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Stupratore occasionale

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2017-11-14 16:36:03


Stupratore occasionale

 

«Mi sembra un sogno… non finirò mai di ringraziarti. Ti sarò eternamente grata» diceva una commossa Gabriella, abbracciando Aldo.

«Mi sono speso, sai, per farti avere il posto da direttrice di filiale…» ribadì il concetto Aldo, tamburellando con la penna sopra ai fogli. «Ora manca solo la mia firma.» Indicò il divano in pelle nera nell’angolo dell’ufficio. «Sediamoci un attimo» aggiunse alzandosi dalla scrivania.

Gabriella tentennò, osservandolo con sguardo fra il timoroso e l’interrogativo.

Aldo le prese la mano. «Non avere paura» la rassicurò con tono e sguardo da lupo affamato.

In quel preciso istante nella mente di Gabriella scorsero le immagini delle battute a sfondo sessuale scambiate con il potente dirigente dell’istituto bancario nel corso di tre lunghi anni di lavoro gomito a gomito. E allora comprese che, quello che per lei era sempre e solo stato un divertente e stuzzicante gioco delle parti, per Aldo lo era stato, forse solo all’inizio. «Ti prego, Aldo… non lo fare… non voglio» lo implorò con voce tremula.

«Non vuoi, cosa?» domandò sorpreso Aldo. «Avanti, siediti!» aggiunse imperioso, trascinandola verso il divano.

«Potrebbe entrare qualcuno» provò a giustificarsi timidamente.

«Non dire cazzate!» proruppe Aldo lasciandole la mano. «Lo sai benissimo che ho chiuso l’ufficio a chiave e ho dato ordine di non disturbarci!»

Gabriella si limitò ad abbassare lo sguardo.

Aldo sbuffò, indicò la scrivania. «Senti, Gabriella… manca solo una firma; la mia, su quelle carte. Ora, se come hai detto: mi sarai eternamente grata. Dimostrami la tua gratitudine... Ti sto chiedendo solamente di concludere quello che desideriamo entrambi da un bel po’.»

Gabriella sgranò gli occhi stupefatta. «Desiderato cosa… non comprendo… forse hai mal interpretato…» biascicò.

«Non trattarmi come uno stupido!» la interruppe alterandosi. «Ho interpretato benissimo i segnali che mi mandavi.» Si tacque un attimo, giusto il tempo per recuperare un tono pacato e proseguì: «A meno che… non ti stessi prendendo gioco di me, quando ci dicevamo quello che avremmo voluto fare. La qual cosa potrebbe mutare irrimediabilmente il mio giudizio, sino a spingermi a non mettere la mia firma su quel benedetto foglio. Cerca di capirmi, non lo farei per un fatto personale; ma bensì perché tradirei i miei principi, autorizzando la promozione di una persona verso cui nutrirei soltanto disistima.» Alzò un sopracciglio e le domandò: «E’ così? Mi stavi prendendo in giro?»

«Ma no. Che vai pensando…» provò a interloquire Gabriella.

«E allora basta chiacchiere! Vieni qui!» sbottò lapidario interrompendola, battendo la mano sul divano dove si era nel frattempo accomodato.

 

Gabriella, seduta con la schiena dritta, rigida e fredda come un pezzo di ghiaccio, avrebbe voluto urlare mentre lui le accarezzava le cosce. Avrebbe voluto, ma non lo fece; travolta da una smodata ambizione di successo, consapevole che da quell’incontro sarebbe dipeso il suo futuro, soffocò una volta di più vergogne e timori in fondo all’animo e accettò supinamente, come aveva sempre fatto, le avances a sfondo sessuale del suo superiore. Solo che quella volta, a differenza delle precedenti, non si trattava di frasi più o meno esplicite, ma di mani sudaticce da lumacone che esploravano il suo corpo.

Ora quello che annusavano le sue narici non era più il gradevole aroma del dopobarba al sandalo; ma il ferino afrore di un rito selvaggio.

“Cinque minuti… devi resistere altri cinque minuti e poi sarà tutto finito” pensò chiudendo gli occhi stesa nuda sul divano, forzando lo schifo che provava sentendo il corpo caldo e sudato di Aldo adagiarsi sopra il suo.

«No! Non ce la faccio!» proruppe spingendolo via, mentre Aldo si apprestava a penetrarla.

 «E’ no, bellezza! Ora non puoi tirarti indietro» ringhiò Aldo digrignando i denti, spingendola con la schiena contro il divano. Poi, tenendola ferma con il peso del proprio corpo, usando le mani le allargò le cosce e portò a compimento lo stupro.

Serrando palpebre e labbra, Gabriella sopportò l’afrore di quel corpo sudato che si muoveva eccitato sopra di lei, pregando che tutto finisse al più presto.

 

«Visto, non è stato poi ‘sto gran sacrificio, fare l’amore» commentò rivestendosi un soddisfatto Aldo.

«Fare l’amore?» si domandò con voce rotta, senza guardarlo, mentre si rivestiva dall’altro lato del divano. «Neanche: fare sesso, si potrebbe definire. Tecnicamente, quello che hai fatto si configurerebbe come stupro! Non ti vergognare di chiamare le tue sporche prestazioni con il loro giusto nome» aggiunse in tono schifato.

