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Io sono un veggente e vedo i serial killer

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Massimo Bianco

pubblicato il 2017-11-03 22:58:29


Ho avuto un’altra spaventosa visione di morte: un raccapricciante omicidio commesso da un serial killer. Non ne posso più. Troppe notti mi sveglio con la mente sconvolta da scene agghiaccianti. I primi tempi le credevo semplici sogni, sono invece tragiche realtà.

Mi chiamo Giuseppe Petripaoli, ho quaranta anni e sono un veggente. Tengo pure un programma radiofonico di successo su un nota emittente genovese, dove offro consigli e previsioni astrologiche personalizzate a chi mi telefona. Ma se invidiate i miei poteri, accade solo per la vostra beata ignoranza. Non potete, infatti, neppure immaginare quanto sia angoscioso assistere, impotenti, ai delitti più efferati. Per fortuna, dopo aver visto un’uccisione, trascorro settimane di apparente normalità, priva di scelleratezze, come un essere umano qualsiasi. Tuttavia, pur pregando con fervore per la mia pace interiore, nemmeno in quei periodi riesco a essere sereno. Me l’impedisce la tormentosa attesa di orrori prossimi venturi, l’insana consapevolezza che le visioni di morte sono destinate, inesorabili, a tornare, come è accaduto stanotte. Ho rivisto in azione l’Highlander, così battezzato dai media perché i suoi orrendi crimini parrebbero ispirati alla per me mitica serie cinematografica e televisiva sugli immortali armati di spada. E ne resterà uno solo!

Io ho sempre collaborato con le forze dell’ordine locali, ma sulle prime gli inquirenti liguri non mi prendevano sul serio. Eppure avevo già ottenuto una certa notorietà, all’epoca in cui ancora vivevo con la mia famiglia nel capoluogo regionale piemontese – la vicinanza agli psicopatici è fondamentale perché abbia visioni – per aver smascherato il pluriomicida torinese noto come il Cenobita, specializzato in assassinii rituali di stampo religioso.

Cominciarono a darmi credito da quando, quattro anni fa, gli permisi di fermare un altro feroce serial killer, l’Ecologista, autore di undici efferati delitti, abbinati, a scopo di monito, ad altrettante specie a rischio. Per oltre un anno l’Ecologista rappresentò un autentico incubo per la nostra città. Costui, fanatico e contorto animalista, si dilettava a organizzare omicidi imitando il modo in cui muoiono bestie in pericolo d’estinzione, per poi lasciare sul cadavere il pupazzo di peluche della specie corrispondente.

Mi spiego con qualche esempio. Liquidò un cacciatore trapanandogli la fronte, laddove un rinoceronte avrebbe avuto il corno, utilizzato dalla medicina orientale e perciò ricercato dai bracconieri, i quali ammazzano questi incolpevoli pachidermi per prelevarglielo, lasciandoli poi a marcire scornati nella savana. E come traccia per rivelare il proprio movente, l’assassino abbandonò sul petto del cadavere il peluche di un rinoceronte. In seguito assassinò un altro poveraccio, facendogli ingoiare sacchetti di cellophane, cioè quanto talvolta accade alle tartarughe marine, che li inghiottono per errore rimanendone soffocate. E accanto al cadavere, naturalmente, fu rinvenuto il peluche d’una tartaruga marina. Il panda rischia l’estinzione perché si sfruttano sempre più terre per le coltivazioni? L’umanità ne fa scomparire l’habitat in cui prospera, isolandolo in spazi troppo angusti per permettergli di trovare quantità sufficienti del bambù di cui si nutre? Allora la vittima di turno fu imprigionata, fatta morire di fame e ornata col solito peluche. L’Ecologista ammazzò in totale nove uomini, una donna, scuoiata viva per rammentare la classica fine dei felini, abbattuti per la loro pelliccia e un bambino, ucciso a bastonate come i cuccioli di foca. Grazie infine alle mie indicazioni, la polizia gli tese una trappola che ne causò il decesso.

Posso capire la rabbia provata da quell’uomo per i tanti, troppi animali in via d’estinzione, in fin dei conti sono anch’io un convinto ecologista, ma come potesse giungere a simili aberrazioni mi risulta del tutto incomprensibile.

