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L'oracolo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2017-12-01 13:52:13


Il cliente aveva gironzolato qua e là, prima di decidersi, poi, probabilmente senza esserne consapevole, aveva preso a camminare in cerchi concentrici, come un meteorite attratto da un pianeta.
Alla fine, si era fermato davanti al Juke Box.
Accanto c’era un distributore di monete da cento lire: si inserivano dieci centesimi, si tirava una levetta e ne usciva uno di quei grossi, argentei dischetti di metallo, un tempo così familiari.
Il cliente si era girato verso Joe, il barista, e gli aveva rivolto uno sguardo interrogativo, ricevendone un cenno d’assenso.  Aveva messo gli euro nel distributore e tirato la levetta. Erano uscite le lire e lui le aveva tenute in mano per qualche istante (“non me le ricordavo così leggere” dicevano le rughe sulla fronte) prima di inserirle nel Juke Box e schiacciare i bottoni.
Lo scatto del meccanismo a margherita aveva echeggiato nel silenzio polveroso del pomeriggio, ronzando lieve finché il disco scelto non era finito sul piatto. La puntina aveva toccato il vinile. C’era stato un fruscio leggero, come un bisbiglio carico di promesse.
E allora era successo.
Il cliente aveva fatto un balzo indietro, come se dal Juke Box fosse uscito un pupazzo a molla, o un getto di acqua bollente.
Si era voltato verso Joe, fermo dietro una pila di bicchieri come al riparo di una muraglia di vetro, e aveva provato a parlare, ma era riuscito solo a disegnare con le labbra una grossa “O” di sorpresa. La voce di Joe aveva sovrastato quella di Ligabue che esortava il locale deserto a non rompergli i cosiddetti. 
«Lo so» disse Joe «non è la canzone che ha scelto».
Il cliente andò verso di lui. Dalla faccia non si capiva se era più sorpreso o arrabbiato. “La gente oggigiorno si arrabbia facilmente, ma fatica a tenere il punto. Giusto quanto basta per un post su Facebook” aveva sentenziato Marco, il figlio di Joe, e Joe, che del mondo dei social aveva solo una vaga percezione, aveva annuito senza saper bene di che cosa Marco stesse parlando.
Ad ogni modo, il cliente aveva sempre ragione, e questo era vero prima di internet e lo sarebbe stato anche dopo.
Joe rovistò nel cassetto degli spiccioli ed estrasse una moneta da dieci centesimi.  
«Tenga» disse «Soddisfatto o rimborsato. E poi non è neanche una bella canzone. A me non piace per niente. È una questione di buon gusto.  Sarò all’antica, ma non si dovrebbe mettere la parola “coglioni” in un testo».
L'altro esitò, poi allungò la mano e arricciò le labbra come se volesse dire “grazie”. All’ultimo momento, però, spalancò di nuovo la bocca, stavolta insieme agli occhi.
«Se ne è reso conto solo adesso, vero?» chiese Joe.
Il cliente annuì e, senza voltarsi, indicò il Juke Box con il pollice, ma in modo impercettibile, come si fa con un tizio poco raccomandabile.
«Come...» disse.
«... come mai avete la versione su vinile di una canzone che avrà sì e no un mese di vita e che, diciamocelo, non è tutto ‘sto capolavoro? O, meglio: come fa a esistere una versione eccetera eccetera?». Joe aprì il rubinetto e riempì un bicchiere d’acqua, scolandoselo d’un fiato «La verità è che non lo so» concluse.
L'uomo fece un sorriso sarcastico. Sembrava aver acquistato sicurezza, forse perché il Juke Box aveva smesso di suonare; non avrebbe avuto difficoltà a dire: “mi sta prendendo in giro”, solo che non ce n’era bisogno. La sua faccia era sufficiente.
Joe gli porse la mano. «Joe» disse «Sarebbe Giovanbattista, ma pare che la gente vada più volentieri al bar, se il barista si chiama Joe».
Il cliente la strinse. «Specie se il bar si chiama “Vintage”» disse. Fece scorrere lo sguardo sull’arredamento. C’era da scommettere che non tutto fosse anni ‘50 - ‘60 autentico, ma gli somigliava parecchio. Naturalmente, il Juke Box era il pezzo forte.
«Il passato dà sicurezza» disse Joe «Tranne forse a chi l’ha vissuto sul serio». Teneva ancora la mano del cliente, e fece per lasciarla, ma quello lo trattenne. «Può chiamarmi “Nick”» lo informò facendo l’occhiolino.
«“Joe” è anche un modo per ricordare che io ho messo in piedi tutta la baracca, anche se adesso la gestiscono mio figlio e mia nuora. Io sto qui al pomeriggio, quando c’è poco da fare».
Nick lasciò andare la mano di Joe e ordinò una birra alla spina. «È venerdì, non mi rompete…?» ammiccò ancora, lasciando la frase in sospeso.   
Joe riempì il bicchiere. «Più e meno, amico, più o meno». Guardò fuori. Il pomeriggio era ancora giovane, ma la luce si stava incupendo, come se stesse arrivando un temporale. Grossi grani di polvere danzavano lenti nella luce che entrava dalle finestre e già aveva il colore del crepuscolo. Lontano, una moto rombò come un anticipo di tuono.
