706 OPERE PUBBLICATE   3450 COMMENTI   80 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

From A to Z

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Caribbean Caribù

pubblicato il 2017-12-31 15:21:06


Mi sono rinchiuso in un sistema fatto di obblighi e divieti necessario per non attirare le attenzioni su di me. Non devo uscirne, non devo infrangere le mie regole.

 

Un appartamento di cinquantacinque metri quadrati, tre stanze: cucina, bagno e camera. Questo è il luogo dove trascorro la mia vita. Non ho alcun legame che possa rendermi debole o irragionevole, nessuna famiglia, nessun amico. Non avevo altre scelte.

Dopo il diploma, ho abbandonato tutto e tutti per rinchiudermi qui dentro. Mi sono laureato in informatica frequentando un corso e-learning e l’attestato mi è stato spedito per e-mail. 

Assistenza online da remoto. Dopo essermi iscritto a un portale, mi hanno inviato un elenco di clienti e vengo pagato a seconda degli interventi che effettuo. Reperibilità dalle cinque del mattino a mezzanotte, mi obbliga e aiuta a non uscire dalla mia tana e avere rapporti con le persone.

La paga non è alta, ma mi permette di pagare l’affitto, versato alla padrona di casa puntualmente con un accredito sul suo conto, e qualche altra spesa. Non ho bisogno di costosi vestiti, non mangio mai fuori e tutto quello che mi interessa può essere acquistato tramite la rete. 

Tutta la posta fisica viene recapitata in una casella postale, così che non debba nemmeno interagire con postini o fattorini. Solamente il lunedì, quando il rischio di incontrare persone che vogliono interagire è al minimo, esco in piena notte per ritirare posta e pacchi, mi procuro lo stretto indispensabile per sopravvivere e rientro.

L’unico vero bisogno, quello che mi costringe a uscire è la fame. Mi sono rinchiuso proprio perché le relazioni con le persone la alimentano costantemente, fino a farmi perdere il controllo. 

 

Sul punto più alto della collina alle spalle della cittadina, hanno realizzato un piccolo spazio di panchine posizionate intorno a una fontanella pubblica, un punto panoramico che, durante la notte, non diventava altro che un luogo dove drogarsi e prostituirsi. 

L’inceneritore costruito qualche anno dopo nei paraggi, ne sancì definitivamente l’abbandono. L’odore della discarica fece allontanare anche i rifiuti umani della società, che lo occupavano. Non c’è quindi miglior posto dove poter effettuare scambi senza essere visti o sentiti. 

 

Una volta al mese, incontravo uno strano tipo, dall’aspetto curato ma antiquato, tanto da apparire alla moda, evidentemente soggetto anch’esso da sociofobia e dallo sguardo perennemente malinconico che provocava nel suo interlocutore un desiderio primordiale di suicidio. L’unica cosa che mi disse fu il suo nome, Guillotine, nient’altro.

Mi consegnava la mia mensile scorta di cibo, in cambio gli fornivo un paio di sacche del mio sangue appena munto. Non m’interessava cosa ne facesse, la nostra relazione si basava sul puro e semplice baratto. Una relazione commerciale che funzionava meravigliosamente, finché non si presentò più al nostro appuntamento.

 

Senza rendermene conto, non riesco più a farne a meno, il mio corpo e la mia mente si divincolano dalla mia volontà e mi portano ogni lunedì in quel piccolo mini market aperto tutta la notte. 

Acquisto l’unica cosa che posso assimilare, caffè in lattina già pronto che viene riscaldato dalla reazione chimica degli elementi presenti nel fondo. La qualità è infima e sono l’unico cliente di quella zona ad acquistarlo. Conto rapidamente le lattine disponibili, che diminuiscono solamente al mio passaggio. 

Potrei acquistarne di migliore o prepararlo a casa, senza correre il rischio di entrare in quel posto a contatto con clienti insonni e con la giovane cassiera che cerca di nascondere il suo viso, sotto una cascata di capelli neri come la notte più buia, ma lucenti sotto la luce dei neon.

Solamente una scusa, in verità non riesco a fare a meno di questo odore che inebria l’aria, animando i miei istinti e desideri. 

