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OPERA AL GIALLO

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2017-11-21 07:59:24


                                             
                                                  - Viale con case nei pressi di Arles (Arles, maggio 1888) -
Caro Theo,
nella nostra terra natale la gente è cieca come pipistrelli e criminalmente stupida perché non si sforza di raggiungere le Indie o un posto qualunque in cui brilli il sole.
Da martedì ho preso in affitto una casa intera con quattro stanze.
All’esterno è dipinta di giallo ed è in pieno sole.
Pago quindici franchi al mese.
Di mattina, quando apro la finestra, vedo il verde nel parco e il sole che sorge.
Mi chiedi della mia salute. Invece che mangiare abbondantemente e regolarmente, mi sono sostentato solo con caffè, tabacco e alcol.
Lo ammetto, non va bene, ma per raggiungere
l’alta nota gialla che ho raggiunto quest’estate, mi è stato pur necessario montarmi un poco.
Lascia che ti parli di quello che il
giallo opera in me, caro fratello.
 
                         
 
                                        - La casa gialla ( la casa di Vincent); Arles settembre 1888 -

Ora abbiamo un meraviglioso caldo del Sud senza vento, che va benissimo per me. Un sole, una luce che, in mancanza di meglio, non posso che definire che gialla, gialla zolfo chiaro, oro pallido limone. Com’è bello il giallo del grano e dei girasoli!
Stanotte ho sognato di lavarmi i denti usando come dentifricio il colore puro del tubetto di
giallo cadmio.
La stanza della casa gialla dove verrà ad abitare Paul Gauguin, quando fonderemo il nostro Atelier del Sud, la nostra eterna associazione di artisti, avrà sui muri bianchi una graziosa decorazione di grandi girasoli gialli.
Stanotte ho sognato di dipingere tutte le mura intonacate di bianco di Arles con il
giallo: intorno a me vedevo foglie che appassiscono, pagine di antichi libri che incartapecoriscono, biancheria intima rimasta troppo a lungo nei cassetti, denti e unghie tagliate e abbandonate negli angoli delle camere, squame di pelle morta che si sfoglia, macchie indelebili di cibo e di sperma.
E tutto si nascondeva nella stanza adornata di girasoli di Gauguin.
Sono davvero vicino a trovare la formula per fermare il tempo che passa.

Tuo, Vincent
 
                                                  
                                                       - La camera di Vincent ad Arles (Arles, ottobre 1888) -

Caro Vincent,
ancora una volta ti scrivo: non sfinirti con l’arte.
Come saprai ho ereditato una bella somma da zio Cent e, dato che considero metà di quel lascito tua proprietà (anche se lo zio ti ha diseredato per le tue intemperanze), comincio a inviartene una parte ad Arles.
Non preoccuparti allora del sostentamento e ti prego ancora! Stai tranquillo.
Non essere duro e intransigente con gli altri pittori e le persone in genere.
Cerca di non fare la morale a tutto il mondo, sforzati di non guardarlo con antipatia. Tanto il mondo è sempre più forte di noi.
Dovresti guardarlo con affetto, fratello mio.
Siamo tutti sull'orlo della sofferenza e della disperazione, e non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia con un sorriso, farci compagnia, pigliarci un poco in giro.
Insomma, come al solito ti dico: non esagerare.
E’ bello il tuo sogno di una comunità d’artisti, ma prima chiedi loro se sono d’accordo e se vogliono davvero realizzarlo.

