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"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Claudio Di Trapani

pubblicato il 2017-11-16 21:37:08


Quella notte Nabil pareva davvero molto stanco; come addetto alle pulizie di un rinomato ristorante di Roma, si sentiva svuotato di energie. Non vedeva l'ora di tornare a casa... beh, casa non era certo il termine più adatto: si trattava più di un buco, uno stanzino di sei metri quadri da dividere con altri cinque disgraziati, extracomunitari come lui, senza uno straccio di permesso di soggiorno; ma bisognava arrangiarsi alla meno peggio.

Cominciava ad avvertire lo stimolo della fame. Contrariamente al giorno prima, al locale non gli avevano dato nulla da mangiare; quella sera non era rimasto niente, neanche un tozzo di pane -così gli aveva detto il proprietario in persona. Avrebbe rimediato qualcosa più tardi -considerò. A mali estremi, una scatoletta di tonno sott'olio l'aveva nascosta da qualche parte, bastava solo ricordarsi dove.

Piovendo a dirotto, aprì un ombrello esageratamente grande e a passi un tantino più veloci s'incamminò verso la fermata del bus che lo avrebbe lasciato a trecento metri circa dal palazzo di periferia dove viveva: Tor bella monaca. Che buffo nome per un quartiere.... lui non era una donna e neppure un religioso, e a ben guardare non era nemmeno un bell'uomo, ma stabilirsi in pianta stabile in quella zona gli pareva fosse stata opera del fato: s'era liberato il posto d'un amico iracheno morto un secondo dopo avere infilato la chiave nella toppa del portone del palazzo in cui soggiornava, a causa di un iraniano che era riuscito a rovinargli addosso gettandosi dal decimo piano. Tragico e inopinato epilogo di un conflitto quasi decennale tra i due paesi? Chissà... le vie del destino sono infinite. Circa la religione, in Dio Nabil non aveva mai creduto; considerava che, probabilmente, fosse l'unico musulmano adulto, trapiantato in occidente, ad essere totalmente privo di fede. Che la religione fosse davvero l'oppio dei popoli per lui era una puttanata. L'oppio vero era tutt'altra cosa: sei anni addietro, nel 2009, l'aveva fumato alla festa di un connazionale in procinto di partire per la Germania e d'allora non gli era più capitato. Una volta s'era fatto di roba, in verità; così, tanto per provare, ma l'eroina gli aveva fatto uno strano effetto: non così stupefacente come affermavano certi suoi compagni di vita, e da quel dì non c'era più ricascato.

Quando stava per raggiungere la sua postazione, e ripararsi sotto una pensilina dell'Atac, mise un piede in fallo, impattando in una buca. Per il dolore lancinante, gridò così forte che s'aprirono mezza dozzina di finestre dei palazzi del circondario, finendo le stesse per chiudersi un secondo dopo. Per quell'infortunio, in un romanesco improvvisato, maledisse il sindaco e l'assessore ai lavori pubblici della capitale, finendo per prendersela pure con il cielo. Chissà perché nella sua lingua madre quegl'improperi non li esternava mai -considerò più tardi, a dolore scemato.

Mise una mano in tasca, ed estrasse una caramella con il buco. Iniziò a suggerla con avidità, e il malessere gli si attenuò.

La tettoia tanto protettiva dalle intemperie non doveva essere, visto che da alcuni buchi traboccavano fiumiciattoli d'acqua piovana, e dovette rannicchiarsi in un angolo per non bagnarsi gli abiti oltremodo.

Finalmente, in ritardo di venticinque minuti, gli si presentò il mezzo pubblico, stridendo per i freni usurati e con una gomma bucata. Sia pure lentamente, riuscì a salirci sopra.

La macchinetta obliteratrice risultava fuori servizio e temendo un controllo repentino dei documenti di riconoscimento, per evitare guai si diresse dall'autista per mostrargli il biglietto.

Sedendosi sull'ultima delle file in fondo, notò un altro passeggero, tre metri avanti circa: un vecchio macilento, un po' brillo che indossava un enorme giaccone logoro.

