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Massimo Bianco

Valerio Evangelisti e l'inquisitore Eymerich, puro crossover

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2017-11-22 09:26:03

Nicolas Eymerich, magister inquisitorum, non è un personaggio di fantasia: egli nacque e morì in Spagna, a Gerona (1320-1399). Padre domenicano tra i principali appartenenti alla cosiddetta Santa Inquisizione, scrisse anche testi sulla materia, oggi fondamentali per ricostruire con una certa precisione il funzionamento dell'inquisizione medioevale. Come certo saprete l’inquisitore era un giudice straordinario della chiesa con giurisdizione universale, l’incarico di scoprire e perseguire ogni forma d'eresia e l’autorità di far torturare i sospetti e di consegnare al “braccio secolare”, in pratica condannare a morte, chi fosse stato giudicato colpevole.
Nel 1994 tuttavia Nicolas, o Nicolau nella forse più esatta grafia catalana, Eymerich, inquisitore generale del regno d'Aragona, è rinato sulla benemerita collana Urania della Mondadori grazie al certosino lavoro artigianale del suo ricreatore Valerio Evangelisti – «uno dei pochi esempi di Narratore italiano con la maiuscola», come lo definì Giuseppe Lippi – che ci ha donato un corpus letterario a lui dedicato composto da ben dieci (ora undici, n.d.r.'17) romanzi più vari racconti, drammi radiofonici e volumi a fumetti. Romanzi peraltro impossibili da inquadrare in uno specifico genere narrativo, ricchi come sono di elementi appartenenti all'horror gotico (forse quello preponderante) alla fantascienza, alla fantasy, all'occultismo – esoterismo, all'avventura e magari perfino al noir, tutti ben miscelati e accuratamente inseriti in un attento e scrupoloso quadro temporale che potrebbe farli rientrare pure nel genere storico, come è d'altronde naturale, avendo Valerio Evangelisti originari trascorsi da saggista storico. Insomma, i romanzi del ciclo di Eymerich sono perfetti esempi di crossover, probabilmente i migliori d'Italia se non addirittura d'Europa in tale ambito, molto venduti a casa nostra e tradotti con successo in una quindicina di lingue, in primis il francese. D'altronde fin da ragazzo Evangelisti aveva gusti assai vari e aperti che “dovevano” produrre risultati fuori dagli schemi:

«Ho sempre letto un po' di tutto. Nel campo della fantascienza cominciai con l'adorare Murray Leinster e Robert Heinlein (…). Ma mi è difficile stabilire gerarchie, perché la fantascienza mi piaceva quasi tutta. Devo dire però che le mie propensioni più spiccate andavano al fantastico senza aggettivi. H.P. Lovecraft in primo luogo. Ma il vero colpo di fulmine fu lo scrittore belga Jean Ray» (autore del Malpertuis, capolavoro horror gothic citato nel primo Eymerich, n.d.r.).
Come giustamente scrisse Giuseppe Lippi «Evangelisti ha creato un personaggio di statura universale che tuttavia, in noi italiani, tocca corde profonde: nel paese dove il potere (come nel regno d'Aragona) è così spesso associato al privilegio e all'arroganza, nella terra delle cosche e dei sottosegretari, dei portaborse e della giustizia più lenta d'Europa, l'infernale meccanismo del tribunale inquisitorio ha valenze metaforiche neanche tanto meta.»Valerio Evangelisti, nato a Bologna nel 1952 e laureatosi in Scienze politiche nel 1976, è studioso di storia, campo in cui ha iniziato la carriera letteraria con cinque volumi di saggistica editi tra il 1981 e il 1991. Si dedica tuttavia a tempo pieno alla narrativa dal 1993, quando vinse il premio Urania con “
Nicolas Eymerich, inquisitore”, pubblicato l’anno successivo e baciato da immediato successo, sdoganando così un’intera generazione di scrittori italiani del fantastico fino ad allora negletta.