Con affetto, Theo
 
                                                     
                                                   - Meriggio o Giardino dietro a una casa (Arles, agosto 1888) -

Caro Theo,
ti ha scritto Gauguin?
Se lui venisse davvero, per noi pittori comincerebbe un nuovo periodo.
La mia idea sarebbe di fondare un’associazione per artisti che non esistesse soltanto per le nostre esistenze ma anche per le generazioni future.
Se quello che crei ti fa sentire l’eternità, allora il tuo arco di energia vitale ha un senso.
Come sai ormai non dipingo più quello che è reale ma solo quello che “vedo” e “sento”.
Ho cominciato a produrre una serie di distorsioni, di divinazioni, di rimodellamenti e cambiamenti della realtà, così che le mie immagini possano diventare più autentiche della precisa realtà.
Sto diventando la freccia che vola per colpire il bersaglio di una realtà Altra.
Caro Theo, non voglio obbligare nessuno a sognare come me: vorrei solo che per un momento guardassero il nostro atelier del Sud come lo “vedo” e lo “sento”io.
L’interesse comune verrà prima dell’egoismo, anche se ognuno avrà i suoi momenti per restare da solo a meditare.
Bisogna capire che noi artisti siamo gli anelli di una catena.
Non m’importa se esiste l’aldilà, tutti apparteniamo alla natura: so solo che ogni artista caduto passerà il testimone a un altro creatore che nascerà di nuovo e rivivrà in lui e la freccia volerà Oltre!
Non importa se io e Gauguin non faremo qualcosa d’importante; comunque lavoreremo sodo per passare la fiaccola ai prossimi che verranno.
Noi siamo gli intermediari per un nuovo mondo, agenti di una grande rinascita dell’arte.
Per questo abbiamo bisogno di sorelle e fratelli artisti che sappiamo lavorare duro e conseguire col merito e la disciplina l’essere partecipi di qualcosa d’infinito.
Non è per tutti il diventare gli anelli della catena eterna dell’arte.

Per questi motivi Theo, non posso accettare compromessi col gusto del pubblico, a me non interessa sapere chi e quanti sono quelli che guardano i miei dipinti e perché li “consumano”.
Non sono un traditore della mia missione sacra.
Un artista deve mettere carattere, sentimento e soprattutto personalità nel proprio lavoro.
Non si crea per vendere, Theo, è uno schifo.

Certo lo so, l’artista è sempre accusato da questa società di non rendere, di essere inutile.
Come gli omosessuali e le puttane non ha diritto di cittadinanza in questo mondo, dove conta solo ottenere il massimo del profitto col minimo dello sforzo.
Come gli effeminati e le ragazze del bordello so bene di non avere alcun diritto, alcuna pace e alcuna sosta. I miei quadri non hanno valore e mi costano invece delle spese straordinarie, talvolta anche di sangue e di cervello.
Per questo mondo non conta il nudo fatto che una vita senza amore e senza bellezza è puro orrore.
Quello che riempie la bocca dei bruti che ci legano le mani sono solo falsità. Una donna è peccatrice perché fa l’amore. Un omosessuale deve subire qualsiasi violenza perché non ha un'identità sessuale precisa.
Un artista che non vende è un fannullone inservibile.
E’ questo orrore il prezzo che pago per essere un anello della catena eterna dell’immaginazione al servizio della natura.

tuo Vincent
 
                                                    
                                                           - Il pittore che s'avvia al lavoro (Arles, luglio 1888) -

Caro Vincent,
ancora una volta ti scrivo: non preoccuparti dei soldi che mi devi.
Non è colpa tua, se i tuoi quadri non si vendono.
Il problema è che questa società assurda sta sempre e solo dalla parte di quelli che non hanno bisogno di risorse economiche.
Questa società feroce e disumana non può capire e accettare che può esistere una vita degna d’essere vissuta che non rientri nel suo ordine precostituito del principio fanatico del rendimento.
Una vita come la tua, mio adorato fratello.

Resistiamo: ti annuncio che Paul Gauguin sta venendo da te.
Theo: ti voglio bene.
 
                                          
                                                 - Campo di grano con veduta di Arles (Arles, giugno 1888) -

23 dicembre 1888, presso la “Casa Gialla” di Arles, Provenza.

«Dove vai Paul?»
« Me ne vado al bordello, Vincent, e non mi seguire, va bene? Mi hai rotto i coglioni con il tuo atelier del Sud, con la tua associazione universale degli artisti! Adesso me ne vado a bere un bel litro di birra e poi a chiavare, hai capito! A fottere, a trombare, a scopare! Lasciami in pace! Tu sei un fottuto prete senza tonaca!»
 
