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L'arma perfetta

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di oedipus

pubblicato il 2022-04-23 10:16:06


L’arma perfetta

 

Fu nel 2050 che alla fine costruirono l’arma perfetta.

Perché, signori, gli uomini si sono fatti la guerra e sempre se la faranno per un’unica ragione: il bottino!

Se vinci una guerra hai il futuro assicurato: lavori poco, il lavoro sporco lo fai fare agli altri e guadagni molto. Ti puoi permettere le donne più belle, in quantità, ti puoi dedicare alle attività culturali più disparate, tanto ci sono gli altri, i perdenti, che sgobbano per te.

Ora in una guerra moderna, in una guerra di oggi insomma, spadroneggiano i cannoni, le bombe e i kamikaze. Sono tutte armi efficaci non c’è che dire, ma hanno un difetto: distruggono. Diventare padroni di una città distrutta non è un bel guadagno. Le case, le strade, la rete dei servizi elettrici, dell’acqua e dei telefoni da ricostruire non sono un bottino attraente per nessuno.

L’arma perfetta non si comporta così. L’arma perfetta colpisce e distrugge solo gli umani, anzi più precisamente gli umani nemici, lasciando intatti tutti gli altri esseri: gli animali e gli umani amici e soprattutto lasciando intatte le case.

L’arma perfetta è dotata di un piccolo cannoncino, si spara la bomba sopra una città, si aspettano due giorni e poi entri e puoi sceglierti la casa che più ti piace, l’automobile più bella. Non ha bisogno di foibe per far sparire il nemico che non è fuggito e non ha lasciato incustodite le proprie case. Se poi hai bisogno di donne da far violentare dalla truppa, non devi far altro che girare un pulsante ed ecco che moriranno solo i nemici maschi.

Nel 2050 l’arma perfetta era dunque alla portata di tutti. Dotata di virus geneticamente modificati, non aveva antidoti. Il virus attaccava solo gli esseri sensibili, mentre lasciava immuni gli altri. La sensibilità o meno del bersaglio era determinata dal patrimonio genetico dell’ospite. Così potevi avere la bomba che distruggeva solo i palestinesi o quella che distruggeva solo gli israeliani e così via, ceceni, irakeni, iraniani, afgani e chi più ne ha più ne metta.

Presto la bomba fu ancora più perfezionata. Non solo potevano scegliere per esempio solo i geni maschili lasciando in vita le donne da usare poi come bottino e merce di scambio, ma si potevano selezionare le sotto popolazioni: ceppi genetici più piccoli di quelli nazionali. Fu così che la Lega in Italia ebbe la sua bomba. Essi minacciavano sempre di farla esplodere su Milano per colpire gli immigrati terroni del sud e gli immigrati islamici. In realtà fu solo una minaccia perché rischiavano di uccidere loro stessi poiché oramai in troppi, anche se lo negavano, avevano ascendenze non pure.

 

II

 

Quando quasi tutte le nazioni del mondo ebbero la bomba perfetta, ci fu un benessere diffuso che mai gli umani avevano sperimentato.

Le bombe costavano pochissimo ed era inutile mantenere eserciti. Ogni nazione si ritrovò con un notevole patrimonio umano e di mezzi da utilizzare per altri scopi che non la guerra. Fu così, per la prima volta nella storia di migliaia di anni dell’uomo, che gli eserciti non servivano più per distruggere ma per edificare.

Serviva una TAV? Presto fatto: si chiamava l’esercito e via in sei mesi costruita. Serviva un ospedale nuovo e una strada nuova? Nessun problema. Per la prima volta nella storia dell’umanità non si fondevano le statue equestri di bronzo per fare cannoni, ma accadeva il contrario, si fondevano carri armati per fare statue. L’esercito civile pensava a tutto. C’erano mense di quartiere gratuite per chi non aveva voglia di stare lì a cucinare dentro casa. Lì ci si incontrava, si parlava invece che stare a rimbambirsi davanti al televisore, si faceva l’amore!

Chiunque poteva tenere un corso d’insegnamento sulle materie più strane: e c’era la gara perché più interessante era il corso e più in alto saliva il prestigio sociale e la considerazione degli altri. Tutti insomma, sempre più liberi dagli impegni noiosi del lavoro, studiavano e diventavano più colti.

Poi un giorno l’equilibrio finì.

Per una sorta d’incomprensione, calcolo errato tra beneficio e danno, rivalsa per uno sgarro che poi la storia rivelò mai fatto, sete di potere personale di un capo, voglia di nascondere la propria incapacità di governo e continuare ad ingannare il popolo con false rivendicazioni territoriali, o chissà che cosa, la prima bomba fu lanciata.

Il mondo assistette attonito.

Per giorni la vita si fermò. Tutti gli uomini davanti al televisore, atterriti: la fine dell’umanità era vicina. Tutti i telegiornali e tutti i politici dicevano che non era successo niente, che tutto era sotto controllo, che bisognava evitare scene di panico, che quel conflitto era un evento locale in una parte del mondo lontana, che in fin dei conti avevano solo eliminato stirpi di tribù africane di poco conto, ma ormai era chiaro a tutti che non era così. Il giocattolo s’era rotto. Ben presto sarebbero rimaste torri gemelle in piedi, ma vuote, o al massimo abitate da animali, poiché gli umani si sarebbero estinti.

 

III

 

Quando buttarono la bomba Nicola neanche se n’accorse. Non uno scoppio, un tuono, un rombo d’aereo, non un grido, un crollo, una sirena. Nulla, solo silenzio.

