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IL RITROVAMENTO DEL LAOCOONTE

"PUNTO E A CAPO" Racconto Storico / Avventura / Western / Spionaggio

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2017-11-27 18:21:33


                                            

                                                              
                                                 - rielaborazione grafico/coloristica di Antonio Calzone, "Big Tony"-

" E’ questo il caso del Laocoonte, che è nel palazzo dell'imperatore Tito, opera da giudicarsi al di sopra d’ogni altra, della pittura e della statuaria.
Lo scolpirono in un solo blocco di marmo, con i figli e i mirabili intrecci di serpenti, lavorando insieme di comune intesa, i sommi artisti Agesandro, Polidoro e Atenodoro di Rodi. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXVI, 37)    

Francesco da Sangallo [1], lettera a Vincenzio Borghini [2], ave e ogni bene:

                                                                                                 
Re(verendissimo) Monsig(no)re,   
nella vostra ultima missiva mi chiedete di rievocare quella fatidica giornata del 14 gennaio 1506, quando venne ritrovato il mirabile gruppo del Laocoonte.
Sono passati più di sessant’anni e ancora è vivido nella mia memoria quel giorno indimenticabile, come se fosse ieri.
Era una giornata gelida e avevo appena terminato una buona colazione mattutina a base di pane e latte.
Avevo undici anni, quel giorno, e come tutti i ragazzini ero affamato come un lupo.     
Com’era fragrante il pane di Roma, appena sfornato!     
Il mio caro padre Giuliano, insigne architetto, si stava vestendo dei suoi panni per il lavoro, quando sentimmo bussare forte alla porta della nostra casa.     
Era un messo di Papa Giulio II, il “papa terribile”, il “papa guerriero” e il mio babbo era al suo servizio.
Ah, che uomo!


                                                                                                  
Mio padre, che era stato al servizio del Magnifico Lorenzo ed era amico fraterno di Michelangelo (e basta il nome per capirci) lo adorava, lui che pure è sempre stato così distante (o con una visione tutta sua) dalle cose della nostra santa religione.     
Ma al “papa con l’armatura”, a Giuliano della Rovere non è mai interessato perdere tempo con gli eretici o con le streghe del triste Medioevo e domenicani e inquisitori e tomisti vari non li ha mai ricevuti in udienza.
Lui faceva le cose - non ciarlava -, conquistava i cuori, creava e ha aperto Roma a noi artisti toscani e membri dell’Accademia neoplatonica.      
Ed è riuscito a portare (non senza drammatici litigi) il riservato e scontroso Michelangelo a Roma, strappandolo alla sua amata Firenze!   
Ancora non mi rendo conto come possa esserci riuscito!
Ma forse il motivo è semplice: entrambi pensavano in grande e guardavano lontano verso un radioso orizzonte.   
E così Cristo e gli Dei greci e romani si allearono per dare al mondo tutta questa magnificenza!

Andiamo avanti: il messo pontificio riferì a mio padre che un tale Felice de Fredis, nobile e agiato possidente, mentre passeggiava nella sua vigna sul colle Oppio, era precipitato in una buca alta almeno quattro metri.
Per sua fortuna era caduto su una montagnetta di terra morbida, senza farsi alcun male.     
Dopo aver constatato di non aver ossa rotte, i suoi occhi, abituatisi al buio, scorsero un enorme serpente di marmo.
E non distante c’erano degli altri frammenti di statua, tra i quali uno splendido uomo scolpito, barbuto e muscoloso e stretto nelle spire di un altro terrificante Drago di pietra.
Papa Giulio II ordinava a mio padre di andare a fare un sopralluogo e di riferire su quello strano ritrovamento.
Quella mattina nella nostra bottega c’era anche il grande Michelangelo, tornato da poco da Carrara, dove aveva scelto dei marmi per il colossale Sepolcro di Giulio II.     
La sera prima ci aveva mostrato i disegni del suo possente Mosè, la statua principale di quell’opera monumentale. 


                                                                                                                            

Mio padre gli chiese se poteva aiutarlo e Buonarroti, da buon amico, accettò subito con entusiasmo, che in lui si manifestava nella terribile determinazione del suo sguardo: qualcosa di magnetico e di possente, potete credermi Mons. Borghini.     

                                                                                                

Mio padre si fece raccontare qualche dettaglio della scultura ritrovata, e dopo aver sentito parlare di un enorme serpente se ne andò nella sua piccola biblioteca e prese il libro dedicato alla storia dell’arte nella Storia Naturale del comandante romano di marina Plinio [3].

