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L'isola felice

"PUNTO E A CAPO" Racconto Rosa / Sentimentale / Romance

di Vecchio Mara

pubblicato il 2017-12-14 10:32:16


L’isola felice

«Ricordo, solo ieri, il tuo sorriso stanco e sofferente, mentre cercavo di alleviare il tuo dolore, raccontando dei nostri giorni migliori… Rammento, anche, che mentre t’imploravo, dicendo: “L’isola della felicità, esiste. E’ un puntino, piccino piccino, su alcune carte nautiche; su altre, invece, essendo troppo lontana dalle rotte commerciali, nemmeno è segnata. Sull’isola della felicità, siamo nati, cresciuti e ci siamo amati… ti prego amore mio, non mi lasciare” esalavi l’ultimo respiro. Ora che sono rimasto solo, sull’isola della perduta felicità, attenderò impaziente, navigando il mare che la circonda, d’incrociare la tua rotta, amore… Ciao, Costanza, attenderò di vedere la tua barca venir incontro alla mia» diceva con la voce rauca, scossa dai singulti, Alvaro, accarezzando il terreo volto dell’amata stesa nella bara.

Poi, dopo aver baciato con la passione di un giovane virgulto le gelide e serrate labbra, ritraendosi ordinò, sospirando: «Chiudete!»

I due uomini vestiti di scuro che attendevano in disparte, assieme al parroco che aveva impartito la benedizione e a un chierichetto, si misero prontamente all’opera; un’ora e mezzo dopo, il feretro veniva calato nella fossa del piccolo cimitero, sotto lo sguardo dolente del vecchio pescatore e quello partecipato degli altri isolani.

 

L’isola dove l’ottantenne Alvaro aveva trascorso l’intera vita (salvo l’intermezzo dedicato agli studi durante il quale per forza maggiore, dalle superiori fino al liceo classico, si vide costretto a trascorrere molti mesi in continente ospitato da una zia) assieme all’amata coetanea Costanza, era una piccola gemma in mezzo al mare, abitata da una sparuta comunità dedita per lo più alla pesca, l’agricoltura e la pastorizia: centootto individui, neonati compresi, temprati dal mare e dalla solitudine.

L’unico collegamento tra l’isola e il resto del mondo, era rappresentato dal traghetto che partendo dal continente, una volta al mese, a volte anche due mesi durante l’inverno quando le burrasche sconsigliavano l’attracco al poco riparato molo del porticciolo, riforniva l’isola di generi di prima necessità.

Il segnale televisivo era pura utopia, così come il collegamento internet; la radio era l’unico mezzo, seppur gracchiante, in grado di captare, bene o male, le notizie provenienti dal resto mondo; e il parroco, appassionato radioamatore, l’unico in possesso delle capacità, oltre che della tecnologia in grado di comunicare con il continente.

Erano davvero pochi gli svaghi che potevano concedersi i ragazzi; e questo fu il primo, anche se non più importante motivo, per cui molti di loro, raggiunta la maggiore età, lasciarono senza troppi rimpianti l’isola. Alvaro, invece, aveva fatto il percorso inverso: appena ottenuta l’agognata maturità, era tornato felice sulla sua isola dove, oltre all’amata Costanza che attendeva d’essere impalmata, l’aspettava il duro mestiere del pescatore, ereditato dal padre che lo aveva a sua volta appreso dal nonno.

 

                                        **************************************

 

«Sospinta dal vento amico, solcherà la tua barca l’onda, che impetuosa ora s’infrange sullo scoglio… e tornerà con te ad accarezzare, lieve, la sabbia della nostra isola… l’isola dell’eterna felicità» declamava con voce rauca e stanca il vecchio pescatore dalla pelle rugosa bruciata dal sole, frustata dal vento e rinsecchita dalla salsedine.

Seduto sulla sabbia con la schiena appoggiata allo scafo rovesciato di una barca tirata in secco, esprimeva i suoi poetici pensieri osservando le onde più lontane infrangersi contro lo scoglio e quelle vicine risalire sornione la battigia; poi, usando una matita, li trascriveva su un quaderno a righe, dove sul frontespizio della copertina nera, aveva scritto: Pensieri poetici dedicati a Costanza.

