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Crocevia per l'inferno

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2017-12-06 10:02:06


Crocevia per l’inferno

 

Ogni volta che sentivano il motore ruggire, i ragazzini che giocavano a calcio nello striminzito campetto messo in piedi dentro l’altrettanto asfittico parco (quattro alberelli rachitici e qualche chiazza di erba ingiallita) soffocato dagli incombenti palazzoni d’edilizia popolare anni sessanta, correvano per raggiungere il vialetto dirimpetto alla scala H; giusto in tempo per vedere l’argentea Porsche 911 turbo, inchiodare davanti alla portineria e, dopo un paio di robusti colpi d’acceleratore, attendere con il motore che ronfava minaccioso al minimo.

Come al solito Raimondo, seduto al posto di guida con il capo reclinato in avanti, fingendo di leggere o digitare sullo schermo dello Smartphone, osservava di soppiatto i ragazzini accalcarsi guardando meravigliati ogni particolare della sportivissima vettura. “Tenente giù le vostre luride mani dalla carrozzeria, marmocchi! E’ inutile che ci sbaviate addosso… è roba che mai e poi mai, potrete permettervi… Via, sciò!” pensava, innervosendosi, nel mentre.

Lanciò una rapida occhiata alla portineria della scala H. “E sbrigati, Arianna!” pensò serrando la mascella, trattenendo a stento una pesante invettiva nei confronti del ragazzino che, con le mani sporche di terra, accarezzava il lungo cofano.

Affondò il piede sull’acceleratore, il rombo assordante proveniente dagli scarichi fece sì che i ragazzini lasciassero un po’ di luce tra loro e la carrozzeria. “Ecco, ora, da bravi stronzetti, state ad almeno un metro di distanza; altrimenti la prossima volta inserisco la marcia e vi schiaccio i piedini sporchi e puzzolenti” pensava ghignando, mentre il motore aveva ripreso a girare al minimo.

 

“Quello mi fa sclerare, non lo reggo più” pensò la donna che indossava un grembiule smunto come lo sguardo afflitto e la pittura lavabile delle pareti.

Curva e sottile, come le gambe in ferro cromato della sedia di formica verde sulla quale era adagiata, formica verde come il piano del tavolo sopra cui teneva appoggiata la mano che pinzava tra l’indice e il medio ingialliti l’eterna sigaretta; la donna pareva messa lì da tempo immemore assieme agli stipetti appesi alla parete e ai sottostanti elettrodomestici.

«Arianna…koff koff… ma il tuo… koff koff coso…» iniziò a dire con voce grattata tra un colpo di tosse e l’altro «non potrebbe degnarsi, non dico di venirti a prendere sull’uscio di casa, comprendo che questo sarebbe pretendere troppo da mister simpatia, ma di scendere e usare perlomeno il citofono?»

«Ti prego, mamma! Ogni volta la solita storia!» replicò sbuffando dal bagno Arianna, mentre terminava di sistemare il trucco.

«Capisco che gli possano fare pure schifo le case delle famiglie normali. Ma vedi di spiegargli che alle sette di sera, in piena estate, la gente del quartiere, dopo una lunga e dura giornata di lavoro, sta cenando con le finestre aperte!» ribatté continuando a tossire, mantenendo un tono alterato, la madre.

«E allora?» chiese Arianna in tono di sfida, presentandosi in tiro sulla porta della cucina.

La madre, squadrandola da capo a piedi, s’incendiò in volto. «Allora di’ al tuo principe azzurro; che se non vuole che qualcuno, esasperato dal caldo e dal fracasso di quel bolide lì sotto, scenda e gliela prenda a bastonate…» una serie impressionante di colpi di tosse catarrosa la fece piegare in due.

Arianna, scuotendo il capo e mettendo su un’espressione colpevolizzante, la redarguì gestualmente. «Quando ti deciderai a smettere di fumare, sarà troppo tardi» sentenziò poi, gelidamente.

«Pensa agli affaracci tuoi!» sbottò la madre digrignando i denti anneriti tra gli interstizi, mentre spegneva il mozzicone nel piatto contenente gli avanzi della cena. «Comunque, tornando a noi… o quello là sotto» indicò la finestra aperta «regala un climatizzatore a tutte le famiglie del quartiere, in modo che si possa cenare con le finestre chiuse… oppure, usando un po’ di buona educazione, scende e suona il campanello… hai capito! Ora vai giù e cerca di far entrare il concetto nella zucca! Presumo vuota! Di quell’arrogante bellimbusto!» sbraitò ansimando, forzando la voce rauca oltre il dovuto.  

«Fanculo alle famiglie! Al quartiere! E a tutto quanto!» sbottò Arianna. Poi, capendo di averla ferita, le si avvicinò e accarezzandole i capelli grigi, unti e disordinati, concluse, commuovendosi: «Ti prometto che ti porterò via da qui… Andremo a vivere in un bel posto… vedrai, mamma.»

Poi prese la borsetta dalla sedia e la salutò: «Ciao mamma. Non aspettarmi alzata come tuo solito, cerca di riposare.»