                                                                                          
Mezz’ora dopo partimmo a cavallo (io seduto in sella dietro il babbo) verso il colle Oppio.  
Giunti sul luogo dello scavo, Michelangelo prese un badile e ordinò a tutti i presenti (tranne che a me) di cominciare ad allargare la buca nella vigna.
Presto scoprimmo un magnifico pavimento a mosaico e un’arcata fatta con marmi pregiati. 
Michelangelo era scatenato e lavorava come tre operai.
Io, gracile ragazzino, ero impressionato dai poderosi muscoli delle sue gambe e delle sue braccia, simili a quelli delle sue statue: a me sembrava un gigante,un uomo mitologico.    
«Giuliano, questa è una sala della domus imperiale di Tito, un ritrovamento formidabile.» 


                                             
«Sì, Michelangelo, e la statua mirabile è Hilaoconte o Laocoonte, di cui fa menzione Plinio nella sua opera.»  

                                                                     
Intanto, vestito della sua armatura e con la fedele spada al fianco, era arrivato nella tenuta di De Fredis Papa Giulio II in persona.
Smontò da cavallo e si diresse, scuro in volto, verso Michelangelo e gli impose di smetterla di lavorare come un operaio, per non mettere in pericolo la sua incolumità, e di pensare alla sua arte.    
Michelangelo, quel folle scontroso, non lo stava nemmeno a sentire e continuava a sudare e a spalare.  
Che uomo ardito, Vincenzo! Rischiava di finire a pane e acqua a Castel Sant’Angelo e poi al rogo e nemmeno ci pensava.  
A un certo punto, Michelangelo lasciò in terra la pala e tirò fuori dalla sua bisaccia dei rotoli di pergamena e cominciò a disegnare, nella sua maniera incomparabile, il gruppo del Laocoonte.  
Tutti si fermarono per osservarlo, ammirati e il tempo stesso sembrava essersi fermato per ammirare la sua grandezza. 

Papa Giuliano della Rovere scosse la testa (nessuno poteva fermare Michelangelo, il grande) e salì sulla sommità del colle a controllare gli scavi, mentre conversava col proprietario della tenuta Felice de Fredis e con mio padre.     
Il mio babbo gli parlava della sala della reggia imperiale di Tito e del Laocoonte, la celebre statua romana menzionata da Plinio.  
Giulio II gli chiese di leggergli quel passo dell’Eneide di Virgilio, dove si narra la tragica fine del sacerdote troiano Laocoonte [4]
.
       
                                                            
“Qui altro e più grande e ben più spaventevole evento si presenta a noi miseri e conturba le menti sconsiderate.
Laocoonte, sorteggiato sacerdote a Nettuno, stava immolando un toro enorme sulle are rituali.
Quand’ecco da Tènedo in coppia dal fondo delle acque tranquille
(inorridisco a riferirlo) due serpenti con spire mostruose incombono sul mare, e appaiati puntano a riva;
i petti inalberati tra i flutti e le creste sanguigne sovrastan le onde; il resto scivola dietro radendo l’acqua e si sdipanano in spire i dorsi smisurati.
Rumoreggia la schiuma salata; quelli han già preso terra e, gli occhi furenti iniettati di sangue e di fuoco, con lingue vibratili leccano bocche che fischiano.
A vederli fuggiamo sbiancati. E quelli puntano dritti su Laocoonte; ma prima l’uno e l’altro serpente avviluppa i piccoli corpi di due figli di lui, li stritola, e a morsi si ingozza di quelle misere carni;
poi si avventan su lui che sopraggiunge al soccorso,
armi in pugno, e lo legano in enormi spire; e già due volte annodate alla cintola, due volte strette al collo le terga squamose, lo sovrastano eretti di tutta la testa.
E lui che con le mani tenta di sciogliere i nodi, intrise le bende di bava marcia e di nero veleno; lui che leva alle stelle un orrendo schiamazzo…così mugghia il toro che fugge ferito l’altare, scossa via dalla cervice la scure irresoluta.
Ora strisciando abbinati puntano i draghi all’alto santuario per riparar nella rocca della spietata Tritònide;
lì si rintanano sotto lo scudo rotondo ai piedi della dea.”
 
E mentre l’architetto Giuliano da Sangallo gli recitava i versi dell’Eneide, il papa terribile, ritto come un fusto di colubrina sopra il colle Oppio, rimirava il panorama della Città Eterna e immaginava (e lo sguardo era lo stesso di Michelangelo)… l’istante in cui il sacerdote Laocoonte e i suoi figli venivano uccisi dall’ira di Atena, che li faceva assalire dai suoi divini serpenti; morivano tutti eroicamente per aver svelato l’inganno del Cavallo di Ulisse e per aver cercato di impedire la fine di Troia; la sua tragedia corrispondeva per diretta filiazione alle origini non solo dell’Urbe ma anche della Gens Julia, genitrice di Cesare e Augusto.
Quel ritrovamento non era casuale: ora era lui il Laocoonte della cristianità, insieme all’altrettanto terribile Michelangelo.     
«Ellenismo e cristianità si alleeranno per creare una stupenda era di Rinascenza» disse tra sé Giulio II, al culmine della sua visione. 

