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90Peppe90

Nera è l'anima

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2018-11-01 11:43:24

Finalmente esco dal letargo, quei tre mesi d’inferno nei quali mi riduco allo stato larvale, avvolto in un bozzolo di carne, sudore e svogliatezza. Il verde muore, il sole impallidisce, il vento prende coraggio e si fa tagliente come lame. Musica per le mie orecchie, l’imponente colonna sonora dei rombi e delle folgori, la furia di Thor che scatena il suo mitico martello, lo scroscio della pioggia gelida sulla pelle che mi fa sentire vivo, finalmente, di nuovo vivo; le precipitazioni che lavano via tutto, il torpore e l’intontimento e il sangue che chiama altro sangue, i nostri peccati che non saranno mai perdonati, mai dimenticati.
Sono allegro, felice e festoso quando gli altri sono depressi, lontani dalle loro schifose distese di granelli dorati e dalla calda spuma che s’infrange, lontani dagli scatti e dai flash, dalla pelle nuda e abbronzata, e i bianchi ghigni tirati che costituiscono la prova, l’ostentazione tangibile della loro realizzazione, della loro posticcia felicità da condividere con il mondo intero.
Sprizzo di vitalità, sguazzo sull’asfalto sdrucciolevole, sghignazzo nel silenzio e nella solitudine, corro sui tetti e osservo tutto dall’alto, la tetra, pallida marcia della calca che segue i suoi percorsi in attesa che torni quel sole che io desidero tanto spegnere per sempre, divorarlo per poi defecarlo nei più profondi meandri del fottutissimo creato.
Scivolo dentro le loro tristi vite, mandrie di animali meccanici dimentichi di possedere un’anima, quella stessa anima che strappo dai loro corpi, che godo nel veder fluire via da quest’ammasso di merdosa materia e sperdersi nel nulla cosmico più assoluto, vuoto e siderale.
E quanto sono vivi, in quegl’istanti!
È in quei momenti, in quei sospiri che precedono quello ultimo e fatale, che ricordano di essere veri, di essere reali, di essere vivi… quando ormai è troppo tardi, troppo tardi per rimediare, troppo tardi per restare. Ricordano di essere uno, di essere singoli e non ammasso informe che si avvolge e si rotola su sé stesso e nel fango, rovinosamente, mischiandosi in un’orgia di umori sgradevoli e piattezza vomitevole. È la paura, e, paradossalmente, è la morte a rammentare loro di essere vivi.
Ma è troppo tardi, è sempre troppo tardi.
Gli estesi branchi di animali meccanici proseguono nei loro pascoli ingrigiti e marcescenti, illudendosi che la vita sia mostrarsi e confrontare tra loro gl’insignificanti momenti delle loro insignificanti vite, catturati da numeri che scorrono dietro una fredda superficie luminosa; annullare sé stessi, annullare ciò che sono, la loro individualità, il loro io, per… niente. Per un’illusione. Per una falsa parvenza di vita. Essere qualcun altro, qualcos’altro, pestarsi o ignorarsi l’un l’altro, per la maggior parte delle loro vuote esistenze al solo scopo di quell’attimo, quel misero istante di apparente realizzazione.
Ma ci sono io qui. Lì. Dovunque.
L’ombra che si allunga sotto i loro piedi, la nera nube che incombe sulle loro teste, sospesa come la spada di Damocle, il mostro dietro l’anta dell’armadio, la nera mano che si tende da sotto il letto, il giudizio che piove dal cielo, il passo oltre la linea gialla, il nodo che si serra al collo, lo squarcio che si apre nelle vene, il proiettile che viene esploso, il gelo e il buio, tutto ciò che loro temono e che, proprio per questo, li fa sentire più vivi.
L’uomo nero.
Il losco figuro dietro l’angolo.
L’estraneo.
L’incubo.
L’intruso.
Arrivo, in qualunque forma, quando le mie forze sono al massimo, e mi infiltro, infilzo e spezzo e taglio e squarto. Mi battezzo nel loro sangue e banchetto delle loro viscere e maledico le loro anime che si librano fino a scomparire.
Hanno tutto, sono vivi, ma vivono nel nulla.
E nel nulla tornano, per sempre, irrimediabilmente.
Perché è il nulla che meritano.
È il nero, che meritano, e nera è l’anima.
È me, che meritano.
Io, che provo disgusto per le cose che ritengono belle, per i loro sorrisi forzati, per le loro stupide illusioni, per il loro voler sbandierare un’allegria che non esiste, per la luce e per i colori dei quali si ostinano ottusamente a circondarsi al disperato scopo di colmare il monotono bianco che li riempie e li acceca.
Io, che torno sempre più forte, sempre più spietato, sempre più cattivo. Io, che prospero nell’omicidio e nel suicidio, che credo fermamente nello sterminio e nel genocidio, nell’efferatezza e nelle più abissali profondità del mio nero spirito. Della mia nera anima.
Io, che sono tutto ciò che loro temono e disprezzano.
Io, che vengo dal nero e nel nero faccio ritorno, e li trascino con me.
Io, qualunque cosa sia, tutto e niente.
Io.

