693 OPERE PUBBLICATE   3417 COMMENTI   81 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

L'albino (ricetta di Monidol)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Rosa / Sentimentale / Romance

di Vecchio Mara

pubblicato il 2017-11-17 22:30:58


L’albino (Ricetta di Monidol)

 

Quel caldo pomeriggio di maggio, realizzai che il ben remunerato impiego da direttore delle risorse umane poteva arrecare danni irreparabili alla controparte.

 

Era successo tutto all’improvviso: quando avevo visto l’ingegnere a cui stavo dando il benservito estrarre la pistola, il cuore parve impazzire; poi, quando quel povero cristo se l’era puntata alla tempia e, tirando il grilletto, aveva spiaccicato sangue e materia grigia sulla boiserie di noce chiaro che rivestiva la parete alla mia destra, il muscolo cardiaco si era fermato per un attimo, facendomi collassare.

 

Ed ora lì, steso sul lettino dell’ambulanza, mentre osservavo costernato il medico intento a misurarmi la pressione, mi scoprii a riflettere sullo sporco lavoro di tagliatore di teste aziendale.

 

«Come sta, dottore?» chiese l’amministratore delegato della multinazionale, accorso a sincerarsi della salute del suo insostituibile boia aziendale.

«Direi bene, i valori pressori sono rientrati nei parametri» rispose il dottore.

«Allora direi che posso scendere, qua dentro si soffoca» feci, alzandomi dal lettino.

«Riterrei opportuno una visita approfondita…» provò a dire il dottore.

«Non se ne parla! sto benissimo, la ringrazio dottore!» lo interruppi bruscamente scendendo in fretta dall’ambulanza. «Devo parlarti, andiamo nel tuo ufficio, Germano» aggiunsi rivolgendomi all’amministratore delegato.

 

«Ora che ti si prospetta un futuro radioso in azienda, vuoi piantare tutto per un, seppur gravissimo, incidente di percorso? Ho creduto e investito molto su di te. Andiamo, Ottavio, dov’è finito il trattativista inflessibile?» mi chiese sconcertato Germano, seduto dietro l’imponente scrivania in ebano.

Già, dov’era finito? Mi chiesi anch’io. A dire il vero aveva iniziato a vacillare molto prima: quando, di fronte al pianto disperato di un padre a cui con la firma su un foglio strappavo l’unico sostentamento per la famiglia, piuttosto che a un nerboruto impiegato affrontato a muso duro sin quasi a venire alle mani, leggevo nei loro sguardi solo odio per l’avvoltoio in carriera.

Quando esposi i miei pregressi tormenti a Germano, lui accolse la mia confessione come un incidente di percorso: un semplice stress da superlavoro che, prima o poi, capita a chiunque svolga incarichi apicali di grande responsabilità.

Allora realizzai che la smisurata ambizione, aveva definitivamente cancellato ogni traccia del nobile sentimento dall’animo inaridito di Germano, e accalorandomi mi spesi per fargli comprendere che no, non sarei tornato sulla decisione di cambiare il mio percorso di vita, o perlomeno di provarci.

Non le aveva raggiunte certo per caso le alte vette di comando; si spese, e ne profuse d’inutili parole per convincermi a recedere dal mio proposito, l’arcigno Germano.

Fu un confronto estenuante, dove nessuno si mosse di un millimetro dalle posizioni di partenza.

Alla fine, Germano si decise a mettere sul piatto le proprie debolezze pur di convincermi: «Tu non puoi neanche immaginare quante volte mi sono trovato a guardarmi davanti allo specchio, chiedendomi se valeva la pena bruciare la vita accumulando potere e ricchezza. Eppure, a sessant’anni, sono ancora qui ad osservare inorgoglito i grafici azionari puntare in alto… tu, ora penserai: fregandotene altamente di quelli che sei costretto a lasciare indietro… No! Non è così, sono i miei incubi notturni, quelli lasciati indietro per alleggerire i costi e far salire il grafico… per la felicità degli azionisti.»

«E come l’hai risolto, il dramma interiore del grand’uomo di potere?» mi sovvenne di chiedergli allora, con una punta di sarcasmo.

Germano sorrise amaramente. «Non l’ho risolto» rispose mestamente. «Ci convivo. Ogni volta che sento avvicinarsi il punto di rottura, riparo le falle dell’anima cercando conforto dove il tempo scorre… ma non corre.»