E purtroppo da allora, anche per via della recente anomala crescita italiana del fenomeno, rispetto a un passato in cui prevalevano gli omicidi suicidi in ambito familiare, è iniziata per me una tragica sarabanda infernale, che mi ha però guadagnato il pieno credito di polizia e procura. Prima assistetti ai crimini dell’Incendiario. Costui s’introduceva negli appartamenti, addormentava gli inquilini col gas soporifero, svaligiava le abitazioni e gli dava fuoco, bruciando vivi gli occupanti con sadico piacere. Grazie a una mia visione si poté infine rintracciarne il covo e prenderlo insieme a una parte della refurtiva, che smentì la sua pretesa innocenza. L’anno scorso fu invece il turno del Killer delle rose, uomo sentimentalmente frustrato, un po’ come me, d’altronde, fin dall’adolescenza. Al contrario di me, però, egli era così alterato dal suo triste passato, da stuprare e martoriare giovani donne e lasciare una rosa rossa piantata nell’ombelico dei cadaveri. Per averne ragione dovemmo attendere ben cinque omicidi, tuttavia la nostra pazienza fu di nuovo coronata dal successo.

Ma torniamo al delitto di Highlander, il più pericoloso assassino con cui abbia mai avuto a che fare. Con le due di stanotte ha già massacrato tredici persone. Purtroppo lo vedo sempre di spalle – non scorgo mai in volto gli psicopatici – e non distinguo neppure le sue fattezze, nascoste da un ingombrante impermeabile. Posso solamente indicarne la statura, un metro e settantacinque circa. E siccome gli eventi a cui assisto non appartengono al futuro ma accadono in contemporanea, per ottenere risultati tangibili mi occorrerà un colpo di fortuna.

Rivedo le giovani vittime, un uomo e una donna, mentre escono, carine ed eleganti, a tarda notte, da un locale affittato per una festa. L’Highlander doveva già trovarsi nei pressi a spiarle, perché io rivivo sempre le scene attraverso gli occhi degli assassini. Troppo ubriachi per guidare, i due lasciano l’auto sul posto e tornano a casa a piedi. Un loro amico si offre di accompagnarli con la propria auto, ma il giovanotto rifiuta.

“No, camminare ci farà bene.” – lo sento biascicare – “Ci sca… schiarirà le idee e poi tagliando per i carruggi c’è poco più d’un chilometro.”

Li vedo dunque incamminarsi lungo gli stretti e sporchi vicoli del centro storico di Genova. I due ondeggiano e barcollano a ogni passo. Lei dorme praticamente addosso al compagno, con la testa appoggiata sulla sua spalla e le palpebre semi chiuse. Lui procede a stento, stringendola per la vita con un braccio e trascinandosela dietro quasi a forza.

Ben presto il ragazzo, troppo stordito per capire dove stiano andando, si perde nelle intricate viuzze, in apparenza identiche tra loro, del più grande centro storico d’Europa. Percorre a caso le stradine poco illuminate, accompagnato da un pregnante odore di mare e di urina, senza incontrare un’anima. Poi luminescenti occhi felini lo fissano da un angolo per alcuni istanti. Egli guarda a sua volta in direzione del gatto e gli rivolge un saluto con la mano. Subito le oblique lucine scompaiono in un impercettibile scalpiccio e il vuoto e il silenzio riprendono il sopravvento, come se loro due e il gatto fossero gli unici esseri rimasti in città.

L’ubriaco continua il percorso, ma poco dopo incespica rischiando di cadere. Si siede allora sullo scalino di un androne, non lontano da un banchetto chiuso di libri usati. Sta sempre peggio. Meglio fermarsi un poco e smaltire almeno in parte la sbornia. Lei gli siede accanto, intontita. Appoggia la testa sulle gambe del compagno e si addormenta subito. Lui la guarda e si porta una mano alla testa, dolorante, poi s’accascia a sua volta, distrutto dalla stanchezza. Infine qualcuno gli urta una gamba, risvegliandolo, e con un mugugno irritato lo invita a togliersi dai piedi. L’ubriaco si rialza a fatica e solleva la ragazza. A terra è rimasto del vomito. Lei bofonchia qualcosa d’incomprensibile con voce impastata, richiude gli occhi e si lascia nuovamente trascinare. Il giovanotto assume una espressione implorante e disperata. Si rende forse finalmente conto della sciocchezza commessa nel rifiutare il passaggio.