                                                                
 
                                                          - Autoritratto con orecchio bendato (Arles, gennaio 1889) -

Caro Theo,
ora che mi hai rassicurato sullo stato di salute di Vincent, posso raccontarti che cosa è successo la sera del 23 dicembre ad Arles.
Sia ben chiaro che non riferirò mai alla polizia questi eventi, voglio troppo bene (oltre a stimarlo come grande artista) a Vincent per metterlo nei guai.
In lui c’è qualcosa di tenero e di affettuoso e di profondamente umano che convive con la furia fanatica di un’asceta penitenziale.
Sia scritto ben chiaro, Theo. Io sono un uomo di mare, un ateo e un gaudente e non voglio sacrificare la mia vita per la speranza di un nuovo mondo; voglio un’arte che mi assicuri una vita comoda e agiata nel presente.
Vincent vuole confondere l’arte con la vita, vuole bere l'Assoluto con la piccola tazza sbrecciata del suo Io, e oltretutto lo vuole fare in un posto meschino di piccoli borghesi mercanti e baciapile come Arles.
Posso capire ai Tropici, dove tra breve navigherò per creare nuove tele rivoluzionarie. Là si può tentare di bersi l'Assoluto!
Vincent vuole fare il monaco dell’arte in un borgo d’ignoranti e rivenditori di salsicce! E’ un suicidio che non posso accettare!
Lui vorrebbe creare un’armonia eterna tra i suoi dipinti e la realtà, tra la finzione e l’esistenza.
I borghesi non vogliono capire e accettare che può esistere una vita degna d’essere vissuta che non rientri nel loro ordine precostituito del principio fanatico del rendimento.
Li conosco bene quei bottegai: sbatteranno Vincent in galera o in manicomio, senza pietà.
Per fortuna che esisti tu e so che non lo lascerai nelle loro grinfie brutali.

Ebbene, dopo aver annunciato a tuo fratello il mio ritorno a Parigi (e per tutta risposta mi lanciò contro il suo bicchiere di assenzio), la notte del 22 dicembre Vincent entrò molte volte nella mia stanza per stare a fissarmi nel buio per ore.
La sera del ventitré litigai con lui, a causa di questi suoi atteggiamenti da maniaco, e uscii da casa per recarmi al bordello.
Dopo pochi passi sentii dietro di me qualcuno che mi seguiva come un cane nell’ombra. Mi girai e notai Vincent, confuso e incerto, che agitava verso di me il suo rasoio. Mi preparai ad affrontarlo.
Subito si voltò e torno rapidamente indietro, verso la casa gialla.
Come puoi capire non ero tranquillo e decisi di passare la notte nella pensione adiacente al bordello, per ripartire al più presto per Parigi.

Quando tornai nella casa gialla all’alba trovai un grande sconvolgimento. Vincent si era tagliato il lobo di un orecchio con il rasoio, l’aveva avvolto in un pezzo di giornale e l’aveva portato a casa di Rachel, una prostituta che spesso frequentavamo.
Tornato a casa, era svenuto per la perdita di sangue.
La polizia, messa in allarme da Rachel, spaventata dall’orribile omaggio, lo aveva trovato in quel misero stato.
 
                                                                           
                                                         - Autoritratto con orecchio bendato e pipa (Arles, gennaio 1889) -

Vincent era stato ricoverato in ospedale per fermare l’emorragia.
Partii subito per Parigi per non dare spiegazioni alla polizia, senza poter far visita al mio caro Vincent.
Te lo ripeto Theo: Vincent ha confuso la vita e la finzione e nel posto sbagliato.
Ha offerto un sacrificio alla sua arte, come un antico sacerdote romano, per sentirsi vincolato per sempre alla sua missione.
Io tutto questo masochismo da asceti non lo sopporto, spero vorrai capirmi.
Ad ogni modo sarà sempre amicizia tra noi.

