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Tutto il resto non è che distrazione.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Roberta

pubblicato il 2017-11-23 14:45:12


Una sera, tornando a casa in macchina da una cena, Marco aveva appoggiato la mano sulle mie ginocchia. Avevo sempre avuto l’impressione di piacergli; d’altra parte, lui sapeva che ero già occupata. Allibita, gli avevo afferrato il polso allontanando la mano; ma lui ci aveva riprovato, e anzi si era spinto oltre. Questa volta gli avevo conficcato le unghie nel dorso. Appena la macchina si era fermata, ero scappata via senza salutare, e avevo raccontato immediatamente tutto a Valeria, la mia amica, che, seduta sul sedile anteriore, si era accorta del silenzio innaturale che aleggiava dietro.

Che faccia tosta! Poi avevamo finito per riderci sopra, e tutto, in apparenza, era finito lì.

Nemmeno un anno dopo, nella penombra di una stanza, si consumava l’epilogo di una storia cominciata proprio allora.

Nel frattempo, infatti, grazie ai poteri occulti del mio inconscio, avevo continuato a rimuginare sull’accaduto, tanto da sognare con una certa frequenza che Marco mi chiudesse a chiave in una stanza, con quel che segue. Così un giorno in una stanza da soli ci trovammo davvero, e non ci fu bisogno di chiuderla a chiave, perché, anche se continuavo ad implorarlo di lasciarmi stare, non pensavo nemmeno lontanamente a squagliarmela. Se l'avessi fatto, avrei perduto un'occasione irripetibile, rinunciando a quella che sarebbe stata una delle esperienze più belle ed indimenticabili della mia vita.

Avevo una paura folle.

Più tardi, lo stesso pomeriggio, seduta accanto a Marco al tavolo di un bar deserto, tentavo di bere una tazza di tè senza osare alzare lo sguardo. Mi sentivo come avvolta in una ragnatela che mi proteggeva da una parte, dall’altra m’impediva di muovermi. Se la ragnatela si fosse rotta, sarei scivolata a terra come un sacco vuoto: così mi sembrava.

Mi ero girata appena quando lui, che mi stava aspettando, mi aveva preso il viso fra le mani premendomi la bocca sulle labbra. E io, con gli occhi chiusi, vi ero scivolata dentro, perdendo la cognizione dello spazio e del tempo: non sapevo più dov’ero, che ore fossero, se ci fosse qualcuno o qualcosa intorno. Quando avevo riaperto gli occhi, avevo capito di aver spiccato il salto: la terra dietro di me non c’era più. Tutto quello che avevo, tutto quello che ero stata prima, era rimasto dall’altra parte.  Erano mesi che ci pensavo e resistevo, e mi era sembrato che il giorno in cui mi fossi decisa a cedergli sarebbe stato come sposarlo, dirgli di sì per sempre, finché morte non ci separi.

- E adesso? - gli avevo chiesto con gli occhi lustri, spalancati.

- Adesso cosa? - aveva risposto lui, divertito.

Ora che il passo era fatto, cominciavo ad intuire che lui non avrebbe giurato nulla di fronte a nessuno.

Quando ci alzammo, mi sembrava di muovermi in un sogno.

Uscimmo sulla strada; un vento caldo trasportava qua e là le foglie secche. Si era fatto quasi buio. Lui mi guidò verso la macchina e io vi salii senza parlare. La sera stessa sopra una scrivania consumammo la nostra prima volta. Ricordo che lui disse, mentre mi rivestivo al buio, e prima di riaccompagnarmi a casa:

- Non pensavo che con te sarebbe stato così bello. 

Vedendolo l’indomani scherzare con altri esseri di sesso femminile anziché riservare a me soltanto la sua cortese attenzione, profondamente calata nella parte di Madame de Tourvel (sedotta e abbandonata dopo lunga e sofferta resistenza nelle Liaisons dangereuses) mi ritenni offesa nel profondo del mio animo gentile e gli lanciai in cuor mio una sfida all’ultimo sangue.  Inutile dire che la sfida era già persa in partenza, almeno in senso immediato e materiale; in realtà sarei riuscita ad essere per lui un’esperienza “unica e irripetibile, nel bene e nel male” (parole sue); e questo, in una prospettiva più ampia, era quello che volevo (anche se avrei fatto volentieri a meno del male).

Non è questo il luogo adatto per raccontare in dettaglio le tristi circostanze che accompagnarono questa storia d’amore e di sfida; perciò dirò soltanto che, mentre io cercavo di raggiungerlo con lettere grondanti di passione infelice rimaste regolarmente senza risposta, lui sfarfallava qua e là fra scrivanie e sedili reclinabili. Cercava anche in buona fede di rassicurarmi, attribuendo ai mie sospetti il carattere di fissazioni ingiustificate (“fisime”). Non c’era motivo, diceva, di disperarsi.