Leggendo nel mio sguardo la curiosità accesa dalla sua risposta, Germano mi spiegò che almeno due volte all’anno, dopo aver salutato moglie e figli, trascorreva un paio di settimane in solitudine, non nella villa al mare sulla costa Smeralda, e neanche nello chalet a Cortina; ma su un’isola in mezzo al Mediterraneo dove aveva preso in affitto un piccolo bilocale; e lì, camminando, leggendo e osservando la natura, riflettendo provava a dare un senso alla sua vita… una svolta di quindici giorni, per poi tornare ad immergersi in quel mondo stressante e altamente competitivo, dal quale non riusciva a staccarsi, se non per brevi e di fatto inconcludenti periodi.

«Accetta un consiglio: hai quarantacinque anni, sei giovane, prima di buttare alle ortiche un futuro radioso… rifletti… soppesa i pro e i contro. Lo so, è difficile farlo qui, specialmente dopo quanto è accaduto. Devi decidere a mente fredda, vai nel mio buen retiro, restaci tutto il tempo che vuoi; quando tornerai mi comunicherai le tue scelte… da parte mia, ti prometto che le accetterò senza insistere oltre» concluse accorato, prima di spiegarmi come raggiungere l’isola.

Così, più per la curiosità di conoscere il luogo dove Germano si rifugiava a ritemprare la mente che per reale bisogno, accettai l’offerta.  

 

                                      ***********************************************

 

“Sembra un quadro” pensai, osservando dalla prua del traghetto le candide falesie calcaree dell’isola immersa nel cheto Mediterraneo color smeraldo, perdersi in un cielo pittato d’un commovente azzurro.

E quando il traghetto, alle tre del pomeriggio e dopo quasi due ore di navigazione, doppiato il promontorio virò decisamente a dritta, lo spettacolo che si offrì ai miei occhi mi lasciò senza fiato: davanti al mio sguardo, in fondo all’insenatura, le panchine del porto e le imbarcazioni agli ormeggi; alla mia destra, una spiaggia di sabbia finissima separava l’onda dalle candide case color calce, dalle imposte blu, che risalendo il declivio si perdevano nel verde intenso della vegetazione.

 

Un vecchio pescatore con più rughe in volto che capelli in testa, seduto sopra una bitta con il braccio teso a reggere la canna da pesca, volse lo sguardo dal galleggiante e si mise ad osservare incuriosito l’unico passeggero che, sbarcato dal traghetto, si avvicinava trascinando un pesante trolley.

«Buongiorno» feci salutandolo.

«Buongiorno» replicò questi con voce cavernosa, tornando a guardare il galleggiante immerso nell’acqua del porto.

«Preso qualcosa?» mi sovvenne di chiedergli.

«Ma va’!» fece lui, muovendo la mano come a voler scacciare un fastidioso insetto davanti allo sguardo. «Entrando in porto, il traghetto li ha messi in fuga.»

Non so se fosse vero quel che andava affermando, dal tono ebbi l’impressione che si stesse prendendo gioco di me; ma, stranamente, non me la presi e passai oltre: «Saprebbe dirmi dove si trova la casa di Fernando Rivera?»

«Per di là…» rispose senza distogliere lo sguardo dal galleggiante, indicando con il braccio teso le case bianche «lungo la salita dei pescatori.»

Osservai lo stretto vicolo salire in ripida pendenza tra le case e gli chiesi ancora: «All’inizio o alla fine?»

«A metà!» rispose seccamente, facendomi capire di togliere il disturbo.

“Cominciamo bene” pensai allontanandomi dopo averlo salutato, ricevendone in cambio neanche un cenno d’assenso.

 

Sudando copiosamente, trascinando il trolley lungo la salita assolata, mi chiedevo come avrei fatto a riconoscere l’ingresso della casa di Fernando Rivera, dato che nessuna di quelle osservate fino ad allora riportava il nome del proprietario.

«Ci sarebbe arrivato pure un cieco» realizzai sorridendo, leggendo il nome a caratteri cubitali sul muro alla destra dello stipite: una doppia fila verticale di mattonelle in ceramica azzurra, riportante ognuna una consonante o una vocale di colore giallo, componeva nome e cognome del proprietario.

Essendo l’abitazione priva di citofono o campanello, esplicitai la mia presenza usando il battente di bronzo a forma di pugno che campeggiava nel centro della la porta, blu come gli scuri delle finestre.

Un paio di minuti dopo la porta si aprì lentamente, e la figura quasi onirica di Fernando Rivera si palesò ai miei occhi.

Essendo stato messo in guardia da Germano, l’aspetto dell’uomo non avrebbe dovuto procurarmi nessun tipo di reazione emotiva; ma quegli occhi chiarissimi e arrossatissimi, e i bulbi oculari che si muovevano orizzontalmente come pendoli, non mi lasciarono indifferente.