 

E’ il secondo appuntamento che Guillotine salta, il primo mese non ho incontrato problemi grazie alla riserva d’emergenza, ma questa è già la seconda volta, temo di non arrivare alla fine del secondo mese. Inizio a chiedermi cosa gli sia accaduto, sperando di poterlo uccidere con le mie mani.

Devo trovare velocemente una soluzione al problema. Pensieroso e furibondo, sogno a occhi aperti cosa gli farei, sento già le sue urla di dolore e il suo implorare. 

Se adesso incrociassi qualcuno, temo di non riuscirei a trattenermi e sfogherei la mia rabbia su di lui.

Il campanello all’ingresso del mini market mi sblocca da quelle oscure fantasie. Di nuovo in questo posto, tra questi stretti scaffali che scruto nonostante ne conosca a memoria prodotti, marche e prezzi, le solite sei lattine di caffè pronto e infine lei. Oltre alle parole “grazie” e “prego” non ci siamo mai detti altro. 

Le allungo una banconota stropicciata e mi sembra di cogliere un sorriso mentre la raccoglie, anche questa notte il nostro consueto rito si sta compiendo, ma viene interrotto dall’entrata di due uomini con il volto coperto da passamontagna neri, che odorano di sudore, tensione e paura.

Il primo a entrare mi prende alle spalle e appoggia la lama di un coltello da cucina con il manico di legno sulla mia gola, il secondo mi supera, estrae una pistola e gliela punta contro, sbraitandole di consegnargli tutti i soldi. 

In quella situazione, la cosa migliore da fare è restare passivi e aspettare che tutto finisca, l’importante è che tutto non esca dagli schemi della normalità. Una rapina per pochi spiccioli, se lei collabora tutto finirà presto. 

I capelli continuano a nascondere la sua espressione, ma fiuto in lei rabbia anziché paura. Mentre con una mano estrae i soldi, vedo che porta l’altra sotto il tavolo, in cerca di qualcosa.

La gabbia inizia a scricchiolare.

Il suo movimento, per quanto sia rapido e naturale, viene notato dal rapinatore con la pistola. Trema e inizia a puzzare di terrore e istinto di sopravvivenza.

La gabbia si incrina.

Percepisco la pressione del dito sul grilletto, che aumenta tremante. Lancio un urlo per attirare l’attenzione su di me, il rapinatore che mi tiene in ostaggio si spaventa e affonda la punta del coltello nella pelle. 

La gabbia collassa in frantumi. 

Afferro il suo braccio e imprimo una forza tale da far sprofondare l’intera lama nel collo. Terrorizzato il rapinatore lascia la presa, ma continuo a trattenere il suo braccio. Con la mano libera, afferro il coltello e lo estraggo in un sol colpo. 

Il sangue schizza in avanti, il getto tende a raggrupparsi fino a formare un tentacolo, simile ad una frusta, indirizzato verso la pistola. La mano dell’altro rapinatore viene colpita e ferita a fondo, i tendini recisi non sorreggono l’arma che cade a terra. 

L’uomo ferito stranito mi fissa e si piscia addosso vedendo mutare i miei occhi, prima di fuggire terrorizzando consapevole di essere una preda. Lascio il braccio del suo compagno, mi volto verso di lui e la reazione è la stessa. 

Devo fermarli, hanno visto il vero me stesso e per questo non possono sopravvivere. Ottima scusa per calmare i morsi della fame. Anche lei ha visto, anzi, sta ancora fissando la ferita al collo che ha risucchiato il sangue fuoriuscito e si è richiusa. 

Anche lei è una minaccia alla mia normalità, ma è anche la ragione che mi ha spinto in quel luogo. E’ lei a scuotere il mio lato nascosto, a risvegliarlo e motivarlo a divorare il mondo attorno a se.

Le facili prede stanno fuggendo, non posso permetterlo. Scatto in strada e lascio che il mio corpo li rincorra. Le tracce che lasciamo rendono le cose fin troppo facili. 

Cercano di nascondersi, abbandonando la via principale e introducendosi in una laterale, Pensano di salvarsi, ma non sanno che riesco a fiutare il loro odore che impregna le mie narici. Sento il loro respiro affannoso, come se dovessero immagazzinare più ossigeno possibile. 