Joe porse la birra al cliente e si appoggiò al bancone sporgendosi verso di lui. «Senta, amico... Nick… non se la prenda ma….» abbassò la voce benché, a parte lui stesso e il cliente, il bar fosse deserto «che ne dice se, dopo aver finito la birra, riprende la sua strada?».
L'altro ripropose il suo sorrisetto sarcastico «Che fine ha fatto quella storia del cliente che ha sempre ragione?».
Joe esitò. L’aveva solo pensata, quella frase, poco prima. D’altra parte, era una frase fatta. «Quale disco voleva mettere?» chiese.
Nick aggrottò la fronte. Sembrava giovane, ma quando faceva così, le rughe si increspavano come un mare in tempesta. Joe si rese conto che era difficile stabilirne l’età. «“Dio è morto”, penso».
«Pensa o ne è sicuro?».
Nick esitò ancora. Riapparve un po’ dello stupore di prima. «Ne sono sicuro».
«Ed è sicuro di aver schiacciato il pulsante giusto».
Una vetrata vibrò, percossa da una folata di vento.
«Sì» rispose Nick.
Joe guardò fuori – la luce si stava davvero incupendo, ma a tratti aumentava, come se sole e nuvole giocassero una partita sulla scacchiera del cielo – poi fissò Nick.
«Penso che, dopotutto, abbiamo ancora un po’ di tempo» disse «finisca la sua birra. Voglio raccontarle una storia».
Nick si mise comodo. Se ci fosse stato un ritratto “uomo che ascolta un racconto” avrebbe potuto fare da modello.
«Quel coso è arrivato qui nel ‘71» disse Joe senza guardare il Juke Box «Un errore di consegna. All’inizio volevo mandarlo indietro. Era già vecchio e avevo paura che si rompesse e di non trovare i pezzi di ricambio. Fu mia moglie a insistere che lo tenessi. Almeno, disse, finché non ne arriva uno migliore. E poi, ripeteva, a un sacco di gente piace la roba vecchia. Non antica, solo vecchia. Degli anni in cui erano ragazzi. Penso sia un modo per tornare giovani».
Gli occhi di Joe si mossero verso una foto appesa alla parete sul retro, in un punto in ombra. C’erano delle persone, ma non si capiva chi.
«Aveva ragione Nora, ovviamente. Nora sarebbe mia moglie. Quando ho passato la mano a mio figlio e lui ha deciso di chiamare il bar “Vintage” mi sarebbe piaciuto dirglielo, a Nora, perché nel ‘71 la parola “Vintage” non esisteva. Solo che era sottoterra da un pezzo»
Nick bevve un sorso. Un baffo di schiuma gli rimase attaccato a un labbro e lui lo ripulì col dorso della mano.
«Comunque sia, quell’affare rimase al suo posto. Lei la conosce la storia che niente è più definitivo del provvisorio, vero? ».
Nick annuì. Joe lanciò un’occhiata al Juke Box.
«Successe subito. La prima sera. Lo avevo messo in bella vista, sempre su consiglio di Nora. “Così puoi osservare come la gente reagisce quando lo nota” aveva detto.  Al solito, aveva ragione lei».
Il cliente si mise più comodo. Doveva essergli venuto in mente come lui stesso era stato attratto dal Juke Box.
«Entra la combriccola di Lando: Sabrina, Giampa, Walter e tutta la banda. Guardano l’aggeggio, ci si fiondano sopra e mi chiedono dove ho preso quel rudere. Io non rispondo e quelli lo accendono.  A quei tempi, i ragazzi sapevano ancora come funziona un juke box. La faccio breve: mettono su un disco e invece ne parte un altro, proprio come a lei. Sa, quella canzone che parla di guidare a fari spenti nella notte per vedere quanto è difficile morire».
Nick bevve un sorso «Non è tanto difficile».
«Quello che ho sempre pensato anche io. Comunque, come dicevo, parte quella canzone e loro dicono che non è quella che hanno messo, che quell’affare è rotto e che vogliono indietro i soldi. Io non voglio grane e glieli ridò. Loro infilano la porta e se ne vanno».
«Come dovrei fare io».
Toccò a Joe annuire.
Nick proseguì. «Solo che… quando ha detto che è successo? Nel ‘71? La canzone doveva essere di quegli anni. E allora c’erano i dischi in vinile. Il juke box poteva davvero essere rotto».
Joe rispose parlando in fretta. Sembrava affannato, come un uomo che rovescia una carriola piena di mattoni. «Gli ridò i soldi e quelli se ne vanno. Si sono schiantati poco dopo sulla curva del Pioppo Morto, lungo la strada del Boscaccio, non so se sa dov’è».
Anche se conosceva il posto, Nick non disse nulla.
«Non si deve preoccupare: nessuna gaffe. È passato tanto di quel tempo. E poi, detto tra di noi, non erano simpatici a molti: erano delle teste calde. Erano gli anni della Contestazione e gli piaceva fare casino, anche se dubito che gli importasse della contestazione».
Nick finì la birra. «Pensandoci bene, non è che una coincidenza».
Joe prese il bicchiere e lo sciacquò sotto il rubinetto con gesti esperti e misurati del polso.