«Buongiorno, in cosa posso essere utile?» mi chiese con voce stanca.

«Buongiorno, signor Rivera… Ottavio Strazzeri…» risposi allungando la mano. L’uomo, fatto salvo gli occhi, non mosse un muscolo. «Il dottor Germano Quattropali avrebbe dovuto avvertirla del mio arrivo» aggiunsi allora, ipnotizzato dal moto perpetuo dei suoi bulbi oculari.

«Il nome scientifico, è Nistagmo…» fece lui infastidito, indicando con l’indice gli occhi. «E’ un difetto visivo… non l’unico, purtroppo, legato all’albinismo.»

«Capisco» riuscii appena a dire, provando a scostare lo sguardo.

«Aspetti qui, prendo la chiave» replicò lui tornando all’interno, lasciando la porta aperta.

Osservandolo di spalle, ricurvo in avanti, camminare strascicando lentamente le ciabatte, mi chiedevo quanta fragilità racchiudesse quel corpo lungo e secco, coperto da un lungo caftano di lino che lasciava scoperto solo la pelle, quasi trasparente, delle mani e del viso scarno, oltre ai sottili, lunghi e candidi capelli.

«Venga, la porta è quella» disse quando tornò, indicando la porta accanto alla sua.

Inserì la chiave nella toppa, la girò, aprì la porta e si precipitò all’interno. «Tenga!» esclamò passandomi la chiave. Indicò l’ampia finestra sulla parete di fronte. «Non sopporto la luce solare, altro grosso problema legato alla mia patologia… l’apra dopo che sarò uscito, buona permanenza, signor Strazzeri» concluse girando sui tacchi.

«La ringrazio, signor Rivera» replicai mentre sgusciava fuori dalla porta per rientrare sveltamente in casa sua.

«Vediamo di fare un po’ di luce» dissi avvicinandomi alla finestra.

«Wow!» esclamai stupefatto con gli occhi a fessura, quando, dopo aver spalancato le imposte, l’accecante luce solare proruppe all’interno. «Ora capisco la sua fretta» conclusi.

«Che spettacolo!» esclami ancora accostandomi al parapetto, gettando lo sguardo giù dal declivio sino a raggiungere il porto.

«Arredamento semplice ma luminoso… da mare, oserei dire» mi sovvenne osservando soddisfatto il mobilio color acqua marina, prima di aprire il trolley e sistemare gli indumenti nell’armadio.

«Bene, che ora ho fatto?» mi chiesi guardando l’orologio: erano le cinque e un quarto del pomeriggio.

Solo allora mi accorsi che mancava qualcosa, forse non indispensabile, di cui l’uomo moderno non poteva assolutamente fare a meno. «Mah! Il televisore?!» sbottai guardandomi attorno terrorizzato. «Non c’è!» realizzai sconcertato. «Va beh! Ne chiederò conto più tardi al fantasma dell’isola» conclusi con sarcasmo.

Poi presi la chiave e uscii di casa, per recarmi alla locanda del porto ad accordarmi con la locandiera, che il buon Germano avrebbe dovuto premunirsi di avvertire, sugli orari in cui consumare pranzo e cena.

 

Nina, la locandiera vedova quarantacinquenne, era come l’aveva descritta Germano: bella, solare e immediata nell’entrare in confidenza con l’interlocutore.

A dire il vero lui, Germano, da vero gentiluomo pieno di sé, aveva aggiunto un altro aggettivo: “generosa”, narrandomi, con dovizia di particolari piccanti, le liete ore in sua compagnia.

«Germano mi ha chiamato due giorni fa, dicendomi di non accettare nemmeno un euro da te, e di mettere tutto a suo carico» mi informò dopo che ci fummo presentati.

Poi la bella locandiera scese nei particolari; spiegandomi che, oltre al pranzo e la cena, la locanda avrebbe messo a disposizione la barca a motore con tanto di guida che mi avrebbe permesso di conoscere gli angoli più suggestivi dell’isola.

«Lo sapete coccolare il turista a queste latitudini, eh?» feci io complimentandomi per l’ottima offerta.

«Quei pochi che capitano da queste parti, cerchiamo di fidelizzarli» rispose allargando le braccia.

«Vuoi farmi credere, che questo mare, questa natura incontaminata, non riesce ad attrarre frotte di turisti?» le chiesi stupito.

«E’ così, al momento le quattro camere della locanda sono desolatamente vuote. Ho qualche prenotazione di vecchi clienti per luglio e agosto» rispose. Sospirò e aggiunse: «I giovani non cercano la natura incontaminata, il mare cristallino, il quieto vivere dell’isola; ma solo fantasmagorici divertimenti, spiagge affollate e notti consumate a rincorrere il divertimento ad ogni costo.»