Ora mi scuso, V(ostra) S(ignoria), perché pensavo di essere breve e invece mi sono fatto prendere la mano e la penna dai ricordi e ho scritto troppo e in modo impertinente; spero, Mons(ignore) che mi perdonerete riconoscendo che un uomo prova un gusto particolare per le memorie passate, massime quelle che tendono alla “Virtù”, come scriveva il nostro amato segretario cittadino Machiavelli. 
Et senza dir altro vi bacio la mano, che Dio vi conservi felice.
Alli XXVIII di febbraio 1567
Di V(ostra) S(ignoria) Francesco da San Gallo in casa.       


     
                                                               
 

[1] Francesco da Sangallo (1484 – 1576), membro della celebre famiglia di artisti fiorentini e figlio di Giuliano, appartenente all’Accademia Fiorentina della Arti e del Disegno, lavorò come architetto e ingegnere militare ma soprattutto come scultore di marmo.
[2] Vincenzo Borghini (1515 – 1580) fu una delle figure più eminenti della cultura fiorentina e dell’”umanesimo della parola” del Cinquecento.
Allievo di Pier Vettori, fu tra i fondatori della filologia di testi in volgare; importante è il suo epistolario con Giorgio Vasari e vari artisti del Rinascimento. 
[3]Caius Plinius Secundus: scrittore e soldato (Como 23 d. C. - Stabia 79); venuto a Roma giovanissimo, ricoprì cariche civili e militari; ebbe sempre un 'insaziabile curiosità di leggere e prendere appunti, come racconta con ammirazione il nipote Plinio il Giovane in una lettera (III, 5) fondamentale per la biografia dello zio. Al momento dell'eruzione del Vesuvio, era a capo della flotta stanziata al Capo Miseno; non volle abbandonare il suo posto e salpò coraggiosamente nel mezzo dell'eruzione per portare aiuto alle popolazioni del golfo; morì soffocato dalle esalazioni del vulcano (le circostanze della morte sono narrate dal nipote nella lettera VI, 16).
[4 ] Eneide di Virgilio, libro secondo. Traduzione di Vittorio Sermonti.
 
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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Roberta il 2017-11-28 17:14:30
Ciao Mauro, ricordo bene questo tuo pezzo e credo di averlo anche commentato: di certo ho pensato, e se non te l'ho già detto te lo dico ora, che dice più sullo spirito del Rinascimento di tante pagine critiche, proprio perché ci fa rivivere il ritrovamento in prima persona, come se fossimo lì presenti.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
BigTony il 2017-11-30 15:48:44
Ovviamente ricordo anch'io questo tuo lavoro, caro Mauro. Un racconto acceso di entusiasmo e fantasia. Il tema portante del ritrovamento del Laocoonte e la figura maestosa del Michelangelo che simboleggiano la fusione di ellenismo e cristianità, come momento emblematico del meraviglioso periodo storico del rinascimento culturale e artistico italiano. Una bella rilettura.

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Massimo Bianco il 2017-12-08 16:40:02

Conoscevo già questo famoso aneddoto, ma non credo di aver letto in precedenza il tuo scritto (per lo moeno non me lo ricordo). Michelangelo fu molto ispirato da questa scoperta, tuttavia poteva permetterselo, perchè è stato il più grande scultore dell'era cristiana, l'unico davvero alla pari degli antichi greci se non addirittura superiore a loro. Scolpito da un unico blocco di marmo, scrisse Plinio del Laoconte. E dopo il classicismo solo Michelangelo Buonarroti sarebbe stato in grado di fare altrettanto con blocchi di tali enormi dimensioni, cosa che fece, infatti, per scolpire il David, doppiamente un capolavoro assoluto, perchè quell blocco di marmo era per giunta già stato lavorato invano da almeno un altro ben più mediocre artista, accrescendo quindi la difficoltà tecnica a cui il divino Michelangelo dovette sottoporsi accingendosi a scolpirlo. E il risultato fu quello che vediamo, un prodigio virtuosistico, in cui seppe perfino ottenere un effetto ritenuto quasi impossibile: far sì che sia di fronte sia in tutti e due i profili Davide mantenga sempre la stessa identica espressione! Ciao, Mauro, piaciuto.

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