Paul Gauguin
 
 
                                                                                
                                                                                            - 
Tre girasoli in un vaso (Arles, agosto 1888) -

Caro Theo,
non devi preoccuparti se in questi ultimi mesi mi stai lasciando solo.
Devi occuparti di tuo figlio e della tua bella famiglia e questo lo capisco ed è giusto.
Spero che la famiglia sia per te quello che la natura è per me.
Io, che non ho moglie né figli, trovo l’armonia quando vedo un girasole, una spiga di grano o un ramo di ulivo.
Quando sono fuori nella natura a dipingere, avverto i legami che ci uniscono e ci collegano tutti. Quando penso a tutte le cose che mi sono successe nella vita e che non capisco, guardo i girasoli.
La loro storia è la nostra, perché non siamo anche noi dei girasoli?
Per quanto siamo impazienti, dobbiamo rassegnarci a crescere lentamente come una pianta; in molti momenti della nostra vita non possiamo muoverci come la nostra volontà aggressiva vorrebbe (la nostra vita deve affrontare più la bonaccia che la tempesta) e quando siamo maturi, siamo falciati per ottenere un buon raccolto. Sono davvero convinto che la storia di un essere umano sia affine alla storia di un girasole: anche se il suo seme non è piantato nella terra per germogliare, non importa, è comunque macinato per essere trasformato in olio.

Tutti quanti apparteniamo
all’alta nota gialla.
Intorno a me vedo foglie che appassiscono, pagine di antichi libri che incartapecoriscono, biancheria intima rimasta troppo a lungo nei cassetti, denti e unghie tagliate e abbandonate negli angoli delle camere, squame di pelle morta che si sfoglia, macchie indelebili di cibo e di sperma.
E sento gli uomini come girasoli, anelli dell’eterna catena
dell’alta nota gialla.
In quei momenti mi si disvela la formula per fermare il tempo che passa.
 
 
 
                                                                           
                                                                 - La sedia di Vincent con pipa (Arles, dicembre 1888) -

Prima di tornare nell’energia dei girasoli e dei campi di grano permettimi di ricordare il mio caro amico Paul Gauguin.
Prima di separarci ad Arles dipinsi due sedie vuote, due specchi delle nostre anime.
La mia sedia è resa con un
giallo caldo, intenso e accogliente.
La mia sedia impagliata era pronta ad accogliere, ma a sedersi non è venuto nessuno.
La sedia è vuota di chi se n’è già andato.
Anzi, l’ultimo a essersi seduto ha persino dimenticato un suo oggetto personale, una pipa, nel mio caso e una candela e dei libri in quella di Paul; a ricordarne il passaggio, a proporne in silenzio l’assenza.
 
                                                                            
                                                            - La sedia di Paul Gauguin (la sedia vuota); Arles, dicembre 1888 -

Qualcuno se n’è andato: Paul inseguendo da solo i suoi verdi Tropici, forse te ne sei andato anche tu Theo, che mi sei sempre stato vicino più di un fratello e che ora sei lontano, perché appartieni alla tua bella famiglia.
Forse sono io che me ne sto andando da me stesso, perché devo ammettere la mia disfatta, perché non servo a questo mondo dove conta solo rendere.
Nel profondo sento che nella vita non contano le vittorie e le sconfitte.
Tutti apparteniamo a qualcosa di più grande e nessuno lo può portare via. Non si vince e non si perde: si vive, si crea, si gioisce nell'Assoluto.

Si è sempre sconfitti solo a restare isolati, questo sì. Vorrei che fossi qui, ora.
 
                                                      
                                                         - Seminatore con sole che tramonta (Arles, giugno 1888) -

NOTE DELL'AUTORE
Tutti i dipinti a commento del racconto ( o forse è il racconto al servizio di quelle immagini?) sono di Vincent Van Gogh.
Ringrazio ancora il film "Loving Vincent", con la sua geniale, innovativa tecnica del rotoscoping al servizio di un intreccio e di Vincent e una gran bella lettura di Francesco Gallavresi "Paul, la fuga di Paul Gauguin", edizioni La Vita Felice.