«Sogni, ragazza mia, nient’altro che sogni» commentò in tono mesto, seguendola con sguardo malinconico mentre usciva. Estrasse l’ennesima sigaretta dal pacchetto e, prima di accenderla, guardando lontano aggiunse: «Sapessi quanti ne ho bruciati alla tua età… Comunque, alla fine, almeno uno io e il tuo povero padre eravamo riusciti a realizzarlo… e guardandoti ora, devo ammettere che ci era venuto davvero bene» diceva fra sé, inorgoglita, mentre Arianna stava ormai scendendo le cinque rampe di scale. E ne aveva ben donde, il viso da madonna rinascimentale della venticinquenne Arianna, abbinato a un fisico statuario e al portamento regale, riverberando l’immaginifica visione di una gazzella di un metro e ottanta dai lunghi capelli neri e dai grandi occhi grigio verdi, calamitava molti sguardi ammirati e altrettanti peccaminosi pensieri. 

 

Quando Arianna uscì dalla portineria, i ragazzini spostarono lo sguardo dalla carrozzeria ad altre e più armoniose curve.

Arianna incedeva imperiosa appollaiata su dei sandali neri tacco dodici, strizzata in un cortissimo tubino nero. «Ciao Ragazzi, fate i bravi, eh!» li redarguì bonariamente, sorridendo, trapassata dai loro sguardi mentre apriva la portiera.

Gli occhietti vispi dei ragazzi si spostarono rapidamente all’interno dell’abitacolo, pronti a gustarsi l’arrapante gioco di gambe propedeutico alla seduta.

«Ciao Raimondo» sussurrò quando si fu accomodata; chiuse la portiera, poi, tendendo il collo da cigno, gli sfiorò la guancia con le carnose labbra vermiglie.

«Qualcosa non va?» gli chiese notandolo ingrugnito.

«Lascia perdere!» rispose lapidario, affondando con rabbia il piede sull’acceleratore, entusiasmando i ragazzini e tirandosi dietro gl’improperi degli inquilini.

«Hai litigato ancora con tuo padre» tirò le somme Arianna.

«E’ uno stronzo!» confermò sinteticamente Raimondo.

«Mah! E’ tuo padre!» esclamò, allibita, Arianna.

Raimondo annuì. «E’ mio padre…» confermò sospirando. «Ma è pure uno stronzo» ribadì convinto.

«Cos’è successo stavolta, ne vuoi parlare?» gli chiese Arianna, pronta, come sempre, ad ascoltare gli sfoghi del suo irascibile uomo.

Raimondo riordinò le idee e partì deciso: «Mi ha umiliato! Non me lo sarei mai aspettato da mio padre!»

«Addirittura, umiliato?!» fece Arianna, mostrandosi incredula.

«Già… umiliato. Non saprei come altro definire quello che è successo oggi in azienda» confermò, deluso, Raimondo. «Avevo licenziato un chimico del laboratorio… E lui, che fa? Lo riassume all’istante e fa un cazziatone a me, davanti a quello che se la godeva ridendo sotto i baffi.»

«Ma che cosa aveva fatto?»

«Pretendeva che buttassimo un intero carico di colla; perché dalle sue analisi, non risultavano conformi.»

«Ho capito: si era sbagliato ma non voleva ammettere l’errore» tirò le somme Arianna.

«No, aveva ragione…» replicò lasciandola basita. «Ma il punto non è questo; se io ti dico di chiudere un occhio che poi, se mai i clienti avessero a lamentarsi, ci penserà l’ufficio reclami a sistemare la faccenda… tu lo devi fare, devi mettere la tua firma e via andare!»

«Ma la firma sarebbe stata la sua, ne sarebbe andata della sua serietà professionale.»

«Parli come mio padre; vi siete telefonati, per caso?» le chiese con sarcasmo.

«Ma se non l’ho mai nemmeno visto, tuo padre!» rispose piccata.

«Era una battuta, testina di vitello» replicò in tono compassionevole.

Al che, Arianna si ammutolì girando lo sguardo alla propria destra.

 

«Oh, mica sei sul freccia rossa!» sbottò Raimondo torvo in volto. «Sono dieci minuti che te ne stai muta, guardando il panorama dal finestrino.» Arrestò la macchina davanti al ristorante stellato e, indicandolo, proseguì: «Siamo arrivati. Ora: o tiri su il musetto… oppure giro la macchina e ti riporto nella casba! Hai capito, bambolina!» concluse con arroganza, provando a girale lo sguardo stringendole il mento tra l’indice e il pollice.

Arianna, con un movimento repentino del capo si liberò dalla presa, invero molto delicata; poi, guardandolo con occhi fiammeggianti, allargando la bocca mostrò un sorriso a trentadue denti, tenuti ben stretti.

«Belli! Ma quanti denti che hai… saranno almeno una cinquantina… stai un po’ ferma che li conto.» L’ironia messa in campo da Raimondo riuscì a sciogliere il gelo, e una risata liberatoria sancì la ritrovata serenità.

 

Durante la cena, Raimondo ricevette un messaggio. «E’ Tommaso. Dice che lui e Iris ci aspettano in discoteca» la informò, mentre digitava che più tardi li avrebbero raggiunti.

«Non ti andava di concludere la serata insieme a loro?» le chiese poi, notando l’espressione contrariata. «Beh, in ogni caso ormai ho premuto, invio… vedrai che ci divertiremo» aggiunse senza attendere la risposta.

“Immagino” pensò Arianna, annuendo poco convinta.

 

«Ciao Bobby… che ha fatto il tipo?» chiese Raimondo, rivolgendosi al buttafuori della discoteca.