«Non mi stupisce, è quello che da ragazzo pretendevo pure io dalle ferie estive» replicai tornando con la mente alle estati trascorse sulla riviera romagnola.

«Eccola lì, la tua guida!» esclamò improvvisamente, indicando l’ingresso.

Volsi lo sguardo e rimasi esterrefatto da tanta bellezza.

«Virginia, vieni che ti presento il tuo nuovo cliente» disse rivolgendosi alla figlia ventenne.

Osservavo incantato l’incarnato ambrato, la figura alta e snella che, con passo elegantemente lieve, puntandomi con i grandi occhi neri veniva verso me aprendosi in un radioso sorriso. “Ecco un fantasmagorico motivo per scegliere quest’isola” pensai mentre mi avvolgeva con voce soave presentandosi.

Dopo essermi complimentato per l’ottima cena, cucinata da Nina e servita da Virginia, salutai le due donne e m’incamminai lungo il molo; lì, seduto su una bitta, osservando estasiato l’ultimo sole incendiare l’orizzonte liquido, attesi fino a quando la sera spense l’ultimo brandello di luce. “Saranno queste le sensazioni che proverà l’uomo quando vedrà calare la prima notte su un nuovo pianeta?” mi domandai travolto da mille e più emozioni.

Poi, sotto un meraviglioso cielo stellato, m’incamminai lentamente; gettando lo sguardo, ora sulle barche dei pescatori all’ormeggio, più avanti sulle bianche case, illuminate dall’algida luna, che facevano da cornice al porto.

 

“Che ci fa seduto fuori dalla locanda?” mi domandai vedendo Fernando Rivera seduto ad un tavolino.      

«Buonasera, signor Rivera. Non avrei immaginato d’incontrarla al porto» lo salutai arrestandomi davanti a lui.

«Buonasera. Sono le uniche ore in cui mi è concesso accomodarmi all’esterno senza il timore di ustionarmi» mi spiegò sfiorandosi il volto. Poi indicò il tavolino. «Vuol favorire?» mi chiese.

«Aspettava me?» domandai stupito avvicinandomi, indicando con lo sguardo la bottiglia di vino bianco, ancora sigillata, i due bicchieri e il cavatappi posati sopra un vassoio.

«E chi se no!» fece lui sorridendo, prendendo la bottiglia e il cavatappi dal vassoio. «Mentre mi accomodavo, l’ho vista camminare da solo lungo il molo; così ho pensato che magari gradisse un po’ di compagnia.»

«Vino dell’isola?» domandai accomodandomi.

«L’anima dell’isola» precisò lui indicando l’etichetta. E mentre infilava il cavatappi nel turacciolo, parlava con enfasi dei muretti a secco e degli arditi terrazzamenti della vigna dove si produceva il vino; spiegandomi poi che erano stati possedimenti della sua famiglia, che il padre aveva venduto assieme ad altre proprietà per garantirgli un futuro agiato. «Le consiglio una passeggiata fin lassù, ne vale veramente la pena» concluse stappando il vino.

«Wow, gustosissimo, va giù come il rosolio» feci sgranando gli occhi dopo aver sorseggiato il vino.

«La ringrazio…» iniziò a dire mentre riempiva i due bicchieri. «Oggi pomeriggio mi sono scordato d’informarla che il suo ospite mi ha chiesto di prendermi in carico la pulizia dei locali… a che ora gradisce che faccia passare la donna a rassettare la casa?»

«Incredibile, ha pensato proprio a tutto il mio amico Germano…» dissi scuotendo il capo. Ci pensai un attimo. «Alle undici… sì, alle undici andrà benissimo» risposi. «Ah, quasi me ne scordavo!» feci battendomi la fronte. «Il televisore…»

«Che se ne fa del televisore» m’interruppe bruscamente. «Lei che ha buoni occhi, li usi per riempirsi delle bellezze dell’isola. Sul comodino c’è una buona radiosveglia!» tagliò corto chiudendo l’argomento.

Poi la conversazione scivolò sulle bellezze dell’isola.

«L’ha descritta, quasi come il biblico Eden, la sua isola» mi complimentai alla fine, ammaliato dal trasporto usato per descrivere ogni roccia, ogni granello di sabbia e ogni fiore di quel pezzo di paradiso precipitato in mezzo al Mediterraneo.

«Questo è!» confermò. Aggiungendo, quasi con rabbia, dopo aver ingurgitato l’ennesimo bicchiere di vino: «Per molti!»

«Ma non per lei» mi sovvenne, interpretando il suo pensiero.