L'anziano girò il capo e cinque secondi dopo gli era già seduto accanto. Puzzava di birra, ma non così tanto da risultare insopportabile. Nabil non capiva il motivo di quello spostamento di posto, ma sentiva che non c'era nulla di che preoccuparsi; tra l'altro, le fattezze del viso butterato del tale gli ricordavano quelle di suo padre.

Assomigli a mio fratello Armando” -gli disse il vecchio.

E tu sembri mio padre” replicò Nabil con un tono di voce conciliante.

Non sono tuo padre”.

Lo so -fece Nabil- e io so di non essere tuo fratello: è ancora vivo?”

E' morto, qualche anno fa...” rispose l'avventore, con una punta di tristezza nella voce.

Come mio padre”.

E tuo padre dove è morto?” - lo incalzò il vecchio.

A casa nostra: in Palestina”.

Mio fratello è morto in Calabria. Sop-pres-sata... understand? No, parenti non siamo”.

Il vecchio finì per alzarsi, riposizionandosi nel posto in cui stava prima.

Quella non era l'unica volta che sconosciuti un po' strambi gli si avvicinavano, confidandogli segreti o esprimendogli a voce alta i pensieri più intimi e personali. La sera precedente, un tale gli aveva raccontato di tradire la moglie da quindici anni, con un'altra tizia, maritata pure lei, tanto da non riuscire più a capire chi fosse l'amante e chi la consorte. Non gli sembrava corretto che le due donne perseverassero in quella situazione, gli aveva detto il palestinese. Come ringraziamento per quell'amichevole chiacchierata, prima di scendere dal bus, quel tale lo aveva chiamato terrorista e sporco musulmano. Purtroppo, i tragici fatti di Parigi del giorno prima avevano seminato ulteriore zizzania tra i popoli e questo Nabil lo sapeva. Ma lui che che poteva farci? Non contava nulla. Era solo un poveraccio con le toppe al culo che lavava pentole e bicchieri.

Volse lo sguardo attraverso il finestrino e guardò il cielo: la luna era mezza piena, come certi bicchieri che ogni giorno bisognava lavare, e non pioveva più. Per una strana associazione d'idee, gli venne in mente il buco dell'ozono: forse era proprio quello uno dei motivi per cui sempre più gente andava fuori di testa. E visto che ogni giorno attirava gente strana, sia pure per un momento gli sembrò d'essere diventato un buco nero. E quella sensazione cominciò a piacergli: magari non era più una nullità, un buco vuoto. Magari era diventato qualcuno. Sempre meglio che seminare bombe e farsi saltare in aria -considerò.

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L'AUTORE Claudio Di Trapani

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90Peppe90 il 2017-11-17 11:54:52
Ricordavo vagamente questo racconto (perché l'avevi già messo su Net, vero? non è che sto perdendo il lume della ragione? ahah) e rileggerlo me l'ha fatto apprezzare nuovamente, narrato sempre nel tuo ottimo equilibrio tra umorismo e dramma, che fa riflettere e sorridere, di un sorriso amaro: ed è proprio questo, che deve fare l'umorismo (diversamente dal comico... Pirandello docet). Ciao, Claudio.

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Rubrus il 2017-11-20 18:43:57
Non so se l'avevo letto su net - non sto a rileggere, almeno per ora, testi che avevo già letto là - ad ogni buon conto, non ricordandomelo bene e considerata anche la brevità, non mi è spiaciuto affatto leggerlo o rileggerlo perchè l'ho trovato ben scritto - anche se il finale mi pare un filino barocco, in rapporto alla sobrietà del testo: il buco nell'ozono (che per inciso si sta chiudendo, forse per un gioco di correnti, forse temporaneamente, forse perchè ci sono un po' meno CFC in giro) non ha nulla a che spartire coi buchi neri e, soprattutto, non esistono "buchi pieni": un buco è sempre vuoto, quindi la metafora è superflua. Sono però quisquilie. Piaciuto, ciao.

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BigTony il 2017-11-23 10:15:59
Un racconto intriso di malinconia e di amarezza, ma anche con una spruzzatina di speranza nel finale. Ben scritto, com'è già stato fatto notare, e che offre più di un apprezzabile spunto di riflessione sulla vita e sulla società. Piaciuto.

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