«Ciao Raimondo! Remo s’è preso una bella sbandata per la cubista, la tormenta tutte le sere durante il suo numero. Poi, non contento, la tempesta di messaggi, giorno e notte» rispose questi mentre accompagnava fuori, tenendolo per la collottola, un ragazzo calvo con un naso da pugile: schiacciato e con la punta piegata verso destra.

«E non farti più vedere! Hai capito! La prossima volta ti accompagno a calci in culo fino alla macchina!» sbraitò dandogli una robusta spinta che lo fece ruzzolare sull’asfalto del piazzale.

«Bastardo! La prossima volta ti ammazzo!» lo minacciò Remo, alzandosi da terra digrignando i denti e serrando i pugni in gesto di sfida.

Il buttafuori accennò un passo in avanti; al che, Remo se la diede a gambe, correndo a chiudersi dentro la sua vettura.

«Avanti Remo, scendi di lì, dimostra di avere le palle!» gli urlò dietro Raimondo, mentre il buttafuori rideva a crepapelle e Arianna attendeva, accigliata, in disparte.

Remo accese il motore e sgommando lasciò il piazzale strombazzando, esibendo nel contempo il dito medio ben teso verso l’alto digrignando i denti.

«Va beh, la faccia da duro te l’ha mostrata, fossi in te non dormirei sonni tranquilli» lo mise in guardia in tono sarcastico Raimondo.

«Ci credi, se ti dico che me la sto già facendo sotto?» replicò a tono il buttafuori.

«No!» rispose lapidario.

Ridendo e continuando a prendersi gioco del povero Remo innamorato, i due s’incamminarono verso l’ingresso.

“Infantili!” pensò disgustata Arianna scuotendo il capo, avviandosi anch’essa.

 

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“Stronza! Mi hai preso per il culo… ed io, deficiente, che ti sbavavo dietro spendendo una cifra in consumazioni, facendo lo splendido in quella discoteca del cazzo!” rifletteva Remo, guidando lungo le strade della periferia con i vetri dei finestrini abbassati: operazione indispensabile per combattere l’opprimente cappa di afa gravante sulla regione e mantenere una temperatura accettabile nell’angusto abitacolo senza climatizzatore della Panda prima serie, color verde oliva.

Guardando alla sua sinistra vide balenare in lontananza dei lampi, seguiti dal borbottio sommesso dei tuoni. «Uhm, puzzano di tempesta, chissà se verranno in qua?» si chiese. «Beh per non saper né leggere né scrivere, meglio accelerare» si rispose mettendosi in assetto da guida sportiva.

 

Sistemò la macchina sotto il porticato del vecchio cascinale, scese e guardò il cielo; il borbottio e il baluginare dei lampi parvero mantenersi a distanza di sicurezza, rinfrancato prese le chiavi ed entrò in casa.

Schiacciò l’interruttore, l’unica lampadina appesa a un filo che scendeva dalla grossa trave di rovere del soffitto sparse una luce smorta all’intorno.

L’insalubre e penetrante odore di muffa che irritava le prime vie respiratorie, aveva perlomeno il pregio di attenuare quello emanato da qualche ratto che, dopo aver gustato il veleno generosamente sparso da Remo sul pavimento, se n’era andato a morire in qualche angolino nascosto.

Lasciò la porta aperta, in modo che, interagendo con la finestra spalancata sulla parete opposta, generasse un minimo di corrente d’aria all’interno; poi prese una birra dal frigo e si stravaccò sul divano, che fungeva anche da letto.

Remo si era sistemato nell’unico locale agibile della cascina diroccata, gentilmente offerta in comodato d’uso dal titolare di una ditta che smaltiva rifiuti speciali.

 

Aldo Spurghi, così si chiamava l’imprenditore, impiegava saltuariamente, di notte e rigorosamente in nero, Remo come camionista, quando c’era da scaricare nei campi un’autobotte contenente qualche liquido nauseabondo di dubbia provenienza.

Naturalmente, oltre al comodato d’uso gratuito di una catapecchia, allungava qualche decina di euro a viaggio all’incosciente Remo, che per un tozzo di pane era disposto a rischiare anni di galera a ogni sversamento nei canali d’irrigazione.

Insomma, per farla breve: Remo era solamente un povero disgraziato che tirava a campare facendo lavoretti sporchi, in tutti i sensi.

Un nulla facente senza arte né parte, che nutriva un impossibile sogno: portarsi a letto la bella cubista!

 

Dopo aver trangugiato la birra assunse una posizione seduta, guardando le zanzare danzare attorno alla lampadina trasse di tasca cartine e tabacco e si rollò una sigaretta; poi andò verso il frigo, prese un’intera confezione di lattine di birra che sistemò accanto al divano, accese la sigaretta, si distese sul divano e tra una boccata e l’altra, con gli occhi fissi al soffitto, si scoprì a rimuginare come riconquistare la bella cubista.

 

Sonia, così si chiamava la cubista, intratteneva i clienti, oltre che ballando con movenze feline, in minigonna inguinale e canotta che le arrivava a malapena sotto il generoso seno, spingendoli a consumare scambiando con loro, tra un ballo e l’altro, quattro chiacchiere seduti al banco del bar.

Remo l’aveva conosciuta quasi per caso tre mesi prima, la sera che il suo datore di lavoro, Aldo Spurghi, lo aveva invitato a passare in discoteca a ritirare il compenso per il solito lavoretto sporco.

Così, poco prima delle ventitré di un lontano venerdì, Remo metteva per la prima volta timorosamente piede in un locale giudicato troppo lussuoso per le sue scarse finanze.