Pochi minuti dopo i due s’infilano in un carruggio particolarmente oscuro. Il ragazzo si blocca un istante per abituare la vista alle tenebre. Si sta rimettendo in moto, quando un’ombra confusa si staglia di traverso, all’estremo opposto della via. Nonostante sia una notte estiva assai calda, i suoi contorni si muovono e si gonfiano come se il proprietario indossasse un ampio pastrano, agitato dalla corrente del vicolo. L’ubriaco fissa la lunga ombra ondeggiante ed è colto da una intensa inquietudine, che gli toglie di dosso parte dell’obnubilazione alcolica.

Infine l’Highlander appare da dietro l’angolo e avanza. L’ubriaco, sconvolto da una subitanea paura, si volta per fuggire con troppa rapidità ed è colto da un capogiro, mentre la ragazza, perduto l’appoggio sotto la testa, gli caracolla davanti, rischiando a sua volta di cadere. L’inseguito è costretto a fermarsi e ad appoggiarsi alla parete più vicina, senza poter aiutare la compagna. Alle sue spalle uno spadone si solleva minaccioso e si abbatte una prima volta. La testa rotola sul cemento. La ragazza urla e agita le braccia, terrorizzata, poi la spada si solleva per la seconda volta e la colpisce. La giovane crolla, la testa ancora sulle spalle e la mano aggrappata alle vesti dell’assassino, poi questi l’afferra per i biondi capelli e vibra un altro colpo, stavolta decisivo. Solleva quindi trionfante la testa, macabro trofeo inondato di sangue…

…E in quel momento mi sono risvegliato. Ora sono in attesa che il vicecommissario Gerace passi a prendermi con l’auto di servizio. Poi ci recheremo insieme sul luogo del delitto. L’ho individuato con sicurezza. Conosco a menadito il centro storico di Genova. Ed ecco già spuntare la vettura in fondo alla strada. Scendo, non è il caso di farlo attendere.

 

Non erano ancora le sei di mattina, quando nella camera da letto del vice commissario Salvo Gerace il telefono sul comodino prese a squillare. Il funzionario emerse dal sonno e cercò di rispondere subito, sperando, invano, che la moglie non si svegliasse.

Riconobbe la voce del veggente Giuseppe Petripaoli e se ne dispiacque, perché costui portava sempre pessime notizie. E, difatti, l’Highlander, il feroce serial killer tagliatore di teste, aveva colpito ancora: Petripaoli lo aveva appena visto in azione in una delle sue ricorrenti visioni. Il minuto e affilato Gerace si alzò e si rivestì in fretta e furia, imprecando tra sé e sé. Quindi telefonò in questura, chiedendo che una pantera si recasse immediatamente sul posto. Lui sarebbe passato a prendere il visionario e l’avrebbe subito raggiunta.

Petripaoli era un personaggio dal modo di fare assai strambo e sulle prime Gerace, scettico riguardo ai poteri paranormali in genere, che considerava un cumulo di stupidaggini, aveva rifiutato di prestargli credito. Lo disturbavano i suoi atteggiamenti ostentatamente esoterici e la fissa di girare agghindato da mago di mezza tacca, con tutti quegli ammennicoli addosso, da cui non si separava mai, come l’ingombrante bracciale con tasselli raffiguranti gli arcani maggiori oppure la collana da cui pendevano i tredici segni dello zodiaco. Tredici e non dodici, perché costui apparteneva alla poco diffusa scuola che oltre al Leone, al Sagittario, allo Scorpione e agli altri noti simboli astrologici, inseriva Ofiuco tra le costellazioni zodiacali.