Per chi non avesse ancora gustato questo autore e fosse curioso di scoprirlo, il romanzo più adatto per cominciare potrebbe essere “Il mistero dell’inquisitore Eymerich” (1996),  quarto in ordine di pubblicazione ma del tutto autonomo.  Secondo per svolgimento cronologico, è quindi ideale per fare conoscenza col protagonista a prescindere dal succitato e pur valido debutto narrativo, a parere del sottoscritto solo parzialmente riuscito per la presenza di evidenti e finanche un po' ridicole forzature inserite al solo scopo di renderlo accettabile al fantascientifico pubblico di Urania. Infatti, quando il redattore di quella collana ricevette i suoi primi romanzi «Mi disse che erano molto belli, ma che era difficile farli entrare nella categoria fantascienza. Raccolsi la sfida e decisi di aggiungere a una delle mie storie le astronavi».
Eymerich IV è lavoro assai maturo ed equilibrato, alleviato dalle complessità di altre pur brillanti puntate. Affinché ci si appassioni, sarà però necessario che il lettore sia aperto ai pastiche letterari, perché chi fosse abituato a leggere soltanto tomi tradizionali rischierebbe di restare scioccato dalla fantasia e dall'inventiva malsane di Evangelisti.
Ne “Il mistero dell'inquisitore Eymerich” vediamo Padre Nicolas partire nel 1354, assieme alla flotta del Re d'Aragona Pietro IV detto Il Cerimonioso, alla volta della Sardegna, territorio appartenente alla corona aragonese dove è in atto una ribellione guidata da Mariano, giudice d’Arborea. Quest’ultimo parrebbe avere un misterioso e potente alleato, il Sardus Pater, entità soprannaturale rintanatasi nelle grotte di Nettuno presso Alghero. Giunto in Sardegna, Eymerich dovrà giostrarsi tra gli spaventosi e demoniaci misteri occulti in atto sull’isola e i complessi giochi della politica aragonese e internazionale, in una trama appassionante e condotta senza momenti di pausa. Contemporaneamente allo svolgimento principale Evangelisti introduce paragrafi ambientati in un misterioso piano spazio-temporale estraneo alla realtà. Soprattutto, però, egli presenta, con tecnica riprodotta lungo l’intero ciclo narrativo fino a costruire una cupa visione unitaria del futuro, anche eventi a venire, perché quanto accade nella Sardegna medioevale si riverbera fino ai giorni nostri e perfino oltre. Così ai capitoli principali collocati nel 1354 se ne alternano altri ambientati a partire dal 1942, che vedono protagonista lo studioso della psiche Wilhelm Reich, personaggio a sua volta storico, alle prese con scoperte tanto rivoluzionarie quanto boicottate. Inoltre, ulteriori capitoli appartengono a un’imprecisata ma fosca e frantumata epoca molto avanti a noi nel tempo. In quest'ultima gli eventi descritti conducono irrevocabilmente i giovani personaggi principali verso un luogo spaventoso, denominato col non meglio identificabile termine di Lazzaretto, ma che altro non può essere che la Sardegna stessa, divenuta nel frattempo ricettacolo di ogni male.
L'asciutta tecnica di scrittura di Evangelisti non sarà forse eccezionale, ma la presa sul lettore eccezionale lo è senz’altro e la ricostruzione storica di fondo – in questo come in (quasi) ogni altro suo testo – si presenta molto accurata e convincente. Trame a parte, affascinanti e in grado di coinvolgere il lettore, è Eymerich stesso a risultare personaggio piuttosto riuscito, perfetto esempio di antieroe. Dotato di un’intelligenza acuta ma alquanto contorta, è uomo cupo e asociale, cinico e spregiudicato nei comportamenti, pragmaticamente spietato e instancabile nel perseguire i fini in cui crede, per quanto spiacevoli possano apparire i risultati. Arrogante, incapace di sopportare il contatto umano diretto e torturato da tanto profonde quanto inconsce frustrazioni, egli è a un tempo assai colto ma fanaticamente devoto alla propria missione, coraggioso e pronto a tutto ma colmo di fobie, avversioni e intolleranze, giusto ma crudele nell'applicazione della sua personale visione di giustizia divina; «un riflesso scuro di me stesso e forse di molti di noi», lo definisce l'autore, che ha sempre sostenuto di volersi identificare col proprio personaggio, con cui malgrado tutto si finisce per parteggiare.