Non serve più correre, cammino con lunghi passi per non attirare l’attenzione anche se non ci sembra vi sia anima viva fuori di me, finché imbocco la stradina a mia volta, li sento grattare con le unghie mentre cercano di scavalcare un muro per nascondersi. Prede troppo facili.

 

Lei lo vede uscire e rincorrere i due ladri, rimane interdetta su quello che ha visto. Nulla che possa rientrare nelle sue conoscenze. Decide quindi di prendere l’arma fissata sotto il bancone, lo scavalca con un balzo ed esce a sua volta sperando di raggiungere lo strano ragazzo. Un colpo di pistola le permette di individuarlo con facilità.

 

Dannazione, non sono stato abbastanza veloce. Lo sparo è risuonato tra le pareti degli edifici più forte di una sirena, facendo partire gli allarmi di un paio d’auto dietro al muro. Rimanere rinchiuso ha limitato le mie capacità. Dovevo immaginare che entrambi fossero armati, invece mi sono fatto prendere dalla foga. 

Il bastardo è riuscito a impugnare la pistola, che teneva nella tasca frontale della felpa, l’istante prima che riuscissi ad affondare le dita nel suo torace per strappargli il cuore. Il dolore gli ha fatto contrarre ogni muscolo del corpo, compresa la falange sul grilletto.

Il proiettile è andato pure a segno, colpendomi nel fianco. Impreparato, sono stato rallentato ulteriormente lasciando il tempo all’altro di emettere un urlo di terrore e disgusto vedendo la sorte del suo complice, prima che riuscissi a strappargli le corde vocali. 

Non volevo ucciderli immediatamente, volevo mangiare i loro corpi pezzo per pezzo. La disperazione e il desiderio di morire insaporiscono la carne umana. Ma ormai è troppo tardi. Sono entrambi a terra, privi di vita e cosa peggiore è arrivata anche lei. E’ troppo tardi, per tutti. 

Sento la sua rabbia inondare quel piccolo vicolo. Mi volto a guardala, stringendo ancora in mano un pezzo di cartilagine, l’odore ferroso del sangue inebria i nostri respiri.

Ha raccolto i capelli con una larga fascia elastica, ma la luce fioca non mi permette di interpretare i suoi lineamenti. Distinguo dalla sua posizione, gambe leggermente divaricate e braccia distese davanti davanti a sé, che mi sta puntando un’arma contro. Era l’ultima cosa che volevo accadesse.

«L’ho fatto per proteggerti» le dico per scusare le mie azioni.

La prima auto della notte illumina con i fanali il vicolo per un breve attimo, riesco a scorgere la pistola che stringe sicura tra le mani, un calibro relativamente elevato per la sua stazza, deve essere allenata per sopportarne il rinculo. La parte terminale della canna ha la forma di una testa di gufo con il becco spalancato. Una cacciatrice, la situazione si sta rapidamente aggravando.

Ha visto il vero me stesso, il volto ricoperto di sangue denso, gli organi a terra sbranati e cosa stringo in mano. Odoro il dubbio aleggiarle intorno. 

La sento sussurrare «Iride e pupilla rosse, sclera nera con piccole venature rossastre» come se stesse ripassando delle nozioni imparate a memoria.

Si ode un suono molle e viscido quando lascio cadere a terra cosa stringevo in mano. «Scusa, mi sono lasciato sopraffare dalla fame» Devo abbattere le sue difese.

«Maledetto stronzo!» mi ringhia contro, «voi vampiri non siete altro che assassini!»

Non è una cacciatrice esperta se pensa che sia un vampiro, oppure siamo rimasti così in pochi che nemmeno veniamo catalogati come materia di studio. «Non volevo ti facessero del male…»

«Stronzate! Ero io la tua preda, loro sono stati solo un incidente»

«Non ho mai cacciato e dilaniato una preda, come oggi» la facilità con cui riesco a essere sincero mi stupisce.

«Allora come avresti fatto a sopravvivere?»