Nicola non si accorse neanche di quel silenzio irreale, privo di vita. Lui era a letto con l’influenza. Aveva trentanove di febbre e siccome non amava prendere medicine per una malattia che sarebbe guarita da sola, quella mattina era rimasto a letto con le persiane chiuse a riparo della luce molesta del sole, sotto le coperte, con i suoi brividi di freddo, la tachicardia e la polipnea.

Quando scoppiò la bomba lui guardava annoiato un vecchissimo film in bianco e nero di un secolo prima che parlava dell’annuncio, con un vocione che veniva dalle nuvole, dell’imminente giudizio universale, e di bambini che, venduti per bisogno, s’imbarcavano per l’America. S'alzò, barcollando, solo qualche volta quel giorno per bere acqua.

Poi verso sera la febbre lo lasciò. Si sentiva meglio questo sì, ma come svuotato da ogni forza, come se avesse avuto trent’anni di più. Fu allora che accese il televisore ed ebbe la sorpresa. All’ora del telegiornale nessun telegiornale era in onda. Solo il canale dei film funzionava come sempre. Accese la radio: niente. Silenzio, solo silenzio.

Allora capì che era accaduto quello che ormai si temeva da tempo.

Perché lui era stato risparmiato? I suoi geni erano diversi da quelli di tutti gli altri? Era uno straniero in patria? Telefonò ai suoi fratelli, ai suoi genitori, ai cugini e a tutti i parenti. Non rispose nessuno. Da chi avrebbe potuto farsi fare la mappa genetica e farsi dire da quale nazione lontana fosse venuto lo spermatozoo che aveva fecondato sua madre all’insaputa di suo padre?

No. Non era possibile. I suoi tratti somatici non facevano assolutamente pensare ad una commistione razziale. Eppure era vivo, a dispetto della bomba e del virus mortale.

Quella notte fu piena d’incubi. Sapeva che prima o poi sarebbe successo. Sapeva che sarebbe morto come tutti, infettato dal virus micidiale e che nel giro di poche ore di lui non sarebbe rimasto che il vestito mentre tutto il resto veniva divorato come nei film del terrore che andavano di moda tanti anni prima dove piranha famelici divoravano in pochi secondi persone intere. Nella consapevolezza che nulla avrebbe potuto fare per salvarsi e nella consapevolezza che la sua sorte sarebbe stata uguale a quella di tutti gli altri, aveva accettato l’idea che un giorno sarebbe potuto morire come gli altri. In fin dei conti tutti, da quando il mondo è mondo, sono morti! Ma rimanere da solo in una città di morti questo non lo aveva mai neanche minimamente pensato. E poi perché con lui il virus non aveva funzionato?

La mattina dopo fece un giro in automobile per la città. Deserto. Silenzio. Immensi manufatti di uomini senza padroni. Presto sarebbero arrivati. Lo avrebbero trovato. Lo avrebbero trattato come uno schiavo, una bestia da soma, un essere senza diritti e senza anima, probabilmente lo avrebbero dato come schiavo ad un nero frocio che si sarebbe divertito con lui, che lo avrebbe violentato a suo piacimento col suo membro sproporzionato che i neri dicono di avere. Perché non era morto con gli altri? Perché il destino con lui era stato così crudele? Che cosa aveva fatto per meritarsi tanto? Tornò a casa affranto.

Ma se lui era ancora in vita anche altri potevano esserlo! Prese l’elenco del telefono e incominciò per ore e ore a telefonare. Nessuno. Solo trilli nel silenzio! La sua città era assolutamente disabitata. Si sarebbe dovuto nascondere in una fogna, come Robinson Crosué nella foresta con i cannibali. Poi quando era quasi alla disperazione, con le lacrime agli occhi fece l’ultimo tentativo.

Accese il computer. Con la freccia andò sulla E di Internet Explorer  premette due volte di seguito il mouse, Connessione remota, Connetti, entrò nel forum dove abitualmente scriveva e discuteva con altri sconosciuti nascosti da un sopranome "C’è qualcuno?" Risposte 0 autore Lia consultazioni 0 ultimo messaggio ....2050 ore 08:15 am. Aprì il messaggio.

– Sono ancora viva. Ero a letto con la febbre alta e il virus non mi ha colpita! –

Ecco la spiegazione.

La febbre aveva accelerato il metabolismo e attivato al massimo le difese immunitarie. Il virus era stato sconfitto ancor prima che potesse arrecare danni. Avevano trovato l’antidoto! Bisognava riorganizzarsi. Forse non tutto era perduto. Rispondi.

– Anche io sono ancora vivo! –

Attese davanti allo schermo immobile per due ore. Niente. Poi ad un tratto: ultimo messaggio. Apri.

– So per certo che verranno dal sud. Sali in macchina, prendi l’autostrada. Noi qui ci stiamo riorganizzando. Ti aspettiamo! –

Si può descrivere la felicità di una resurrezione? Della vita che invece di finire ha una nuova speranza?

Di un viaggio Roma – Milano fatto in macchina in meno di quattro ore?

Della gioia di una solitudine alleviata da un messaggio che giunge da lontano?

 

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L'AUTORE oedipus

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enrico di cesare Dopo tanto tempo sono tornato qui a leggere e ho invidiato chi scrive per puro piacere di scrivere. Mi sono riproposto di farlo anch'io, ma mi sento davvero molto arruginito.

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