 

Da quando la moglie lo aveva lasciato, tre mesi prima, aveva già riempito due quaderni di brevi pensieri poetici; iniziava ad esprimerli e trascriverli al mattino appena sveglio, proseguendo in riva al mare, piuttosto che in barca remando sottocosta sino a raggiungere un luogo pescoso dove gettare la lenza, e lì, mentre attendeva che qualche pesce abboccasse, cullato dal moto dell’onda che alimentava la sua ispirazione, ne approfittava per trascriverne altri.

Solitamente, prima di coricarsi era d’uso rileggere e, all’occorrenza, cancellare con la gomma e poi modificare o correggere alcuni passi delle dediche scritte durante il giorno che non lo convincevano fino in fondo; ma non era neanche raro che, nel cuore della notte, si vedesse costretto ad alzarsi per trascrivere un pensiero che temeva di non rammentare il mattino al risveglio.      

 

Dopo aver riletto la frase, chiuse il quaderno e lo infilò, insieme alla matita, in una delle capienti tasche del gilet da pesca verde; poi si alzò e si diresse al porto: era l’ora in cui i pescatori rientravano col pescato.

 

In piedi sul molo, con le braccia incrociate sul petto, scrutava il mare. “Eccoli” pensò vedendo approssimarsi le quattro barche a remi che erano andate a pescare sottocosta: più tardi sarebbero rientrate le altre otto, dotate di un piccolo motore fuoribordo, che si erano spinte al largo.

 

«Ciao Alvaro. Non sei uscito oggi?» gli chiese il pescatore mentre ormeggiava la barca.

«Ciao Altiero. No, avevo da raccogliere i peperoncini e gli ultimi pomodori dell’orto. Poi, già che c’ero, ho seminato il lattughino» rispose Alvaro. Poi, indicando con lo sguardo la cassetta sul fondo della barca, gli chiese: «Un’orata, tre saraghi e un paio di spigole, niente male… e sotto, cos’altro c’è?»

Altiero sorrise e, spostando con la mano l’orata e le spigole, rispose: «Un bel dentice!»

«Grosso davvero!» esclamò stupefatto Alvaro. «Complimenti!»

«Grazie, Alvaro» disse Altiero mentre posava la cassetta sul molo.

Nel frattempo altre barche erano giunte in porto; allora Alvaro lo salutò e se ne andò a scambiare quattro chiacchiere con gli altri pescatori.

Poco dopo, tornando sui propri passi, si fermò nuovamente accanto ad Altiero; e lì rimase ad osservarlo con curiosità, mentre questi barattava i due saraghi con il formaggio che la moglie del pastore aveva nella sporta.

Intanto, altre donne e uomini avevano invaso il molo portandosi appresso i prodotti del loro lavoro: olio, latte, formaggi, frutta, verdura, farina, miele e altro ancora; per scambiarli con il pescato esposto dentro le cassette posate a terra accanto alle barche dei pescatori.

 

Gli isolani usavano raramente il denaro, ottenuto come contropartita per i richiestissimi prodotti tipici acquistati dai commercianti che raggiungevano l’isola a bordo del traghetto che mensilmente attraccava al molo, preferendo di gran lunga il baratto; il contante lo riservavano per pagare la merce che non potevano barattare; vale a dire, tutti i generi che, non potendo produrli sull’isola, arrivavano dal continente a bordo del traghetto: carburante, bombole di gas liquido, qualche capo di vestiario e poco altro.

Un sistema, forse arcaico, ma che ebbe il pregio di cementare l’unione all’interno della piccola comunità, facendo sentire ognuno indispensabile al benessere degli altri e viceversa.