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L'AUTORE 90Peppe90

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Rubrus il 2018-11-02 08:48:53
Ehmmmm sì. Concordo con l'occhiello. Però qui è autunno da un po', anche se comunque in ritardo.

90Peppe90 il 2018-11-06 16:18:58
Questo racconto ha una storia "travagliata": concepito nell'estate del 2017, mentre leggevo un fumetto di Spider-Man dal titolo "Back in Black" ascoltando l'omonima canzone degli AC/DC, doveva essere un noir dal titolo "Back in noir". Poi è diventato qualcos'altro e il titolo è cambiato in "Black is the soul", altro riferimento al rock, e infine è cambiato ancora, in questa cosa qui, e il titolo l'ho semplicemente tradotto. Avevo pensato di usarlo come una sorta di "testamento" di un serial killer catturato o ucciso dalla polizia, ma poi ho preferito lasciarlo per com'è, senza costruire nulla intorno. È rimasto in archivio per almeno un anno, perché non mi convinceva pienamente (e a quanto pare non convince nemmeno te), e con le prime giornate veramente autunnali - che sembrano già essere finite, quaggiù - ho avuto l'istinto di pubblicarlo. Ciao, Rub!

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Mauro Banfi il Moscone il 2018-11-04 07:50:43
Un pezzo bello e terribile, alla Michelangelo per intenderci, che ci porta dentro nei nostri tempi di individualismo di massa, di ipertrofia dell'Ego, nell'Egocrazia, il nuovo mostro del terzo millennio. E purtroppo il tutto avviene in automatico, senza la consapevolezza data da un racconto come il tuo. Nel suo per me fondamentale "The Game", Baricco parla di un altrettanto terribile paradosso dell'individualismo di massa, in un libro che tenta finalmente (dopo Homo Interneticus di di Lee Siegel) di portare l'autocoscienza nella civiltà informatica, che ovviamente predilige la "spontaneità virtuale" dei videogiochi. "L'individualismo è sempre, per definizione, una postura contro: è sedimento di una ribellione, ha la pretesa di generare un'anomalia, rifiuta di camminare nel gregge e cammina in solitudine in controsenso. Ma quando milioni di persone si mettono a camminare in controsenso, qual'è il senso giusto della strada?" (Pag.215, The Game di Alessandro Baricco, edizione Einaudi). Continuo a ripetere la stessa tesi che espressi decenni fa al liceo classico: la civiltà post-moderna (allora, ingenuo, la chiamavo consumistica, ma qua siamo oltre il consumismo, siamo nell'egocrazia indifferentistica globale) è per tanti versi una civiltà nietzscheana senza averne per il 99% la consapevolezza (perchè Nietzsche bisogna fare la fatica di leggerlo e non è un videogioco): ha abbracciato con gioia ebete e ignorante le conseguenze dell'opera dissolutrice degli idoli di Nietzsche, senza averne seguito il ragionamento che l'ha portato lì. Terribile. Il problema è che sembra farlo, dall'inizio della rivoluzione informatica, con assurda spensieratezza, vale a dire dando per scontate e "non comprese" le trovate delle "conquiste" intellettuali sovversive, per nulla ovvie e già date al pensiero di Nietzsche. E senza capire a che cosa servono, senza saperne fare alcun uso. Esempio diventato ormai classico, tratto