“Gli Eymerich” migliori sono tutti quelli dal secondo al sesto: “Le catene di Eymerich”(1995), che si svolge in una Val d'Aosta in cui N.E. dovrebbe indagare sul sospetto ritorno dell'eresia catara, trovandola popolata da orrende creature; l'incisivo ed efficace “Il corpo e il sangue di Eymerich” (1996), ambientato invece nella francese Castres e romanzo preferito da Evangelisti stesso, «il più torbido e goticheggiante» e nel contempo il più lineare nello svolgimento, quasi privo com'è degli abituali sbalzi temporali; “Cherudek” (1998), forse il più amato dagli appassionati e senz'altro il più angoscioso con quella sua infernale visione di una spaventosa realtà parallela posta al di fuori dello spazio-tempo e infine “Picatrix, la scala per l’inferno” (1999) dalla fascinosa ambientazione andalusa (Granada) con l'esoterica trama centrale medievale più fantascientifica della serie; oltre ovviamente al tomo “sardo” già sopra approfondito. Cercateli in libreria, ne vale la pena.

Peccato che in seguito all'autore siano venute meno creatività e voglia, con conseguente scadere qualitativo, forse anche perché alcuni libri, compresi quelli più recenti sull'inquisitore e reclamati a gran voce dai lettori, gli sono stati imposti dall'editore, all'unico scopo apparente di fare cassetta, quando lui si sarebbe volentieri dedicato ad altro. Comunque il complesso ed eccessivo “Il Castello di Eymerich” (2001), opera in cui il Magister decide attraverso sottili trame diplomatiche i destini della Spagna proprio mentre comincia a mostrare le prime umane debolezze e i primi turbamenti (suscitando con ciò l'ingiusta irritazione di qualche fan), tiene ancora abbastanza bene. A risultare invece del tutto negativo è il successivo e davvero terribile, di nome e di fatto, “Mater terribilis”, (2002) ottavo titolo seriale, fiacco, confuso e rigorosamente da evitare se non per mero collezionismo. Meglio piuttosto leggere “La furia di Eymerich” (2003), asciugata e assai più efficace versione a fumetti di Mater terribilis, ben disegnata da Francesco Mattioli. Peccato solo che in essa si persista nel definire erroneamente il principe inglese Edoardo come “Principe Nero” nome entrato in uso solo un secolo dopo la sua morte. Sconsigliabile inoltre anche “La luce di Orione” (2007), ambientato principalmente a Costantinopoli, così pieno di errori e di incongruenze da far insorgere la leggenda che ne fosse stata pubblicata la prima bozza, erroneamente scambiata col testo finale corretto. Per fortuna invece nel romanzo finora conclusivo della serie l'autore ha saputo recuperare buona parte della propria verve. Ma ne parleremo a fine disamina.

 

Il problema di Evangelisti è che scrive troppo: ben ventisette libri narrativi pubblicati dal '94 a oggi, fumetti e collaborazioni escluse. Pur considerando che di alcuni la prima stesura risale ad anni precedenti, tale frenesia rende comunque quasi inevitabile cadere in un'alternanza di alti e bassi con l’ispirazione in progressivo esaurimento e non poche sciatterie, specie in un paese come il nostro viziato da una critica poco obbiettiva.
Gli scritti più convincenti alternativi a Eymerich al sottoscritto paiono i due romanzi “Black flag” (2002 Einaudi), il migliore, una demoniaca cavalcata durante la guerra di secessione americana tra violenti irregolari sudisti e feroci licantropi, mentre in capitoli alternati alla trama principale si narra l'inesorabile tramonto dell'umanità in un lontano futuro, e “Antracite” in cui, dieci anni dopo, la lotta negli Stati Uniti assume connotati sociali (2003). Essi sono dedicati all'azzeccato personaggio messicano chiamato Pantera, ottocentesca figura di stregone e pistolero, protagonista pure di uno dei racconti dell'ottima e consigliatissima antologia “Metallo urlante” (Einaudi 1998). Le tre storie che narrano del cinico, laconico e istintivo Pantera sono in effetti ben costruite e accattivanti benché forse meno eccitanti del filone principale. Tra parentesi la citata raccolta è ispirata da quattro note metal band, genere musicale di cui Evangelisti è appassionato, una per ciascun scritto breve, tra cui appunto i Pantera (traendo spunto da un loro cavallo di battaglia: “Cawboys from hell”) e inoltre i Venom dell'omonimo racconto eymerichiano.