Qualche concezione alla modernità, anni addietro, gli isolani furono costretti ad accettarla per rendere meno gravoso vivere isolati dal resto del mondo; ancora rammentavano con soddisfazione, i più anziani, l’entusiasmo con il quale venne accolta la nave che posava il cavo sottomarino che avrebbe portato l’energia elettrica in tutte le case.

Poi arrivarono i motori fuoribordo a sostituire la vela delle barche per la pesca che andavano a gettare le reti al largo, e infine, L’Apecar condiviso.

L’Apecar, acquistato dividendo il costo fra tutte le famiglie dell’isola, veniva usato, con parsimonia, al posto delle bestie da soma per trasportare carichi importanti da e per il molo; naturalmente chi ne usufruiva doveva, oltre che pagare di tasca propria il carburante, lasciare un obolo da usare per manutenere il prezioso e capiente mezzo di trasporto.

Tutto molto bello e solidale, un modello sociale quasi perfetto; replicabile, purtroppo, solo in comunità ristrette e isolate dal clangore di una società alienante, costretta a consumare più risorse di quanto la Terra ne possa produrre, per ingrassare il mitico “PIL”, da offrire al Moloch dell’alta finanza.

 

«Ho finito. Il dentice, me lo porto a casa» disse Altiero a un anziano disposto a barattarlo con della frutta di stagione, prendendo la cassetta da terra: ora al suo interno, oltre al grosso pesce, c’era il frutto del baratto giornaliero, formaggio, farina, sementi per l’orto che ogni famiglia coltivava con passione e una bottiglia di olio d’oliva.

«Che fai Alvaro, resti, o vieni su?» gli chiese poi, indicando la stretta salita che si perdeva tra le case bianche del borgo marinaro.

«Vengo su» rispose affiancandolo.

Alvaro, abitando ad un uscio di distanza, l’aveva visto nascere il cinquantatreenne Altiero, sposarsi e mettere al mondo quel figlio che, con non pochi sacrifici, era riuscito ad iscrivere all’università.

«Tuo figlio?» gli chiese rammentando ch’era tornato in continente da pochi giorni con l’ultimo traghetto.

«E’ su, a Bologna… tornerà per Natale… spero» rispose sospirando Altiero.

«Speri?»

«Dice che non vede l’ora di finire l’università, per trovarsi un lavoro in continente… L’isola gli sta stretta, caro il mio Alvaro» rispose un amareggiato Altiero, camminando a testa bassa.

Alvaro s’intristì, rammentando quanto l’avevano desiderato, quanto avevano pregato e, naturalmente, quanto si erano applicati lui e Costanza per mettere al mondo quel figlio che avrebbe completato la loro felice unione, provò una punta d’invidia per i problemi che parevano affliggere l’amico. “La felicità a tutto tondo, è pura utopia… si vede che doveva andare così” rifletté tirando le somme con amaro fatalismo, tornando al presente.

«Beh, come dargli torto; per un giovane laureato, non è che ci siano ’ste gran prospettive di sviluppo, quaggiù» provò a giustificarlo il vecchio pescatore che non fu mai padre.

Altiero arrestò il passo e lo guardò stranito. Alvaro fece due passi, poi si fermò e si voltò.

«Di’ un po’…» esordì allora Altiero. «Sei stato pure tu giovane, e pure a te ti avevano mandato in continente a studiare… ma poi sei tornato e non te ne sei più andato… Fammi capire: ora, a ottant’anni suonati, ti sei forse pentito delle scelte fatte a diciotto?» gli chiese contrariato.

Alvaro non si sottrasse. «Per me, era diverso…» inarcando le sopracciglia ruotò le pupille verso l’alto «c’era lei che mi aspettava.» Sospirò, tornò con lo sguardo su Altiero e proseguì: «Tuo figlio è l’unico giovanotto rimasto, con chi potrebbe legarsi, oltre a quattro neonati e dodici preadolescenti, il più giovane sull’isola ha trentacinque anni… se parliamo di uomini. Perché tra le femminucce, la meno stagionata, signorina in età da matrimonio, la figlia dell’oste, ha quasi quarant’anni… ed è pure un po’ racchietta!» concluse con una punta d’inutile sarcasmo, strappando comunque una grassa risata al suo interlocutore.