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

Visual storyteller, narratore e pensatore per immagini. Mi occupo di comunicazione tramite le immagini: con queste tecniche promuovo organizzazioni, brand, prodotti, persone, idee, movimenti. Offro consulenza e progettazione del racconto visivo per privati, aziende e multinazionali. Per contatti: zuzzurro.zuzzu@gmail.com

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Claudio Di Trapani il 2017-11-21 10:28:53
Mi hai dato modo di ricordare una storia di amicizia e di un legame parentale in un rapporto a tre, col desiderio di vivere nell'arte, senza condizionamenti legati al profitto, e quel voler inserirsi più nel sociale, in un fragile equilibrio che, spezzandosi, finirà in tragedia. Sullo sfondo, quel colore del sole che scalda i cuori e qualche volta finisce per accecare la mente. Ottimo brano, Mauro. Piaciuto assai.

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-21 18:06:33
Sì, grazie, Claudio,il racconto è impostato su un triangolo di caratteri opposti, divergenti ma in fondo complementari nel raccontare la storia in oggetto. Vincent, l'artista che tramite la porta della natura cerca l'Assoluto, Guaguin, il gaudente che usa l'arte per fuggire dalla realtà mercantile detestata e Theò, l'uomo comune, il piccolo borghese che ama suo fratello di un sentimento tenerissimo e che per questo non è accecato, riesce a vederne il puro genio.
Sullo sfondo una comunità tanto gretta quanto feroce, che mentre una cometa sfolgorante passa tra di loro si scansano con schifo e disgusto, perchè nonhanno più un'anima ma solo un salvadanaio.
Abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
monidol il 2017-11-21 14:58:52
Le lettere di Van Gogh al fratello Teo (che tu hai liberamente interpretato) sono anch'esse un patrimonio, alcuni dicono, al pari dei suoi dipinti. Si dice che Van Gogh, quando era a secco di colori e pennelli, usasse la scittura per sfogare la sua creatività e che nello scegliere le parole giuste, usasse la stessa ricerca di armonia, semplicità ed efficacia che usava nel comporre un'opera pittorica. Alla fine io credo che, soprattutto per noi che scriviamo racconti, la similitudine calzi a pennello, la composizione, il bilanciamento dei toni, la ricerca di ritmo e armonia sono determinanti per l'efficacia di una storia. Bellissimo tutto questo giallo! monica

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-21 18:22:49
Grazie, Monica, hai ragione: nei crediti finali andavano messe anche le celebri lettere a Theo, una delle corrispondenze più belle del'umanità intera, ma le ho talmente "metabolizzate"- ci sono molti passi nel racconto prelevati e ritrasformati da me, ai fini del racconto trangolare, delle lettere -, le ho talmente fatte mie da non citarle.
E' noto che all'apice della sua follia ad Arles, Vincent mangiava vernice direttamente dal tubetto, i quali tubetti al tempo contenevano arsenico e si dice contribuirono alla sua cattiva salute mentale e ai suoi stati bipolari.
Non so: comunque il colore puro, il colore steso direttamente dal tubetto sulla tela furono il suo marchio di fabbrica espressionista e antirealista.
"Dipingere è la rappresentazione del proprio sistema nervoso proiettata sulla tela", diceva la poetica di Vincent.
"La natura non ha immaginazione", diceva Baudelaire, sensibilità come Vincent hanno saputo dare un'Anima al Mondo.
Abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2017-11-22 19:31:18
Bello questo scambio epistolare che racconta parte della vita di Van Gogh. Mm, ma permettimi di leggere in questo tuo scritto anche una metafora del nostro scrivere gratis sui siti specilizzati in letteratura e del nostro sogno (il nostro Atelier del web) che tenta di concretizzarsi nella realizzazione di gruppo di P.I.A.F. E tornerò a rileggerlo una seconda volta, nei prossimi giorni, lo merita. Ciao.

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-23 19:58:48
Grazie Massimo per il gradito passaggio: sì, tra le righe accenno anche a quanto stiamo tutti creando, anelli di quella grande catena dell'arte che parte dal primo uomo preistorico che disegno a Lascaux un bisonte in corsa fino al nostro ultimo racconto.
Abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
7posse il 2017-11-22 19:58:06
ciao mauro. a me sono piaciute assai le tematiche di questo racconto, per me perfettamente in linea con il periodo storico in cui, fra le righe, forse avvennero sul serio.