Soltanto discreta è invece la vendutissima trilogia intitolata “Magus” (1999) su Nostradamus, commissionata dalla Mondadori più che voluta dall'autore e forse proprio perciò abbastanza priva di mordente. Sono decisamente mal riusciti inoltre i due volumi sulla storia del Messico tra ottocento e novecento intitolati “Il collare di fuoco (2005) e “Il collare spezzato” (2006). Il loro difetto consiste nell'essere stati elaborati come romanzi malgrado l'ambizione di raccontare un'epoca in maniera saggistica, risultando perciò quasi dei saggi romanzati e in quanto tali né carne né pesce e troppo aridi e pesanti per risultare validi, per giunta con l'aggravante di concentrare una quantità eccessiva di eventi: almeno un trentennio pregno di storia a volume, davvero tanto per una così dispersiva trama corale. È scadente infine l'insipido e didascalico “Noi saremo tutto” (2004), romanzo storico su un gretto e depravato mafioso dei sindacati portuali statunitensi d'inizio '900, dagli atteggiamenti un po' troppo eymerichiani e colpevole soprattutto di non catturare i lettori.

A insindacabile parere del sottoscritto, non certo un critico letterario (per quel poco che può valere tale categoria) ma semplice appassionato lettore che si diletta anche a scrivere, il culmine negativo Evangelisti lo ha però raggiunto con le avventure dedicate ai “Fratelli della costa”, i famosi corsari del mar dei Caraibi. Dapprima, nell’ottobre 2008, è apparso il pessimo e a tratti addirittura ridicolo “Tortuga”. Lo scritto narra in maniera assai sciatta e frettolosa le avventure di Rogerio De Campos, uno sbiadito ex gesuita che sembra una versione di Eymerich (ancora?!) più ottusa e meschina, dapprima preso prigioniero da una banda di pirati impegnata nella cosiddetta guerra di corsa contro gli spagnoli e in seguito membro egli stesso dell’equipaggio. Narrandone le vicissitudini tra rivali, salvo un paio di eccezioni, perfino più stupidi e inetti di lui, il romanzo insiste stancamente a presentare una filosofia di vita spicciola d'una banalità sconcertante. Quanto poi alla presunta storia d’amore millantata nel frontespizio della copertina, probabilmente, o almeno così c'è da augurarsi, è stata inserita all’unico scopo d'evidenziare la mediocrità del protagonista, tant'è che i passi a essa dedicati risultano tra i più insulsi e irritanti del libro, compreso il presunto colpo di scena conclusivo. Dove tuttavia “Tortuga” raggiunge il suo peggio, è nell’apocalittico duello finale tra Rogerio e il capo dei pirati, talmente improbabile ed eccessivo da risultare involontariamente comico. Forse ci si potrebbe divertire a leggerlo a quindici anni, ma c'è da dubitarne: se siete forti lettori evitatelo come la peste, qualunque età voi abbiate. Al libro sono seguiti, formando di conseguenza una nuova trilogia, “Veracruz” (2009), che descrive gli antefatti del romanzo precedente ergendo a protagonista il cattivo di quella narrazione, e cioè il cupo e crudele Cavaliere De Grammont, insieme al secondo di bordo Macary e a tutta la loro banda, e “Cartagena” (2011). Ma, dopo la spiacevole esperienza di “Tortuga”, il sottoscritto sarebbe disposto a leggerli solo se sottoposto alle più feroci torture della Santa Inquisizione e pazienza se così comportandosi stesse perdendosi dei capolavori. È però un vero peccato che l’occasione sia andata sprecata, perché un mondo fascinoso e appassionante come quello dei filibustieri avrebbe meritato ben altra trattazione.