«Mi sono nutrito di cadaveri, di persone morte sole, di chi si è suicidato o di criminali di strada uccisi in risse o sparatorie. Sono una specie di spazzino della vostra società». E’ chiaramente inesperta, altrimenti uno dei due sarebbe già crepato, invece di star qua a chiacchierare.

«Ogni lunedì vieni da me per studiare il territorio» lo dice più per convincere se stessa. Anche se ho realizzato il vero motivo, non posso confessarlo, ma lei capirebbe se mentissi.

«Venivo per te. Vederti e sapere che eri sempre lì mi dava la forza per controllare la fame»

«L’unico futuro che possiamo condividere è la morte» la sento respirare irregolarmente, sta trattenendo delle lacrime.

«Le regole sono fatte per essere infrante. Se tu non vuoi uccidermi, non farlo. Io non ti ucciderò se non mi costringi» Devo far breccia nella sua corazza e conquistare la sua fiducia.

«Quelli non sono più cacciatori dal momento in cui si sono lasciati guidare dai loro sentimenti!» La rabbia che prova non è più rivolta a me.

«Ma sono persone vive ed è nella natura umana farsi guidare dai sentimenti e l’istinto». La sua barriera emotiva si sta rapidamente indebolendo. La pistola trema, la traiettoria si abbassa lentamente e la presa perde di vigore. 

Lentamente inizio ad avvicinarmi, lei si allarma cercando di riprendere la mira, non posso esitare e accorcio le nostre distanza passo dopo passo, fino a farmi toccare il petto dalla canna della pistola.

«Ferirei me stesso piuttosto che attaccarti e farti del male» Il mio gesto la disorienta.

Trovarmi a un passo dalla morte, mi provoca un’eccitazione nuova che stimola il mio desiderio di mordere, strappare, ferire e sentire la vita spegnersi tra le mie mani.

«Se non ti uccidessi disonorerei la mia famiglia» sussulta e inizia a piangere. Abbasso lo sguardo per nascondersi.

Soffoco le mie sensazione, riuscendo a chiederle «Chi dei tuoi genitori era un cacciatore?» con tono calmo e gentile.

«Hanno attaccato la nostra casa e ucciso nostra madre, incinta. Mancava meno di un mese che nascesse mia sorella. Hanno detto che dovevamo espiare le sue colpe»

«Tuo padre dov’era?»

«Era a caccia con mio fratello. Sono arrivati poco dopo, il primo a entrare è stato mio fratello, ma qualcuno si era nascosto in casa e l’ha attaccato alle spalle. Non potevo far altro che fingermi morta sotto il corpo di mia madre. Ho temuto di rimanere lì per sempre»

Alzo una mano e l’appoggio sulla sua nuca. Sento il suo battito e il suo corpo in tensione, mentre lei continua.

«Ho trovato nostro padre in cucina, seduto sulla sua sedia. Sono scoppiata a piangere e gli sono corsa incontro, ma lui si è alzato, mi ha abbracciato con così tanta forza da farmi male e poi mi ha allontanata. Ha estratto la sua pistola e me l’ha messa tra le mani, prima di voltarsi e uscire. Da allora non l’ho più visto»

Non mi aspettavo mi raccontasse davvero la sua tragedia, ricambiare sarebbe stata la mossa vincente. «Anch’io ho perso la mia famiglia. Volevano che uccidessi, ma non riuscivo a farlo. Desideravo una vita normale, ma loro mi dicevano che era contro le regole. Solo quando mia madre all’ennesimo rifiuto, in uno scatto d’ira, mi ha attaccato, ho capito che uccidere è necessario per sopravvivere.

Non credevo di essere così forte da riuscire a difendermi e sopraffarla, ma non riuscivo più a fermarmi. Ho infierito, ho iniziato a morderla e strappare la carne, le ho cavato gli occhi perché odiavo il suo sguardo che mi giudicava, le ho staccato la mandibola perché detestavo quel sorriso di vittoria, infine, le ho strappato il cuore e gliel’ho ficcato in gola»

La sua determinazione è crollata e con essa le sue barriere. Rialza la testa e mi fissa «cosa sei? I tuoi occhi sono… interessanti» La sua rabbia è svanita, uccidermi non è più la sua priorità, ora è curiosa di capire cosa io sia. 