L’idea di partenza era quella, dopo aver riscosso il dovuto, di andarsene alla svelta da quel posto sin troppo sciccoso; ma il generoso Aldo, oltre al dovuto, si era premurato di offrirgli una consumazione al bar, fu lì che la vide per la prima volta.

E Aldo, che la conosceva bene, notando lo sguardo perso di Remo, ci aveva messo poco a presentarli l’un l’altra, premurandosi subito dopo di lasciarli soli.

Morale della favola: Remo era rimasto a guardarla incantato mentre ballava, offrendole da bere ad ogni intervallo, sino all’orario di chiusura, dilapidando in beveraggi quasi l’intera somma appena incassata.

Il lavoro di Sonia le imponeva di essere gentile con tutti, ma non fu soltanto questo a far credere, erroneamente, a Remo che quella fosse molto di più che una semplice amicizia interessata; l’errore grave da parte di lei, fu quello di accettare, non avendo la patente, di farsi accompagnare da Remo a far spesa all’ipermercato nel giorno di riposo, scambiando al contempo il numero di cellulare.

E’ questo che lo aveva portato, nel tempo, a costruirsi un immaginario rapporto esclusivo con Sonia; e fu d’allora che vedendolo messo in pericolo dai ragazzi che offrendole da bere non lesinavano apprezzamenti, a volte anche volgari, aveva iniziato a lanciare loro sguardi truci; e da lì, ad affrontare a muso duro alcuni di loro, col risultato di farsi accompagnare poco gentilmente alla porta dai buttafuori, ben più di una volta, il passo fu breve.

Comportamento, il suo, stigmatizzato dalla stessa Sonia, che alla fine si era stufata e gli aveva intimato di non farsi più vedere e di non mandarle più messaggi di scusa o quant’altro.

Ordine al quale, l’innamorato perso Remo, si era guardato bene dall’ottemperare.

 

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«Ciao Marco» lo salutò con voce sofferente, mentre questi, dopo essere sceso dalla Smart bianca, lasciava il parcheggio per andare verso l’ingresso della discoteca

«Giulio!» esclamò esterrefatto, guardandosi attorno. Poi, il palestrato Marco, afferrandolo per un braccio lo sospinse in un angolo buio. «Che ci fai qui, sei impazzito?!”, gli chiese strattonandolo vigorosamente, scuotendo come un fuscello un corpo scheletrico che pareva afflosciarsi dentro una felpa di dimensioni enormi.

Marco provò a tranquillizzarlo sorridendo, mostrando al contempo una serie impressionante di denti cariati da far spavento.

«Devi andartene da qui, hai capito?!» insistette l’altro, spingendolo lontano.

«Non sarei entrato, te lo giuro…» replicò Giulio in tono accorato, riavvicinandosi. «Se non ti avessi trovato nel parcheggio, avrei atteso fuori.»

«Ci mancava pure che entrassi…» sospirò Marco, mettendosi le mani nei capelli, neri, scarmigliati. «Comunque, la sostanza non cambia poi molto; se qualcuno dei miei ricchi clienti mi vedessero trattare con un drogato in crisi d’astinenza, all’esterno della discoteca, perderei la loro fiducia.»

«Perché, che c’hanno di diverso, oltre ai soldi, da me, quelli là?» domandò in tono schifato Giulio, indicando con lo sguardo emaciato l’ingresso.

«Appunto… i soldi!» rispose sfrigolandogli indice e pollice della mano destra davanti agli occhi incassati nelle profonde orbite bluastre. «Sono convinti, grazie al loro denaro, di avere a che fare con un pusher che tratta solo roba sicura, di prima scelta… Hai capito, ora, lo sputtanamento che mi procureresti se ci vedessero?» gli spiegò abbassando il tono, continuando a guardarsi attorno con circospezione.

«Hai ragione, scusami, dammi una dose e me la filo di corsa» rispose Giulio, mostrandogli cinque euro stretti nella mano tremante.

Marco ghignò: «Con quelli, non ci fai nemmeno un bicchiere d’acqua minerale.»

«Domani ti porto il resto. Te lo giuro, prendili» insistette, accorato, Giulio.

«Se mi fidassi di voi drogati… avrei già chiuso da un pezzo» commentò sprezzante. «Procurati almeno altri venti biglietti come quelli, poi ne riparliamo.»

«E dove li trovo?» si chiese uno sconsolato Giulio.

Marco indicò i palazzi del quartiere. «Una volta ti sei vantato di essere un ottimo topo d’appartamenti… E’ venerdì, molti sono fuori città per il fine settimana, altri in centro a far baldoria… Quando hai fatto, torna qui e aspettami. Sono appena le dieci, io uscirò per le quattro, hai sei ore di tempo… Buona fortuna, Giulio!» lo istruì prima d’incamminarsi.

«Migliaia e migliaia di euro ti ho passato, in più di tre anni. E tu, mi tratti come un pezzo di merda… sei un bastardo, Marco» si lagnava seguendolo.

Marco si voltò, indicò il Rolex che portava al polso. «Hai ragione, questo me l’hai praticamente comprato tu… Non ti sto trattando come un pezzo di merda, altrimenti t’avrei preso a pugni invece che starti ad ascoltare… ti pare?»

Giulio annuì abbassando il capo.

«Ecco, ora, da bravo, vedi di mettere insieme il gruzzolo necessario; io uscirò per le quattro… ora vattene!» concluse sprezzante.