 

Infine, dopo una pausa dovuta a seri problemi di salute e quando il suo calo ispirativo faceva quasi sperare in un auto pensionamento, ecco giungere una terza trilogia, intitolata “Il sole dell'avvenire” e già completata. Rispetto al disperante recente passato, il primo e unico episodio letto dal vostro recensore, quello sottotitolato “Vivere lavorando o morire combattendo” (2013), rappresenta un relativo miglioramento. Certo, il fascino, l'inventiva e l'intensità della stagione eymerichiana sono perduti per sempre, ma almeno la vicenda stavolta funziona e si fa seguire con sufficiente interesse, benché l'autore non sappia evitare eccessi didascalici e benché l'encomiabile ambizione che l'ha spinto a realizzare l'epopea, singola e complessiva, abbia condotto a risultati davvero troppo monotematici, fino a giungere all'involontario grottesco dei due fidanzatini quattordici quindicenni capaci solo, tra un bacetto e l'altro, di disquisire sul socialismo! Il nuovo ciclo è dedicato alla storia d'Italia dal 1875 al 1945, seguendo, tra (dis)avventure e sopraffazioni, una povera famiglia italiana romagnola lungo l'intera sua discendenza. In questo volume V. E. tratta l'ottocento, limitandosi a tre riusciti protagonisti, uno per ciascuna delle parti in cui è diviso il testo, anziché disperdersi nell'eccessiva coralità del dittico storico messicano. La principale fonte bibliografica è un suo stesso saggio, “Storia del partito socialista rivoluzionario, 1881-1893”, (edizioni Odoya 1981) scritto con Emanuela Zucchini derivandolo dalle tesi di laurea degli autori e di cui, terminata la lettura di “Vivere lavorando”, viene spontaneo chiedersi se non ne sia una versione romanzata, considerando sia il tema affrontato sia come vengono sbrigati in poche pagine gli eventi precedenti e successivi agli anni lì discussi. Per la cronaca il secondo volume prosegue fino alla marcia su Roma del 1922, ma la non eccelsa qualità del primo volume non invoglia di sicuro a leggere i successivi.

 