Tuttavia col tempo aveva acquisito una fiducia assoluta, in quell’uomo. Giuseppe Petripaoli, infatti, non sbagliava mai. Ogni qual volta annunciava una tragedia, questa si verificava puntualmente. Oltretutto con ogni probabilità alcuni di quegli squilibrati sarebbero stati ancora in attività, se non fosse stato per lui. Come non affidarsi ai suoi poteri, dunque? E a furia di frequentarlo per motivi di lavoro, aveva finito per farci amicizia.

“Cosa mi puoi dire, Giuseppe, hai visto chi era? Puoi rintracciarlo?” Gli chiese dunque speranzoso, subito dopo averlo caricato in macchina.

Ma, come temeva, Petripaoli non era ancora in grado di riferire nulla di decisivo. Non aveva visto né il suo volto né un particolare che potesse rivelarne l’identità e non era neppure in grado di indicare da dove provenisse o dove si fosse diretto dopo il delitto.

I due raggiunsero l’alto e ascetico ispettore Camozzi, in attesa, con altri due uomini, all’ingresso dell’intricato dedalo di vicoli teatro del crimine, che già albeggiava. Senza esitare, il chiaroveggente condusse i quattro funzionari nella viuzza dove a suo dire era avvenuto il misfatto e, non appena giunti, si trovarono dinanzi all’ennesimo spaventoso spettacolo.

I cadaveri giacevano riversi in un mare di sangue. Entrambi erano privi della testa e la donna pure di un braccio. Dopo essersi espansa nel vicolo, la scura pozza ematica si era lentamente incanalata fino a formare un torrentello diretto verso il più vicino tombino, all’interno del quale era già in parte confluita. I crani e il braccio mancanti, orribili a vedersi, erano stati macabramente posizionati, diritti, sul tombino stesso, suscitando la spiacevole sensazione di due zombie intenti a fuoriuscirne.

Vedendo la scena, Camozzi scoppiò incongruamente a ridere. “Brrr, la notte dei morti viventi.” Commentò, faceto, subito fulminato dallo sguardo, disgustato, del superiore. Nel frattempo uno degli agenti si appartava a vomitare.

Mentre gli altri restavano indietro, in attesa della scientifica, già avvisata, per darsi un contegno l’ispettore Camozzi prese allora a guardarsi intorno. Dapprima scorse una scarpa, appartenuta a una delle vittime. Contò poi cicche e cartacce sparpagliate in quantità. Infine un luccichio ne attrasse l’attenzione. Era un oggetto della forma e diametro di una moneta da due euro, in cui vi era raffigurato qualcosa di indistinguibile all’ancor scarsa luce del vicolo. D’istinto lo raccolse e se lo infilò in tasca. Poco dopo sopraggiunse il furgone della scientifica, da cui discesero quattro specialisti, che iniziarono con solerzia le rilevazioni di rito.

Più tardi Gerace e Camozzi si recarono in ufficio e l’ispettore mostrò al vicecommissario il ciondolo trovato nel vicolo. Gerace rivolse un rapido sguardo all’oggettino, una medaglietta.

“Sì, ti avevo visto raccogliere qualcosa, e allora?” Chiese perplesso.

“È d’oro e dubito che sia finita lì per caso. Potrebbe essere il primo indizio importante su Highlander. Osserva il disegno raffigurato su un lato, mi incuriosisce parecchio.”

Gerace si tolse gli occhiali da miope e osservò il ciondolo con attenzione. Una faccia era vuota, l’altra conteneva un iscrizione in latino e l’immagine di un uomo in lotta con un enorme serpente.

“Ok, è un bel gioiello, ma probabilmente sarà appartenuto alla ragazza assassinata.”

“Certo, l’ho pensato subito anch’io. Non possiamo però escludere che l’abbia perso l’assassino.”

“Ne dubito, questa è roba femminile e l’Highlander vibra i colpi con troppo forza per essere una donna. Comunque chiederò aiuto a Giuseppe. Lui è un grande esperto di simboli esoterici. Chissà che non possa fornirci qualche informazione utile a individuare quel bastardo.” Commentò Gerace.

“Ok, io intanto telefonerò a tutte le gioiellerie della città e descriverò il disegno per vedere se è possibile scoprire chi lo ha acquistato.” Aggiunse Camozzi.