«Ok, ciao Marco… Ci sarò, in un modo o nell’altro, riuscirò a procurami il denaro necessario» replicò allontanandosi mestamente dal parcheggio, per andare a riprendere lo scooter che aveva lasciato dietro la pensilina della fermata degli autobus.

“Rompiballe! Una volta di queste te la passo davvero, e pure gratis, la dose giusta che ti mandi spedito tra le braccia del Creatore” pensava Marco, osservandolo allontanarsi in sella allo scoppiettante ciclomotore.

 

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Il cameriere sistemò le coppe e il secchiello con il ghiaccio, contenente una bottiglia di Dom Pérignon, sul tavolino nel salottino appartato della discoteca, riempì le coppe, ringraziò Raimondo che gli allungava dieci euro di mancia e si allontanò.

Raimondo, Arianna, Tommaso e Iris, presero le coppe e brindarono alle loro fortune.

«Allora, com’è andata la settimana in borsa?» chiese Raimondo a Tommaso, broker di una grande banca d’affari.

«Era partita bene, ma poi ha chiuso piatta… I grandi investitori stanno tutti alla finestra… tengono da parte le munizioni in vista del colpo grosso… Nell’ambiente gira voce che si stia preparando un’OPA di quelle toste» rispose Tommaso con fare misterioso.

«Quando sai qualcosa di sicuro, fammi un fischio» replicò Raimondo, riempiendo nuovamente le coppe.

«Hai un gruzzolo da investire?»

«Se ne vale la pena» rispose Raimondo, rimettendo la bottiglia nel secchiello.

 

I due stavano discutendo d’investimenti finanziari da più di cinque minuti, quando Iris saltò su sbuffando: «Che palle però!» Poi si rivolse ad Arianna: «Vieni, andiamo a farci un giro in pista, questi due hanno scambiato la discoteca per la loro banca privata.»

La battuta strappò un sorriso ad Arianna, e anche ai due uomini. «Andate pure, ma fate le brave che vi teniamo d’occhio, eh?”, le avvertì in tono ironico Tommaso.

Le ragazze sorrisero, si alzarono e si allontanarono.

«Quando te la sposi?» domandò Raimondo, indicando la sculettante Iris.

«Presto… tempo un anno, penso» rispose Tommaso osservandola con sguardo perso. «E tu, con Arianna, quando?» gli chiese poi.

«Mai!» rispose lapidario Raimondo.

«Mai?!» esclamò incredulo Tommaso, sgranando gli occhi.

Raimondo accennò un sorriso. «Vedi, caro Tommaso. Iris, per te, sarà la moglie perfetta; oltre a essere bella e colta, appartiene a una famiglia che in città ha il suo peso.»

Mentre ascoltava Tommaso riempiva altre due coppe. Raimondo ne prese una sorseggiò le stuzzicanti bollicine e riprese in tono amaro: «Arianna, invece, è solamente bella… Cosa vuoi pretendere da una che viene da quell’ambiente lì! Sì, a letto s’impegna… ma dalla mia futura moglie pretendo ben altro che la semplice bellezza fisica: il rango, la classe, questo pretendo da chi dovrà far da madre ai miei figli.»

«Mi par di capire, che hai già inquadrato il soggetto» commentò Tommaso, prendendo la coppa dal tavolino.

Raimondo annuì. «Non porterà sicuramente in dote la bellezza selvaggia di Arianna… Ma in compenso, mi si apriranno interessanti prospettive di crescita» lo relazionò, immalinconendosi.

«A me pare più un’operazione d’ingegneria finanziaria, che un matrimonio» tirò le somme lo sconcertato Tommaso.

«Quello è!» confermò Raimondo. «Nella mia posizione, il matrimonio non può essere che un contratto alla pari…» Vide Arianna avvicinarsi e, indicandola con lo sguardo, concluse: «Lei, se lo vorrà, potrà comunque restare la mia migliore amante.»

«La migliore, non vuol dire l’unica, sbaglio?»

«La migliore!» ribadì Raimondo. Si tacque un attimo e si corresse: «Beh: diciamo la migliore da esibire in pubblico per sponsorizzare la mascolina virilità. A letto, invece…» concluse lasciando la frase in sospeso.

«Perché, a letto, com’è?» gli chiese un interessato Tommaso.

Raimondo, fissando un punto lontano, immaginò come e dove avrebbe voluto concludere la nottata.

«Raimondo, ci sei?» la voce di Tommaso lo riportò al presente.

«Ci sono, ci sono.»

«Allora?»

«Allora, cosa?»

«A letto, com’è?» insistette Tommaso.

«Noto che l’argomento t’interessa, eh?» fece, sorridendo sornione, Raimondo. «Beh, quello che posso dirti; è che Arianna non è in possesso degli argomenti che dovrebbe avere la perfetta amante da letto. Almeno, così la vedo io; poi, per altri, potrebbe anche essere l’arrapante Dea del sesso sfrenato» spiegò un po’ criptico, chiudendo di fatto l’argomento; anche perché le ragazze erano ormai prossime ad accomodarsi accanto ai loro due uomini.

 

Il tema dell’amante perfetta, aveva acceso un arrapante voglia di sesso in Raimondo; da lì in avanti, ascoltando con distacco e annuendo o sorridendo di tanto in tanto agli argomenti di conversazione messi in campo da Tommaso e dalle due donne, iniziò a pensare ad altro.