«Naturalmente. Certo, non c’erano segni di frenata e i fari erano spenti, come se Lando – era lui, al volante – avesse voluto fare come nella canzone, ma quelli erano su di giri già prima di venire qui e, insomma…. l’ho già detto: erano giovani ed erano delle teste calde. Anche qui, a tempo debito, avevano provocato la loro parte di danni». Strinse gli occhi guardando le pareti, come fissando cicatrici visibili a lui solo.
«Coincidenze» ripeté Nick.
«Coincidenze, sicuro. Vediamo un fatto qui, un fatto là e diciamo “coincidenze” per resistere alla tentazione di unire i puntini e vedere che cosa appare. Magari perché non siamo sicuri di volerlo vedere, che cosa appare».
«E qui ci sono un bel po' di puntini».
Joe sospirò «Accadde di nuovo nel '74. Il trabiccolo era rimasto al suo posto. Funzionava, alla gente piaceva e tutti ci eravamo dimenticati di quell'altra storia. Bruno arriva, infila la moneta e parte la solita tiritera. La canzone era “Ciao amore ciao” e lui non l'avrebbe mai scelta: si era sposato sei mesi prima. E… no, non era ubriaco».
«Non l'ho detto».
«Comunque quando torna a casa scopre che la moglie l'ha piantato. Nessuna spiegazione, nessun biglietto. Era tornata da sua madre, venimmo a sapere, e si rifiutò sempre di vederlo».
«Forse aveva i suoi motivi».
«Se li aveva, Bruno non ce li raccontò mai. Per un bel pezzo cercò di convincerla a tornare, poi lasciò perdere e iniziò a venire qui tutte le sere, a ubriacarsi. Si impiccò prima che fosse passato un anno».
Un nuovo rombo. Non era lontano e non era una moto.
«Scommetto che c'è un altro puntino da unire».
Joe aprì il rubinetto e si versò un altro bicchiere d'acqua. «Non c'era, nel Juke Box, quella canzone. Ogni anno controllavo i dischi del meccanismo a margherita e cambiavo quelli vecchi o usurati. E quella canzone non c'era».
«Ma, dopo che… Bruno, ha detto?... si impiccò, andò a controllare e c'era».
Un bagliore e, subito, un tuono. In cielo, il nero stava vincendo la partita.
«Quindi si era sbagliato».
«Già. Un errore e una coincidenza. Ci può stare, no? E poi erano passati anni tra un episodio e l'altro».
«Solo che non furono appena due, gli episodi».
Joe non ripose. Si girò e schiacciò un pulsante sul muro alle sue spalle. Le luci si accesero. Nick strizzò gli occhi. Mentre parlavano, il locale era diventato buio e la luminosità improvvisa dava fastidio.
«Molti. Non so dire quanti, ma sono molti» disse Joe.
Il temporale scoppiò. Ci fu un improvviso rovescio di pioggia, come se qualcuno avesse aperto un'immane, invisibile doccia. Il vento s'infilò sotto la porta d'ingresso, sibilando. Non riusciva a spalancarla, ma la faceva tremare, con un brivido continuo e serrato come il crepitio di un paio di nacchere.   
«Il tempo ideale per le storie di fantasmi» disse Nick «ma, si fidi, non riuscirà a spaventarmi al punto da farmi uscire di qui». Indicò una bottiglia di whiskey alle spalle del barista. «E poi non ci credo che non sa quanti sono stati gli “episodi”, come li chiama lei» concluse intanto che Joe era voltato.
Il barista si girò, prese un bicchierino e mescé il liquore. Ne aveva versato appena un dito che Nick lo fermò con un gesto della mano, deciso come una ghigliottina che cade.  «Non è facile capire quel che dice l'Oracolo» disse Joe.
«L'Oracolo?».
Joe accennò al Juke Box «È così che l'ha chiamato un tale che veniva qui una volta, un professore. Ha detto che i suoi responsi sono “sibillini”».
«Ibis redibis non morieris in bello?».
«È un professore anche lei?».
Nick fece spallucce.
«Quelle frasi potevano significare più cose insieme, così non so quante volte l'Oracolo abbia parlato. Quello che succedeva… non era mai esattamente uguale alle canzoni».
Nick svuotò il bicchiere e lo puntò verso il barista con un gesto d'accusa. «Questa, amico» disse «non me la dà a bere. Ha detto che prima l'Oracolo – tanto vale chiamarlo così a questo punto – sceglie la canzone che vuole lui, anziché quella che vuole il cliente, e dopo… succede quel che deve succedere. E non reciti la parte del rozzo uomo di provincia con me. Non dopo aver usato la parola “responsi”». Posò il bicchiere sul tavolo. «Per non parlare delle canzoni che neanche dovrebbero starci, li dentro. Che neanche dovrebbero esistere». Fece una pausa. «Lei sa esattamente quante volte l'oracolo ha parlato».
Joe afferrò il bicchiere e lo sciacquò. Lo scroscio del rubinetto si unì a quello della pioggia.
«Potrei raccontarle di quando partì “With or without you” la notte in cui Diego si buttò dal Ponte della Vittoria. E, se anche lei mi può dire che non è la canzone adatta per chi ha appena divorziato e che, sì, può avere contribuito, io le risponderei che avevo rinnovato i dischi il giorno prima, e quella canzone non c'era. Potrei dirle di quando partì “Bang bang” la notte in cui Luca fece fuori la famiglia. Le potrei parlare di quando l'Oracolo suonò “Don't fear the reaper” il giorno prima che Nora scoprisse di avere un cancro al pancreas; eravamo nel '96 e quella canzone aveva più di vent'anni e da queste parti non vanno tanto le canzoni straniere perché la maggior parte dei clienti sono di una certa età  e preferiscono capire le parole».