«Beh, non esagerare adesso…» fece Aldo sorridendo a mezza bocca, portandosi dietro la scrivania. «Se non gradisci che lo chiami fare l’amore, e nemmeno fare sesso…» appose la sua firma sul foglio e, mostrandolo a Gabriella, concluse sarcastico: «Chiameremo quello che abbiamo appena concluso: un contratto chiuso con piacevole soddisfazione da ambo le parti.»

«Piacevole un corno!» saltò su Gabriella incendiandosi in volto, avvicinando lo sguardo fiammeggiante a quello irridente di Aldo. «Tu ti devi far curare! Potenzialmente sei uno stupratore seriale… dammi retta: fatti vedere da un bravo psichiatra.»

Aldo la guardò allibito: una simile reazione non se la sarebbe certo aspettata. Riordinò le idee e replicò con il solito tono sarcastico: «Stupratore seriale, non mi sembra consono… caso mai: stupratore occasionale. Visto che è stata la prima, e temo anche l’ultima volta che mi adoprerò per aiutare un’amica.»

Gabriella piegò la bocca schifata. «Non esistono stupratori occasionali… ma solo luridi maiali» sentenzio, prima di avviarsi verso l’uscita.

«Allora non mi rimane che darti il benvenuto nel club dei maiali! Ora che sei una donna in carriera, sono lieto di comunicarti che sei ufficialmente entrata a far parte del nostro porcile.» Corrugando la fronte fece correre lo sguardo lungo il tubino nero e poi sulle lunghe e sottili gambe ambrate da fenicottero. «Non rammento il nome della femmina del maiale… potresti delucidarmi, Gabriella?» le domandò ghignando, sventolando il foglio che certificava la sua promozione a direttrice di filiale; il primo scalino per raggiungere l’Olimpo dell’alta finanza.

Gabriella, stringendo la maniglia della porta si voltò. «Si chiama… scrofa» rispose mestamente, trattenendo a stento le lacrime. Poi uscì sbattendo la porta.

 

Prendere una donna con la forza aveva, risvegliando la bestia sopita nel suo io, procurato ad Aldo un godimento diverso, strano ma molto piacevole. Un piacere da non potere sicuramente esplicitare con la propria moglie che, fra l’altro, era anche in dolce attesa del secondo pargolo. Così si acconciò a esercitarlo con professioniste del sesso, definiamolo estremo, che accettarono di fingersi stuprate. Ma nonostante le suddette interpretassero splendidamente la loro triste parte, non riuscirono certo a esprimere tutto l’orrore che porta seco un vero stupro. Consapevole che per loro, se non routine, quello sarebbe stato solo uno sporco lavoro che qualcuno, per la vile pecunia, lo doveva pur fare, il ripiego escogitato non lo soddisfece. E quello contribuì, dopo un paio di stupri o presunti tali a pagamento, a far sì che riuscisse a contenere la bestia scalpitante dentro il proprio recinto mentale; dandole in pasto solo fantasticherie su avvenenti ragazze incrociate per strada piuttosto che in ufficio o in qualche locale.

 

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Erano trascorsi ormai più di dieci lunghi anni, e il recinto mentale dentro il quale aveva rinchiuso il suo inconfessabile erotismo malato, pur con qualche preoccupante scricchiolio, era riuscito a contenere la scalpitante bestia.

Ora Aldo era un cinquantacinquenne soddisfatto della posizione sociale raggiunta. “Cosa desiderare di più dalla vita?” si domandò osservando con sguardo amorevole la figlia, Marisa, spegnere le dieci candeline sulla torta il giorno del suo compleanno. Figlia che, unitamente alla moglie quarantacinquenne, Susanna, e al figlio quindicenne, Arturo, era giunta a completare un quadro famigliare praticamente perfetto.

 

«E’ buio, c’è nebbia e fa pure freddo; faresti bene a rimandarla, la tua corsetta» lo consigliò l’apprensiva Susanna, osservando il parco dalla finestra dell’attico.

Aldo, ormai bardato di tutto punto, si avvicinò alla moglie, guardò contrariato la nebbia che era calata sulla città e sospirò. «Purtroppo, questa è l’unica sera della settimana in cui ho trovato un buco di tempo per infilarci l’oretta di jogging. D’altronde, l’autunno qui da noi non fa sconti… lo devi affrontare se non vuoi che sia lui a dettarti l’agenda.»

«Guarda che stiamo parlando soltanto di una stupida corsetta, non di una riunione del consiglio di amministrazione, eh!» ribatté sarcastica, mettendo su uno sguardo compassionevole. «Chi vuoi che vada a correre nel parco con questo tempo? Con il pericolo di essere avvicinato da qualche malintenzionato?» domandò preoccupata.

«Non c’è proprio niente di stupido, nel voler tenersi in forma» rispose accigliandosi. Poi infilò la mano nella tasca della tuta. «I parchi sono illuminati…»

«Scarsamente, direi» commentò Susanna interrompendolo.

«Convengo… scarsamente ma più che sufficiente per vedere qualche delinquentello e metterlo in fuga mostrandogli questa» proseguì traendo di tasca il revolver regolarmente detenuto.

Susanna sgranò gli occhi inorridita. «Oh, signore! Pure la pistola s’è portato!» sbottò spaventata mettendosi le mani nei cappelli. «Tu sei fuori di testa. Vuoi finire in galera? Lascia a casa quell’arnese, ti prego… se non vuoi farlo per me, fallo per i tuoi figli» lo implorò.

Aldo sorrise e come tutta risposta le assestò un gran bacio sulle labbra, prima di salutarla, dicendo: «Lo sai che mi tranquillizza averla con me, quando vado a correre di sera… Prepara l’idromassaggio per le dieci e, naturalmente, preparati anche tu. A dopo. Ciao, Susanna» concluse strizzandole l’occhio.

Susanna parve tranquillizzarsi. «Ciao, stupidotto… mi farò trovare pronta» sussurrò abbracciandolo, appoggiando la guancia sullo sterno del suo uomo.

 

Aldo era solito correre almeno tre volte alla settimana, per un’ora e a un buon ritmo, lungo i vialetti di uno dei due parchi che circondavano il quartiere signorile dove risiedeva. L’allenamento costante, e la predisposizione genetica, gli aveva permesso di conservare, oltre a un fisico asciutto e prestante, l’aspetto giovanile di un tempo: dimostrava tranquillamente una decina di anni in meno di quelli dichiarati all’anagrafe.

Ma quella settimana, complici gli impegni lavorativi, non era ancora riuscito a trovare un’ora libera da dedicare al suo hobby. Così, visto che all’indomani sarebbe dovuto volare a Londra e restarci per ben tre giorni, gli era rimasto solo il venerdì sera da sfruttare. E, naturalmente, non avrebbe rinunciato a quell’unica possibilità, nemmeno se fosse venuto giù il diluvio universale.

 

Appena in strada, tirò lo scaldacollo fin sopra la bocca per proteggersi dall’umidità e iniziò a correre, dirigendosi verso il parco più vicino: quello a sud.

La visibilità dentro il parco, complice le rade lampade d’illuminazione lungo i vialetti interni, era ridotta a poco più di dieci metri; il che, insieme al suono ovattato dei passi, fece sorridere Aldo. “E’ come essere dentro uno di quei film horror di quarta categoria… manca solo il pazzo che salta fuori da dietro un albero con una maschera di lattice brandendo un coltellaccio e sarebbe perfetto” pensò.

Davanti a lui, attraverso la foschia si palesò una figura che procedeva nella sua stessa direzione. Aldo, quando riconobbe le forme racchiuse nei leggings neri lunghi fino a metà polpaccio, per evitare di raggiungerla e poi superarla, rallentò il passo e mantenne la distanza.

“Eccola lì, la mia ossessione”, pensava tenendo lo sguardo sulle natiche che si muovevano assecondando i passi.

La sua ossessione era una ragazza di ventidue anni che gli capitava d’incontrare quando andava a correre nel parco sud; in quei frangenti, rimanendo a distanza di sicurezza, mentre con occhi famelici osservava i leggings che copiando fedelmente le forme dividevano due glutei da urlo, progettava di spingerla dietro un cespuglio e di possederla con la forza. La bestia era stata sul punto di prendere il sopravvento sulla ragione un paio di volte, ma alla fine, grazie anche ai runners presenti sul percorso e alle rare telecamere posizionate sui pali dell’impianto d’illuminazione, era riuscito a trattenerla.

Ma quella sera nebbiosa, che avrebbe sicuramente accecato le telecamere posizionate dentro il parco deserto, pareva il palcoscenico ideale per scatenare la bestia e mettere in scena la sua orrorifica rappresentazione.

Non aveva bisogno di studiare un nuovo piano: bastava quello immaginato sino all’esasperazione le altre volte che l’aveva seguita. Conosceva alla perfezione i vialetti che avrebbe percorso e il punto isolato dove aggredire la preda.

La seguì in silenzio per altri cinque minuti; quando raggiunsero un leggero declivio tirò lo scaldacollo fin sopra il naso, impugnò il revolver e allungando il passo le piombò alle spalle.

Serrandole la mano attorno alla bocca e puntandole la canna alla tempia, avvicinando la bocca all’orecchio di lei mormorò: «Stare zitta e non voltarti…» imitando, malamente, l’accento dell’est europeo. «Se tu fare brava con me… tu non morire… capito?»

La ragazza, sgranando gli occhi agghiacciati, fece cenno di sì con la testa.

«Ora tu prendere telefonino e buttarlo via… fare presto!» ordinò concitato, spingendo la canna contro la tempia.

La ragazza trasse lo Smartphone dalla custodia fissata sull’avambraccio sinistro e lo gettò lontano.

«Vai lì!» disse ancora Aldo, spingendola dietro una macchia di arbusti. Poi la fece sdraiare prona e, tenendole la canna del revolver puntata contro la nuca, le strappò i leggings. «Allarga gambe se non vuoi io sparare te» proseguì mentre abbassava i pantaloni della tuta.

La ragazza eseguì senza fiatare. Allora Aldo le salì sopra da dietro. «Se tu urlare io ti sparare in testa, ricorda!» l’avvisò prima di procedere, terrorizzandola ulteriormente. Serrando le labbra lei si trattenne dall’urlare: solo qualche contenuto singhiozzo sfuggi al suo controllo. Quel che accade dopo, fu soltanto piacere bestiale per lui e un doloroso, indelebile orrore per lei: orrore che le si sarebbe riproposto intatto nel tempo.

«Ora tu non voltare, stare lì ferma e non urlare… se io sento muoverti o urlare, torno e sparare a te… capito?» la avvertì facendole sentire la fredda canna del revolver sul collo, a conclusione della sua folle rappresentazione. Lei biascicò un quasi incomprensibile: «Sì» coperto dai singulti, mentre lui si tirava su i calzoni della tuta prima di correre via.

La ragazza rimase lì, tremebonda e terrorizzata, mezza nuda con la faccia nell’erba e il corpo scosso dai singulti. Piangeva, ma la paura che voltandosi o urlando se lo sarebbe ritrovato alle spalle, la trattenne lì per cinque minuti buoni. Il tempo bastante ad Aldo per lasciare il parco e dirigersi con il cuore in gola verso casa.

“Cazzo! Cosa mi è preso… devo essere impazzito” pensava ansimando, stringendosi la testa fra le mani chiuso dentro l’ascensore. Temendo che la ragazza, o qualcun altro, avesse avvertito le forze dell’ordine, aveva corso a perdifiato sin dentro l’androne del palazzo.

Mentre le porte dell’ascensore si aprivano all’interno del superattico, Aldo diede un rapido sguardo all’orologio. “Le dieci… in perfetto orario» pensò sentendosi ormai al sicuro.

«Ciao tesoro» lo salutò sorridendo Susanna, andandogli incontro. Ma già al primo sguardo mutò decisamente atteggiamento. «Che ti è successo? Sei stravolto?» gli chiese in tono preoccupato.

Aldo comprese che non doveva avere un gran bel aspetto, e prima che lei si mettesse a fare domande imbarazzanti, trovò una scusa plausibile che, oltre a giustificare il suo stato, gli avrebbe procurato un futuro alibi nel caso all’indomani la notizia dello stupro dentro il parco sud fosse giunta all’orecchio di Susanna. «Sono andato a correre al parco nord. Così per non lasciarti in pensiero, ho corso come un matto per arrivare a casa in tempo.»

«Potevi anche avvertirmi con il cellulare e prendertela comoda. Non hai più vent’anni; guardati lì, sembri uno straccio» lo redarguì bonariamente Susanna.

«Ma quale straccio!» esclamò pimpante, abbracciandola. «Sapevo che la mia bella mogliettina aveva preparato l’idromassaggio, e non vedevo l’ora di tornare a casa.»

Susanna, baciandolo con trasporto, sussurrò: «L’idromassaggio… è pronto… io… lo sono anche di più!»

Così, nonostante stress e stanchezza avessero spento ogni residuo desiderio, per salvare le apparenze si vide costretto a usare il suo lato erotico presentabile per non insospettire la moglie.

 

“I quotidiani non riportano nulla, nemmeno sulla pagina regionale” pensava sfogliandoli nervosamente a bordo dell’aereo. Gettò lo sguardo accigliato lungo la carlinga. “Potrebbe anche darsi che, essendo già in stampa quando la notizia fosse giunta in redazione, non avessero avuto il tempo materiale per pubblicare l’articolo sul giornale” ipotizzò. Piegò i giornali, appoggiò la testa allo schienale e, chiudendo gli occhi, rifletté: “Inutile farsi delle paranoie, ora. Quando arriverò in albergo chiamerò Susanna e capirò come stanno realmente le cose. Quel che è certo è che una roba del genere non dovrà mai più ripetersi… ho rischiato grosso, ieri sera.”

 

Tre ore dopo, quando la chiamò dalla camera dell’hotel, Susanna lo informò che la sera precedente c’era stato uno stupro all’interno del parco sud; e questo sul momento lo preoccupò leggermente. Poi, quando lei lo redarguì, dicendogli: «Hai visto che avevo ragione a preoccuparmi…»

«Preoccuparti?» la interruppe trattenendo il fiato.

«Sì. Preoccuparmi, testone! Rifletti un attimo: se invece che andare a correre al parco nord, fossi andato in quello sud; avresti potuto vedere quella povera ragazza trascinata in un cespuglio da un extracomunitario, e magari per difenderla avresti usato la pistola, finendo in guai grossi! Nella peggiore delle ipotesi ti saresti pure dovuto difendere da un’accusa di omicidio volontario.»

Aldo trasse un lungo sospiro di sollievo. «Sospettano di qualcuno in particolare?» le chiese poi.

«Mah, nel quartiere pensano a uno di quei nordafricani senza fissa dimora che bazzicano nei parchi.»

“Pensa te… ed io che mi ero speso per imitare alla perfezione l’italiano contaminato di un clandestino romeno… si vede che la mia interpretazione non è stata memorabile… va beh! Ce ne faremo una ragione” pensò sorridendo, prima di promettere alla moglie che non sarebbe più andato a correre con il revolver in tasca.

Posando lo Smartphone sul comodino dopo averla salutata, si guardò il dorso della mano. «Ma come ha fatto a scambiarmi per un negro? Non ha notato che la mano che le serrava la bocca era chiara?» si domandò ridendo. Si sdraiò sul letto con le mani intrecciate dietro la nuca e si rispose: «Si vede che il buio e lo spavento l’hanno mandata in confusione… meglio così. Mi è andata di lusso.»

 

Le indagini sullo stupro, svolte nell’ambiente dei clandestini, si concluse con un nulla di fatto. E il clamore su quanto successo al parco sud andò scemando in fretta, lasciando spazio a stupri e rapine di più recente esecuzione.

Aldo, invece, stava ancora combattendo contro la sua bestia. Un paio di volte era stato sul punto di soccombere, ma rammentandosi del grosso rischio corso quella sera, alla fine era riuscito a ricacciare l’istinto predatorio dentro di sé.

Erano passati più di quattro anni ormai; ora Aldo si sentiva abbastanza forte da non cadere preda del suo istinto bestiale. Era sicuro che mai e poi mai avrebbe aggredito un’altra donna incontrata per caso fuori da casa… Già, ma dentro casa?

    

                                       ***************************************

 

«Niente corsa nemmeno stasera?» domandò Susanna.

«No, mi sento stanco» rispose Aldo stravaccandosi sul divano.

Susanna osservò preoccupata le profonde occhiaie scure. «E’ quasi un mese che rientri, ti butti ammutolito sul divano e rinunci alla tua amata corsetta nel parco… Sei sicuro di stare bene?»

«Sì, sto benone. Non ti preoccupare. E’ solo lo stress dovuto al superlavoro per quell’acquisizione che ti dicevo. Fra un mese, quando dovrebbe tornare tutto quanto nella norma, riprenderò ad allenarmi» replicò infastidito, provando a giustificare la sua apatia.

«Mah! Speriamo bene» fece Susanna, inarcando un sopracciglio. Aldo scrollò le spalle e chiuse gli occhi. Lei sbuffò. «Vado a preparare la cena.»

“Sì, ecco… è meglio” pensò Aldo.

 

Non poteva sicuramente confessarle il vero motivo per il quale si teneva alla larga dal parco. Cosa avrebbe potuto dirle? Che una sera aveva incontrato una ragazza, e questa le aveva chiesto se poteva correre con lui, perché temeva di fare brutti incontri dentro il parco?

O che la ragazza in questione si fidava vedendo in lui l’uomo maturo in grado di tenere alla larga drogati e reietti che frequentavano il parco; senza sospettare che quel signore così affabile, mentre correva di fianco a lei, faticava a trattenere dentro sé la bestia scatenata?

No, non lo poteva fare. Inoltre, ora che la bestia si era impossessata di ogni suo pensiero, ad aggravare la situazione era sopraggiunta, da quindici giorni, l’assegnazione di una nuova segretaria personale: una bellissima ragazza dai cappelli neri, con due occhi grandi color pervinca e un seno da urlo. Costringendolo, di fatto, a lottare contro il suo male oscuro anche dentro l’ufficio.

Oramai riusciva a dormire un paio d’ore a notte: capendo che stava perdendo la sua battaglia, si macerava alla ricerca della soluzione al suo problema.

 

“Dovrei rivolgermi a uno strizzacervelli… sì, ma poi, cosa accadrebbe? Ho lottato, e non è stato per niente facile raggiungere i vertici. Se la notizia si spargesse, ce ne sarebbero di avvoltoi qua dentro, disposti a farmi la festa. No, non me lo posso permettere” rifletteva tamburellando con le dita sulla scrivania, sgranando occhi dentro il generoso decolté della segretaria che, seduta di fronte a lui, gli leggeva una relazione.

«Lascia perdere, Luisa! Andremo avanti a domani!» la interruppe alzandosi dalla scrivania.

«Mah! Dottore, sono solamente le tre» ribatté allibita la segretaria, posando la relazione sulla scrivania.

«Ho un gran mal di testa, vado a casa a stendermi. Lascia pure la relazione sulla scrivania, andremo avanti domani mattina. Ciao Luisa» la congedò frettolosamente.

«Come vuole lei… le auguro di rimettersi, dottore» fece lei alzandosi a sua volta. Poi si voltò e si allontanò

“Non avrei resistito altri cinque minuti… sei bella, troppo bella e seducente, Luisa… e anche molto brava; la segretaria perfetta. Mi spiace, ma purtroppo dovrò mentire e dire che non sei all’altezza del compito. Ne va della mia salute mentale, cerca di capirmi” pensava guardandola sculettare sul tacco dodici mentre lasciava l’ufficio.

 

“Susanna dev’essere fuori” pensò parcheggiando la macchina nel garage condominiale, notando il posto auto della moglie vuoto.

«Una lunga doccia rilassante, è quel che ci vuole per spegnere i bollenti spiriti» disse entrando in casa, mentre allentava il nodo della cravatta.

Percorrendo il corridoio della zona notte, udì il suono ovattato di piedi nudi che battevano ritmicamente sul parquet. Notando la porta della camera di sua figlia socchiusa, accostandosi guardò, con fare indagatore, attraverso la fessura fra stipite e porta. “Sei una donna ormai… una splendida femmina” pensò, sorridendo ambiguo.

Gli occhi che la osservavano interessati dal pertugio, non erano gli occhi amorevoli di un padre; ma bensì quelli famelici della bestia che, ora, comandava il gioco.

Aldo serrò la mano intorno alla maniglia e, lentamente, spinse la porta.

Marisa ballava, in mutandine e reggiseno, ignara del pericolo; le sue orecchie, bombardate dalla musica Techno, non potevano udire il leggero fruscio della porta che lentamente si apriva; i suoi occhi, rivolti verso la finestra, non potevano vedere la bestia che aveva mosso il primo passo all’interno del suo innocente regno.

“Susanna!” realizzò riavendosi, udendo i tre scrocchi della serratura dell’ingresso. Allora riaccostò velocemente la porta della camera di Marisa e corse in bagno.

«Aldo?» chiamò Susanna.

«Sono in bagno, tesoro!» rispose, ruotando il miscelatore per far scorrere l’acqua nel lavabo.

«Ho visto la macchina in garage e mi sono preoccupata… è accaduto qualcosa in ufficio? Stai bene?» domandò avvicinandosi alla porta del bagno.

«Sì… sì! Benissimo, mi sono preso un paio d’ore di permesso…» la tranquillizzò. Si tacque un attimo, il tempo bastante per imbastire una scusa plausibile. «Ho deciso di riprendere gli allenamenti, mi preparo e vado a correre nel parco.»

«Hai fatto benissimo» confermò sollevata, prima di tornare nella zona giorno.

Aldo trasse un lungo sospiro. Lasciando scorrere a lungo l’acqua del lavabo si mise ad osservare il getto che, infrangendosi contro la ceramica si divideva in una miriade di goccioline, prima di ricomporsi e sparire, gorgogliando, dentro lo scarico. «Se potessi anch’io, sparire lì dentro… lo farei» mormorò. Si sciacquò vigorosamente il volto. “Cosa stavo facendo? Devo essere impazzito!” pensava nel mentre. «Quella è tua figlia! Sei un mostro!» sentenziò digrignando i denti, guardandosi allo specchio. Sputò contro la sua immagine riflessa e, stringendo il volto fra le mani, si mise a piangere cercando di contenere i singhiozzi per non allarmare Susanna.

“Chissà se una bella e lunga corsa, mi porterà sollievo?” si domandò asciugandosi il volto, realizzando che la scusa improvvisata per giustificarsi con Susanna, forse sarebbe servita allo scopo.

E in qualche modo gli tornò utile; corse per più di due ore, spremendo ogni residua energia dal suo corpo, e quando tornò a casa, la stanchezza accumulata prese il sopravvento su ogni altro progetto.

Almeno per una notte, il demonio dei suoi incubi reali lo lasciò tranquillo. “Ho dormito da Dio! Stamane mi sento un leone… niente grilli per la testa. La corsa si è rivelata un vero toccasana. Devo tornare ad allenarmi con costanza, se voglio riprendere in mano la mia vita”, rifletteva mentre si radeva, osservando il volto rilassato riflesso nello specchio.

 

Seduto meditabondo dietro la scrivania, guardando il cielo sereno fuori dalla finestra preannunciare l’aprirsi di un caldo pomeriggio primaverile, stava pensando di staccare un’ora prima per andare a correre nel parco. Si sentiva sereno, la bestia aveva smesso di tormentarlo. “Devo tenere la mente occupata, pensare allo sport o a qualsiasi altra cosa capace di allontanare ogni schifosa perversione… Sì, ce la farò! Ce la devo fare, se non voglio impazzire” rifletteva lisciandosi il mento.   

«Buona giornata, dottore!» esclamò allegra Luisa entrando, procedendo con ampie falcate in direzione della scrivania.

Aldo si voltò, e la visione di quel corpo statuario stretto in un abito che, copiandone fedelmente le forme, lasciava ben poco all’immaginazione, mandò a carte quarantotto i buoni propositi poc’anzi espressi.

Luisa si sedette davanti a lui, prese la relazione lasciata sulla scrivania il giorno prima e, aprendola alla pagina dove era stata interrotta, esordì. «Quando vuole, dottore.»

«Vai pure, Luisa» la spronò Aldo. Appoggiando i gomiti sulla scrivania, intrecciò le dita e, adagiando il mento sopra le nocche, fissandola nello sguardo si mise all’ascolto, interessato… un po’ troppo interessato per una semplice relazione, a dire il vero.

Osservava vocali e consonanti disegnarsi sulle labbra vermiglie e carnose, farsi parola e poi frase compiuta, e sentiva il sangue ribollire nelle vene.

Iniziò a sudare, allentò la cravatta; ora la voce leggermente strascicata, stuzzicandogli l’udito pareva un invito a osare l’inosabile. Allora, quando comprese che la bestia era tornata, decisa a piegare definitivamente la sua stoica resistenza, provò a volgere lo sguardo da un’altra parte; verso l’azzurro del cielo oltre la finestra. Ma il mento non ne voleva sapere di staccarsi dalle nocche, e gli occhi… andarono a posarsi dove ordinò la bestia: dentro la scollatura a V del vestito color cipria. E il seno, che muovendosi all’unisono con il respiro pareva giocare a nascondino, portò l’eccitazione alle stelle. «Scusa un momento» disse alzandosi.

Luisa si tacque e lo seguì con lo sguardo.

Aldo si levò la giacca, la gettò sulla poltrona e, uscendo da dietro la scrivania, se ne andò a stravaccarsi sul divano. «Lì fa troppo caldo, vieni a sederti qui» si giustificò, indicando la seduta alla sua destra.

Luisa tentennò.

«Che c’è? La relazione è terminata?» domandò accigliato.

«No… ci sarebbero ancora le conclusioni dei commissari…» fece appena in tempo a dire, prontamente interrotta da Aldo.

«E allora datti una mossa! Non ho tempo da perdere! Vieni qui… avanti!» la incalzò scocciato, con un tono che non ammetteva repliche.

Luisa, seppur di malavoglia, obbedì; si sedette sul divano badando bene di sistemarsi pressata contro il bracciolo alla propria destra, in modo da lasciare più spazio possibile fra sé e Aldo.

Aldo comprese i suoi timori, ma non se ne curò: ormai era l’altro sé stesso che comandava il gioco.

Mentre Luisa riprendeva a leggere, con un movimento repentino del bacino le si portò accanto. «Che c’è ancora?» sbuffò quando Luisa si ammutolì volgendo lo sguardo su di lui. «Vai avanti, continua a leggere!» la intimorì usando un tono imperativo, fissandola con due occhi che non promettevano niente di buono.

Luisa riprese a leggere, inciampano qua e là per l’angoscia.

Aldo, passandole un braccio dietro le spalle all’altezza del collo, iniziò a stuzzicarle il lobo dell’orecchio.

“Se faccio finta di niente, magari smette”, pensò Luisa, provando a resistere qualche attimo. Prima di prorompere: «Dottore! Cosa si è messo in testa?!»

Ottenendo l’effetto contrario di quello desiderato. Aldo grugnì qualcosa di incomprensibile, poi le si avventò addosso; le strappò il vestito portando allo scoperto un seno e iniziò a mordicchiargli il capezzolo.

«Aiuto! Aiutatemi! Mi sta violentando!» urlava con voce stridula cercando di liberarsi da quella presa da polipo che, ora, infilando una mano sotto la gonna le stava strappando il perizoma.

«Non urlare! ti piacerà, vedrai» ringhiava con la bava alla bocca, mentre gli assestava due potenti manrovesci.

«Mi ammazza! Aiuto! E’ impazzito! Aiutatemi!» continuava a urlare con la voce gutturale, mentre lui continuava a batterla come un fabbro per farla tacere.

Durò meno di due minuti l’inferno per la povera Luisa; il tempo necessario perché gli impiegati all’esterno, allarmati dalle grida, entrassero e la sottraessero alla furia cieca del suo stupratore.

Per fortuna di Luisa, Aldo, travolto dal desiderio di violentarla, nel momento di pianificare lo stupro si era scordato di chiudere l’ufficio a chiave.

Guardando il volto tumefatto di Luisa, impiegati e dirigenti rimasero agghiacciati. Dopo aver chiamato ambulanza e forze dell’ordine, il direttore generale chiese di restare solo con Aldo. «Sei finito. Lo sai, vero?» lo informò sconvolto.

«Lasciami solo, ti prego» disse con un filo di voce Aldo, seduto sul divano con il volto fra le mani.

Il direttore generale provò a interloquire. Ma Aldo ribadì la sua richiesta con più forza. «Lasciami perdere! Voglio restare solo! Devo riflettere! Vattene via!»

Il direttore generale sospirò. «Come vuoi. Hai dieci minuti scarsi: il tempo necessario perché arrivi la polizia.»

«Grazie, Romeo… sei un amico… chiudi la porta, ti prego» lo congedò con voce rotta.

Il direttore generale uscì e chiuse la porta alle proprie spalle. «State qua fuori. Se prova a uscire… fermatelo» disse agli impiegati che facevano capannello fuori dalla porta.  

 

Aldo si alzò dal divano, raccolse i fogli della relazione che Luisa aveva lasciato cadere a terra per difendersi e li sistemò sulla scrivania. Poi aprì la finestra, si affacciò e guardò giù, dentro il cortile interno. “Quattro piani… abbastanza per andare dritto all’inferno” pensò. Voltandosi si appoggiò con la schiena al davanzale. Osservando il maledetto divano dove tutto ebbe inizio molti anni prima rivisse il primo stupro. «Ma cosa sono diventato? Aveva ragione Gabriella: non esistono stupratori occasionali, ma solo le bestie, i maiali! Devo porre fine una volta per tutte a questo tormento. Se la bestia è dentro di me, la ricaccerò dentro l’inferno da cui è venuta.»

Guardò un ritratto racchiuso in una cornice d’argento, posto sopra un mobile di fianco alla finestra. Lo prese. «Vi amo… perdonatemi, se potete» implorò singhiozzando.

Baciò prima il volto della moglie, poi quello del figlio e infine quello della figlia. Strinse il ritratto sul cuore. Staccò leggermente la schiena dal davanzale. Con un colpo di reni prese lo slancio necessario a scavallare il parapetto e si lasciò cadere all’indietro, con gli occhi spalancati rivolti al cielo.

Pochi secondi e il selciato avrebbe raccolto i poveri resti di una vita buttata al macero.

 

                                                          FINE.

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90Peppe90 il 2017-11-14 18:09:55
Dunque, dunque, dunque... non so se si tratta di un racconto nuovo o di uno vecchio ma sono certo di poter dire che è la prima volta che lo leggo. Non è questo che importa, comunque sia. Quello che importa è la storia e la storia è narrata con uno stile che ormai è tuo marchio di fabbrica, inconfondibile, ed è una storia che si fa seguire in maniera molto coinvolgente. Una faccenda disgustosa all'interno della quale trova ottima collocazione la guerra interna fra la parte più lucida e razionale di Aldo e la sua parte più oscura e bestiale, in un tira e molla continuo, lungo anni, che comunica un senso di esasperazione e disperazione. E la guerra viene vinta dal male, dall'irrazionale, su tutta la linea. La scelta finale, a mio modo di vedere, ne è conferma. Alla prossima, Giancarlo!

Vecchio Mara il 2017-11-14 18:46:09
Il racconto è nuovo, è uno dei due che ho scritto in attesa che aprisse il sito. Avrei volto postare prima l'altro, un simil horror alla mia maniera; ti preannuncio il titolo provvisorio ma probabilmente definitivo: Apocalisse 2.0 Poi visto che lo stupro, nel mondo dello spettacolo ma non solo, è l'argomento del giorno, ho preferito postare questo. Che avrei voluto postare come: psicologia. Ma non essendoci il link ho scelto noir. E' una lotta interiore fra il bene e il male, fra Aldo e il suo io nero che ogni tanto riesce a prendere il sopravvento, Dici che ha vinto il male? Mah, non so io opterei per un pareggio. In fondo Aldo alla fine pur comportandosi da vigliacco rifiutandosi di combattere a viso aperto il suo io, in qualche modo riesce a disfarsene, seppur a carissimo prezzo. Sicuramente avrebbe vinto su tutta la linea se, quando comprese di non farcela da solo, avesse accettato di farsi aiutare. Ma l'orgoglio, la paura di essere additato a mostro per il resto dei sui giorni, ha fatto la differenza , purtroppo. Ti ringrazio
Ciao Peppe.

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Rubrus il 2017-11-15 14:09:50
Condivido quanto ha scritto Beppe. Occhio alla consecutio e alla punteggiatura: c'è una frase all'inizio che sarebbe meglio aggiustare, ma non mi funziona il tasto destro. In pratica, c'è un "fu" al posto di un "era stato".

Vecchio Mara il 2017-11-15 16:43:02
Credo di aver individuato quel "fu" ora lo vado a sistemare. Ti ringrazio per il commento e per avermi fatto notare l'errore.
Ciao Rubrus

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BigTony il 2017-11-23 08:58:45
Ciao Giancarlo. Hai raccontato in maniera molto efficace la storia della perversione che prende lentamente il controllo della mente e della vita di Aldo, fino a diventare una pulsione incontrollabile, disgustosa perfino per lui stesso, quando ritorna padrone dei suoi pensieri. La lotta interiore, inevitabile, termina con la resa definitiva e la scelta di chiudere il sipario con un salto nel vuoto, piuttosto che tentare un qualsiasi percorso di riabilitazione. Una lettura piacevole, con il tuo stile inconfondibile.

Vecchio Mara il 2017-11-23 16:04:28
Un uomo di potere come Aldo, che vedeva come un umiliazione intraprendere un percorso di riabilitazione. A quel punto, sentendosi ormai scoperto, non poteva che fare quella scellerata scelta. Secondo me, pensando solo al proprio onore e non al fatto che aveva comunque una moglie e dei figli che amava, riamato. Ti ringrazio.
Ciao Tony

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2018-01-22 13:56:10
Già...una povera vita gettata al macero. Questo e niente di più. Rimangono solo le tue belle parole a scrivere l'epilogo. Bel racconto, bella trama veramente scritta bene.

Vecchio Mara il 2018-01-22 22:56:18
Purtroppo di vite del genere gettate al macero, son piene le cronache, proprio oggi i notiziari hanno aperto con quel padre indegno che si è impiccato dentro una chiesa. Ti ringrazio.
Ciao Paolo

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