Un’ora dopo Salvo Gerace entrava nello studio di Petripaoli. Il veggente sedeva dietro a una scrivania, ingombra all’inverosimile degli oggetti più disparati, come d’altronde accadeva con tutti i mobili della stanza e perfino con le pareti.

Gerace trasse di tasca l’oggettino, l’allungò a Petripaoli e chiese se poteva ricavarne informazioni utili. Questi gli gettò un’occhiata e istintivamente si portò la mano al petto. Poi si ricompose, ma già troppo tardi. Infatti, Gerace ne aveva seguito il movimento con lo sguardo e in un lampo d’intuizione aveva compreso tutto. Petripaoli non disse nulla e rimase immobile a occhi sbarrati, fissando il vuoto. Un fiume di ricordi, prima dimenticati, gli fluiva nella mente.

“Sei davvero tu l’Highlander? Non posso crederci.” Esclamò infine Gerace, sbigottito.

Allora Petripaoli tornò a focalizzare lo sguardo sul funzionario e quindi, con un’azione fulminea, spinse coi piedi, sollevando la sedia sulle gambe posteriori e portandosi all’indietro insieme ad essa. Afferrò la Katana da samurai appesa alla parete dietro le sue spalle e con un unico fluido gesto mozzò la testa del vice commissario, ancora paralizzato dallo stupore.

 

Sì, il mostro sono io. Io, che credevo di sapere, capire, potere… io che mi crogiolavo con le mie capacità superiori, messe a disposizione dell’umanità. Invece non avevo alcun autentico potere. Ero solo una meschina finzione, un auto inganno. E mi atteggiavo perfino a vittima, perché le mie presunte visioni mi impedivano di vivere come una qualsiasi altra persona!

La mia mente conscia cancellava il ricordo dei miei misfatti. Uccidevo e, appena rientrato a casa, scordavo quanto avevo commesso, rivivendolo però come un sogno. È stata la vista della medaglietta a scuotermi. Raffigurata su di essa c’era la costellazione del Serpentario, nota anche come Ofiuco, tredicesimo segno dello zodiaco. Sapevo che si era staccata dalla catenina che porto sempre con me, ma ignoravo come ciò fosse accaduto.

Invece in quel momento ho capito d’averla persa decapitando i due ubriachi e ho rammentato tutto. Non so se la memoria dei miei trascorsi resterà permanente, ma ora sono in grado di rivivere ogni mio gesto passato. Dopotutto le psicosi omicide non erano aumentate in modo anomalo: in circolazione c’era un solo feroce serial killer, autore di decine di delitti ed ero io. Io ero il Cenobita. Io ero l’Ecologista. Io l’Incendiario e sempre io il Killer delle rose. Poi, stufo d’ogni mascherata, nata da una diversa sfaccettatura della mia contorta personalità, eliminavo il personaggio, sostituendolo con uno nuovo, e incastravo un innocente che scontasse i miei crimini: due dei presunti colpevoli languiscono tutt’ora in carcere senza colpe. Infine sono diventato l’Highlander.

Ora dovrò fuggire in fretta, prima che qualcuno noti la prolungata assenza del mio povero amico commissario. Per fortuna credo di poter far perdere le mie tracce. Addio, dunque, o Genova, addio.

 

28 marzo 2011 fine. Massimo Bianco.

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L'AUTORE Massimo Bianco

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Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2017-11-04 08:48:16
Anche questo, come il primo che avevi postato, rammento di averlo letto. Sto aspettando che riposti un racconto che mi aveva preso già dalle immagini che avevi inserito nel testo, ma che, per una ragione o l'altra:(tempo tiranno e troppe cose da fare) non ho mai potuto leggere. Mi ricordo ancora benissimo il titolo: Il volto tra le nubi, e le immagini che avevi inserito. Spero sia tua intenzione inserirlo a breve, così, ora che sono costretto a trascorrere molto tempo in casa, lo potrò finalmente leggere. Ciao Massimo.