C’era invece, eccome. Perché io nel frattempo avevo, mio malgrado, rinunciato a vivere. Anzi, vivevo per lui e di lui, mentre lui viveva per se stesso alle mie spalle, e pareva pure ci provasse gusto.  Quel circolo vizioso cui si era ridotta la mia vita si consumava, infatti, in una stanza: quella dove m’incontravo con lui; mentre fuori il mondo continuava a girare, le stagioni a passare, e le altre possibili vite da vivere a sfiorarmi senza che potessi anche soltanto immaginare che sarebbero state possibili.

- Dimmi - mi diceva guardandomi, mentre cominciava ad entrare dentro di me - Che cosa c’è?

- Niente. - dicevo io. Allora si spingeva leggermente oltre.

- Perché non parli? - Spingeva ancora, leggermente, sempre guardandomi e sorridendo.

- Non c’è niente ... - farfugliavo arrossendo.

- Allora smetto. - E con un colpo di reni affondava del tutto, strappandomi un gemito.

- Ti ho fatto male? 

Che cosa c’era? C’era che non trovavo parole per esprimere uno stato d’animo in cui coincidevano il culmine della felicità e l’inizio della catastrofe: sarei voluta morire con lui allora, in quel preciso momento, o continuare per sempre, senza staccarmene mai, perché non appena lui fosse uscito da me si sarebbe riaperta la voragine, il buco senza fondo, il desiderio insaziabile che mi divorava.

Sapevo invece che sarei sopravvissuta, e che lui se ne sarebbe andato come tutte le altre volte lasciandomi sola, e il giorno dopo si sarebbe comportato come se io fossi un’estranea, e avrei dovuto ricominciare tutto da capo, come ogni volta, all’infinito.

Come i gradini di una scala mobile, che arrivati in cima sono risucchiati e tornano indietro lungo una strada nascosta ai nostri occhi, e sbucano fuori quando il percorso circolare si è compiuto.

***

Nessuno dei due era sposato, ma la nostra relazione - di cui, del resto, ormai, tutti erano a conoscenza - era di quelle destinate a rimanere “segrete”; io ne ero stanca al punto da avere un sogno ricorrente, la cui banalità dimostrava con eloquenza il carattere del tutto elementare e legittimo dei miei desideri: sedevo sulle sue ginocchia abbracciandolo, non di nascosto come nella realtà, ma davanti a tutti. Quel desiderio così comune era portato all’esasperazione dalla consapevolezza della sua impossibilità e insieme dell’assurdità di questa. Perché non ci decidevamo a sciogliere quel nodo? Eravamo ormai invischiati in questo “segreto” che, dovendo proteggerci dai “malparlieri”, non faceva invece che renderci schiavi di fronte a noi stessi e ridicoli agli occhi degli altri.

Ma c’era un altro aspetto preoccupante: ai miei occhi lui era assolutamente potente e io assolutamente succube. Cosa dunque volevo in realtà? Volevo rovesciare la situazione, così da essere io a manovrare il gioco e lui a sottostare. Volevo spodestarlo dal suo trono e assumere il potere: era la mia vittoria che volevo, in una lotta che avrebbe lasciato un morto sul campo.  Lui capiva tutto questo e intuiva forse che, credendo di amarlo, lo odiavo. Ma, in fondo, che colpa ne aveva lui se io lo avevo eletto al di sopra di tutti gli uomini, reso divino, unico e onnipotente; ... e ora, offesa e ferita nel vederlo umano, lo odiavo per non essere capace di donarmi l’assoluto, e per sempre? 

Non che lui fosse innocente e del tutto estraneo a quest’opera di divinizzazione. Quando aveva capito, grazie a me, di essere un dio, il segreto del successo aveva smesso per lui d’essere tale; e io, educata al disprezzo del denaro, dell’ambizione e dell’arroganza, avevo capito di aver creato un mostro.

***

C’era un silenzio bellissimo in quel pomeriggio d’inverno. Mi aveva portata su una collina, sulla cui sommità biancheggiava, seminascosta tra gli alberi, una chiesetta. Il vento di gennaio soffiava discretamente freddo e ci arrossava le guance, e il fiato caldo si condensava in piccole volute bianche. Mi ero arrampicata lungo il muro per curiosare da una piccola finestra verso l’interno della chiesa abbandonata. Guardai, giusto il tempo per osservare che l’abbandono ha un grande potere evocativo... Poi l’altare e i fiori finti sfumarono in una luce rossastra e i miei occhi si volsero alla luce fredda tra gli alberi, la faccia al vento tagliente. Fu allora che mi prese in braccio per farmi scendere dallo scalino di roccia sul quale mi ero arrampicata; quando scivolai giù sentii il mio corpo scorrere lungo il suo; mi strinse forte per un lungo istante, senza parlare. Alzai il viso offrendo gli occhi lucidi al suo sguardo, e mi abbracciò più forte.