«Eh, no, caro il mio Alvaro…» replicò Altiero riprendendo a camminare. «Tu non me la racconti mica giusta! Avresti potuto benissimo andartene con tua moglie, se proprio ti pesava stare qua. La verità è che tu, la ami alla follia, questa nostra splendida isola.»

Alvaro guardò malinconicamente in direzione del porto. «Il mare, le barche… l’ho sempre immaginato quaggiù il mio futuro. E appena ottenuta la maturità, ho affrontato mio padre a muso duro, per convincerlo che spettava solo a me, decidere del mio futuro.» Indicò con gli occhi la cassetta che Altiero teneva in mano. «Quella roba lì, ora se la vogliono trovare nel piatto… I tempi cambiano, caro Altiero. Se fossi nato in quest’epoca, non so se avrei accettato la dura vita del pescatore… Di sacrifici, per restare attaccato al mare che bagna la mia aspra terra, ne ho dovuti sopportare molti; forse troppi, per ritrovarmi alla fine… vecchio e solo» concluse amaramente.

«Io, dico di sì» fece Artemio, osservando l’occhio vivido del grosso pesce far capolino dalla cassetta.

«Sì, cosa?»

«Se anche potessi rinascere tra cento o mille anni, rifaresti esattamente quello che hai fatto! Nelle tue… nelle nostre vene, scorre azzurra acqua di mare!» rispose Altiero.

Alvaro annuì. «Già! E’ questo è un bel problema; una fregatura per chi, come te, deve confrontarsi con un figlio nelle cui vene scorre sangue vermiglio e caliente!» chiosò strappando un sorriso ad Altiero.

 

«Cos’hai per cena?» chiese Altiero, giunto sull’uscio di casa.

«Minestrone di verdura, dell’altro ieri» rispose mesto Alvaro.

«Niente pesce?»

«E dove lo pescavo, nell’orto?» ribatté Alvaro, stirando un amaro sorriso.

Artiero non sorrise, indicò con lo sguardo la cassetta. «Con questo dentice, si può imbandire una tavola per quattro… Che ne dici di fare compagnia a me e mia moglie?» gli chiese ammiccando, strizzando l’occhio destro.

«Ti ringrazio, ma non voglio disturbare» rispose Alvaro in tono malinconico.

“Ma quale disturbo, almeno si fanno quattro chiacchere in compagnia… Dai, vieni! Farà piacere anche a Francesca» insistette Altiero sorridendo. Poi, vedendolo tentennare, aggiunse: «Guarda che non è mica gratis, eh!»

«A no?» fece Alvaro in tono sorpreso.

«Eh no, caro mio… Mica penserai di presentarti a mani vuote.»

«E cosa dovrei portare: oro, incenso o mirra?» domandò ironicamente Alvaro.

«Ti dovrai presentare sull’uscio di casa, con una congrua quantità dei tuoi gustosi peperoncini da far essiccare» rispose ridendo Altiero. Poi, abbassando il tono, aggiunse con fare misterioso: «In confidenza… Quelli raccolti l’anno scorso non erano un gran che, sicuramente non all’altezza dei tuoi; così quest’anno, invece che seminarli abbiamo pensato di chiederli a te.»

«Ah beh! Di quelli ti potrei riempire la casa; è stato un altro anno eccezionale per i peperoncini del mio orto» ribatté inorgoglito Alvaro.

Dopo essersi accordati sull’ora della cena si salutarono e sparirono dietro i rispettivi usci di casa.

Altiero avrebbe preferito offrire la cena al vecchio pescatore senza nulla pretendere, oltre la sua gradita presenza al proprio desco, ma per non ferire l’orgoglio del vecchio pescatore, s’acconciò a mettere in piedi un improbabile baratto.

Arturo, dal canto suo, l’aveva ben compreso; ma giudicando gratificante l’insistenza dell’amico, fu ben lieto di accettare l’invito, portando con sé oltre alla congrua quantità di peperoncini oggetto del baratto, un altrettanto congrua quantità di pomodori appena colti nell’orto come presente per la signora.