Come sopra accennato, dopo numerosi flop Evangelisti un vero degno canto del cigno l'ha però trovato. E a interrompere la parabola discendente non poteva che giungere il suo personaggio più riuscito, l'ineffabile inquisitore. Egli non deve d’altronde illudersi: per quanti scritti possa ancora pubblicare, la sua sorte sembra già segnata. Proprio come Arthur Conan Doyle, autore di uno sterminato numero di opere del genere più vario tra cui, combinazione, anche romanzi storici e di pirateria, ma noto quasi a tutti esclusivamente per il suo Sherlock Holmes, anche Evangelisti pare destinato a essere ricordato quasi solo per Nicolas Eymerich. Non a caso il nostro Valerio si era stufato del proprio eroe esattamente come era accaduto ad A.C. Doyle – giunto perfino a uccidere invano l'amato odiato personaggio – senza poterne interrompere la narrazione, fatto che spiega perché il terzultimo e penultimo titolo del ciclo risultano così mediocri. Per contratto la saga di Eymerich prevedeva tuttavia un ulteriore romanzo e per fortuna, ottemperando all'obbligo, Evangelisti ha saputo recuperare per una volta buona parte dell'antica vena, anche se, sia chiaro, i capolavori restano quelli citati in precedenza.
L’inquisitore, dunque. Con l'efficace “Rex tremendae maiestatis” (2010), titolo derivato dal verso del “Deus irae” ricorrente e centrale per la trama
Rex tramendae maiestatis, - qui salvandos salvas gratis, - salva me fons pietatis
l'autore ricongiunge bene alcuni fili lasciati in sospeso (e prima di affrontare questo volume sarà, infatti, opportuno leggersi almeno “Il castello di Eymerich” da cui vengono ripresi temi e personaggi e anche “Black Flag”, perché quei capitoli dei due libri ambientati nel lontano anno 3000 sono gli uni il diretto seguito degli altri). Nel 1371, quando ha oramai cinquantun anni di età e lui, che aveva sempre odiato le debolezze altrui, comincia con profondo disagio a essere vittima dei primi acciacchi fisici, N.E. viene inviato dal re Pietro il Cerimonioso in Sicilia, tra Palermo e il castello di Mussomeli, dove pare essersi rifugiato il suo arcinemico, il demonolatra Ramón de Tárrega, e dove appaiono misteriosi fenomeni celesti e smisurati giganti, i Lestrigoni, che insieme terrorizzano le popolazioni e le forze militari appartenenti sia ai baroni in lotta sia al re di Trinacria Federico d'Aragona. E naturalmente il dotto scrittore e Magister philosophiae”, pur brancolando a lungo nelle tenebre, verrà a capo di tutti i misteri, benché derivino in parte perfino da moderne teorie astrofisiche e si ricolleghino come al solito a terribili eventi futuri. Padre Nicolau, una cui enigmatica essenza s'innalza sempre più a governare i successivi millenni, vincerà agendo con le consuete spietatezza e lucida freddezza:
Questa volta Folquet, sceso in ginocchio, era in condizioni davvero pietose. Tossiva e aveva conati di vomito. (...) Eymerich riportò la propria attenzione su Folquet, che boccheggiava. Scosse il capo. «Decisamente non siete portato al martirio. Tanto meglio. Ditemi adesso dei vostri colloqui con Ramón de Tárrega (...) «Scrivete anche questo, frate Pedro» Rifletté per qualche istante e dettò: «“L'inquisitore appare spesso, agli occhi degli ignoranti, una persona inutilmente crudele. Invece, nello schiacciare senza pietà l'errore eretico, egli agisce non solo a beneficio della comunità cristiana, ma anche dello stesso reo. Incapace di confessare spontaneamente il peccato mortale di cui si è macchiato, e peccaminoso nel mentre cerca di negarlo”».

N.B. 1) Tutti i passi in corsivo sono tratti da un'intervista a Evangelisti pubblicata nel 2001 in calce all'edizione di “Le catene di Eymerich” per i classici di Urania (da dove provengono anche i virgolettati attribuiti a G. Lippi) tranne l'ultimo, estrapolato da “Rex tremendae maiestatis”. 2) Non ho letto il romanzo “One big union”, i racconti raccolti in “Acque oscure” e le collaborazioni e, potendo conoscere di essi solo quanto riferisce internet, li ho esclusi dalla disamina. 3) dove non specificato l'editore è Mondadori.

Massimo Bianco 8/9/16 fine.

 