Se gli avessi chiesto, pochi giorni dopo, di descrivermi quella scena, avrebbe finto di non sentire, cambiato discorso, negato che fosse mai accaduta: l’intensità del suo sguardo e del suo abbraccio non erano dimostrabili, e non c’erano parole da lui profferite a testimoniare ciò che io avevo voluto intuire da quella intensità.

Così mi sembra che nulla sia vero in questo mondo, se anche ciò di cui siamo più sicuri non vale nulla senza una prova tangibile. La parola crea il mondo. Il silenzio scorre sulle cose, travolgendole.

Erano passati forse tre anni da quando avevo “spiccato il salto”, ma ancora, quando lui mi abbracciava, chiudevo gli occhi e cadevo all’indietro in un luogo indistinto. Non era un passaggio graduale, ma un improvviso turbine, uno scivolare verso il basso; spiccavo il salto e c’era lui ad abbracciarmi, tutto si confondeva, tutto il mio essere si fondeva in lui... e all’improvviso poi mi risvegliavo sola. E avevo paura. Di nuovo. Era successo di nuovo.

Ero di nuovo sola. Mi guardai nello specchietto: avevo le labbra arrossate e gli occhi mi brillavano sulla faccia bianca. Perché se n’era andato ancora? Non mi trovava bella abbastanza? (Ero troppo assillante per lui, lo sapevo. Ma com’era possibile che non sentisse la mia mancanza come io sentivo la sua? Perché non sentiva il bisogno di avermi accanto tutte le volte che lo sentivo io? Che cosa potevo fare per non lasciarlo andare via?). Mille domande ronzavano nella mia testa impazzita.

“Sono fissazioni, sono solo le tue fissazioni” mi ripeteva lui, quando manifestavo l’impressione che qualcosa o qualcuno venisse sempre prima di me.

Intanto un fuoco mi divorava, e non riuscivo più a vivere, né con lui né senza di lui.

Mio padre era morto da tre anni. Di lui non rimaneva che un ricordo vago e struggente: la sua mano scarna che tentava di afferrare la maniglia sopra il letto per sollevarsi a sedere, senza riuscirci; glielo impedivano la morfina e la debolezza.  Nonostante subisse inerte l’effetto dei sedativi, negli ultimi giorni i suoi occhi talvolta si aprivano ancora, mentre lottava contro il sonno.

Quando si addormentava e il respiro si faceva pesante, pregavo perché potesse morire così, nel sonno, finendo finalmente di soffrire.

In quel periodo non ero assalita da dubbi di sorta. La verità mi si mostrava con una chiarezza lampante: vivere e morire erano i punti cardinali attorno ai quali girava tutto il nostro essere. La morte era lì ad un passo, inesorabile e struggente; tutto ciò che importava era essere una presenza assidua e costante accanto al letto di mio padre. Dopo lo smarrimento iniziale, oltre la paura e il dolore, la consapevolezza di dover vivere mi faceva sentire, in quel periodo, forte come non mai. Quando i visitatori scappavano in corridoio per non scoppiare a piangere davanti a lui, io rimanevo accanto al letto e gli tenevo la mano. Ma mentre lui scivolava alla deriva, sempre più magro, sempre più stanco, la vita di fuori chiamava a gran voce: “Non vi lasciate illudere/ che è poco, la vita./ Bevetela a gran sorsi,/ non vi sarà bastata/ quando dovrete perderla.”

E così come tutto si finisce per accettare come naturale, nel solo modo possibile, e cioè vivendo un momento dopo l’altro, un giorno dopo l’altro - per un pezzo di vita che se ne va da una parte, per un pezzo d’anima che muore, un altro pezzo si riforma: un pezzo di cuore scorticato, carne viva, pronto a sentire il minimo contatto come una carezza o uno schiaffo - così, proprio in quel periodo, non così assurdamente come potrebbe sembrare, avevo cominciato ad innamorarmi.

Il resto lo sapete.

***

Se è questo l’uomo che devo uccidere dentro di me, non lo farò mai. Sarebbe come uccidere l’idea stessa della passione: l’unica cosa per cui vale la pena di vivere.

E comunque, l’uomo in carne ed ossa è già, per me, morto e sepolto in un luogo lontano nel tempo, più che nello spazio.

Quello che non può morire è il ricordo di una possibilità di desiderare ed essere desiderati con tutto il corpo e con tutta l’anima, senza trattenersi, tanto da rimanere esausti; tanto da provare sgomento e paura nel rivedersi due e non (più) uno, nell’inevitabile non riconoscersi ...

Questo è quello che attraverso di lui la forza della passione mi fatto intravedere; questo è quello che continuerò a rincorrere per tutta la vita.

Tutto il resto non è che difendersi dalla sua potenza.

Tutto il resto non è che distrazione.

 

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