 

“Beh, è stato comunque piacevole, Altiero e sua moglie si sono rivelati dei commensali squisiti. E Francesca, oltre a dimostrarsi una gran cuoca, ha saputo tener desta la serata con interessanti argomenti di conversazione. Mi hanno messo davvero a mio agio… credo che se dovesse capitare, accetterei più che volentieri qualche altro invito” pensava Alvaro aprendo l’uscio di casa.

«Che ora ho fatto?» si chiese una volta dentro. Guardò il pendolo appeso sopra la credenza e si rispose: «Un quarto alle dieci.»

«Le altre sere, a quest’ora avevo già buttato giù una pagina di pensieri per te, e me ne stavo andando a letto» commentò guardando il ritratto di Costanza sul comodino, mentre, seduto sul letto, si sfilava i calzini. «Perdonami, amore… sono stanco, ora non me la sento di scriverti qualcosa… mi gira un po’ la testa. Il vinello di Altiero andava giù come il rosolio… meglio che mi stenda… a domani, ciao amore» concluse in tono dispiaciuto, mentre s’infilava sotto le coperte dopo aver indossato pigiama e berretta da notte.

Sarà stato forse per il vinello di Altiero, bevuto in abbondanza, che quella notte fece uno strano sogno.

 

Nel sogno accadeva questo: seduto dentro la sua barca remava seguendo l’orografia della costa per raggiungere l’insenatura dov’era solito gettare la lenza; lì giunto, dopo aver calato gli ami in mare, iniziava a declamare e poi trascrivere sul quaderno poetici pensieri dedicati all’amata; terminato di scrivere tirava su la lenza, staccava i pesci dagli ami e li ributtava in mare, tenendo per sé, mettendolo in un secchio contenente acqua salmastra, soltanto quello più grosso (niente di nuovo sotto il sole, era aduso comportarsi in quel modo durante la pesca, questo perché considerava uno spreco, anzi, un peccato mortale, sottrarre al generoso mare più di quanto servisse al proprio sostentamento giornaliero), conclusa l’operazione, mentre sistemava i remi negli scalmi prima di metterli in acqua, vedeva un veliero fermo in rada e udiva una voce suadente che lo chiamava; riconoscendola come quella della defunta moglie che lo invitava a salire a bordo; girando con la barca attorno al veliero si accorgeva che la voce proveniva dalla polena, il cui ignudo, ambrato busto ligneo e il volto incorniciato dai lunghi capelli ondulati, scopriva essere dell’amata nel fiore degli anni. E qui, si svegliò di soprassalto.

 

«Costanza!» proruppe strabuzzando gli occhi nel buio della stanza.

Respirando affannosamente, tastava con la mano la parete dietro di sé, cercando l’interruttore sopra la testiera del letto.

«Che ore sono?» si chiese dopo aver acceso la luce. «Le tre» si rispose guardando la sveglia sul comodino. «Beh, a ‘sto punto non mi resta che alzarmi e farmi un caffè bello forte» giunse a concludere sedendosi sul letto.

“Quella polena era uguale a lei… Che sogno, sembrava tutto così reale” pensava osservando la caffettiera borbottare sul fuoco. «Va beh, passiamo oltre, prepariamoci ad andar per mare» sospirò togliendo la caffettiera dal fuoco.

Ma non passò oltre, almeno, non subito: dopo aver sorseggiato il caffè bollente, rimase per più di mezz’ora con gli avambracci posati sul tavolo e lo sguardo teso a visualizzare anche il più insignificante particolare dell’onirico vascello.

 

«Ciao Alvaro, mattiniero eh? Dove hai intenzione di andare a buttare l’esca, in Africa?» gli chiese ironicamente Altiero, trovandoselo sul molo prima dell’alba.

«Nella solita caletta» rispose laconicamente uno stranamente pensieroso Alvaro.