E tanto bastò a dare il la, a uno sfogo rancoroso: «Per me è un inferno! Dover vivere il paradiso solo al calar del sole, è una tortura… una cosa non degna di Dio! Ci sono momenti in cui mi sembra d’impazzire; e allora mi scopro a chiedergli perché, se proprio desiderasse creare gli albini, non si fosse limitato ad esercitarsi sui pipistrelli… creature che sfuggono il sole e volano cantando nella notte» indicò il cielo. «A volte, penso che il cielo racchiuda in sé un numero imprecisato di isole: porti sicuri dove ognuno può trovare il proprio paradiso. Allora, nel cuore della notte m’incammino sino all’imboccatura del porto, e lì, attendo invano sin quasi all’alba la nave celeste che solcando il cielo mi possa condure sull’isola dell’eterna felicità. Ecco, io credo che Dio, distratto o troppo impegnato, inavvertitamente abbia aperto la mano un po’ prima o un pochino dopo, lasciandomi scivolare nel porto sbagliato… altre volte, invece, mi scopro a pensare che lo abbia fatto di proposito, per divertirsi, guardando da lassù l’effetto che fa precipitare una forma di vita dall’anima esteriore, in mezzo a miliardi di esseri che possiedono un’anima interiore.»

Osservando il mio sguardo perplesso, mi chiese: «Non ha compreso, vero?»

«Se devo essere sincero… no!» risposi.

«Non c’è nulla da comprendere. Sono solo elucubrazioni che m’inseguono ed elaboro fin da bambino…» disse. Poi, di fronte al mio perdurante sconcerto, mi spiegò: «Quando piangendo disperato chiesi a mia madre, perché la mia pelle così bianca e fragile non mi permettesse di andare in spiaggia, di fare il bagno insieme agli altri bambini… lei mi rispose: “Perché tu sei un angelo. E gli angeli, non avendo timore di mostrarsi puri, portano l’anima candida sopra il corpo… mentre gli uomini, propensi al peccato, vergognandosi di mostrare il loro vero essere, la nascondono all’interno” una favola. Di più: una stupidaggine che ogni tanto rispolvero per cercare di dare un senso, al non senso del mio esistere.»

Osservando la pelle chiara della sua mano mentre riempiva i bicchieri, suggestionato dal discernere di un uomo provato, mi domandai: “può essere quello, il colore dell’anima?”

La conversazione, spaziando su temi più o meno alti, proseguì fintanto che ci fu del vino per lubrificare le fauci.

«La clessidra si è svuotata» fece Fernando alzando la bottiglia. «E la locanda ha chiuso un’ora fa» aggiunse indicando con sguardo desolato la porta sbarrata.

Guardai l’orologio da polso. «Sono le tre, direi che è ora di andare a nanna» dissi alzandomi a fatica. «E’ stata una piacevole ed istruttiva conversazione; dovremmo farne altre» aggiunsi.

«Quando vuole… dopo il tramonto mi troverà qui, davanti a una clessidra da svuotare… Buonanotte» replicò indicando la bottiglia.

«Lei che fa, resta ancora?» domandai.

«Mi lasci godere dell’ultimo sprazzo di oscurità… mi attende un lungo giorno da sepolto vivo!» chiosò amaramente, facendomi correre un brivido lungo la schiena.

 

Il rimbombo del colpo di pistola e la testa riversa di quel povero cristo dentro il mio ufficio, ovvero l’incubo che tormentava le mie notti, andava lentamente stemprandosi; merito di giornate sempre dense, allietate dalla solare presenza di Virginia; e da notti trascorse fuori dalla locanda del porto, saturate da intriganti conversazioni sui massimi sistemi con il mio nuovo amico, Fernando Rivera. Al quale, dopo le mie paranoie, finii per confidare pure i miei sentimenti.

«Sai cosa c’è, Fernando… c’è che temo di essermi innamorato!» iniziai ad argomentare una notte, davanti alla solita bottiglia di Anima dell’isola.

«Di Nina o della figlia?» domandò lui fissandomi negli occhi.

«Di Virginia. E’ questo il problema… potrebbe essermi figlia» risposi abbassando lo sguardo, un po’ per sfuggire al suo fastidioso nistagmo, molto per la vergogna.

«Potrebbe… ma non lo è!» fece lui, versando il vino.

«C’è un altro problema… La vedo più che empatica; ma non capisco se è il suo modo di porsi con i clienti, per farli sentire a proprio agio, intendo… Tu, che ne pensi?» gli chiesi.