 

«Devo andare un attimo in bagno» disse a un certo punto Raimondo, alzandosi.

“Questa serata è una noia mortale… Le undici e venti, vediamo se risponde” pensò, guardando l’orologio mentre attraversava la sala.

Uscì sul piazzale, cercò un numero sulla rubrica e chiamò: «Ciao Gloria, sei libera?» chiese a bassa voce, avvicinando la bocca allo schermo dello Smartphone.

«Il cliente si sta rivestendo. Potresti venire… diciamo fra un’ora, ti va bene?» rispose Gloria.

«Devo prima accompagnare a casa Arianna… Facciamo tra due, all’una e mezza.»

«Ok, ti aspetto a cosce aperte. Ciao, Caro» confermò con voce suadente Gloria.

«A dopo, Gloria» replicò chiudendo la comunicazione.

«Bene, la serata l’abbiamo raddrizzata. Ora vediamo di trovare Marco» commentò soddisfatto, rientrando.

Marco, come al solito, bazzicava in attesa dei clienti nei pressi dei bagni; Raimondo non ebbe difficoltà a trovarlo.

«Ciao Marco, mi servono un paio di dosi di polvere… Anzi, fai quattro» gli disse arrivando subito al punto.

Marco scosse la testa sconsolato. «Mi spiace, Raimondo… l’ultima l’ho venduta cinque minuti fa.»

«Cazzo!» sbottò contrariato Raimondo. «Mi servono assolutamente almeno un paio di dosi, massimo tra un paio d’ore… Sapresti indicarmi dove trovarle?»

Marco ci pensò su. «Potrei vedere di trovartele. Ma ti costeranno qualcosa in più dei soliti trecento» rispose.

«Ok, quanto?»

«Cinquecento!»

«Alla faccia di un po’ di più!» gli venne da esclamare a Raimondo.

«Non sono soldi che mi verranno in tasca… cerca di capire…» provò a giustificarsi Marco. Prontamente interrotto da un impaziente Raimondo: «Ok… ok… lascia perdere, cinquecento andranno benissimo. Ma la devo avere per l’una e mezza al massimo.»

«Ok, sarò qui anche prima» lo rassicurò Marco avviandosi.

«Aspetta!» fece Raimondo trattenendolo per un braccio. «Io me ne andrò fra mezz’ora al massimo… All’una e mezza, consegna a domicilio… dove ben sai.»

«Da Gloria, ok, sarò puntuale. Ciao Raimondo» confermò allontanandosi in fretta.

“Bene, anche questa è fatta. Ora vediamo di sistemare Arianna” pensava tornando nel salottino con aria afflitta.

«Cosa ti è successo?» chiese preoccupata Arianna, vedendolo avvicinarsi massaggiandosi il ventre.

«Sto male, dev’essere stato lo champagne freddo, o qualcos’altro al ristorante» rispose sedendosi con una smorfia di dolore dipinta in volto.

«Devi bere qualcosa di caldo» lo consigliò Tommaso.

«Meglio di no, ho l’intestino in subbuglio» lo informò Raimondo. «Scusate, devo andare nuovamente in bagno» aggiunse, avviandosi di corsa.

Attese chiuso in bagno cinque minuti, poi rimise su l’aria afflitta e tornò a sedersi. «No, non passa. A ‘sto punto, non mi resta che tornare a casa… scusate, ma proprio non ce la faccio.»

«Ma ti pare» fece Tommaso.

«Andiamo, Arianna» disse alzandosi, tenendo la mano sul ventre.

«Chiamate quando arrivate» rammentò loro Tommaso, salutandoli.

Arianna, voltandosi annuì; mentre Raimondo, con lo sguardo teso verso l’uscita, tenendola per mano la trascinava via sogghignando soddisfatto.

 

Nel frattempo Gloria, dopo aver accompagnato il cliente alla porta, toglieva le lenzuola dal letto e le sostituiva con delle altre linde e pulite. Subito dopo spense il climatizzatore, le luci nella camera, spalancò la portafinestra che dava sul balcone e abbassò la zanzariera; in modo di liberare l’ambiente dall’aria viziata: pregna degli odori rilasciati durante la bollente prestazione sessuale.

Alla fine, sudatissima, si recò in bagno per farsi una doccia.

 

                                      ******************************************

 

Giulio vagava come un’anima in pena per le vie del quartiere a bordo dello scooter, cercando di individuare una finestra socchiusa, un pertugio per potersi infilare in un appartamento deserto da razziare. «Quello stronzo ha messo pure le inferiate» mormorò deluso, transitando davanti ad una villetta.

“Guarda questo che bel boccalone” pensò, illuminandosi, notando una trentina di centimetri di agio tra la tapparella e il davanzale di una finestra al primo piano. «Fanculo! Sono in casa, porca troia!» sacramentò sconfortato digrignando i denti, notando baluginare la luce proveniente da un televisore acceso all’interno.

«Qui non c’è trippa per gatti» tirò le somme dopo aver gettato un rapido sguardo alle finestre dell’ultima palazzina, e accelerando si portò velocemente verso il prossimo isolato da ispezionare.      

 

                                        ****************************************

 

«E’ quasi l’una» disse Remo, guardando l’orologio dopo aver trangugiato l’ennesima birra. «A quest’ora dev’essere scesa da quel maledetto cubo, per la solita mezz’ora di pausa prima del gran finale… E se provassi a scusarmi con un messaggio?» si chiese grattandosi il cranio.