«Praticamente qua, dietro l’angolo… Avresti potuto benissimo aspettare che si levasse il sole» replicò Altiero. Poi, battendosi il palmo della mano contro la fronte, aggiunse in tono ironico: «Ah! Che stupido che sono: hai deciso di fare un giro largo per andare a svegliarlo.»

«Non fa ridere.”, commentò ingrugnito Alvaro dirigendosi verso la propria barca, lasciandolo allibito.

«Scusa, Alvaro» fece Altiero in tono mesto. «Qualcosa non va come dovrebbe?» gli chiese poi, mentre Alvaro saliva in barca.

Questi sospirò scuotendo il capo. «Scusami tu, ma oggi non è giornata, devo essere sceso dal letto col piede sbagliato… Ci si vede, ciao Altiero» rispose frettolosamente seppur in tono dispiaciuto.

 

Quando il sole iniziò ad incendiare l’orizzonte, Alvaro remando sottocosta giunse nei pressi dell’insenatura. «Ecco, hai visto, testone!» esordì rimproverandosi, gettando lo sguardo all’intorno. «Non c’è nessun veliero ad attenderti…Potevi benissimo aspettare che si alzasse il sole… e risparmiarti di mandare a quel paese Altiero.»

 

Dopo aver calato le lenze si sedette, e guardando il mare aperto si mise a dialogare con la moglie: «Ero convinto che saresti passata a prendermi… Dici che ho solo sognato? Eppure ho ancora davanti agli occhi l’immagine di quel veliero… troppo reale per essere solo un sogno. Il volto della polena era il tuo… e che dire del busto… pareva inglobato nel fasciame della prua… Non so da quale dimensione mi sei venuta in sogno, ma sono sicuro che eri tu, quel veliero… Non ridere, ti prego. Dimmi piuttosto perché non sei venuta all’appuntamento… ho sbagliato il giorno? L’ora o cosa?»

Rimase in attesa di una risposta, che ovviamente non giunse.

Allora riprese: «Credo d’aver capito… non ci credi eh? Va beh, provo a interpretare il sogno: eri venuta ad avvertirmi di non perdere la speranza, che ci saranno comunque altri mondi da esplorare, oltre la vita. E che tu sarai la nave che mi condurrà lungo le sconosciute rotte dell’eterna felicità.» Si tacque tendendo l’orecchio, attese qualche attimo e proseguì: «Ti ho sorpresa eh? Stamattina mi ero ripromesso che se non ti avessi incontrata, avrei remato fino allo sfinimento per raggiungerti. Ma remando per raggiungere la baia, ho compreso che sarebbe stato inutile… se non sei venuta all’appuntamento, significa che devo tornare sull’isola del nostro felice tempo, e lì, scrutando il mare, attendere di veder le tue vele venire verso di me» concluse commuovendosi.

Poi trasse di tasca quaderno e matita e si mise a scrivere pensieri senza senso; pensieri che narravano di una donna innamorata che avrebbe trovato la forza di uscire dal bozzolo dell’oblio, e mutando l’anima in veliero avrebbe navigato, a vele spiegate, attraversando oceani in tempesta, per giungere a salvare il suo uomo: un pescatore che si era perso in mezzo al mare.

Rilesse quel che aveva appena vergato, soddisfatto del risultato ripose quaderno e matita. «E’ ora di tornare» esclamò guardando il sole alto nel cielo.

Tirò su la lenza, staccò i pesci ributtandoli in mare uno dopo l’altro. «Oggi è il tuo giorno fortunato, ringrazia Costanza» disse fissando negli occhi l’ultimo, quello più grande. Prima di ributtarlo in mare, urlandogli dietro: «Buona fortuna.»

 

A differenza degli altri giorni, dopo aver ormeggiato la barca al molo non attese il rientro degli altri pescatori per scambiarsi impressioni sulla giornata, esibendo ognuno il proprio pescato; ma compresso nei propri tristi pensieri se ne tornò mestamente a casa.

Entrò, chiudendosi subitamente l’uscio alle spalle: un sentore di gelo lo penetrò fin dentro le ossa.