«Da quasi un mese, state insieme per gran parte del giorno; avete percorso i sentieri dell’isola in lungo e in largo; l’avete circumnavigata, esplorato tutte le spiaggette nascoste. E lo vieni a chiedere a me, che ci parlo solo per ordinare e pagare il vino che stai allegramente ingurgitando, cosa ne penso» rispose con una punta di sarcasmo. Scosse il capo e mi domandò: «Ma un bacio, almeno uno, ve lo siete scambiati in tutto questo tempo?»

«L’altro giorno, siamo stati lì lì; ma poi, non so come e perché, ci siamo trattenuti» risposi serrando le labbra.

«Andiamo bene!» fece, buttando giù un altro bicchiere. Ci pensò un attimo tenendo lo sguardo sulla bottiglia, ed ebbe l’illuminazione: «Hai detto che domani avete intenzione di andare su, alla vigna.»

«Sì, vuole mostrarmi i famosi terrazzamenti» risposi.

«Molto bene. A te… e se la conosco bene, credo anche a lei, il coraggio d’osare lo può dare solo il vino…» esordì battendo con l’unghia contro la bottiglia. «Quando sarete là, chiedi al vignaiuolo di aprirvi una bottiglia dell’ultima vendemmia e di affettarvi uno dei suoi salami stagionati. Accomodatevi fuori dal casale e mentre consumate lo spuntino… diciamo, dopo il terzo bicchiere, comincia ad aprirti; a quel punto lei dovrebbe seguirti.»

«E se non lo farà?» gli chiesi dubbioso.

Fernando sbuffò: «Se non lo farà, mettiti il cuore in pace. Vorrà dire che le interessi sì, ma solo come cliente… Ma io sono pronto a scommettere una bottiglia, che lei freme dal desiderio, quanto o forse più di te.»

«Accetto la scommessa!» esclamai deciso, allungando la mano a stringere la sua. «E sarei ben felice di perdere» chiosai facendolo sorridere.

 

La sera dopo lo attendevo seduto fuori dalla locanda. Osservandolo venire verso di me con indosso un candido caftano di lino, lessi della soddisfazione nello sguardo perennemente ombroso.

«Dunque, ho vinto la scommessa!» esclamò indicando la bottiglia di vino che mi ero premurato di fargli trovare sul tavolino.

«Direi che abbiamo vinto entrambi» replicai iniziando a versare il vino nei bicchieri. «Brindiamo all’amore» aggiunsi alzando il bicchiere. «Vuoi sapere com’è andata?» gli chiesi poi.

«No!» rispose lapidario. Posò il bicchiere e aggiunse con tono grave: «Sono affari vostri. Permettimi solo di raccomandarti, anche se sono certo che non lo farai, di non prenderti gioco di lei… Virginia è una creatura fragile, bella e delicata come una farfalla… non farla soffrire.»

«Non accadrà. Saprò farla felice» lo rassicurai fissandolo nello sguardo.

«Gli occhi non tradiscono mai, e i tuoi esprimono un sincero trasporto» affermò prendendo la bottiglia. E mentre riempiva i bicchieri, aggiunse: «Brindiamo alla vostra felicità.»

 

Trascorsero lievi altre tre spensierate settimane, prima che un lungo messaggio sullo Smartphone mi riportasse alla realtà; era giunta l’ora di fare scelte decisive per il futuro, mio e di Virginia:

Germano mi informava di aver indicato al consiglio d’amministrazione il mio nome come direttore generale della nuova sede che sarebbe stata inaugurata a Dubai, e che mi lasciava due settimane per decidere.

Quando con tutte le cautele del caso, temendo un suo rifiuto, chiesi a Virginia se fosse disposta a seguirmi, con mia grande sorpresa lei si mostrò entusiasta; subito dopo però, mi disse che lei non aveva ancora trovato il coraggio d’informare sua madre che si era innamorata di un uomo dell’età del suo defunto padre; e che, com’era d’uso sull’isola, sarebbe toccato all’uomo farsi avanti e chiedere la mano della ragazza ai genitori: nel suo caso alla madre.

Aggiungendo in sopra-conto, che non era affatto sicura che lei, la madre, avrebbe accolto olimpicamente la lieta novella!

Così, prima di affrontare la madre, decisi di chiedere consiglio a chi degli affari isolani, di cuore o altro, era sicuramente più addentro di me.

 

Durante la conversazione serale giù al porto, davanti all’immancabile bottiglia di vino, esposi i miei dubbi a Fernando.

«Virginia è giovane e ingenua, ma tu che hai gli stessi anni miei e di Nina, davvero puoi credere che una madre non riesca a vedere l’amore traboccare dagli occhi della figlia?» mi chiese sorridendo.