Prese lo Smartphone che aveva precedentemente posato sul tavolo e iniziò a digitare. Compose a fatica un poetico pensiero: degno d’esser sparso nei campi insieme ai liquami.

Lo lesse, lo corresse, lo rilesse e lo ricorresse. «Sì, così può andare… E vai!» esclamò soddisfatto, premendo “invio”. Poi si alzò dal divano, tolse l’ultima lattina di birra dal frigo e, tornando ad accomodarsi, rimase in attesa.

 

«L’ha letto!» sobbalzò ricevendo la segnalazione sul display.

Con il cuore in tumulto, attese per cinque lunghissimi minuti la risposta; che arrivò puntuale, come il diretto in pieno volto che, anni addietro, gli aveva fracassato il naso.

«Gira al largo, stammi lontano e dimentica il mio numero di cellulare, se non vuoi che ti denunci per stalking! Non voglio più avere niente a che fare con te!» lesse incredulo e sconvolto.

Lesse nuovamente il messaggio. No, non potevano esserci dubbi, lei lo stava scaricando definitivamente; come fosse parte di quei luridi liquami che lui si premurava di disperdere dentro improbabili discariche a cielo aperto.

«Puttana! Puttana! Puttana!» urlò dentro lo schermo dello Smartphone, prima di lanciarlo con rabbia contro il muro ammuffito.

«Non può finire così… me la pagherai… puttana!» diceva, meditando vendetta, camminando avanti e indietro come una belva in gabbia. Si arrestò silente davanti al tavolo, fissando con sguardo iniettato di follia il cassetto sottostante, afferrò il pomello e tirandolo con rabbia fece uscire il cassetto dalle guide; il clangore delle posate che precipitavano sulle tavelle del pavimento risuonò nell’ambiente. Remo si abbassò, rovistando con le mani tra posate e coltelli, scelse quello con la lama più lunga: un coltellaccio da macellaio.

«Voglio proprio vedere che faccia farai, quando te lo infilerò nelle budella!» ghignava, osservando con gli occhi fuori dalle orbite la luce della lampadina che pendeva dal soffitto riflessa dalla lama.

Uscì stringendo il coltello nella mano destra, aprì la portiera, si sedette al posto di guida, sistemò con cura l’arma sul sedile accanto, accese il motore, fece retromarcia e si avviò deciso a consumare la sua vendetta.

“Il temporale è ancora là, non è venuto avanti e nemmeno è andato indietro” pensò, notando il cielo scuro attraversato in lontananza dal baluginio dei fulmini.

«Che fa, mi segue?» si chiese poco dopo, notando i fulmini, seguiti dal borbottio dei tuoni, affiancarlo a debita distanza.

A un certo punto il temporale parve superarlo ed allontanarsi rapidamente. “Se ne va” pensò, tornando a pianificare la sua vendetta.

 

                                             **********************************

 

«Che fa il temporale, vuole competere in velocità?» si chiese Raimondo notando il baluginio affiancarlo. Aveva appena scaricato Arianna e stava correndo a velocità folle da Gloria.

«Cazzo!» proruppe sgranando gli occhi sul tachimetro. «Sto andando a cent’ottanta e il temporale mi sta superando. Incredibile!» realizzò incredulo, vedendo il cielo saettare sempre più lontano.

 

                                           **************************************

 

Marco comprò, a buon prezzo, un paio di dosi di dubbia qualità da un pusher nigeriano che bazzicava nel parco dei tossici. «Mi assicuri che è roba buona?» gli chiese poco convinto mentre contava il denaro.

«Vai tranquillo, fratello. La sto vendendo da due giorni, e ti assicuro che non è morto ancora nessuno» rispose il tipo, ridendo.

«Speriamo bene, non vorrei giocarmi un ottimo cliente, grazie alla tua merda» replicò acido Marco, passandogli il denaro.

«Si chiama rischio d’impresa, fratello… Niente di allarmante, comunque vada, per ogni tossico che parte, ne arrivano altri tre, qui al parco» spiegava con fare imprenditoriale il pusher mentre contava il denaro.

«Feccia!» sbottò, astioso, Marco. «Che lascio volentieri ai pezzenti come te… E non chiamarmi fratello, non siamo nemmeno lontani parenti!» concluse rabbioso, prima di andarsene.

Sorpreso dalla dura reazione, il nigeriano si ammutolì. Immobile, con la bocca aperta e il denaro stretto nella mano destra lo guardava allontanarsi; questione di pochi attimi, poi, riemergendo dallo sbigottimento, gli urlò dietro: «Io non porto rancore, fratello. Se ti serve altra roba di qualità, sai a chi rivolgerti. Mi trovi sempre qui! Buona fortuna e lunga vita, fratello!» e confezionò il tutto con una grassa risata.

“Tu, invece, vedi di crepare… a breve! Negro di merda!” pensò Marco, serrando la mascella, quando la risata sardonica lo raggiunse.

Continuò a camminare silente, guardandosi attorno con circospezione, fino a quando uscì dal parco e salì sulla Smart parcheggiata a bordo strada; poi partì di gran carriera e si diresse verso la casa di Gloria.

 

«Con questo caldo, dove si scaricherà quel grosso temporale farà sicuramente disastri» sentenziò, notando che i fulmini che poco prima saettavano sopra la sua testa si stavano allontanando.  

