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Il viaggio infinito di Long John Silver

"VIRGOLETTE" Saggistica Saggistica

di Rubrus

pubblicato il 2017-11-16 10:21:49


 
 
 
 
In Stevenson è ricorrente il tema del “doppio”, espresso, dato che siamo prima della scoperta della psicanalisi, in termini di dualismo bene/male e presente sia in opere meno note come “Il Signore di Ballantrae”, sia in capolavori come “Jekyll e Hyde” o "L'Isola del Tesoro". 
Il parallelismo tra Hyde e Stevenson è abbastanza evidente.
Entrambi sono, in qualche modo, monchi e deformi. Hyde è spesso raffigurato filmicamente come uno scimmione, o una specie di lupo mannaro, ma Stevenson, nel libro, dice che è repellente perché mancante di qualcosa di indefinibile, che lo rende obbrobrioso. Quel qualcosa è Jekyll, e Hyde è ributtante perché male, ma soprattutto perché male puro.
Silver, che non è un mostro, ma un essere umano, è privo di una gamba – come Achab di Melville (per me Stevenson non poteva ignorare Melville e ha scelto proprio questa menomazione, tra tante possibili, non certo a caso: ricordiamoci tra l’altro che il diavolo, nell’immaginario popolare, è zoppo per essere precipitato dal cielo) – anche se ciò non sembra dargli alcun problema. Come se non bastasse, per buona parte del romanzo si palesa come “buono” e “amico” di Jim... e in parte lo è perché per il ragazzo prova un affetto sincero (e ancora una volta ambivalente, perché sarà proprio grazie ad esso che si salverà, e più di una volta, quindi questo buon sentimento è puro e allo stesso tempo interessato).
Soprattutto, però, Silver, in quanto essere umano e non mostro, ha qualcosa che ad Hyde manca, cioè – e forse perché sa fingere – ha fascino e carisma da vendere (derivanti anche dalla sua ambiguità).
Alla fine del romanzo, Silver scappa, o, meglio, è lasciato andare e ciò, a mio parere, dice tre cose.
  1. Non puoi ingabbiare il male. Esso, appena ne ha la possibilità, che sia data da una pozione o dal trovarsi in mare aperto, fuori dal consesso civile, dove le regole sono meno ferree, si libera e non può essere né eliminato, né imprigionato: prima o poi fuggirà di nuovo. È questo che rende l’Isola molto più che una favola dove, appunto, alla fine, “tutti vivono felici e contenti” e il bene trionfa. Coloro che liquidano il libro come “una storia per ragazzi” non si rendono conto che il cattivo, alla fine, la sfanga, è questo non è esattamente un rassicurante predicozzo.
  2. “L’Isola” è un romanzo di formazione che racconta la storia di un ragazzo che viene in contatto col male, ne subisce la fascinazione, compie una scelta per il bene e – come Ulisse – torna a casa adulto. Se accostiamo questo aspetto al primo, e teniamo presente che Jim è determinante nella fuga finale di Silver, giungiamo alla conclusione che il processo di formazione si completa attraverso la presa di coscienza dell’intrinseca componente malvagia e selvaggia dell’essere umano, componente che è necessaria. “L’isola” è esattamente l’opposto del Jekyll, sotto questo profilo. Separare il bene dal male – o addirittura eliminare quest’ultimo – è hybris. Jekyll è dannato per questo (e infatti muore con l’aspetto di Hyde). Jim di fatto lascia andare Silver, cioè comprende che bene e male sono inseparabili e che il male deve poter avere campo libero nella storia pena la fine della storia stessa (a questo proposito, io sono convinto che tutti i lettori siano contenti che Silver fugga, che lo sia Jim e che lo sia stato Stevenson, sedotto, per certi versi, dal suo stesso personaggio).
  3. È il male il motore della storia. Non ci fossero stati i pirati, non ci sarebbe il romanzo. Il tesoro può essere l’uomo stesso, inteso come essere umano completo e maturo, per raggiungere il quale si deve identificare il male, fare una scelta, affrontarlo. Senza questo processo, non c’è storia e non c’è vita o almeno non c’è umanità degna di essere detta tale.
 
Una chiosa a proposito di "Tusitala" - un mio racconto rispetto al quale è stato toccato questo tema. 
Nel mio raccontino dico appunto questo e lo vedo dalla parte opposta. Il “mio” Silver dice espressamente che “la gente si ricorderà di me”. È consapevole di essere lui il centro di tutto, il motore della vicenda, lui che esercita il fascino cui non ci si può sottrarre e che alla fine riuscirà sempre a cavarsela. Sa perfettamente tutto questo e lo sbatte in faccia a Smollet. Nel romanzo di Larsson tale affermazione di dignità, da parte di Silver, viene buttata in faccia a un Jim Hawkins imborghesito e compromesso con la tratta degli schiavi.  Nel mio raccontino riprendo il dualismo   di cui parlavo all’inizio. Per semplice necessità logica, se il bene è inscindibile dal male, allora anche il male è inscindibile dal bene. Silver è l’antagonista dell’isola, ma, rispetto a lui, i “buoni” sono gli antagonisti. Loro non possono fare a meno di Silver, ma neanche Silver può fare a meno di loro. Questo è quanto il “mio” Smollet ricorda a Silver – e naturalmente Silver non può che convenire. D’altra parte, Smollet è consapevole di non poter minimamente competere con Silver quanto a fascinazione: nessun si ricorderà (esagerando un po’ ok) di quelli che “fanno rispettare le regole” nelle Terre Selvagge, degli uomini grigi e ligi al dovere. Eppure anche loro, la foresta che cresce mentre l’albero cade, fanno la storia. Perché – e anche qui riprendo un concetto – Silver è “mancante” letteralmente e no, di un parte, sicchè è il motore della storia, ma non può da solo fare la storia. Al massimo può distruggere, non creare, ed è quindi condannato alla perenne insoddisfazione, a vagare per l’eternità senza potersi fermare a lungo in nessun posto. Di nuovo, è il viaggio, il percorso nel tempo di queste due  incompletezze a creare quanto esiste. Ed è, appunto, il viaggio che conta.         