Aveva parlato in fretta e fu costretto a fermarsi per prendere fiato. Ansimava con un sottile sibilo asmatico. I lampi baluginavano come flash di paparazzi. «Le potrei raccontare tutto questo, ma a lei non interessa, vero?».
«Perché ha tenuto l'Oracolo?».
Joe fece silenzio. Ciascuno dei due poté udire il temporale che si allontanava. Il tempo tra i lampi e i tuoni si allungava poco a poco, ma costantemente.
«Nora. Era sempre stata un po' fissata con la religione. Spesso si metteva su quella sedia laggiù e leggeva la Bibbia; a volte non smetteva neppure se entrava gente».
Nick rivolse a Joe uno sguardo interrogativo. Joe si strofinò il mento con una mano. «Volevo… non so, accidenti… volevo dimostrare qualcosa. Era lei che aveva insistito perché tenessi l'Oracolo e...». Un'ombra passò sul volto di Joe: stupore e timore insieme. Di solito erano i clienti che si confidavano col barista, non il contrario. «Prima credo che fosse una sorta di ripicca. Sa, dopo “Bang bang” che era partita da sola e dopo che Luca fece fuori la famiglia, Nora cominciò a guardare storto l'Oracolo».
«Ma lei, Joe, non ci credeva».
«Nora aveva insistito per tenere quell'affare? Bene, che se lo godesse. E poi io non sono mai stato molto religioso. E quanto al credere a un juke box stregato...».
«Il più grande inganno del diavolo è far credere che non esiste».
«Questa l'ho già sentita».
«E lei continuava a non crederci».
Il barista si passò una mano sul viso. Sembrava molto stanco. Il temporale era un bubbolio lontano.
«Metti una moneta e suona la canzone che hai scelto. Questo è quello che avevo bisogno di credere, specie dopo che Nora si ammalò. Suppongo che abbia a che fare col controllo, col bisogno di un senso. Lei aveva le sue giaculatorie e i suoi rosari e io le mie...».
«… coincidenze?».
Joe non rispose. I tuoni erano cessati e il suono del vento era un sussurro. Lo sgocciolio placido delle ultime gocce di pioggia dalla cimasa bastava a coprirlo.
«Io non l'ho mai usato» disse Joe, piano. «Era venuto da me, ma io non l'ho mai usato. Nora lo fece. La sera in cui suonò “Don't fear the reaper”. La sera prima che le diagnosticassero il cancro».
Rimasero così, in ascolto del tamburellare dell'acqua sempre più lento. Lontano, sfilavano delle moto. Procedevano con cautela, le gomme in cerca di aderenza sull'asfalto bagnato. Si era fatta notte.
Nick estrasse una banconota e degli spiccioli «Il cambio di cento lire sarebbe cinque centesimi, non dieci, ma farò finta di niente. Questa dovrebbe bastare per il whiskey e la birra». Allungò i soldi sul bancone. «Non piove più» concluse.
Joe li prese «Sì, è meglio che vada».
«La canzone» fece Nick alzandosi «parla di due che fanno un brutto incontro in discoteca. A un certo punto saltano fuori le pistole». Fece il solito occhiolino «E, ovviamente, stasera è venerdì».
Joe lo guardò «Parla del tempo che passa e del freddo che c'è fuori. Qualche volta anche dentro».
Nick si avviò verso l'uscita. «Ha ragione, non è una gran canzone. Troppo facile, troppo banale». Arrivato a metà del locale si fermò e si voltò di tre quarti. «Non stia in pena per me. Non sono quel che si dice “un bravo ragazzo”. Se vuol saperla tutta, sono in libertà vigilata. Avrei dovuto rientrare stamattina, ma mi sono preso un altro po' di tempo. Avevo cent'anni, ma mi sono sembrati un secondo. Comunque, sono già venuti a prendermi».
Si sentì il rombo delle moto, poi i fari illuminarono l'ingresso del bar.
La porta si aprì.
Entrarono in tre e non erano poliziotti.
Sembravano piuttosto dei metallari sui generis.
Il primo, il più alto, quello che sembrava il capo, aveva capelli biondi e vaporosi che incorniciavano un viso efebico.  Indossavano jeans e giubbotti di pelle, interamente bianchi e con finiture dorate. Anche se le strade dovevano essere piene di fango, erano così immacolati che sembravano moltiplicare la luce. 
«Hey, Micky!» disse Nick, giulivo «sempre coi guardaspalle, eh? Da solo non ce la fai».
Quello che Nick aveva chiamato Micky, il capo, non rispose. L'ultimo, che sembrava un ragazzo, ma che avrebbe potuto essere anche una giovane donna, chiuse la porta del locale.
Joe poté vedere che, sul retro dei giubbotti, era stampigliata una scritta: “Paradise Devils”.
I tre si diressero verso Nick, disponendosi a ventaglio.
Nick allargò le braccia, spalancando le palme. «Andiamo, Micky… neanche il tempo di una canzone? Non so… “Sympathy for the devil”».
I tre iniziarono la manovra di accerchiamento.
«Il tempo è scaduto, Nick» fece Micky. Aveva una voce squillante, ma anonima, impersonale. Come se fosse registrata o se imitasse la voce di un altro.