 

                                               ******************************************

 

«Guarda che roba!» esclamò stupefatto Giulio. «Una portafinestra spalancata al primo piano, nessuna luce all’interno, il pluviale che pare messo lì apposta e un muro di cinta alto un metro e mezzo… se non è fortuna questa» commentò mentre sistemava lo scooter dietro un cespuglio.

Si guardò attorno con circospezione. “Non c’è anima viva in giro” pensò attraversando di corsa la strada, con un balzo salì sul muro di cinta e saltò all’interno del giardino; poi, nonostante le condizioni fisiche sicuramente non ottimali, si arrampicò con sorprendente agilità lungo il pluviale e sgattaiolando sul balcone si precipitò all’interno.

In silenzio iniziò ad aprire i cassetti del comodino accanto alla finestra.

Improvvisamente si accese la luce, Marco, girandosi, ebbe un attimo di straniamento. «Mah! Dove cazzo sono finito, cosa sei?!» proruppe arretrando.

Riavutosi dall’attimo di sconcerto, Gloria si mise a urlare: «Chi sei tu! Aiuto un ladro mi è entrato in casa! Aiutatemi!”.

Marco osservava quella donna nuda, bionda e formosa, dal grande seno siliconato; domandandosi cosa ci facessero due palle e un grosso pene al posto della vagina. «Stai zitta stronza… stronzo» le intimò citando entrambi i sessi, ignorando in quale categoria classificare i transessuali.

Ma Gloria continuava a urlare come un’ossessa. Allora Marco, in preda al panico, afferrò il primo oggetto che gli capitò a tiro, un piccolo Budda di ferro dorato posato sul comodino, e glielo scagliò contro, colpendola alla tempia.

Gloria cadde sul tappeto con un tonfo sordo, senza emettere alcun lamento.

Marco si avvicinò, vide un rivolo di sangue uscirle dall’orecchio. «Ehi… stai bene?» le chiese scuotendola. Ma Gloria non rispose. «Porca troia! L’ho ammazzata… ora che faccio?» si chiese spaventato, prima di darsela a gambe levate da dove era venuto.

Saltò in sella allo scooter e partì a gran velocità.

Udendo saettare sopra di sé, alzò lo sguardo, giusto in tempo per vedere il temporale superarlo.

 

                                        ***********************************

 

«Verde, arrivo Gloria!» esclamò entusiasta Raimondo mantenendo il piede premuto sull’acceleratore, immaginandola a letto nuda che lo attendeva: a cosce aperte.

«Verde, Sto arrivando Sonia!» fece pure l’incattivito Remo, arrivando con occhi spiritati dalla destra di Raimondo, immaginando un sanguinario epilogo.

“Verde, arrivo Raimondo” pensò invece Marco, arrivando dalla sua sinistra, pregustando il lauto compenso.

Giulio, invece, sopraggiungendo dal lato opposto, non ebbe nemmeno il tempo d’imprecare, quando la Porsche 911 turbo di Raimondo, lanciata a velocità folle, centrando la Panda di Remo sulla fiancata sinistra la fece carambolare addosso al suo scooter, trascinandolo addosso alla Smart di Marco.

 

Il clangore assordante delle lamiere che si accartocciavano, si spense in pochi istanti, lasciando sull’asfalto al centro di un crocevia, all’una e venticinque di notte, silenzio e morte sotto un cielo trapuntato di stelle; mentre il borbottio sommesso dei tuoni e il baluginio lontano dei fulmini se ne andavano a colpire chissà dove… e chissà chi.

 

                                   ************************************

 

All’una e venti di notte, si era scatenato un inspiegabile fenomeno atmosferico; nuvole temporalesche, arrivando dai quattro punti cardinali, si erano scontrate sopra un crocevia, emettendo, nel breve spazio di un minuto o poco più, un’impressionante serie di fulmini, che scaricando a terra l’enorme mole di elettricità prodotta, avevano mandato a massa la centralina elettronica che regolava i semafori, bloccandoli tutti sul verde, prima di dissolversi nel nulla allontanandosi rapidamente, in quattro direzioni opposte, senza rilasciare una sola goccia di pioggia.

 

 

 

 

                                                                      FINE

 

 

 

 

 

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il 2017-12-10 10:42:09

Idea geniale, un temporale anomalo che dai punti cardinali converge al centro per fare disastri... scritto bene, come tuo solito, ma anche avvincente...storie che si incrociano, un classico del genere ma non facile da sviluppare. Io per esempio non l'ho mai fatto...eppure mi piace questo tipo di intreccio, legame...ciaociao, alla prossima.

Vecchio Mara il 2017-12-10 16:37:34
Quattro storie sporche, alle prese con un temporale purificatore... Io lo vedo come un giustiziere della notte armato di tuoni e fulmini. Ti ringrazio.
Ciao Giacomo

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BigTony il 2017-12-12 12:07:03
Davvero riuscito, secondo me, l'intreccio dei personaggi e la descrizione della loro degradazione morale. Il finale è una vera chicca, con la trovata della tempesta elettrica "al posto giusto e al momento giusto". Grande Giancarlo.

Vecchio Mara il 2017-12-12 15:30:23
ho riunito quattro personaggi senza possibilità di redenzione, li ho buttati tutti in un unico calderone ho mischiato le loro storie e ne è uscito un racconto corale sul male che affligge quattro vite squallide (un bel campionario di questo nostro tempo), destinate a incrociarsi per un'ultima volta al centro del crocevia che, ovviamente, può condurre da una sola parte. Ti ringrazio
Ciao Tony

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