Le spesse mura tenevano lontano, oltre al caldo, suoni e rumori provenienti dall’esterno; e il Sole, penetrando a fatica dalla finestra di modeste dimensioni, regalando all’ambiente una luce quasi crepuscolare, unendosi al silenzio tombale finì con l’intristire ulteriormente Alvaro.

Osservò la pentola, contenente il minestrone, posta sul fornello. «Riscaldarsi il minestrone di tre giorni, cenare da solo parlando con gli Angeli… e poi scrivere pensieri che, chissà chi, un giorno butterà assieme ai ricordi di una vita» disse fra sé. Distolse lo sguardo dalla verzura dentro la pentola e lo rivolse al ritratto sulla credenza. «Ci credevo, sai… Ero certo che ti avrei incontrata oggi, nella caletta delle stupende estati di quand’eravamo ragazzi… ma tu, non sei venuta.»

Indicò la pentola. «Quella roba lì, per quanto sale possa aggiungerci, resterà sempre insipida… E’ la tua presenza che manca a questa casa… e quella, amore mio, io non la posso aggiungere, non so proprio dove andare a cercarla, se tu non ti puoi palesare. Se tre mesi di solutine, non sono una punizione sufficiente… per cosa, poi, non me lo saprei proprio spiegare… dimmi tu cosa mi resta da fare?»

Fissò a lungo il ritratto, attendendo una risposta che lo liberasse dall’opprimente fardello, rappresentato dall’ultimo scampolo di vita, da consumare nella solitudine del ricordo che si fa rimpianto. «Non rispondi. Non sai cosa dire… o non lo puoi dire? Non importa… sono stanco di combattere; alzarsi al mattino, attraversare inutilmente il giorno per arrivare a sera, poi sedersi a tavola, da solo, davanti al solito piatto di minestrone riscaldato e cenare in silenzio… m’invoglia a cercarle da me, quelle risposte che né tu né il buon Dio volete darmi…» Indicò con l’indice teso e lo sguardo rassegnato la pentola sul fornello. «E inizierò a farlo, rinunciando a riscaldarmi la cena…» Sospirò, e scuotendo il capo si apprestò a concludere malinconicamente: «Poi…» disturbato nel mentre da due colpi secchi, s’interruppe all’istante.

«Chi può essere?» si chiese, sentendo bussare all’uscio di casa.

Si alzò dal divano e andò ad aprire la porta.

«Altiero! Qual buon vento? Entra!» esclamò stupito dall’inaspettata visita.

«Ti ringrazio, Alvaro, ma vado di fretta. Devo andare su, dal pastore, a scambiarlo con del formaggio» rispose Altiero, mostrando il grosso pesce nella sporta.

«Capisco. Ti serva qualcosa?» gli chiese allora Alvaro.

«No… cioè… sì.»

«Sì?»

«Beh, a mia moglie farebbe piacere averti a cena da noi.»

«Mah, mi avete ospitato appena ieri sera. Non vorrei sembrare troppo invadente» rispose Alvaro, confuso.

«Ma va’ là!» fece Altiero alzando un sopracciglio. «Quale disturbo, sarà un piacere… La pesca è stata sin troppo generosa, trovo giusto condividerla con un amico.»

«Ma io, come posso contraccambiare? Cosa potrei portare?» domandò, più a sé stesso che all’amico.

Altiero sorrise, e mettendogli una mano sulla spalla rispose: «La tua presenza, sarà il più bel dono che potrai farci.»

Il vecchio marinaio si commosse.

Altiero, notandolo deglutire, comprese. «Ora devo scappare… Alle sette a casa mia, ciao Alvaro!» lo salutò allontanandosi in fretta.

«Ciao, Altiero, ringrazia tua moglie» riuscì a dire con voce rotta.

«Ringrazio Dio, d’avermi fatto nascere su quest’isola felice» chiosò poi, lasciando aperto l’uscio di casa.

                                                         

                                                                                FINE

   

 

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Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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