del pianeta d’origine, avrebbero potuto uccidere le nuove forme di vita.

«Naturalmente, una mente superiore capace di colonizzare altri pianeti, aveva previsto anche questa eventualità. Consapevole che prima di lasciare definitivamente il sottosuolo avrebbe dovuto adattarsi alle nuove condizioni di vita, attese qualche anno prima di mandare in avanscoperta il primo alieno che, una volta saggiato il nuovo ambiente, avrebbe dovuto confermare, inviando un segnale, probabilmente telepatico, oppure chimico, che l’evoluzione era stata completata; al che, il fungo avrebbe dato inizio all’invasione del pianeta, risalendo in massa le radici dell’intera foresta.

«Per nostra fortuna, finora gli esploratori mandati in avanscoperta, si son sciolti come neve al sole appena messo il naso allo scoperto. Ma questo non ci deve lasciare tranquilli, il fungo là sotto continua ad espandersi e rafforzarsi; e più passa il tempo, più radici riesce a infestare… Secondo i miei calcoli, fra cento anni avrà invaso l’intero territorio euroasiatico e, veicolate dall’interscambio commerciale, alcune spore saranno ormai sbarcate su altri continenti.»

«Una previsione apocalittica! La sua teoria non lascia scampo al genere umano», realizzai, in verità poco convinto da quella che mi sembrava una favoletta senza basi scientifiche.

«Possiamo solo sperare che il fungo non riesca a completare la mutazione genetica che lo renderà compatibile con l’ambiente terrestre», chiosò il professore, usando un tono da funerale imminente.

Subito dopo, indicando la cassetta, giunse al punto che più lo interessava. «Io avrei concluso, il cammello sta qua dentro, ora tocca a lei!»

Guardando la cassetta mi chiesi: “Ma vale qualcosa questa storia strampalata, o sto buttando cinquecento euro dalla finestra?” Ero arrivato fin lì, e di tornare a mani vuote proprio non me la sentivo. “Male che vada, se il direttore non accetterà la mia nota spese, tra viaggio, albergo e l’obolo al professore, potrei rimetterci più di mille euro… vale la pena tentare”, pensai tirando le somme, prima di contare i biglietti da cento e passarli al professore.

«La ringrazio!» esclamò, prendendoli dalla mia mano. Poi mi domandò: «Sa cosa farò con questo denaro?»

«No. Me lo dica lei?» risposi senza troppo interesse, osservandolo mentre intascava i biglietti verdi.

«Andrò laggiù a monitorare la situazione… Tunguska ha ancora molto da svelare», annunciò, felice come un bambino in partenza per Disneyland, spingendo la cassetta verso di me.

Osservandolo sbalordito, presi la cassetta, poi lo salutai e me ne andai.

 

Quando entrai nell’ufficio del direttore, ero certo di incorrere nei suoi strali. Invece con mia grande sorpresa, usando un tono pacato, mi spiegò che: «Noi siamo una rivista pseudoscientifica, per questo non ci interessa verificare se la storia sia vera o falsa, ma solo se possa interessare i nostri lettori… E questo è davvero un bel cadeau per loro… susciterà delle belle discussioni tra chi la riterrà attendibile e chi no. Bravo!»

Lasciai l’ufficio del capo soddisfatto; condividendo la sua chiosa: «Una balla esorbitante, può essere più credibile di una verità sconcertante… E procurare meno guai al genere umano!»

 

                                                   FINE

   

   

 

  

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L'AUTORE Vecchio Mara

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il 2017-12-28 17:20:25

Confesso, prima di leggere il racconto sono andato a controllare se l'evento di Tunguska fosse un fatto reale o immaginario e, con mia grande sorpresa, ho constatato che quell'incredibile esplosione ad una decina di chilometri dalla terra c'è stata veramente, proprio nella data del 30 giugno 1908. Fra le varie ipotesi, meteorite che esplode o addirittura una cometa, c'è anche quella pseudoscientifica dell'invasione di alieni andata in fumo. ecco, da quel momento la lettura del racconto è risultata più interessante, più avvincente...la conclusione è di una logica ferrea, battuta compresa, mi riferisco al fatto che una balla colossale può essere più credibile della verità. Piaciuto molto, sia per la fantasia ( alieni vegetali, praticamente) che per la bella scrittura, una costante. ciaociao e Buon Anno, Giancarlo.

Vecchio Mara il 2017-12-28 20:47:24
mi hanno sempre affascinato i misteri che stimolano ipotesi fantascientifiche, così, un bel giorno, ho deciso di mettere per scritto anche la mia di ipotesi su quel che accadde nella Tundra Siberiana, ne è uscita una storia molto fantasiosa e poco scientifica, ma mi piaceva così tanto come trama di un racconto che l'ho buttata giù, e devo dire che quando lo proposi su net, ebbe un buon successo. Così ho pensato di riproporlo anche su questo nuovo sito. Ti ringrazio.
Ciao Giacomo, buon anno anche a te.

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