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L'AUTORE Rubrus

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90Peppe90 il 2017-11-16 12:29:10
Eh sì: è il male, sono i cattivi, i villain, il motore del mondo; che storia ci sarebbe, senza di loro? Ce ne staremmo a leggere pagine e pagine dei buoni e degli eroi che trascorrono le loro belle vite, allegri, sereni e spensierati? Ma va. Uno dei miei più grandi peccati è quello di non aver ancora letto "L'isola del tesoro" (mannaggia a me, vedremo quando deciderò di farlo) mentre ho letto "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde" e, lì, mi sono ritrovato perfettamente in ciò che hai detto (in più, in un mio vecchio racconto, c'è un'osservazione su questo romanzo che mi era stata suggerita dalla mia prof di inglese... un'osservazione molto interessante, secondo me, e che probabilmente riproporrò). Ah, sì, comunque sono un po' troppe, le storie che La Gente (personaggio terrificante, talvolta) tende a bollare come "roba da ragazzini" senza minimamente provare a capirne qualcosa. Due cosette: - nella seconda riga c'è scritto "isila" anziché "isola"; - "Jekyll" non si scrive senza "c"? Sempre interessantissimi, i tuoi saggi (questo l'avevi già messo su Net sempre collegandolo a Tusitala, se non erro). Un abbraccio, Rub.

Rubrus il 2017-11-16 14:42:55
Ciao, corretto. il refuso; succede perchè sono abituato al "copia e incolla". Ti racconto come avvenne il mio primo incontro con l'Isola del Tesoro. Non avvenne tramite il libro, che poi lessi, ma tramite un cartone animato e, precisamente, un cartone animato giapponese di cui non riesco a trovare il link, ma di cui si trovano dei pezzi su youtube. Il titolo originale è "Tarakajima". E' del 1978 ed arrivò in Italia nei primi anni '80. Rispetto al libro di Stevenson ci sono alcune differenze funzionali essenzialmente all'allungamento della trama, ma lo spirito è rispettato. L'autore giapponese, peraltro, ha aggiunto una "coda" al testo originale. In essa immagina, con un bel po' di anticipo rispetto a Larsson, che Silver si sia rifatto una vita. Venti anni dopo, come sarebbe piaciuto a Dumas, Jim, ormai adulto e con prole, sente raccontare in una taverna di un marinaio anziano e con una gamba sola, ma ancora gagliardo, che ha affrontato senza battere ciglio un terribile cetaceo (insomma, l'anime esplicita il legame tra Silver e Ahab di cui parlavo e che in "Tusitala" ho accennato nel nome della taverna, che ricorda il doblone che Achab inchioda all'albero del Pequod). Capisce che si tratta di Silver, lo cerca, lo trova, lo sfida a braccio di ferro (nel cartone, la prima volta che il ragazzo incontra il pirata, questo è impegnato in una gara simile) ... e perde. Jim ha riconosciuto Silver, ma sembra che Silver non abbia riconosciuto Jim. Jim lo rincorre e lo chiama, ma il vecchio marinaio non si volta, non dando ad Hawkins la soddisfazione di capire se anche lui ha riconosciuto il ragazzo di un tempo. A questo punto Jim lo lascia andare. E' ancora succube del fascino del pirata - esattamente come il fruitore dell'opera - e sa che il vagabondare di Silver (come quello del Silver di Larsson è necessario e, in un certo senso, giusto, quasi metafisico). Le ultime parole di Jim Hawkins, quelle con cui si chiude il cartone, sono: "Era ancora lui, il mio Silver".

Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-17 14:05:33
Bellissimo saggio che entra nelle profondità di un capolavoro senza tempo.

La funzione di Silver è un capolavoro di raffinata ambivalenza: il male non è qualcosa di astratto e di tagliato con l'accetta ma di complesso e suadente e di ultraramificato e di sfumato.

Silver per me ha la funzione di mostrare il lato demoniaco del coraggio, il furor bellico che serve in ogni avventura.

Jim, come tutti i ragazzi, ha un modo più innocente di essere coraggioso e questo legame fa nascere tra di loro un'amicizia basata sullo scambio di funzioni psicologiche reciproche.

Il pirata vorrebbe l'ingenuità e la freschezza dell'adolescente e l'adolescente deve conoscere il volto demoniaco del coraggio, se vuole sopravvivere all'avventura.

Tutto ciò s'incarna nell'indimenticabile finale: alla fine della Storia Silver fugge con una parte del tesoro, Jim da un lato ne prova gioia ma anche un pizzico di tristezza.

Mentre intorno a lui "gli adulti" parlano di giudizi e condanne e forche, nel suo cuore non chiede per il suo strano amico altro castigo che quello che anche lui patirà: la separazione da chi ti stima, la separazione dall'avventura, e ancora di più, la separazione di chi ti stima per come affronti l'avventura.

Ah, che grande Stevenson: questo fanno gli scrittori, farci luccicare gli occhi per l'amicizia vera e l'avventura, non per fare predicozzi.

Abbi gioia

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