Massimo Bianco il 2017-11-05 18:59:46
"Il volto tra le nubi" è uno dei miei scrtti preferiti in assoluto e lo ritengo il migliore tra i miei 4 horror, quindi lo riproporrò di sicuro, essendo però realtivamente recente rispetto ad altri dovrai aspettare un po', preferisco infatti dare la precedenza ai miei scritti più vecchi, sia per rispettare un minimo la cronologia della mia produzione, in modo che iniziando a leggermi in ordine a partire dalla prima riproposta si possa vedere l'evoluzione dell'autore, se c'è stata, sia perchè i miei racconti più vecchi sono ovviamente meno noti a chi si iscrisse più di recente a Neteditor (o mi scoprì tardivamente) per poi emigrare qui, quindi mi pare più logico offrire prima l'opportunità a quei lettori di leggere il mmateriale per loro inedito. Ciao a te.

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90Peppe90 il 2017-11-05 23:53:54
Il racconto è scritto bene e scorre alla grande, passando, tra l'altro, per la descrizione dei peculiari delitti di pittoreschi e affascinanti serial killer. Ora, a me sembra di non averlo letto in passato, ma mi aspettavo esattamente questo finale. Magari c'è qualche "segnalatore" fra le righe, magari è istinto... o magari è stato un sogno rivelatore! Quello che mi ha convinto poco è stato il fatto che il killer si faccia scoprire così, di colpo, dopo aver depistato alla grande le indagini per diverso tempo (e, addirittura, far sbattere in carcere dei presunti colpevoli del tutto innocenti..:!); insomma, il racconto mi ha convinto, e l'ho trovato efficacissimo, fino alla parte del colpo di scena. A proposito di tuoi altri racconti... ricordo quel grande, oscuro racconto su Lucca (non mi viene in mente il titolo, mannaggia!) e volevo chiederti se pensi di riproporlo qui: lo rileggerei con molto piacere! Domani passerò alla lettura dell'altro racconto che hai già inserito. Ciao, Max, un caro saluto!

Massimo Bianco il 2017-11-09 13:47:11
All'epoca in cui scrissi "Io sono un veggente" più di un lettore sostenne di aver intuito il finale, oltretutto se ricordo bene (sono anni che non lo rileggo), nel testo avevo volontariamente inserito qualce traccia, quindi la sopresa finale non è certo il suo punto di forza. Il suo, a mio parere, punto di forza, quello che me lo fa piacere a sufficienza per spingermi a riproporlo qui su PIAF, è semmai l'originalità della figura del serial killer, decisamente non comune. Quanto alla tua obiezione, beh, comprendo il tuo punto di vista, però ogni criminale, anche il più in gamba, prima o poi commette degli errori anche gravi, vuoi per sfortuna, vuoi per distrazione, vuoi perchè è diventato troppo sicuro di sé, vuoi per stanchezza, è semmai sorpendetne, secondo me, che me, che lui non si sia fatto prescoprire prima.

Massimo Bianco il 2017-11-09 15:00:34
Ops, sicome dormo mi sono scordato di rispondere alla seconda prate del tuo commento: se dovessi fare una classifica dei 5 o 6 miei racconti web preferiti ci sarebbe di sicuro anche "Il cuore nero di Lucca" e di sicuro non all'ultimo posto, quindi lo riproporrò di sicuro. In effetti mi sono fatto una scaletta parziale dei racconti da ripubblicare, risalendo da quelli postati su Net per primi agli ultimi (credo che solo alla fine ricominicarò a proporre novità, scusa ma prima tengo a ricostruirmi il vecchio catalogo, anche se lo limiterò ai racconti che giudico migliori). "Il cuore nero di Lucca è imminente, non sarà il prossimo (sto per inserire il migliore dei mei 3 racconti sentimentali, l'unico dei 3 che riproporrò) ma il successivo. Ciao e grazie per la visita

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Claudio Di Trapani il 2017-11-13 11:17:39
Una storia intrigante. Non mi aspettavo il colpo di scena finale. Ottima la trovata della medaglietta. Aggiungo che l'intreccio, per come l'hai esposto, risulta credibile. Piaciuto, insomma.

Massimo Bianco il 2017-11-15 11:37:01
Grazie, Claudio, sono lieto che ti sia piaciuto. Quanto dici sull'intreccio è importante perchè essendo abbastanza complesso il rischio di renderlo poco credibile esisteva. Ciao.

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