dal libro "Della realtà" di Gianni Vattimo? La famosa citazione di Nietzsche, perfettamente pertinente con questo post, recita riportata in toto: "Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni: e anche questa è solo un'interpretazione." Ecco, nell'egocrazia imperante di Facebook e di Instagram e di altre cagate simili viene usata (inconsapevolmente, da milioni d'ignoranti) solo la prima parte della citazione: la seconda viene negata dai pochi (penso saremo dieci in Italia) che l'hanno letta per sbaglio. E pertanto tutti pensano che la loro interpretazione sia il totalitarismo (con i gulag) di Stalin. Proprio perchè non legge e non studia (né Nietzsche e né tantomeno Heidegger, che è l'unico che ha risposto ai problemi visti e studiati da Nietzsche) la nostra civiltà è intrappolata nel nichilismo passivo e nemmeno sa che cos'è perlomeno quello attivo, figuriamoci trovare la via d'uscita dal nichilismo. E allora, riprendendo Baricco, qual'è il senso giusto della strada oggigiorno, o meglio, come si esce dal nichilismo passivo? Per liberarci dall'attimino preconfezionato, dal cocciuto immanentismo in cui ci sta imprigionando questa nuova tecnocrazia senza anima e senza pensiero occorre praticare la condivisione, la trascendenza in vita e nell'aldiqua e frequentare quelle zone di confine del Game, come le chiama ottimamente Baricco, come Netflix, dove comunque l'arte del cinema non è morta (e infatti hanno chiuso le videoteche ma non i cinema) o come Kobo (si leggono tanti libri digitali ma i cartacei non sono morti), o come il Vinile (miliardi di mp3 non hanno ammazzato gli anziani LP) o come Parole Intorno Al Falò, che sta nel Game ma cerca d'iniettargli dosi di sano umanesimo. Il Game ha un bisgno fottuto di umanesimo, ma, come ben scrive Baricco, l'umanesimo deve colmare un certo ritardo - dovuto a ignoranza e mancanza di consapevolezza per troppo snobismo - e raggiungere il Game sul suo stesso terreno. L'Uomo non è stato fatto per il web, ma deve - e lo deve volere - fare il web. Stiamo tutti facendo questa Grande Biblioteca globale, una Biblioweb che non esiste e nello stesso tempo esiste ovunque. Dobbiamo farla noi e non farci fare. E' tutto qua, credo. Questo è l'ultimo senso di Parole Intorno Al Falò e di tutte le consapevoli Zone di Confine. Abbi gioia, fratello.

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Paolo Guastone il 2018-11-06 10:45:42
Un breve viaggio nei meandri allucinanti di una mente malata, che ancora cerca la sua dimensione. Come per il racconto precedente, anche qui noto una nuova "purezza" di stile che arriva, malgrado il tema trattato, a sfiorare la poesia. Proprio come piace a me. Bravo!

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Elisabeth il 2018-12-30 17:37:33
Peppe, sono in ritardo, ma mi sono presa del tempo in questi giorni per leggere. Eh allora mi hai messo addosso una paura. Bello, intenso, anzi intensissimo, sanguigno, viscerale, un volo in picchiata. Dannato, un miscuglio di pensieri e si avverte tutta quell'ombra nera sopra le nostre teste.. Insomma, bravo. E buon anno nuovo. Quest'anima non si può salvare.

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