Improvviso un leggero sorriso, «avrei preferito parlare di noi due in una situazione ben diversa»

«A me sembra la più adatta per soggetti come noi» risponde, lasciandomi stupito dalla leggerezza con cui ha pronunciato quella frase. «Ti ringrazio per la tua sincerità» si permette di confessarmi, consapevole che la nostra conversazione è terminata.

Un’altra auto svolta veloce illuminandoci proprio in quel momento, regalando una strana immagine di noi stessi, ma nell’istante in cui cala di nuovo l’oscurità il torpore della notte viene dilaniato da un bagliore assordante, poi tutto si sospende incerto. 

 

il suo indice ha premuto il grilletto, io ho estratto il coltello che avevo nascosto dietro la schiena. II proiettile mi ha colpito al volto, incidendo una profonda bruciatura sulla guancia e strappando buona parte del lobo destro.

Il suo movimento mi ha sorpreso, e la lama ha colpito una costola appena sotto il seno, non riuscendo a conficcarsi in profondità e raggiungere il cuore.

Emette due colpi di tosse e sputa a terra, qualcosa di denso è colato dalla sua bocca, ma lei è salda in piedi. Sento la sua sofferenza attraverso le mie mani a contatto con il suo corpo. Volevo donarle una morte più rapida e indolore e possibile.

La sua reazione è ancora una volta imprevedibile. Lascia l’arma, afferra le mie braccia e inizia a imprimere una pressione laterale, cercando di allontanarle. 

«Smettila» le ordino, «non farai altro che rendere la tua morte più dolorosa, morendo dissanguata. Lasciami mettere fine alle tue sofferenze»

«Scordatelo!» la sua forza aumenta d’intensità, anziché diminuire. Forse è l’adrenalina, la paura oppure l’istinto ad alimentarla. 

Il suo comportamento mi sta infastidendo, quindi, decido di mettere fine alle sue sofferenze. Tolgo la mano dalla sua testa e la sua opposizione si concentra sull’altro braccio, nel frattempo porto il palmo alla bocca, mordo e strappo il lembo di pelle tra pollice e indice. 

Stringo il pugno per riempirlo di sangue e infine riapro la mano di fronte al suo viso. Il sangue si solidifica diventano uno spuntone che le trafigge l’occhio destro, raggiungendo il cervello, per poi rientrare nel mio corpo rimarginando la ferita.

Le forze l’abbandonano, le gambe non la reggono e si accascia a terra, sostenuta solamente dal mio arto che ancora stringe l’arma nel suo costato. Vengo invaso dallo stesso sentimento che avevo provato dopo aver ucciso mia madre, un misto di tristezza, leggerezza, eccitazione e superiorità. I miei occhi si riempiono di lacrime.

La vita la sta rapidamente abbandonando ma lei non demorde. Alza il volto, mostrando il foro che la deturpa. Non riesco a trattenermi, voglio infierire su quel corpo indifeso. Afferro con entrambe le mani la sua testa, «Grazie» le dico e inizio a ruotarla lentamente in senso antiorario.

Le sue labbra si muovono ma non riesco a udire parola. Incuriosito, mi abbasso sempre tenendo il suo capo e avvicino l’orecchio alla sua bocca «dre… pa… dre…» un brivido mi attraversa la spalla, come se una presenza l’avesse afferrata.

La lascio e la sua testa cade a terra, rimbalzando duramente sull’asfalto. Raccolgo la sua arma, afferro il suo corpo per un braccio e lo alzo, mi porto sotto di lei e lo carico sulle mie spalle. Non voglio che una preda come lei marcisca, voglio cibarmi del suo ricordo. 

Nuovamente vengo illuminato da un’auto che sfreccia sulla strada principale e noto che non sono solo, come se fosse emerso dall’oscurità, di fronte a me si è materializzato un uomo coperto da un cappotto lungo che indossa una maschera di gufo.

Non ho nemmeno il tempo di realizzare cosa stia accadendo che una fredda lama attraversa i nostri corpi, tagliandoli entrambi in due sezioni, senza trovare alcuna resistenza. l’ultima cosa che riesco a udire sono le urla delle anime sofferenti, prigioniere della lama.