P.S.: «Oggi l'autore starebbe lavorando a un nuovo Eymerich: Supererà la crisi? Meglio non farsi troppe illusioni». Scrivevo al termine dell'articolo, quando lo presentai per il defunto e non più rimpianto Neteditor, in attesa dell'undicesimo romanzo del ciclo, nella convinzione che il decimo fosse la conclusione ideale della serie.
Ebbene, nel frattempo “Eymerich risorge” è uscito e a quanto pare il pessimismo era almeno in parte giustificato. Il sottoscritto, non avendo letto il libro ma solo un riassunto degli eventi, ha chiesto lumi a un amico, fans di Eymerich del cui giudizio si fida, e il responso ricavato dalla trama e dall'autorevole parere è stato: niente di nuovo sotto il sole. Chi ama il ciclo leggerà con piacere anche questo, ma più per motivi affettivi che per autentico spessore qualitativo, perché la storia, benché non sia zoppicante come altre, procede priva di sussulti, trita e ritrita e senza nemmeno nulla aggiungere al personaggio. In definitiva sono le argomentazioni dei precedenti dieci, qui stancamente riproposte: le solite sette eretiche, i soliti più o meno inspiegabili prodigi, le solite strane e mostruose apparizioni, i soliti e oramai superflui capitoli ambientati in epoche future...
D'altronde il pubblico più appassionato vuole comunque gli Eymerich, l'editore li vuole anche, il portafoglio dell'autore vuole i denari che Eymerich procura, tanto più che gli altri libri da lui scritti nel nuovo millennio hanno venduto molto meno e negli ultimi tredici anni sono stati anche molto inferiori dal punto di vista qualitativo. E poi, diciamocelo, Evangelisti non sa starsene con le mani in mano, perciò tira avanti a oltranza, pur non avendo più nulla da dire. Io con Evangelisti penso proprio d'aver chiuso per sempre, ma l'augurio è che si decida una buona volta ad andarsene in pensione, dedicandosi al bricolage e smettendo di inondare le librerie di romanzi inutili.

M. B. 19/11/17 fine.

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Rubrus il 2017-11-22 14:28:34
Come già ti dissi, ho letto due o tre Eymerich, tra cui "Cherudek" che è il migliore. Ci sarebbe da chiedersi, esulando un poco dal tema specifico, quali costanti attraversino il rapporto tra gli scrittori e i loro personaggi seriali. Doyle, certo e più di tutti, ma, a modo loro, anche Padre Brown, Hercule Poirot, Hap and Leonard, ma anche Pinocchio (non è seriale, ma Collodi l'aveva già ammazzato a metà libro) e altri ancora. Probabilmente di amore e odio nel momento in cui il personaggio, cui l'autore deve fama e successo, inizia a prevalere sulla persona dell'autore, il quale vorrebbe liberarsi di questo vincolo, ma non ci riesce sia perchè, da un lato, sovente il pubblico non glielo permette - nè lo permette l'editore - sia perchè egli stesso non riesce a produrre qualcosa di livello pari al personaggio di maggior successo - anche se magari ha l'ambizione di farlo. Non è tanto strano se si pensa che, gratta gratta, le idee portanti della narrativa di un autore, nonchè forse della narrativa in generale, sono pochissime. Ci sono varianti, cambiamenti di punti di vista, corollari e deduzioni, ma l'idea base rimane sempre quella - qualcuno, probabilmente esagerando, ritiene che la maggior parte degli scrittori scriva in realtà sempre lo stesso libro in modo diverso.

Massimo Bianco il 2017-11-22 17:52:15
In effetti questo tuo sarebbe un buon spunto di discussione da forum, se esistesse un forum. Quello di Conan Doyle Holmes (e del nostro Evangelisti Eymerich) è l'esempio più noto, ma la storia della narrativa è letteralmente costellata di serie infinite, di cui l'autore non può o non vuole liberarsi, perchè tirano e nessun'altra sua produzione è vista come altrettanto efficace. Ai tuoi esempi potrei aggiungere Bosch di Connelly, la Kay Scarpetta della Cornwell, il Sarti Antonio di Machiavelli e tanti altri, figli soprattutto del desiderio di editori e produttori cinematografici di giocare sul sicuro. Ma d'altronde devo riconoscere che per quanto abbia apprezzato altre storie di Conan Doyle (IL mondo perduot in primis), nulla di suo mi ha mai convinto e attratto tanto quanto Holmes. Come forse ricorderai (tu allora tra parentesi avevi scritto di non essere contrario ai serial, ma qui da qualche parte mi pare che invece hai espresso il parereopposto) ne avevo già scritto parlando di Donato Carrisi e complimentomi con lui per non essersi fatto, finora,condizionare dal successi de il Suggeritore. Ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Ellebi il 2017-11-22 14:39:36
Devo aver letto quello pubblicato da Urania e forse un altro, ma io non sono un lettore di fantascienza anche se tu, giustamente, affermi che l'inquisitore non lo è. Allora però io lo presi per tale, considerandolo una variante della fantascienza classica e debbo dire che mi era piaciuto. Leggo ancora qualche Urania, di racconti però, poiché essi travalicano il genere, ma non ho più letto Evangelisti. E sono felice di aver letto questa tua precisa recensione che mi ha chiarito parecchie cose su questo autore e sull'inquisitore. Sono felicissimo anche di averti ritrovato in questo nuovo sito. Un saluto