«Tu ne sai molto di più di quello che vuoi far credere… Fammi capire: hai parlato di noi con Nina?» risposi con una domanda.

«Io e Nina, ci conosciamo praticamente da sempre. La sua famiglia abitava nella casa di fronte alla mia…» esordì. Sorseggiò il vino, guardò lontano come a pescare nei ricordi e proseguì: «E’ stata, e lo è ancora, la mia più grande amica. L’unica disposta a rinunciare a qualche pomeriggio in spiaggia in compagnia degli amici, per non lasciarmi solo, chiuso dentro la mia cameretta a struggermi. Non la ringrazierò mai abbastanza per quello che ha fatto.» Sospirò, indicò la locanda e continuò: «Nina ha iniziato a lavorare lì dentro come cameriera diciotto anni fa, quando morì il suo povero marito. Dieci anni fa, il vecchio proprietario propose a Nina di rilevare l’attività e lo stabile; accettando come contropartita la casa di famiglia, oltre a una congrua differenza in denaro. La proprietaria della casa non era lei, ma la sua anziana madre che, seppur a malincuore, accettò non solo di cedere la casa, ma anche di mettere a disposizione della figlia i pochi risparmi di una vita. Risparmi che non bastarono a chiudere la partita. Così, Nina mi chiese se potevo prestarle la somma mancante, promettendomi che mi sarebbe stata restituita in due, massimo tre anni, con gli interessi. Non ebbi problemi a prestarle quanto mi chiedeva… in verità, non una gran cifra. Ma non misi né una data di scadenza al prestito e nemmeno pretesi il seppur minimo tasso d’interesse. Se lo avessi fatto, non avrei più trovato il coraggio di guardarla negli occhi.»

«Hai anteposto l’amicizia all’interesse personale. Questo ti fa onore» commentai complimentandomi per il bel gesto.

«Ti ringrazio» fece lui versandosi dell’altro vino. Svuotò il bicchiere e proseguì: «Due settimane fa Nina venne a casa mia. Quando le chiesi qual buon vento la portasse da quelle parti, mi rispose chiedendomi di te. “Tu che ci passi intere nottate, giù al porto con lui… che tipo di uomo è?” mi domandò arrivando subito al punto. Poi mi spiegò che era certa che Virginia si fosse innamorata di te, ma temeva che tu ti stessi prendendo gioco di lei. “Lo sai anche tu com’è Virginia; lei segue le stagioni, se in estate è solare, con l’arrivo dell’autunno e ancor più dell’inverno, si deprime. E allora progetta di andarsene a vivere lontano” mi ricordò. Al che, la rassicurai dicendole che l’amavi alla follia, Virginia, e che non l’avresti fatta soffrire.»

«Dunque, lei sa tutto!» esclamai soddisfatto.

«Sì!» confermò Fernando. «Sa tutto, e la differenza d’età non rappresenta un ostacolo… Lei vuole solo la felicità di Virginia, null’altro.»

C’era ancora un piccolo dubbio che mi assillava. «Ma che ce ne andremo a vivere lontano, questo lo sa?» gli chiesi allora.

«Le ho spiegato che Virginia deve trovare il suo equilibrio lontano da qui… Quest’isola va stretta a me, figuriamoci a lei che… va beh, lasciamo perdere. L’importante è che Nina abbia compreso il senso delle mie parole» concluse, lasciando la frase in sospeso.

 

Nina, come aveva pronosticato Fernando, seppur a malincuore accettò di lasciar partire Virginia.

La prima volta che vidi Fernando Rivera in pieno sole, fu giù al porto, il giorno della partenza.

Ricordo che si presentò sulla panchina dov’era ormeggiato il traghetto, aggiungendo al solito abbigliamento un Panama a larghe tese ad ombreggiare capo e una parte del volto.

Salutai prima lui, stringendogli la mano; poi Nina, baciandola sulle guance. Rammento che il saluto tra Virginia e sua madre fu estremamente struggente, ma quello che rimase impresso indelebilmente nella mia mente, fu il congedo fra Virginia e Fernando Rivera.

Dalla mia posizione defilata, con il sole di fronte, potevo vedere i volti di profilo; e quando si avvicinarono prima di sfiorarsi le guance, forse suggestionato dal sole costretto nel pertugio tra i due sguardi che si andava chiudendo, una visione straniante mi colse: Il profilo illuminato della fronte, del naso e del mento dei due, parvero combaciare come un sol sguardo riflesso da uno specchio, sino al punto che, se non fosse stato per il colore degli occhi, dei capelli e, soprattutto, della pelle, non avrei saputo distinguere il profilo dell’uno e dell’altra.