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Caribbean Caribù

Utente registrato dal 2017-11-12

Il caribù caraibico è un animale mitologico più dell'unicorno, infatti uno è noto a molti mentre l'altro è conosciuto solo da una piccola cerchia. Si diletta a creare racconti influenzati da mode passeggere, intrattenimento multimediale e sottocultura pop

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

Jack e Ginger Narrativa

Tempi Moderni Saggistica

From A to Z Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

90Peppe90 il 2018-01-02 11:49:46

La prima cosa che mi ha colpito, per quanto riguarda questo racconto, è stata l'immagine di copertina; dopo, il nome dell'autore, che non leggevo da tempo immemore.
Direi che è stato un piacere, ritrovarti, un ottimo racconto in chiusura dell'anno, che trova i suoi punti forti nella parte iniziale e nelle sequenze gore/splatter molto ben narrate e descritte. Efficace anche la parte finale, molto tesa e incerta, anche se le atmosfere dark che ottenebrano il lettore sin dalle primissime parole lasciano presagire un finale nero come la morte, forse anche di più, visto quello che poi, effettivamente, accade.
Leggendo mi è come venuta l'impressione che questo racconto appartenga a qualcosa di più grande, perciò volevo chiederti se è davvero così oppure, non so, se è tratto da (o ispirato a) qualche opera in particolare o è interamente frutto della tua fantasia?
Comunque sia, piaciuto.
Ciao, CC!

Caribbean Caribù il 2018-01-02 22:59:21

ciao Peppe, grazie per il feedback! Tutto quello che ho scritto è sempre un mix di ispirazione e creatività.



Questo racconto è uno spin-off della trilogia "buon sangue non mente" postata in passato in altri lidi... Non credo però ce ne saranno altri di questo tenore.



Come evoluzione del mio stile vorrei abbandonare il soprannaturale e le ambientazioni estere per riuscire ad approfondire i lati oscuri della realtà e localizzarla nei nostri territori.



Alla prox!


RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2018-01-07 12:27:05
Ciao e buon anno. Il racconto soffre un po' - ma non è colpa sua - dell'essere parte di un background fantastico non chiaro perchè, stando a quanto leggo, illustrato in racconti non pubblicati. Per il resto l'intreccio è buono, i personaggi vengono fuori bene, il ritmo è molto buono e le scene d'azione ben descritte. Piaciuto, ciao.

Caribbean Caribù il 2018-01-11 23:01:06
Ciao Rubrus e buon anno anche a te. Sono d'accordo con te infatti ero indeciso se pubblicarlo o meno, ma era un racconto inedito, per buona parte completo e volevo portare qualcosa anch'io in questo nuovo luogo entro il 2017.
Felice che ti sia piaciuto.
Alla prox!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
BigTony il 2018-01-11 10:09:20
Ciao. Unica perplessità è il racconto in prima persona fatto da un personaggio che alla fine muore, che dal mio punto di vista è poco realistico. Per il resto mi accodo ai commenti di Peppe e Rubrus: un racconto che mi è piaciuto davvero tanto per le atmosfere, le descrizioni, le scene di azione, anche se sa di incompleto. Leggerei con piacere anche il resto della storia in cui questa si inserisce.

Caribbean Caribù il 2018-01-11 23:12:45
Ciao BigTony! La tua osservazione è giusta e a dirti il vero non ci avevo nemmeno pensato... Ho fatto il possibile per slegarlo dai precedenti racconti ma in alcuni casi non potevo/volevo modificarlo più a fondo senza compromette certe dinamiche. Grazie per essere passato, sono contento che ti sia piaciuto. Alla prox!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Selanna il 2018-04-06 18:04:12
Un po' in ritardo, ma felice di tornare a leggere qualcosa di tuo! Lo stile è coinvolgente come tuo solito, riuscendo perfettamente a calare il lettore nell'atmosfera del racconto. Riesci sempre a farmi apprezzare un genere che, forse sbagliando, non sono solita leggere. Piaciuto! Un saluto, Viola (o, se preferisci, Eldeisiyr)

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO