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Il treno, il bambino, il drago.

"VIRGOLETTE" Saggistica Saggistica

di Rubrus

pubblicato il 2017-11-08 15:09:23


Penso che tutti i Fedeli Lettori di Stephen King conoscano la faccenda del “compagno – di – giochi – investito – dal – treno – ma – non – lo – ricordo” che King tira spesso fuori alle interviste e che, secondo una psicologia spicciola, spiegherebbe perché nelle sue opere ci siano così tanti bambini (negli ultimi anni un po’ meno) e così spesso finiscano male.
A mio parere, dietro c’è anche una ragione tecnica non trascurabile – e a volte ho il sospetto che King racconti l’aneddoto del treno per non svelare un “trucco del mestiere”.
Un elemento centrale della storia del terrore o dell’orrore è il concetto di impotenza.  È naturale, se solo che si pensa che il racconto horror parla in definitiva e in via prevalente, anche se magari non esclusiva, della morte, davanti alla quale tutti siamo impotenti. Moriremo, e moriranno anche le persone che ci sono care, spesso prima di noi, e noi non possiamo farci niente.
A volte King esprime e rappresenta l’impotenza ricorrendo a una costrizione: personaggi immobilizzati a letto, o dentro una macchina, magari in balia di una qualche “bestia” o di un pazzo assassino.
Altre volte, e spesso, King esprime e rappresenta l’impotenza mettendoci nei panni di un soggetto inerme... e chi meglio di un bambino? King quindi non lavora o non lavora solo sull’oggetto – cioè sulla cosa la cui forza riduce il /i protagonista / i a una condizione di impotenza – ma anche sul soggetto. Un pericolo grave per un adulto diventa gravissimo, potenzialmente insuperabile, per un bambino e se noi, mentre leggiamo la storia, siamo quel bambino, l’effetto di “spavento” è moltiplicato. Già Shakespeare diceva che “solo ai bambini fa paura un demone dipinto”, quindi se il lettore torna bambino – e King nei suoi migliori romanzi ci fa tornare bambini grazie alle sue capacità empatiche (in particolare di immedesimarsi e di farci immedesimare) e alla sua abilità di scrittura – il demone di cui sopra gli fa davvero paura.
Il che mi porta alla seconda funzione che i bambini svolgono nei romanzi di King: aiutare il lettore a sospendere l’incredulità.
Un adulto non crede (o non riesce più a credere) ai mostri, ma un bambino sì. Eccome. Se il lettore torna bambino, quindi, farà meno fatica a credere ai fantasmi nei corridoi d’albergo, o a “cose” nell’armadio, o a vampiri che levitano fuori dalla finestra, o a voci che escono dallo scarico del bagno (tutta roba che un adulto non vede e non sente, ed è proprio quello che accade in “It”). Non solo: anche se il lettore non “torna bambino”, la simpatia – direi insita nel nostro codice genetico – per un cucciolo d’uomo ci porterà a solidarizzare con lui e quindi la sua paura diventa anche la nostra. Se poi il bambino si “mostrifica” sarà lui a farci ancora più paura di un analogo mostro adulto: le nostre certezze sulla purezza e l’innocenza dell’infanzia ne verranno scosse.
In questo modo King, a mio parere, risolve il grande problema di Lovecraft e cioè conciliare capacità terrifiche del mostro e sospensione dell’incredulità.
Lovecraft, partendo dall’assunto che i mostri del gotico e del folklore avevano fatto il loro tempo, ci provò parlando al cervello (le ragioni di questa scelta, i pro e i contro, meriterebbero un post a parte) e mirando a (sono parole sue) una “terribile e letterale serietà” e a una “oscura verosimiglianza scientifica”.
King, che si autodefinisce uno scrittore “emozionale”, ci prova parlando all’inconscio, ai visceri.
In questo, paradossalmente, King è più simile a Poe che a Lovecraft – e questo malgrado il buon Re non menzioni E.A.P. tra i suoi maestri. Nei racconti di Poe, a parte trovare (guarda caso!) un sacco di gente in condizioni di costrizione (sepolti vivi, buttati dentro un pozzo ecc), troviamo un sacco di persone “ipersensibili”, con sensi o sensibilità particolarmente acute, spesso espresse in termini di “pazzia”, che, come i bambini di King, percepiscono cose che un adulto ben inserito nella società borghese – capitalista – produttiva non coglie. La ragione per cui Poe non parla di bambini è puramente storica: ai suoi tempi, l’infanzia come stagione della vita non esisteva (il lavoro minorile, per esempio, era la regola), e neppure la psicologia: uno o era pazzo o non lo era, oltre non si andava.
Tornando a King, quindi, i suoi bambini riescono a far sì che, per un gioco di proporzioni e di immedesimazioni, i lettori sentano sulla propria pelle il terrore e l’impotenza del soggetto inerme che, direttamente o indirettamente è al centro della storia e si sentano altresì autorizzati a credere a ciò che, da adulti, sono educati, o sono abituati, o forse a volte obbligati, a credere impossibile. Ecco perché King non ha alcun problema a maneggiare tutto l’armamentario gotico – anche cinematografico e televisivo – che Lovecraft ripudiava: un bambino crede che quei mostri potrebbero essere veri, magari in agguato nel buio della sua cameretta dopo che papà e mamma hanno spento la luce e lo hanno rassicurato che i mostri, almeno quei mostri, non esistono... signori diciamolo chiaro e tondo: dire a un bambino “è solo frutto della tua immaginazione” non serve a niente. Il confine infantile tra immaginazione e ciò che noi definiamo realtà, molto spesso non esiste affatto.
Il che ci porta alla – a mio parere – terza ragione per cui l’infanzia è così presente in King, specie quello classico.
Prima, però, mi sia consentito spezzare una lancia a favore della narrativa dell’orrore.
In molta altra narrativa di genere c’è un patto col lettore ben preciso: il lieto fine. Non viene rispettato sempre, a volte c’è un prezzo molto alto da pagare, ma la storia finisce più o meno bene. Nel racconto dell’orrore, invece, questa relativa sicurezza non c’è. Iniziando un romanzo o un racconto dell’orrore non siamo affatto sicuri che il protagonista se la caverà e che i cattivi vengano scoperti e puniti e i buoni premiati e che la storia finisca bene.
Lascio al lettore decidere quale dei due approcci sia più realistico, suggerendogli di provare a dimenticare, per un istante, la presenza di elementi fantastici quali mostri, alieni e così via.
Tornando a King, è facile notare che spesso i bambini non sono solo le vittime, ma anche i solutori della vicenda.
Sovente si riscontra questo schema: il bambino vede e/o è vittima del problema, l’adulto lo nega, il bambino contribuisce all’azione e alla risoluzione, ma, nello stesso tempo, il problema ha visto l’adulto e se lo è pappato (in altre storie, al posto del bambino c’è l’artista oppure un “diverso”, comunque un “impotente”, ma anche questo meriterebbe un altro post).
Con questo King ci dice che chi non ha potere, e forse proprio perché non ha potere,(e quindi ne può trovare uno “alternativo” dentro di sé, magari a caro prezzo, magari perché è “folle secondo il mondo”) è colui che può affrontare e risolvere i mostri, laddove i potenti di questo mondo  soccombono. Questo perché, al di là del rassicurante registro delle nostre certezze quotidiane, vivono i mostri, e possono entrare nella nostra routine. Anzi, forse sono già entrati.  L’unico modo per sbarazzarsene, almeno per un po’, è, quasi evangelicamente, “essere come bambini” – che non è “essere bambini” perché il passato non torna. A mio parere questa è la ragione per cui la forma sensibile finale di It (deadlights a parte, ma lì siamo nel’innominabile e ancora una volta servirebbe un altro post) è un ragno. Non è solo un omaggio formale a Tolkien. Come Shelob viene sconfitta da Frodo e Sam e non da Gandalf o Aragorn, che pure sembrano più qualificati, It (“Mio Dio... è femmina!”) viene battuto, qui, su questa terra, dai Perdenti (ed ecco perché King, dopo “It”, non affronta quasi più il tema dell’infanzia: ha detto tutto quello che poteva dire e tanto di cappello alla sua scelta di non ripetersi adagiandosi sugli allori) . 
Il tema dell’infanzia si salda quindi a quello del macrocosmo / microcosmo. I bambini stanno agli adulti (e ai problemi della vita di adulto) come gli adulti stanno ai Problemi dell’Esistenza (notare le maiuscole): la morte, la vita e il senso di tutto. Problemi davanti ai quali siamo tutti impotenti. Dato però che tutti siano stati bambini queste realtà non sono separate, ma comunicanti in vari, misteriosi modi (uno è l’arte). E così come i bambini possono sconfiggere i mostri, lo possono anche gli adulti.   
Pertanto, non credo affatto che King ci abbia raccontato storie di bambini e di mostri perché, nei giorni della sua infanzia lontana, ha visto o sentito raccontare di un compagno di giochi maciullato da un treno e ha rimosso l’esperienza.
Potrebbe aver contributo, ma sono scettico. Possibile che, quando gli è stato riferito l’episodio, King non abbia saputo di chi si trattasse, o non l’abbia chiesto? (sì lo so, potrebbe averlo saputo e non averlo mai detto).
Dire che King ha raccontato storie di mostri e bambini per via di questo trauma è, a parte sminuirlo come scrittore, mettergli una comoda etichetta. È fare come quei personaggi che negano il mostro finché non se lo trovano davanti, giusto un istante prima di essere mangiati. Chi pensa così, merita di essere divorato dal proprio mostro personale – perché ce l’ha, ce l’abbiamo tutti.
Credo che King abbia raccontato storie di mostri e di bambini perché (ma non ce lo dirà perché nessun vero prestigiatore svela i suoi trucchi), come Chesterton, sa che le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Roberta il 2017-11-08 16:51:58
Passo di fretta solo per dirti che ho letto con grande interesse questo bellissimo articolo e ne condivido molte riflessioni. In particolare la frase conclusiva: è per questo che amo It e lo trovo molto più educativo dei Promessi Sposi ;-).

Rubrus il 2017-11-10 12:28:25
I P.S. soffrono di quattro handicap. Una lingua che è si è evoluta - ma non è colpa loro - un modo di raccontare che non ci appartiene più - oggi la famosa ironia manzoniana con l'autore che interviene e spiega ci pare insopportabile (a me per primo) - una certa diffidenza di Manzoni per il romanzesco - il fatto di essere insegnati a scuola. Quest'ultimo handicap è insuperabile.

Roberta il 2017-11-10 15:41:28
Ma soprattutto la morale, "il sugo della storia", non è più proponibile, mentre in It il messaggio è, per quanto riguarda il "male" concreto (vedi i bulli) che in tanti si può vincere, e per quanto riguarda il Male in senso più ampio, che ognuno ha le sue paure ("It sa cosa ti spaventa e te lo mostra") e solo guardandole in faccia e riconoscendone l'inganno possiamo combatterle.
Poi certo, c'è molto altro.
PS: C'è modo e modo di insegnare i P.S. a scuola: primo non è più obbligatorio, secondo si possono far "assaggiare" e poi si corregge il tiro: benché io non li ami, ho avuto una classe di 27 quasi tutte femmine appassionatissime e mi sono ritrovata a farlo tutto su loro richiesta...

Rubrus il 2017-11-10 16:40:24
Lì ti seguo fino a un certo punto. Stiamo parlando delle “maschere del male”. Ebbene pensa al passaggio in cui il Padre Superiore e il Conte Zio decidono l’allontanamento di Fra’ Cristoforo.
Innanzi tutto il linguaggio è, senza mezzi termini, mafioso. Il conte zio non dice assolutamente nulla di male su Fra’ Cristoforo, ma solo che egli è molto protettivo nei confronti di Lucia (la stessa logica di Don Abbondio e dei gentiluomini del ne quid nimis) e che, anche se sicuramente non c’è nulla di male, questa carità potrebbe essere vista come “pelosa” (quell’aggettivo è splendido) e quindi dare adito a pettegolezzi, perciò “troncare, sopire, padre molto reverendo, sopire, troncare”. Alla fine del discorso, quando ormai il Padre Superiore è convinto, il Conte Zio si lascia scappare che “purtroppo”, loro, vecchi, non hanno più l’età per certe cose. Manzoni dice che quel “purtroppo” è come vedere due attori sorpresi fuori dalla recita perché, improvvisamente, il sipario è caduto e loro appaiono, per un attimo, per come veramente sono, cioè (Manzoni non lo dice, ma non è difficile intuirlo) due vecchi sporcaccioni. Tra questo concetto e le maschere di It (Pennywise non è It, non lo ripeterò mai abbastanza) c’è una differenza più di forma e di struttura, che di sostanza. Il potere – e il male – è ontologicamente opaco o proteiforme. Poche pagine dopo, il portinaio del convento dei frati (mi pare Fra’ Galdino) cioè un semplice, direi anche in senso evangelico, dice ad Agnese, la quale chiede che fine abbia fatto Cristoforo, che il loro protettore è stato mandato a Rimini. Perché, non si sa. Se il potere dovesse dare conto delle proprie ragioni, dice il frate, che fine farebbe l’ubbidienza? Manzoni, ancora una volta, dice che il potere è opaco e che deve esserlo per rimanere tale. A me pare attualissimo. La stessa Provvidenza alla fin fine rimane un qualcosa di piuttosto indefinito; la definizione di Don Abbondio è la più precisa: “una gran scopa” che li ha liberati di Don Rodrigo. Tutto lì? A questa proposta segue l’opinione di Renzo e Lucia, sposi sì, ma in terra straniera – la bergamasca – (quindi il finale non è proprio ricchi premi e cotillons) che definiscono la fede né più nè meno che una “consolazione” – sarà il lettore, secondo me, a dire se magra o no. Certo è che i mali non li evita. Manzoni è chiarissimo, per bocca di Renzo e Lucia: contro il male nel mondo non c’è difesa, neanche la condotta più prudente del mondo serve. It può essere messo in scacco qui, sulla Terra, e per un po’ e a grande prezzo. Nelle dealights è tutto un altro paio di maniche ed lì che si trova la vera essenza di It. Tale essenza, benché non si tratti che di “un granello di polvere nella mente dell’Altro” non può essere sconfitta.

Roberta il 2017-11-10 21:34:32
Ok hai ragione, ho interpretato It a modo mio... Resto però dell'idea che non è tanto il fatto che sia studiato a scuola che rende odiosi i P.S, quanto le interpretazioni che lo appesantiscono: propinare a un quattordicenne di oggi la pappardella della Provvidenza è improponibile, e lo era anche venti o trent'anni fa. It alla fine avrà una morale non troppo dissimile, ma almeno è anche un romanzo sull'adolescenza, sulle paure, sui conflitti con i genitori o sulla loro assenza, sul bullismo, sull'amicizia, sulla solidarietà ecc. e un quattordicenne può trarne conforto e forza.

Rubrus il 2017-11-11 09:05:21
Se a scuola si dovesse studiare di preferenza quello che va incontro alle aspirazioni dei ragazzi avremmo corsi sull'uso dello smartphone o sul fantacalcio e nessun corso di matematica - o quasi. Purtroppo, obbligare i ragazzi a fare qualcosa vuol dire quasi sempre farglielo odiare, ma è inevitabile. Sulle interpretazioni ti do ragione. A scuola si studiano troppo spesso più le interpretazioni dei testi che i testi stessi. A proposito dei PS ricordo che, quando mi proposero l'interpretazione di Gramsci pensai "Ma quante fesserie dice, questo?" - e il pensiero mi colse più volte a proposito di altri libri e di altri argomenti. Infatti, finite le superiori, non scelsi lettere. Se si stesse più aderenti ai testi si scoprirebbero tante cose. Per esempio che - ma questa è una interpretazione da non addetto ai lavori - che, al di là delle forme, non sono pochi i punti di contatto tra testi lontani tra loro o tra narrativa di genere e narrativa "alta". Sia King, sia Manzoni, sia Tolkien, per tornare in topic, per esempio, si occupano di Provvidenza, solo che lo fanno in modo diverso - e il nostro modo non è nè "giusto" nè "eterno" - e con proposte diverse.

Roberta il 2017-11-11 19:16:52
Non intendevo dire che ci si debba ridurre ad andare incontro alle esigenze dei ragazzi, se non hanno niente a che fare con l'apprendimento e la crescita della persona, ma che si impara davvero solo se si entra dentro il testo, se lo si "vive". Questo può accadere con qualsiasi testo e con qualsiasi autore, se l'insegnante sa farlo vivere; ma è più facile se i contenuti toccano già le corde giuste.

Rubrus il 2017-11-12 20:30:42
Senza dubbio!

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2017-11-09 15:13:27
Un saggio molto interessante e degno delle tue capacità analitiche, che ovviamente si esprimono al meglio quando ti occupi del tuo ambito preferito: l'horror. Il considero Stephen Kin un grnd edella letteratura per vari motivi e aspetto che la critica seriosa si decida appeino a riconoscerne il valore: io gli darei perfino il nobel. "It" per me è un capolavoro, ma non ho osato andare a vedere il film, temo fortemente che sia mediocre, aspetterò di vederlo in tv, tanto non ho fretta. Bravo, ciao.

Rubrus il 2017-11-10 12:33:58
Il problema del film - e il motivo per cui non andrò a vederlo - è che divide in due parti nette gli episodi dell'infanzia da quelli della maturità, quando invece il senso del libro è proprio la loro intima connessione: tutto il resto, compreso il fatto che Tim Curry (come il clown del libro) riusciva ad essere buffo e terrificante, mentre Skaarsgard è solo terrificante e che tutto è spostato in avanti di vent'anni, sono lincenze cinematografiche anche legittime.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-09 15:28:40
“E quasi per sbaglio Eddie scoprì una delle grandi verità della sua infanzia: i veri mostri sono gli adulti.” - Stephen King, It Un saggio immenso, entusiasmante, che mi fa gridare al miracolo e alla voglia di leggere e studiare come la componenente più pura e innocente dell'essere umano. Basta dire che proprio nel momento del collasso di Neteditor stavo componendo un saggio "Quattro libri italiani su Stephen King", incentrato sul tema del Puer (e del correlato Senex) in King. Roberto, hai espresso talmente bene quello che andava detto che, per il momento - e per la troppa euforia- non aggiungo altro se non i titoli dei quattro libri in questione, che delizieranno il lettore per capacità d'introspezione e di ricognizione delle tematiche dell'infanzia in King: 1) L'infanzia nelle opere di Stephen King - 2013 Una buona notizia per tutti i lettori, lo potete scaricare gratuitamente in pdf a questo link: http://www.aiutamici.com/PortalWeb/eBook/ebook/Andrea_Gobbato-L_infanzia_nelle_opere_di_Stephen_King.pdf 2) La morale della favola-Il Bene e il Male in Stephen King - 2014 di Gianfranco Freguglia Editore: KKIEN Publ. Int 3) Il Lupo e Cappuccetto Rosso-Passeggiate nel bosco di Stephen King - 2014 di Gianfranco Freguglia Editore: KKIEN Publ. Int 4) La casa sull'albero - 1998 di Antonio Faeti Einaudi ragazzi Libro che sto proprio finendo di leggere in questo periodo, dove c'è un capitolo meraviglioso, "L'aura del Puer", dedicato al capolavoro IT. Leggere lo strepitoso saggio dell'aureo Rub, unito alle letture ulteriori di questi libri, si rende davvero necessario in seguito al clima lasciato dall'uscita del film di "IT", (opera non banale tutto sommato - anche se il libro è insuperabile -, e che ha il merito di far parlare gli spettatori e spingere i lettori a un'altra rilettura), e di spingere il lettore/devoto kinghiano a una considerazione che accomuna tutti i quattro libri sovracitati: Stephen King come il moderno Balzac o Dickens, l'ultimo Raccontafiabe dell'Occidente, che preso il testimone dai Fratelli Grimm e ha composto una delle più grandi "commedie umane ( e trascendenti)" della nostra Tradizione del fantastico. Grande Roberto: rendi un grande onore al neonato, Puer "Parole Intorno Al Fuoco". La freccia vola! E questo è il primo grande bersaglio colpito!

Rubrus il 2017-11-10 12:34:52
Grazie della bibliografia! mi sono già scaricato il primo.

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Mauro Banfi il Moscone il 2017-11-09 17:28:11
Devo aggiungere che King è anche come Kafka e Baudelaire, costoro non hanno obliato il senso del Sacro e del male e hanno perciò saputo guardare nella vita sino in fondo; autori che si sono negati alla consolazione di ogni fede, ma che sanno che cos'è la fede. I ragazzini di It lo sconfiggono perchè, a dispetto degli adulti indifferenti a tutto e a tutti - i neoliberali globalizzati e ipertecnologizzati di oggi - CREDONO NELLA SUA ESISTENZA. Sensa il senso del male non esiste il Sacro e non esiste la profondità della vita. Un adulto che smarrisce queste profondità è solo uno scimmione che computa algebra su una calcolatrice. Chi resta bimbo - nel senso profondo e non letterale: che sente il male e vede il Sacro - dopo i quarantanni, sviluppa la magia degli uccisori di draghi.

Rubrus il 2017-11-10 12:40:04
La "magia" del libro di cui parla la dedica è quella. Non ha nulla a che vedere col mambojambo o altre baggianate esoterico - estetico - tardoadolescenziali - è, direbbe Walt Whitman, il midollo della vita, il senso del sacro, la creatività, la dignità umana. Tutta roba che sappiamo benissimo cos'è finché non ci viene chiesto di definirla. A quel punto iniziano i guai perché si ha sempre di lasciar fuori qualcosa e farci entrare qualcos'altro che invece non dovrebbe starci.

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90Peppe90 il 2017-11-09 21:21:33
Embè. Hai dato voce a una serie di pensieri e riflessioni che, in qualche modo, avevano preso una vaga forma nella mia mente, andando avanti a leggere King, e ad altri pensieri e riflessioni che non mi avevano mai neppure sfiorato. Quando dico che King è un grande della letteratura (omettendo "dell'orrore") vengo spesso additato come un fanboy ma penso che più della metà delle persone che reagiscono così lo faccia per il semplice motivo che non ha mai letto NULLA di Stephen King e perché, magari, ha pure la puzza sotto il naso... la solita storia dello scetticismo che si riserva a questo genere letterario. Certo, dopo otto anni e ventisette libri letti (il ventottesimo, "Il gioco di Gerald", è attualmente in fase di lettura), è un po' difficile dire qualcosa fuori delle spoglie del fan. E sforzandomi di essere il più oggettivo possibile, non posso fare a meno di definire Stephen King un vero e proprio genio. "Se la scrittura è magia, Stephen King è il più abile dei maghi": mi pare di averlo letto sulla fascetta apposta nella riedizione di "On Writing". E non posso non essere d'accordo. Un grande ciao, Rub.

Rubrus il 2017-11-10 12:51:42
Secondo me c'è un banale dato cronologico non trascurabile: a prescindere dal marketing, un romanzo come It è ancora facilmente reperibile a 27 anni dallo sua uscita, e così molti altri romanzi di King. Non è essere un classico, non ancora, ma è indicativo. Ieri ero in una grossa libreria del centro di Milano, penso la prima o la seconda più grossa, e notavo, per l'ennesima volta, la scarsità di volumi di genere horror, il fatto che i (pochi) nomi siano sempre gli stessi, la - a mio parere avvilente - "serializzazione del genere": Laurelle K Hamilton, una coppia di scrittori che, dalla copertina, sembrava appunto aver scritto una serie di romanzi horror / horror - romance (io sono quasi sempre contro le serializzazioni), Anne Rice, un romanzo di George R Martin e quasi null'altro e - ebbene sì l'ho fatto: ho giudicato il libro dal titolo e dalla copertina - una tendenza a combinare il genere con la storia romantica, spesso scritta da autrici: Non è rispetto delle quote rosa, credetemi: è un banale calcolo editoriale. Le donne (ci dicono gli algoritmi, ormai, neanche gli editori) leggono più degli uomini - vero - ma le donne sono attratte dalle storie sentimentali (a me puzza tanto di pregiudizio, ma vabbè, non tocca a me pronunciarmi), quindi diamo loro storie in cui horror e romance si mescolano. Come se il rendere un romanzo horror prima di tutto un romanzo - che è stato il grande merito di SK - fosse stato un esperimento irripetibile.

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BigTony il 2017-11-10 09:49:14
Tema estremamente interessante per un saggio che mi sono goduto doppiamente, da estimatore del Re, anche per il livello dei commenti. È vero, come notato da tanti, che la narrativa horror resta confinata in un angolo da certa critica letteraria col naso all'insù, ma noi sappiamo che la verità è un'altra.

Rubrus il 2017-11-10 13:16:05
Noi sappiamo che la magia esiste.

BigTony il 2017-11-10 13:28:52
Oh Yes!

Rubrus il 2017-12-05 09:38:58

Approfittando della recente messa in onda in chiaro di "Babadook". Ormai King viene, più che usato, abusato come sponsor, tuttavia il film contiene effettivamente alcuni topoi kinghiani: (1) Il più evidente: il bambino usato come catalizzatore di presenze nefaste / soprannaturali (King non ne ha il copyright, ma è / è stato forse lo scrittore più abile nell'uso di questo elemento. Tra l'altro la protagonista è un'ex scrittrice di libri per bambini (anche se l'elemento è accennato) (2) la storia è la stessa di "Shining" (e di altri libri o film), vale a dire il piccolo nucleo familiare in cui il capofamiglia impazzisce e diventa un pericolo per la propria famiglia. (3) il legame fra paure, inconsce o meno, e ossessioni del(la) protagonista e presenza malefica. Per tutto il film - nel quale il mago personaggio tv e il bambino ripetono che "la vita può essere meravigliosa, ma ingannevole - il Babadook può essere visto anche come la personificazione o materializzazione della protagonista (4) Forse il più nascosto, ma anche il più profondo. Il Babadook dice di sé: "Più neghi la mia esistenza, più divento forte". Ricorrente in King (ora molto meno) è la situazione per cui chi nega il mostro ne è la prima vittima, mentre chi ha abbastanza apertura mentale da accettarne l'esistenza ha anche la possibilità (non la sicurezza) di trovare la forza di affrontarlo e forse sconfiggerlo. In questo senso, il finale è chiarificatore - che rimanda al punto (3) - ma non ne parlo per evidenti ragioni.


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