«Oooh,  siete così… noiosi» indicò Joe «Persino Giovanni Battista laggiù sa che, a volte, anche se metti la moneta giusta, non esce la canzone che hai scelto».
«Il tempo è scaduto, Nick» ripeté il biondo vestito di bianco.
«Hey!» disse Nick puntando verso l'altro un dito e allo stesso tempo facendo una specie di saltello aggraziato, da ballerino. «Hey, non ci sarebbe la faccenda dei nove miliardi di nomi! O erano i dischi d'oro nel tempio di Benares? Non mi ci raccapezzo con queste assurdità».
I tre avevano completato l'accerchiamento.
Nick abbassò le spalle e sbuffò «Ok, ok, è venerdì e nessuno vuole rotture di...» si girò verso Joe e gli fece il ben noto occhiolino «...cosiddetti». Fece un passo in avanti e i tre balzarono indietro. Joe ebbe la netta sensazione che avessero paura. Nick ridacchiò. «Non sarebbe carino sfasciare questo bel locale, non trovate?». Fece cenno di precederlo, seguirlo, o di uscire insieme, come preferivano. 
Tutti si mossero e Micky aprì la porta. «Li hanno contati, i nomi. E hanno anche impilato tutti i dischi» disse a Nick.
Quello lo guardò sorpreso, poi sorrise. «Oh! I computer! E pensare che, se non fosse stato per me… be', tanto peggio» sospirò «allora non resta che andare».
Sull'uscio, senza voltarsi, agitò una mano in segno di saluto. «Eh no, qualche volta esce proprio la canzone che non ti aspetti».
I quattro salirono sulle moto, partirono, e, in breve, non ci fu che il silenzio della notte.
Joe lo ascoltò a lungo, a capo chino, finché il ronzio che cercava di sostituire l'assenza di suoni non gli dette fastidio. Poi si accorse che Nick lo aveva pagato in vecchie lire. C 'era anche una moneta da cento.
La prese e la soppesò. Era davvero più leggera di quanto ricordasse.
Metti una moneta e suona la canzone che hai scelto. Questo è quello che avevo bisogno di credere. Le mie coincidenze.
Facendo saltellare i soldi nel palmo, rigirandola tra le dita, uscì da dietro il bancone, andando verso il Juke Box, l'Oracolo.
Io non l'ho mai usato. Era venuto da me, ma io non l'ho mai usato.
Giunto a metà strada, si fermò e sollevò in alto la moneta. Era del tutto normale. L'anno di conio era il 1968 e, in un angolo, c'era un'ammaccatura. Si chiese se sarebbe entrata nel Juke Box.
La inserì e questa scivolò dentro come una vecchia moneta da cento lire scivola nella fessura di un vecchio juke box.
Non restava che scegliere la canzone.
Aveva detto la verità a Nick: la gente del posto non amava le canzoni straniere perché preferiva capire le parole, ma i giovani di una volta avevano imparato l'inglese, ed ora erano vecchi. 
Perciò, “The end” andava benissimo.
Joe schiacciò i tasti.
Il meccanismo a margherita scattò, posando con un ronzio il disco sul piatto. La puntina toccò il vinile. Il disco frusciò.
“The end” risuonò nel bar Vintage deserto.
Perché, cos'altro avrebbe dovuto succedere?
Mettevi la moneta e usciva la canzone. Non era una coincidenza. Era quello che doveva succedere. Non c’erano puntini da unire e, anche se li si fosse uniti, non sarebbe venuto fuori nessun disegno. E i Juke Box difettosi non facevano schiantare la gente contro gli alberi, né provocavano il cancro.
Avevi quel per cui pagavi e quel che pagavi era tuo. Ci aveva messo quarant’anni per capirlo, ma meglio tardi che mai. «E da domani ci pensa Marco a mandare avanti la baracca» mormorò al bar deserto.
Avvertì un soffio di aria fredda e si accorse che la porta d'ingresso era rimasta aperta.
Guardò l'orologio e si accorse che era tardi.
Mentre i Doors cantavano, Joe, seguendo una routine consolidata, chiuse il locale. Segnò l'incasso, mise le sedie sui tavoli, spense quello che doveva essere spento, chiuse ciò che doveva essere chiuso.
Prima che la canzone terminasse, aveva finito e stava all'ingresso, una mano sull'interruttore accanto allo stipite, l'altra che impugnava le chiavi.
Attese che il disco finisse e che il juke box lo rimettesse al suo posto, poi spense la luce e uscì.
Fuori, era freddo, come sempre dopo un temporale. Il fiato si condensava in nuvolette che una brezza lieve dissipava nel buio.
Alzò lo sguardo verso il cielo terso in modo quasi intollerabile. Le stelle erano luminose come fari di un lontano teatro.
Straordinariamente luminose.
Joe ne vide una che non aveva mai notato, di una bizzarra tonalità tra l'azzurro e il verde, staccarsi dal firmamento e, a gran velocità, puntare verso il basso, come dirigendosi verso di lui.
Dirigendosi verso tutti. 
Un brivido che non era solo freddo lo scosse.
Le chiavi tintinnarono, chiedendogli se intendeva usarle o tenerle in mano tutto il tempo.
Allora, mentre, intorno, si levavano grida sempre più alte, Joe si girò, abbassò la saracinesca e chiuse il bar.