 

Infine, un’ultima struggente immagine parve disvelare un amore antico, gelosamente custodito: Virginia, dal ponte del traghetto salutava sbracciandosi con le lacrime agli occhi la madre che si asciugava le gote con un fazzoletto bianco offertole da Fernando Rivera; mentre lui provava a farla sentire meno sola cingendola in vita.

 

                                                          Fine

 

                                                            

 

 

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Vecchio Mara

Utente registrato dal 2017-11-01

Pedalo per allenare il corpo, scrivo per esprimere pensieri e leggo per ristorare la mente

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

L'amore ai tempi del fascismo V.M. 18 anni Narrativa

La canzone dei vecchi amanti Narrativa

La stanza delle bambole Narrativa

Addio Lugano bella Narrativa

La canzone di Marinella Narrativa

Il pescatore Narrativa

Doveva andare tutto bene Narrativa

Leggenda di Natale V. M. 18 Narrativa

Macellazione kosher Narrativa

La breve estate della spensierata giovinezza Narrativa

La guerra di Piero Narrativa

Il maresciallo Crodo Narrativa

A letto con il führer Narrativa

Le lettere segrete Narrativa

La festa della mamma Narrativa

Rapina a mano armata Narrativa

Ipnositerapia Narrativa

Sequel Narrativa

Il fumo fa male Narrativa

Correvo Narrativa

Paolo e Francesca Narrativa

Gli esploratori della Galassia Narrativa

L'uomo dalle forbici d'oro Narrativa

Cervelli in fuga Narrativa

Il boia e l'impiccato Narrativa

L'ultimo negozio Ikea Narrativa

Il figlio del falegname Peppino Narrativa

Il re della valle Narrativa

Una vita tranquilla Narrativa

La ricerca dell'ispirazione perduta Narrativa

Immortali Narrativa

L'amico ricco Narrativa

La farina del diavolo Narrativa

Giudici o giustizieri? Narrativa

Il mediatore (volo low cost) Narrativa

Lui, lei e l'altro Narrativa

Il divo Narrativa

Lo scrivano dell'archivio Narrativa

Lussuria Narrativa

Superbia Narrativa

Gola Narrativa

Avarizia Narrativa

Accidia Narrativa

Ritorno ad Avalon Narrativa

La città di sabbia Narrativa

Cechin Narrativa

Bughi Bughi (boogie woogie) Narrativa

Don Nicola e il partigiano Narrativa

Don Ruggero torna dalla grande guerra Narrativa

Effetto butterfly Narrativa

Confessioni di un prete gay Narrativa

Lugano addio (dolce morte) Narrativa

Via dalla felicità Narrativa

Una ragione per cui vale la pena vivere Narrativa

I magnifici sette racconti Narrativa

Natale: volgarità vere o presunte e altre amenità Narrativa

Il guardiacaccia Narrativa

La bellezza del gesto Narrativa

Dialogando, presumibilmente, con Dio Narrativa

La moglie del partigiano Narrativa

Bat box Narrativa

I ragazzi del Caffè Centrale Narrativa

Quarto reich Narrativa

Il vampiro del Gatto verde Narrativa

Prostituta d'alto bordo Narrativa

Il signore degli abissi Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Lo spettro della trincea Narrativa

La grande mente Narrativa

La porta dell'Ade Narrativa

Alexander... un grande! (Una storia vera) Narrativa

La maschera di Halloween Narrativa

Il rifugio degli artisti Narrativa

La cena delle beffe Narrativa

K2 Narrativa

La solitudine del palazzo razionalista Narrativa

Signora solitudine Narrativa

I tre fiammiferi di Lilith Narrativa

Sono sempre i migliori a lasciarci Narrativa

El Camino de Santiago Narrativa

La rivolta degli insetti Narrativa

Mosè e le tavole della legge Narrativa

Il cattivo maestro Narrativa

Predatori di anime Narrativa

Tre corse in tram Narrativa

Il miracolo di Halloween Narrativa

Las Vegas gigolò Narrativa

La tredicesima orbita (viaggio al termine del paradiso) Narrativa

Poeta di strada Narrativa

Vorrei andarmene guardandoti surfare Narrativa

Alveari metropolitani Narrativa

Sotto la diga Narrativa

Il casale misterioso Narrativa

Prima che sorga l'alba Narrativa

Il boschetto di robinie Narrativa

Agente segreto doppio zero Narrativa

Il bambino di Hiroshima Poesia

L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

L'uomo che uccise Doc Holliday Narrativa

Lettera a un'amica Narrativa

Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

Il portagioie cinese Narrativa

Tutto o niente Narrativa

Semidei dell'Olimpo Narrativa

La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.