Massimo Bianco il 2017-11-22 18:01:40
Permettimi subito di esprimere il mio piacere nello scoprire che ti sei appena iscritto qui: così quesot è il terzo sito in cui ci ritroviamo a viaggiare insieme. E lasciami dire che trovo veramente una figata il modo in cui si possono presentare i propri scritti in home page, questo è l'unico sito in cui tutti gli scritti degli utenti sono davvero al centro dell'attenzione (altrove spesso bissgna avviarsi a ricerche infinite per riuscire a capire dalle home page dove trovare narrativa da gustare) , perchè questo è l'unico sito che sia stato voluto da noi autori-lettori.
Ciò detto, a me piace anche scrivere dei miei autori preferiti (nel bene e nel male) e permettere a chi non li conosce o li conosce poco di approfondire i loro scritti, se lo desidera, perciò voglio riproporre, oltre a i miei racconti migliori, anche molti dei miei saggi, com questo, che solo qui, di tutti i siti di scrittura, possono secondo me trovare spazio adeguato. Ciao

Rubrus il 2017-11-22 18:16:06
Be', un po' dipende dai generi. Nel senso: alle serie horror sono contrario (e lo sono sempre stato) per la semplice ragione che depotenziano la storia. Ci si abitua a tutto e questo vuol dire che o devi alzare l'asticella del raccapriccio (e questo francamente non mi va molto, nel senso che devi spingere sull'efferatezza, sullo splatter e così via) oppure devi contaminare il genere con altri generi (di solito il fantasy) e questo nuoce alla credibilità e - ancora una volta - alla potenza della storia. Quanto al giallo / noir etc. secondo me c'è un punto in cui si sente quasi il fiatone del personaggio, ormai in pista da troppo tempo ed è il punto in cui la storia del personaggio diventa importante quasi, quanto o più della storia che il personaggio vive. A quel punto secondo me è opportuno chiudere. Insomma, non sono contrario alle serie, ma alla loro "telenovelizzazione". E poi non amo le serie orizzontali, quelle che tentano di propinarci in tutte le salse per farci pagare le TV a pagamento (ma tanto io non ci casco). Preferisco di gran lunga gli episodi autoconclusivi., le serie in cui puoi leggere l'indagine 17 anche se non hai letto la 11. Tipo Simenon, che sto rileggendo ora. Carrisi secondo me ha avuto l'idea di serializzare l'antagonista, e di tenerlo sullo sfondo - anche se questo comporta un certo qual grado di ripetitività della ricetta noir (nei romanzi di Carrisi che ho letto c'è molto spesso un "suggeritore", un "seduttore" uno che rimane nell'ombra e circuisce senza essere visto, ma solo intravisto alla fine).

Massimo Bianco il 2017-11-22 19:19:58
Sì, concordo, il punto è che autori (ed editori) dovrebbero imparare a capire quando vale la pena di continuare e quando invece è il caso di smettere con un personaggio, perchè arrivato a un certo punto le sue gesta perdono di significato. Ecco, con Eymerich è giunto, almeno fin da "Rex tremendae maiestatis" (e magari non scrivendo nemmeno i due precedenti) il momento di smettere. Quanto alle serie televisive, io Lost, per dire, non l'ho neppure mai visto, mi indisponeva troppo il concetto di storia infinita, dove se perdi l'episodio 11 non capisci più niente, una maniera spiacevole per incatenare lo spettatore, per essere disposto a seguirlo. Invece amo, sempre per dire, serie come Star Trek next generation, proprio perchè gli episodi erano autoconclusivi. Ciao.

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