  

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Claudio Di Trapani il 2017-12-01 15:23:15
Un bellissimo brano, Roberto. Piaciuta assai la storia, atmosfera elettrica compresa, e la scrittura precisa ed elegante (ottimi anche i dialoghi). Pur non essendo un grande lettore dei libri di King, mi sembra che lo stile sia molto simile. Solo un refuso o due (Nick, -dannata virgola- lasciò andare la mano di...) e un'altra frase... che non ricordo più dove cavolo sta! Comunque sia, un applauso! ;)

Rubrus il 2017-12-01 17:27:47
Tolto la virgola, che probabilmente è quel che rimane di un inciso eliminato e che, essendo tra soggetto e verbo, è da omicidio. E' un brano che stava su net e che quindi non avevo intenzione di riproporre - largo al nuovo! - ma me lo hanno chiesto e se uno si ricorda dei brani a distanza di mesi, non si può dire di no.

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Mauro Banfi il Moscone il 2017-12-01 21:32:05
Quanta roba dentro questo racconto! E' una sorta di Cyber-Biblioteca di Alessandria 2.0. Provo un pò a elencare qualche tema sugli scaffali della narrazione: 1) Apollo, la mania, la divinazione per i Greci: nella "nascita della Tragedia" Nietzsche opera la nota scelta della coppia Apollo e Dioniso per spiegare l'origine dell'arte nell'Occidente e la scelta è decisiva, ma la loro contrapposizione è fuorviante. In realtà una matrice comune congiunge questi due dèi nel culto delfico; il riflesso umano ne è la mania, che Nietzsche sembrerebbe considerare nel solo Dioniso, e stemperata come « ebbrezza ». Ma la mania è qualcosa di più dell’ebbrezza, è l’unico approccio autentico alla divinità, quando l’uomo annulla la propria individuazione e il miserabile culto del proprio Ego. Qual è il segreto consegnato a Delfi, quale significato fa di questo luogo il simbolo culminante della Grecia, la creazione panellenica per eccellenza? Un responso dato da un uomo agli uomini, un enigma sull’enigma mostra la strada, Eraclito lo enuncia : « Il signore, cui appartiene l’oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna ». A questo dio risale la divinazione, o come dice il Simposio platonico, « la mantica l’inventò Apollo ». A che cosa si allude, quale altro popolo ha posto così in alto la divinazione? Per i Greci la vita degli uomini è un’apparenza di quella degli dèi. Il nostro mondo esprime nel tempo, con l’incertezza del futuro, per frammenti inadeguati, sfocati, quello che gli dèi sono in modo totale, senza divenire, sin dal principio. C’è un mondo nascosto, il mondo di cui il nostro è la parvenza, questa è l’intuizione greca: là vivono gli dèi. E Apollo è il simbolo più sottile, variegato, di questa esistenza divina di fronte a quella umana, in rapporto a questa : egli dà agli uomini la divinazione, racconta la loro vita futura, contemplata dal suo occhio di dio. Dunque il futuro è già tutto nel passato, e il tempo riguarda soltanto l’ordine della manifestazione. Così si formula la vocazione antistorica dei Greci. 2) Delfi, la Corte dei Feaci, la Capanna di Eumeo e in tempi moderni l'Ammiraglio Benbow, la locanda da dove partono Gandalf e gli Hobbit, il Bar Mario del Liga, "credo che ci voglia un Dio e anche un bar" e ancora Delfi, il luogo d'origine che raccoglie tutti i racconti. Mi perdonerai la vanagloria, o aureo, di menzionare il mio "Cock Bar" di "Ancora un'altra curva e sono da lei", unico mio romanzo edito, da te amorevolmente revisionato? Per farmi perdonare parlo ancora del Luogo dove nascono tutti i racconti: In origine il Weird viene raccontato dal Secondo Omero presso la Corte dei Feaci, tra divini cani da caccia e giovani atleti dai muscoli d'oro e i muri di bronzo lavorato da Efesto della Feacia onirica: lì Odisseo inventa il racconto fantastico da dove si dipanano le storie della Mille e una notte, e poi Potocki, Hoffmann, Poe e oggi King. Poi Ulisse e il porcaro Eumeo, nella mitologica capanna di quest'ultimo a Itaca, scaldati dal fuoco raccontano nella notte (protetti dal calore dello steccato dei porci, le stalle delle scrofe, cani da guardia sbavanti e una costoletta di maiale che arrostisce sulla griglia di quel fuoco) le prime storie del racconto d'avventura, da cui discende L'Asino d'oro (la metamorfosi) di Apuleio e Defoe, Dumas, Stevenson, Salgari, Verne, Melville, Conrad, London. Sia gli uni chegli altri racconti vengono narrati in una notte "incommensurabile", che non sta nei limiti fissati dagli dei e da Ananke, la necessità. In quella notte, l'eco di quei primi racconti weird, ha creato Parole Intorno Al Falò, come Eumeo racconta qualche giorno dopo a Penelope: "Sì, Regina Penelope, se i Proci smettessero di gozzovigliare con le tue proprietà e riuscissero a rispettare maggiormente il silenzio voluto dagli Dei, il suo modo di raccontare ti rapirebbe il cuore.E' stato con me tre giorni e l'ho ospitato tre notti nella mia capanna. Mi ha detto di essere giunto sull'isola scappando da una nave, ma ha continuato per tutta la notte a raccontarmi le sue incredibili avventure. Sedeva accanto a me e lo stavo ad ascoltare rapito, come si ascolta un aedo che, posseduto dagli Dei, inizia a intonare canzoni a tutti gradite. Mi incantava con le sue storie meravigliose". Mettere fine alle gozzoviglie dei Proci, sospendere con la magia del racconto l'inesorabile aumento dell'entropia che sbiadisce e svanisce i labili contorni del nostro IO: per questo sono nati i Luoghi del racconto: Delfi, la Corte dei Feaci, la capanna di Eumeo e ora P.I.A.F. Chiunque viene per leggere e scrivere su PIAF con quello Spirito, ritorna in spirito in quella notte senza fine della Corte dei Feaci e della capanna di Eumeo, e se è vero poeta, a Delfi e a Eleusi. 3) Quante volte abbiamo visto film horror in cui una marionetta o un oggetto costringono il proprio padrone o il proprio consumatore a fare ciò che essa vuole? 4) The End: il capolavoro dei Doors, dove il posseduto da Dioniso Jim Morrison non comprende l'errore compiuto da Nietzsche nello scindere la primordiale coppia Apollo/Dioniso e rapito in realtà (mentre il suo falso dioniso di massa lo sta già uccidendo) da Apollo divina il destino dell'Occidente, e si ritorna al punto 1) No, dai, mi fermo: questo racconto è davvero un vertice, un virtuosismo strepitoso, un magistero, un mistero alla luce del sole. Rubrus è l'antidoto alla propensione al vago e all'indistinto che inquina le storie horror senza capo né coda che abbondano ovunque. «Se qualcuno fa buio in una stanza è per farci credere che lì dentro c’è qualcosa di ineffabilmente minaccioso e inconoscibile, che resta tale finchè restiamo all'esterno di quella stanza fissando il suo buio, ma basta entrare e premere l'interruttore della luce per accorgersi che non c'è niente». Rubry ha premuto l'interruttore per noi da tempo e non possiamo più rinunciare a quella luce, ovunque sia il luogo dove abbiamo la fortuna di leggere le sue storie. Nelle sue storie tutto è plastico, sodo, preciso, stagliato, illuminato e non puoi più farne a meno. E' incredibile quanta roba -e che roba! -c'è in questo racconto. Rubrus uno di noi, il migliore tra i migliori, primus inter pares, primus inter pares italic weirdwriters.