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-23 20:01:56
Grazie, Mirco per il sincero apprezzamento.
Sì, una storia dell'ottocento con la sua vecchia, scassata borghesia che mandi i suoi figli ragazzini a prendere a sassate un genio assoluto che doveva far loro da maestro e una storia del principio del terzo millennio, dove una società ultranichilista è incapace di esprimere ormai una forza creativa pari a quella solare di Vincent.
Forse una storia senza tempo, con quei tre caratteri umani che da sempre ritornano in ogni comunità umana. Abbi gioia

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BigTony il 2017-11-23 13:02:20
Hai dipinto (è il caso do dirlo) la relazione tra questi tre personaggi così diversi tra loro nella visione della vita e dell'arte, nella ricerca di un senso dell'esistenza, eppure così intimamente connessi. E veramente, anche la vita di ciascuno di noi si intreccia con quella di altre profondamente diverse, tanto diverse dalla nostra da darci talvolta l'impressione di essere in realtà desolatamente soli e incompresi, pur se circondati di affetti e amicizie. Ma la vita è più di quello che la nostra singola, individualistica percezione ci illude che sia, e le tante differenze contribuiscono a creare un quadro d'insieme meraviglioso e spettacolare. Viva la vita, Mauro.

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-23 20:06:14
Hai ragione, Tony, e sono contento che tu abbia colto l'interdipendenza dei tre caratteri: il lavoratore per l'Assoluto, serissimo e ascetico fino al sacrificio personale, il guadente bohemien concreto, materialotto e fuggitivo d'ogni consorzio umano e il buon borghese innamorato del talento di un fratello che ama come le pupille dei suoi occhi; è proprio così ed è bello che qualcuno lo colga: sono tre lati di quel grande mistero chiamato uomo.
Abbi gioia

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Roberta il 2017-11-23 18:34:02
Che meraviglia! Ho visto di recente la mostra su Van Gogh a Vicenza, strutturata in modo da mostrare l'evoluzione dal realismo all'impressionismo. E' stupefacente soprattutto la stanza in cui sono accostate le fotografie dell'ospedale ai quadri: lì si sente profondamente il significato di quanto è scritto qui nella seconda lettera a Theo. Non ho presente esattamente il contenuto delle lettere e quindi non riesco a capire bene fino a che punto tu le abbia "interpretate", ma quel che è certo è che con questo ottimo pezzo ci hai permesso di immergerci pienamente nell'arte e nella personalità complessa di Vincent Van Gogh. Ho notato anch'io, come altri commentatori, che hai trovato modo di fare alcuni riferimenti al nostro lavoro artistico, e la cosa non può che commuoverci. Grazie Mauro!

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-23 20:11:30
Ciao, Roberta, e grazie del tuo entusiasmo e del tuo senso di amicizia.
Le lettere le ho davvero molto, ma molto interpretate, assorbite, metabolizzate e ricreate in stile Manganelli.
Del resto, in fin dei conti, come è abbastanza noto, sono un manierista creativa.
Le lettere a Theo - che ti consiglio di leggere nella bellissima traduzione della Guanda - sono un dialogo di profonda amicizia e solidarietà tra fratelli, una delle corrispondenze più belle dull'umanità e sono inarrivabili.
Le ho "usate" per impostare un tringolo di personaggi il cui vertice punta verso quella catena di anelli artistici, a quel piacere di essere la perla di una grande collana di gioia e emozioni che possiamo chiamare Vincent ma possiamo chiamare anche P.I.A.F.
Sì questo è emozionante, è vero. In questo senso la Casa Gialla è P.I.A.F.
Abbi gioia

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90Peppe90 il 2017-11-25 17:43:43
Un racconto magnifico, su più livelli e che si presta a diverse letture, ognuna delle quali pregna di emozioni, vere e vivide. Graficamente, buona trovata quella di evidenziare il giallo ed eccellente l'alternanza con i capolavori di Van Gogh. Un bellissimo racconto epistolare che, se vogliamo, potrebbe anche essere visto come una sorta di manifesto di PIAF. Grandissimo, Maurone.

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