Rubrus il 2017-12-04 11:26:32
Rispondo solo su una cosa
Non esiste scrittore del fantastico che non si sia posto il problema della credibilità.


Semplicemente, ognuno dà la propria soluzione.


Qualche esempio.


La Shelley usa la scienza del suo tempo - che è ancora alquanto fantastica, pensiamo al galvanismo.


Poe risolve il problema fornendoci un solo punto di vista: quello del narratore che, spesso, all'inizio, chiede di essere creduto, proclama di non essere pazzo, oppure di possedere una qualche forma di ipersensibilità, spesso sensoriale, oppure si mostra scettico.


Stevenson usa lo stesso sistema della Shelley, ma fino a un certo punto. La polvere che Jeckyll usa è un campione unico, reperito per caso, quasi un incantesimo.


Montague Rhode James adotta una prospettiva "storica", facendo incontrare un antiquario con reperti di un passato misterioso e magico.


Stoker usa l'accumulo di testimonianze. Più persone affidabili ci dicono una certa cosa - ciascuno dal proprio punto di vista - e le testimonianze si accumulano.


Algernon Blackwood o Jseph Sheridan Le Fanu usano e altri usano più o meno lo stesso sistema di James, trasformando l'antiquario in un vero e proprio detective dell'occulto.


Arthur Machen si pone nello stesso solco, ma introduce elementi esoterici al posto della detection.


HPL inizia come Poe, ma poi punta decisamente verso la "verosimglianza scientifica" e l'accumulo di particolari razionalmente esposti.


Fritz Leiber e Robert Bloch adoperano la psicologia. Leiber soprattutto quella junghiana, Bloch quella Freudiana.


Matheson ricorre alla esposizione asettica dei fatti. Ce li mette lì con tale evidenza che non è possibile discuterli: sarebbe come mettersi a discutere con lo schermo di un cinema.


Bradbury usa sia la psicologia sia il lirismo, trasporando il lettore in una dimensione onirica (come certo HPL e il fantasy).


King rende il fantastico "nostro vicino di casa". In una sua opera giovanile. 'Salem - importante perchè contiene in nuce molti elementi della sua poetica futura - dice "L'uomo comune è meno lontano dal soprannaturale di quanto non amino rappresentarlo gli scrittori di genere". In tempi di scie chimiche, teorie del complotto e compagnia bella, difficile dargli torto. Dando per assodato questo presupposto, racconta, facendo leva soprattutto sulla psicologia.




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90Peppe90 il 2017-12-02 18:05:02
Dal titolo non mi veniva in mente nulla ma appena ho cominciato con le prime due righe... "Ehi, ma Rub non aveva già scritto qualcosa riguardante un juke-b... ah, Ligabue, ecco! Allora è proprio questo!". Hai fatto bene a riproporlo - e secondo me faresti benissimo a riproporne altri, molti altri, tipo quello che parlava del confessionale ma... be', sono troppi per elencarli, ahah - e ho fatto benissimo a rileggerlo. Non so perché continua a stonarmi un po' la parte in cui arrivano i bikers a prelevare Nick... pur rendendomi conto che comunque è ben contestualizzata nel racconto, istintivamente c'è un qualcosa che non so. Come se non si inserisse perfettamente nella narrazione complessiva. Quisquilia a parte, il racconto è ottimo così com'è ottimo l'approfondimento psicologico di Joe, che viene fuori non solo da ciò che pensa ma anche (e soprattutto) dal suo modo di raccontare la storia dell'oracolo. Da incorniciare il finale. Ciao, Rub.

Rubrus il 2017-12-04 11:07:52

In parte proseguo qui perchè la risposta è una, ma lunga, e non vorrei che me la cancellasse. Su nick / Mick - Michele e Assenzio, vedi sotto. Sappiamo chi annunciava Giovanni Battista. Il mio Gianbattista annuncia qualcos\' altro. La faccenda dei dischi d\'oro è ispirata alla leggenda. falsa, della Torre di Hanoi. Incollo qui il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Hanoi


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Bule il 2017-12-03 13:13:00
Ciao Roberto, Un gran bel racconto in effetti. Stamattina ho fatto un po' di letture e la qualità mi sembra più elevata che mai, Tornando al racconto, mi è piaciuto molto fino all'entrata in scena della banda, dove non mi sono chiari alcuni riferimenti. In quella parte l'equilibrio che prima c'era tra narrazione e dialoghi mi ha dato l'impressione di perdere un filo di efficacia. Detto questo, è un racconto avvincente che ho letto volentieri. Ciao

Rubrus il 2017-12-04 11:03:01
Provo a rispondere usando il commento avanzato. Nick è il nomignolo che gli inglesi danno al diavolo. Viene da Nicolò Paganini, che in un racconto sulla musica ci sta bene. Mick, alias Michele, è l'Arcangelo che sconfisse e sconfiggerà Satana. Il diavolo veste Prada, e gli angeli, anche se le cose non stanno come sembrano (tutto il racconto si gioca sul divario tra realtà e apparenza) e il loro sesso non si saprà mai, tradizionalmente in bianco. Prima della fine dei tempi il diavolo avrà cento anni di libertà (relativa, quindi si può dire "vigilata") su questa terra, anni che a lui sembrano pochi. Facile che le sue preferenze musicali vadano a "Dio è morto" (be', almeno in parte) e "Simpathy for the devil". Alla fine dei tempi cadrà sulla Terra una stella verde, detta Assenzio, che è anche il nome di un liquore. Da noi è proibito e quindi il nostro diavoletto, che anche lui non è esattamente come ce lo aspettiamo, ripiega sul Whiskey, che è lecito. Sui dischi d'oro rispondo sotto.

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BigTony il 2017-12-04 09:28:11
Ma hai fatto benissimo a riproporlo, come spero farai con tantissimi altri racconti. Tra l'altro non l'avevo letto su Neteditor e come me credo molti altri ne rimarranno deliziati. È sicuramente una storia che esercita un grande fascino, sia per il soggetto, sia per il tuo modo straordinario di raccontare, che cattura il lettore e lo trascina fino in fondo all'epilogo (bellissimo) senza mollare un attimo la presa. Felicissimo di aver avuto la possibilità di goderne, grazie Rub.

Rubrus il 2017-12-04 11:32:41
Ciao. L'idea dell'epilogo mi è venuta perchè qualche mese fa, quando scrissi il racconto, un meteorite esplose sopra i cieli di Milano senza che molti, io compreso, se ne accorgessero. Quanto alle riproposizioni, il fato è che non mi va di affastellare racconti su racconti e di pubblicarli a raffica a mo' di stalking. D'altra parte non vorrei sembrare neppure snob. Non sono mica Paganini che non ripete! oggi ne metto uno, vecchio, che quindi molti non avranno letto.

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Massimo Bianco il 2017-12-08 19:39:57
Un racconto molto bello, oggi è stata una giornata fortunata, questo è il quarto ottimo racconto che leggo di quattro diversi autori. Sopratutto, secondo me, ha alla base una grande idea a sorreggerlo, questa faccenda del Juke bok oracolo funziona davvero alla grande. Ricordavo solo vagamente di averlo letto, ma tu dici che lo hai scritto pochi mesi fa, mi sorprende, avrei detto anni, tanto pallido era il mio ricordo. Piaciuto molto, staovlta lo lascerò impresso nella memoria. .... e checcè tu ne dica, un buon sito è fatto soprattutto dai buoni racconti che contiene e questo sito ha bisogno, per arricchirsi, di qualcuno dei tuoi classici, che sarebbe un piacere rileggere come lo è stato questo, perchè c'è chi li aveva persi, come io ne avrò persi un sacco, e chi non li ricordava più, come io non ricordavo questo. Come ti avevo già scritto commentando qualcosa d'altro, forse Tusitala, aspetto, anzi no, P.i.a.f. aspetta con ansia il tuo "Mea culpa", per me un capolavoro, quando lo riproporrai? E' l'unica richiesta che ti faccio e ti farò (giuro), ma non per me (tanto io lo posseggo) ma per il sito e gli altri utenti, un racconto che avevo apprezzato così tanto da stamparlo per farlo leggere a un amico appassionato del genere ma molto critico (e che malgrado ciò lo aveva apprezzato molto pure lui), Aspetto, ciao.

Rubrus il 2017-12-18 17:06:32

Ciao. Ti rispondo adesso perchè mi ero appuntato di farlo, ma poi me ne sono scordato per un po\'. Allora... non è che sono Paganini che non ripete, ci mancherebbe altro! \"Mea culpa\" lo riproporrò senz\'altro , ma è relativamente recente, mentre ce ne sono alcuni, pochi, secondo me buoni ma più risalenti e quindi, di fatto, inediti, cui sarei tentato di dare la precedenza. In ogni caso preferisco dare preminenza alle cose nuove anche perchè sennò si presta attenzione al vecchio e io come scrivente rischio di isterilirmi o di ripetermi. Imporsi di scrivere un racconto al mese almeno serve, diciamo così, a non perdere l\'esercizio e, sembra una sciocchezza, ma per quanto mi riguarda (non è così per tutti, per fortuna) il dare attenzione (anche in termini di risposte ai commenti ecc) a racconti vecchi rischia di sottrarre energia e tempo ai nuovi. Però è un problema solo mio, suppongo. \"Mea culpa\" - che ti ringrazio di avere ricordato . lo metterò o quest\'estate o nel primo autunno. Questo è tra i mei preferiti e, quanto a eventuali riproposizioni, pensavo a "Legal killer" che è un racconto del 2012 che, penso, pochi avranno letto e ancor meno ricorderanno, ma che a me piace.  


Massimo Bianco il 2017-12-19 12:11:30
In effetti anch'io per ora sto inserendo solo i miei scritti più vecchi (a parte un'unica eccezione più recente ma che desidero avere qui in catalogo), mai letti dalla stragrande maggioranza degli utenti di Piaf (in tutto ne ho in calendario ancora 3, uno il 24 dicembre e due a gennaio, più un'altrettanto antica serie a puntate di 8 episodi, che forse riunirò a coppie), i più recenti che mi convincono di più li metterò pure, ma solo più avanti, alternandoli con scritti nuovi. E comunque a gennaio conto già di metterne un paio nuovi, un saggi e, se ci riesco, il mio scritto per Filò, più forse un terzo già iniziato su cui però ho qualche perplessità, al momento. Ciao e grazie

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